Inter e Milan, l’anima la danno gli italiani

Tutti al capezzale delle milanesi. Alla ricerca dell’anima perduta. Dov’è finita? Dove si compra? Forse nello stesso posto dove si comprava l’amalgama ai tempi del Catania di Massimino? I cinesi conoscono la parola? Il dibattito è acceso nei bar sport e nelle cattedre di tattica calcistica. Inter e Milan si sono dissolte alle ultime curve prima del rettilineo con vista sulle coppe europee. I nerazzurri, due punti nelle ultime sette partite. I rossoneri, due nelle ultime quattro. A San Siro maramaldeggiano tutti. Roma, Sampdoria, Napoli, Empoli, citando in ordine sparso. Per entrambi, uno di quei punti è arrivato dal pareggio nel malinconico derby della mediocrità.

Questa è la situazione. Ogni settimana si dà fondo alle analisi e anche i commentatori più sofisticati e scafati ormai gettano la spugna. Perché la crisi viene da lontano, non è carenza di risultati delle ultime domeniche. Le squadre milanesi non sono competitive secondo storia e blasone da illo tempore. Senza addentrarsi nelle traversie societarie con l’avvento dei cinesi, guardiamo la faccenda al presente che le accomuna con solo una minima differenza: qualcuno sottolinea che la famosa anima manca a entrambe le squadre, qualcun altro osserva che il Diavolo, almeno un briciolo d’orgoglio ce l’ha. Roba minima. E del resto, non basta passare da un allenatore o da un modulo a un altro per risolvere il problema. Esaurita la novità si precipita di nuovo nello sconforto. Come dimostra il triplo cambio in panchina all’Inter. Cercasi anima, dunque.

L’anima di una squadra la danno i leader. Questione di maglia e di appartenenza. Questione d’identità. E i leader possibilmente, se non inevitabilmente, devono essere italiani. La Juventus ha Gianluigi Buffon (leader anche nell’advertising, con le sue quattro campagne contemporanee) e Leonardo Bonucci, riabilitato dopo la clamorosa esclusione in Champions contro il Porto, seguita al diverbio con Massimiliano Allegri. Come ha notato Arrigo Sacchi, l’allenatore ha ristabilito le gerarchie e si è ripartiti, votati e vocati alla vittoria. La Roma ha in Daniele De Rossi e Francesco Totti i suoi capitani riconosciuti. E se qualche alto e basso l’ha resa meno vincente è proprio per la difficoltà a metabolizzare il fine carriera della sua storica bandiera. Andando indietro, tutte le squadre che hanno creato un ciclo avevano punti di riferimento in campo e nello spogliatoio. Il Milan di Sacchi e Fabio Capello aveva Franco Baresi e Alessandro Costacurta. Quello di Carlo Ancelotti ha avuto Paolo Maldini e Rino Gattuso. L’Inter del triplete aveva Marco Materazzi, Javier Zanetti e Zlatan Ibrahimovic.

Con intelligenza e ironia, in questi mesi Vincenzo Montella era riuscito a tenere i giocatori al riparo dall’incertezza derivata dalle vicende societarie. C’è chi sostiene che, firmato il closing, la squadra si sia sciolta perché gran parte dei giocatori si sono sentiti meno sicuri di essere confermati dalla nuova proprietà. È una lettura plausibile. Io ne aggiungo un’altra. Molti di quei giocatori sono in prestito o hanno contratti prossimi alla scadenza. E questa situazione c’era anche prima del closing. Il Milan d’inizio anno si era distinto per il progetto dei giovani italiani (Donnarumma, De Sciglio, Locatelli, Romagnoli, Bonaventura, Calabria) suggerito da Silvio Berlusconi. Quasi tutti ragazzi del vivaio, attaccati alla maglia, che avevano in Ignazio Abate un fratello maggiore. E ai quali basterebbe aggiungere pochi campioni per fare il salto di qualità. Dopo l’infortunio di Giacomo Bonaventura, uno che l’anima l’ha sempre data, si è aggiunto quello di Abate. Da quel momento il Diavolo ha iniziato a perdere gli artigli. Non a caso Montella dice spesso che un altro giocatore come Abate in rosa non c’è. Questione di leader. Di giocatori italiani attaccati ai colori. Vista da qui, la situazione dell’Inter, una babele multietnica di lingue e provenienze, è specularmente decodificabile.

Viaggio nell’isola dove la messa è finita

«Se ne vada. La diffido da scattarmi anche una sola fotografia. Non vede che sta intralciando il mio lavoro. Se ne vada o chiamo i carabinieri». Don Mario Sgorlon è esasperato dal clamore sulla storia della messa «su prenotazione» di cui hanno parlato i media nei giorni scorsi. Una storia che avrebbe incuriosito Thomas Stearns Eliot: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?», scrisse nei Cori da «La Rocca» il drammaturgo americano Premio Nobel per la letteratura nel 1948 centrando la questione del secolo.

L’isola di Vignole dista da Venezia 18 minuti di vaporetto. Ma ne passa uno ogni ora e arrivarci è un mezzo viaggio. Anche perché, una volta a destinazione, la sorpresa è doppia. Intanto, perché si scopre che il famoso cartello davanti alla chiesa che annunciava la celebrazione della messa a gentile richiesta non c’è. E poi perché il prete non abita qui. La cappella di Santa Maria Assunta e Santa Eurosia, dove si arriva percorrendo un sentiero, è una chiesetta edificata attorno al 1500, contenente un dipinto dell’Assunzione della Vergine che motiva qualche visita. Per effettuare la quale, bisogna telefonare a un numero fisso, come avverte una targa metallica affissa sul portale. La stessa targa annuncia che la messa domenicale si celebra alle 9.20. Compongo il numero, ma don Sgorlon è un muro. «Basta, non voglio più parlare con giornalisti. Sono stufo». Non riesco nemmeno a dirgli che sono sul posto. Ben disposto. Troppo casino su quel cartello che, nelle intenzioni, voleva solo correggere l’orario della targa. E che, in realtà, è diventato l’annuncio che La messa è finita. Perché suonava troppo male: «La messa è sospesa per mancanza di fedeli. Don Mario è disponibile su richiesta». Sembrava un atto d’accusa alla comunità. L’espressione di un prete offeso: se volete la messa, chiamatemi.

Il cartello affisso sul portale della chiesa che ha creato il caso

Il cartello affisso sul portale della chiesa che ha creato il caso

Ma se il cartello di don Mario suonava male, anche tutta la vicenda è stata raccontata male. Parlando con le persone dell’isola capisco che sono in quella sbagliata e il parroco abita a Sant’Erasmo, altri venti minuti di vaporetto, al prossimo giro. La chiesa dove celebra tutti i giorni è lì. Insomma, altra isola, altra chiesa, altra storia. Qui ci veniva, ci viene, per non far mancare il rito domenicale. Ma poi i fedeli hanno cominciato a ridursi: «Per evitare di restare da solo sull’altare ho messo l’avviso», ha provato a giustificarsi parlando con i giornali.

«Macché ruggine col parroco», borbotta una signora sulla settantina. «I miei figli vanno a fare le pulizie nella chiesa. È successo che una delle donne che andavano di più a messa è rimasta in sedia a rotelle per un infortunio. Così, adesso ci mettiamo d’accordo: quando la vogliamo chiamiamo don Mario», chiude affrettandosi verso la bicicletta. Sarà: basta l’incidente di una donna e non si celebra più la domenica cristiana?

I dubbi sulla «messa on demand» restano. E non li fuga nemmeno Roberto Succoli, un signore sulla cinquantina che abita vicino all’imbarcadero. Il suo argomento è logistico: «È come se questa fosse la chiesa di un paesino di montagna. Per andare a messa ci si deve inerpicare. Magari d’inverno, soprattutto se si è anziani, si fa fatica ad andarci. Sono laico, laicissimo, e non frequento. Mia moglie invece sì. Però non butto la croce addosso al parroco. I fedeli praticanti si avvisano telefonicamente se la messa viene celebrata o no. Del resto, se uno vuole può andare a Murano, 9 minuti di vaporetto. In città, per esempio, chi non ha la chiesa sotto casa, cioè quasi tutti, prende l’auto e si sposta…». Già. Potrebbe essere solo una questione di distanze e di mezzi di trasporto, magari più complessi in laguna. Ma c’è quel cartello che denunciava la «mancanza di fedeli».

Se la sparuta popolazione di Vignole è composta in buona parte di anziani e contadini, ci si potrebbe aspettare una partecipazione più vivace. Invece, l’eclissi del sacro va oltre la civiltà industriale e contagia pure quella contadina-lagunare. E non si ferma nemmeno davanti alle persone di una certa età che sentono avvicinarsi l’ora del destino. La banalità della secolarizzazione si traveste di pigrizia e s’insinua anche in questo lembo di laguna, appartato e silenzioso, dove il progresso e la tecnologia lasciano il campo alla pace e alla tranquillità. Uno specchio di mare più in là, i Frati minori hanno eletto San Francesco del Deserto come posto dell’anima. A Sant’Erasmo, invece, l’attività principale è la produzione dei prelibati carciofi color viola. Ma non si sente il bisogno dell’amaro che ne deriva per contrastare «il logorio della vita moderna». Le poche strade sono percorse da minuscoli Apecar o da scooter guidati da donne e ragazzi serenamente sprovvisti di casco. «Don Mario era qui poco fa», ammette una donna che sta passando con la lucidatrice il pavimento della chiesa. «Provi in canonica».

Don Mario Sgorlon, parroco di Sant'Erasmo e dell'isola dii Vignole

Don Mario Sgorlon, parroco di Sant’Erasmo e dell’isola dii Vignole

Eccoci finalmente, di persona don Mario non può sottrarsi. «È parente dello scrittore Carlo Sgorlon?», la prendo alla larga, provando a metterlo a suo agio. «No, lui era friulano, io sono di San Donà di Piave. Sono parroco qui da 19 anni». «Abbiamo la stessa età e siamo veneti», insisto. Ma alla richiesta di cinque minuti di dialogo, me ne concede tre: «Stanno arrivando i bambini per il catechismo. Comunque, guardi, su questa storia è stato montato un gran polverone. Il cartello è stato affisso quest’inverno, col freddo. La gente faticava a venire. Io ho già le liturgie qui. L’abbiamo appeso d’accordo con i fedeli di Vignole. Quando vogliono la messa, mi chiamano e io vado». Avrei voluto chiedergli se questa tiepidezza di fede lo amareggia. O piuttosto lo fa riflettere. E che cosa pensa della secolarizzazione che ha contagiato anche le campagne della laguna. Ma «i tre minuti sono scaduti». Esco, nell’attesa di veder arrivare i bambini del catechismo. Non vedendoli, dopo un po’ rientro, per scattare una foto col cellulare…

«È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?».

Non si va in pace.

La Verità, 22 aprile 2017

«Dopo lo choc la Chiesa riparte dal carcere»

Il clangore del cancello echeggia nel lungo corridoio con dipinti alle pareti. Non sembra una galera. I secondini confabulano e ridono tra loro. All’ingresso hai già depositato cellulare, portafogli e chiavi, ma adesso c’è da superare un altro metal detector. «Qui o è ferro o è cemento o è carne», scandisce il cappellano don Marco Pozza, 38 anni, nativo dell’Altopiano di Asiago. Il Due Palazzi di Padova è una casa di reclusione di massima sicurezza. Vi scontano pene definitive ergastolani ostativi (che non possono ottenere riduzioni di pena), detenuti per reati sessuali (pedofili), criminali comuni. Don Marco ci viene dal 17 settembre 2011. I detenuti sono i suoi parrocchiani. Tra sabato sera e domenica mattina celebra cinque messe perché sono vietati i contatti tra reclusi di regimi carcerari diversi. Arrivati nella cappella incontriamo Ciro Ferrara, 57 anni, ergastolano, entrato in carcere «nell’83 o ’84, non me lo ricordo nemmeno, avevo la terza elementare». Ora è laureato in filosofia, tesi sul tempo in Sant’Agostino, e si è iscritto alla magistrale.

In questi mesi la Chiesa padovana è stata attraversata dagli scandali del sesso in canonica. Una storia di orge e sfruttamento della prostituzione durata anni. Che ha portato alla sospensione a divinis di don Andrea Contin, parroco sulla cinquantina dalla doppia vita, e ha coinvolto qualche altro prete, coetaneo di don Marco. Ne hanno parlato i giornali e le televisioni di mezzo mondo. In una lettera alla comunità cristiana, qualche settimana fa il vescovo, monsignor Claudio Cipolla, ha scritto: «Questi fatti gettano un’ombra tenebrosa soprattutto sulla nostra Chiesa: forse è per questo che mi vergogno e vorrei chiedere io stesso perdono per quelli che, nostri amici, hanno attentato alla credibilità del nostro predicare». Don Marco: «Ringrazio il mio vescovo per aver usato la parola vergogna. Solo chi è capace di vergognarsi può davvero capire cos’è la misericordia di Dio». Scrittore di successo, l’ultimo libro s’intitola Iradiddio (edizioni San Paolo) e completa una trilogia che comprende L’imbarazzo di Dio e L’agguato di Dio, e collaboratore di quotidiani e riviste con menzione speciale al Premio internazionale «Biagio Agnes», don Marco impegna molti pomeriggi per incontrare i giovani nei teatri e nei palazzetti. Dulcis in fundo, è sportivo, un maratoneta tosto: «Dormo poco. Sei mesi all’anno, quando mi alzo vado a correre un paio d’ore. Poi mi piace arrivare qui quando tutto è avvolto nel silenzio. Mentre il carcere ancora dorme, prego. E sento le celle che si aprono, qualcuno che si stiracchia, chi esce a fumarsi una sigaretta…».

Come sono le canoniche delle orge viste dalla cappella del carcere?

«Sono un’occasione di crescita. Se questi fatti fossero stati scoperti d’estate sarebbe stato diverso. Invece, è successo sotto Natale. Dopo il contraccolpo per lo scandalo, ci ho visto un invito a tenere i piedi per terra. Dio è nato in una concretezza ferita, umiliata e, in un certo senso, triste. Nel Natale dei vangeli c’è il rifiuto a ospitare Gesù, c’è la nascita in una stalla».

Don Marco Pozza con il vescovo Claudio Cipolla in carcere

Don Pozza con il vescovo Cipolla in carcere

I suoi parrocchiani come l’hanno presa?

«Qui non abbiamo mai emesso giudizi sui sacerdoti coinvolti. Se Dio non si vergogna di confondersi con le nostre miserie, perché dovremmo farlo noi? Non mi fa paura lo sbaglio, ma lo sbaglio che diventa sistema. I detenuti lo sanno bene. Abbiamo provato un senso di compassione per chi ha trasformato lo sbaglio in stile di vita. E per coloro che, come il vescovo, i preti e le famiglie, sono stati coinvolti dalla sofferenza provocata da questo immondezzaio».

Come può reagire la Chiesa di fronte a uno scandalo così?

«Niente sarà più come prima. La Chiesa non può che uscirne cambiata, diversa. Il 18 febbraio scorso il vescovo, don Claudio, è venuto in visita al carcere insieme a una ventina di preti: siamo tutti un misto di miseria e grandezza. È stato un gesto per dire che la Chiesa riparte da qui. Il carcere è il luogo del peccato e della redenzione».

Perché è importante ricominciare da qui?

«Perché si riparte dalla periferia più estrema. Penso che non ci sia un posto più radicale di questo: non ce n’è un altro in cui l’uomo viene messo di fronte in modo così radicale alla scelta di appartenere al bene o al male».

Di recente Alberto Savi, banda della Uno bianca che sta scontando qui la sua pena, è uscito per la prima volta in permesso…

«Un permesso di 12 ore, senza nessun clamore. Ci sono delle vittime. Quanto più in passato si è fatto del male, tanto più colpisce il cambiamento. Papa Francesco dice che “più il peccatore è grande, più Dio freme per incontrarlo”. Oltre che nella resurrezione dei morti, credo nella resurrezione dei vivi».

Che cosa significa fare il prete qui?

«Significa che i detenuti non sono il reato che commettono. Sono persone. Non esiste il killer, esiste l’uomo che ha commesso omicidio. Non esiste il prete puttaniere, esiste il prete che ha commesso bassezze. A chi mi chiede perché vado a perdere tempo in carcere rispondo che ci vengo perché mi migliora come uomo. Pensavo di essere a posto e mi annoiavo; venire qui mi fa rendere don Marco simpatico a me stesso. Madre Teresa diceva: “Il bene lo faccio prima di tutto a me stessa; e se sto bene io, forse posso aiutare a star bene anche gli altri”».

Che cosa le ha scritto il Papa?

«Ha scritto ai detenuti, non a me. A margine di un convegno contro la tortura e per l’abolizione dell’ergastolo ci ha invitato a Santa Marta. E ci ha esortato ad aiutare il mondo e le autorità ad aiutare a ridare speranza alle persone che hanno sbagliato».

Come e quando ha deciso di diventare prete?

«Il giorno in cui – sono un ragazzo fortunatissimo – ho incrociato il sorriso nel volto del parroco del mio paese. Quel giorno si è accesa in me una curiosità folgorante: “E se anche la mia felicità abitasse dentro quella scelta?”. Mi sono incamminato e, strada facendo, ho scoperto d’essere nel mirino dello sguardo di Cristo. Accettare che Lui decidesse della mia vita è stata la mia forma massima di libertà. Libero nell’esser servo dei suoi sogni su di me. Servo, non schiavo».

La copertina dell'ultimo libro di Marco Pozza

La copertina dell’ultimo libro di Marco Pozza

Oggi è più difficile fare il prete di dieci anni fa?

«Fare il prete è sempre difficile, perché deve incarnarsi nel mondo sapendo di non appartenere al mondo. Oggi forse si devono affrontare sfide più sofisticate. Ma, come diceva Marco Pantani, più l’avversario è forte più la vittoria è bella. Prego perché l’avversario sia forte così da costringermi a una verità sempre maggiore. Di fronte agli sguardi di queste persone non puoi barare. È come se mi dicessero: se Dio non ha cambiato la tua vita come puoi chiedere che cambi la mia?».

Come mai il suo sito si apre con tre citazioni di allenatori: Giampaolo Montali, coach della Nazionale di pallavolo, Carletto Mazzone, allenatore anche della Roma, e José Mourinho?

«Sono cresciuto nel mondo dello sport, prima il ciclismo, ora la corsa. Da ragazzo, quando avevo un grande istinto per i casini, lo sport mi ha salvato dalla galera, dandomi stimoli e disciplina. Amo gli sport individuali e di fatica, li avvicino all’ascesi cristiana. Lo sport è una metafora della vita perché è fatto di sofferenza, successi, cadute, rinascite. Nello sport di fatica vinci se sposti più in là di un millimetro il tuo limite».

Che tempo fa nella maratona?

«Il mio record è 2 ore e 45 minuti. Il mio sogno è 2 ore e 39. Ce la farò, a breve: lo sento».

E gli allenatori?

«I bravi allenatori sanno educare sia i fuoriclasse che i gregari. Gesù sapeva incontrare ognuno personalmente, per questo il vangelo è come un atelier dove ogni abito si cuce su misura. Personalmente ho sempre avuto la tendenza a innamorarmi di chi è caduto nell’inferno. A vedere la storia dalla parte degli sconfitti».

Il carcere è proprio il suo posto.

«Piangerò quando mi toglieranno da qui, perché prima di tutti il carcere serve a me. Italo Calvino diceva che nell’inferno c’è anche qualcosa che non è inferno. Allora hai due possibilità: o diventare anche tu inferno, oppure sederti vicino a ciò che non è inferno per fargli spazio. Mi fido più di chi mi incita a cercare la bellezza senza nascondermi la miseria, piuttosto che di chi me la nasconde».

Don Marco a un incontro con i giovani

Don Marco a un incontro con i giovani

Com’è nata la «parrocchia virtuale», ovvero il suo sito?

«Dal bisogno di dare continuità al dialogo con i ragazzi che si sviluppa negli incontri, nelle assemblee, nelle scuole. L’ho intitolato Sulla strada di Emmaus perché mi affascina il fatto che Cristo incontra gli uomini sulla strada, non in chiesa o in un edificio riparato. E poi li incontra in una sera di delusione quando, per quei due viandanti, tutto sembrava perduto. Lo riconoscono in un gesto, senza che lui si dichiari esplicitamente. Lo scopo è creare le condizioni perché nei fatti di cronaca, nera e nerissima com’è quella del carcere, le persone possano vedere che Cristo c’è».

Che lezione possono trarre le gerarchie dalla vicenda di don Contin?

«Non mi permetto di indicare lezioni a nessuno. Penso che in passato per tanti anni abbiamo guidato la gente con la paura del sesso. Il moralismo non ha mai convertito nessuno: è governare con la gioia che cambia il cuore».

E il cuore di don Marco com’è?

«In cammino. Per 40 anni mio padre ha lavorato al tornio otto ore al giorno. Io non faccio niente di più. A volte, quando arriva sera e ho ancora energie mi sento in colpa. Allora mi metto a studiare, a pregare. Sono cresciuto in una famiglia leghista e ho pensato che il mondo normale mi desse tutti gli strumenti per essere perfetto. Non avrei mai immaginato che un posto come il carcere mi avrebbe fatto capire che la verità è più della perfezione».

 

La Verità, 12 marzo 2017

 

Risé: «Politici e giornalisti omertosi sulla cannabis»

Claudio Risé ha una vita doppia. È psicanalista e giornalista. È tra i fondatori del quotidiano La Repubblica e ha partecipato alla nascita della Comunità di San Patrignano. Vive tra Milano e Bolzano, precisamente a Renon, da dove si gode la vista mozzafiato delle vette del Sella, del Sassolungo, dello Scillar e del Catinaccio. «Sono milanese, ma ho sposato una donna di qui (Moidi Paregger, medico specializzato in omeopatia e medicina antroposofica ndr): come potevo convincerla alla metropoli?». Così lui si divide, un paio di giorni a Milano tre volte al mese, il resto quassù «vicino alla natura, non saprei trovare di meglio. E poi Sigmund Freud, che ci veniva in vacanza, scrisse a Collalbo alcuni dei suoi testi più importanti. C’è anche una lettera a Jung in cui decanta questi posti. Invece Bronislaw Malinowski, lo studioso polacco che si può considerare il fondatore dell’antropologia, stabilì qui proprio la sua dimora di famiglia. Insegnava a Londra, andava in Australia per le ricerche sulla popolazione della Melanesia, e poi tornava tra queste montagne». La casa di Risé, sviluppata in altezza, è fatta di scale e stanze strette e vetrate larghe, per godere il panorama. Le pareti, invece, non si vedono, ricoperte di libri: «Circa ventimila, di antropologia, filosofia, scienze umane, storia delle religioni, organizzazioni politiche, economia. Quelli di psicologia, invece, sono nella casa di Milano». Più che mai personaggio controcorrente, in anni di femminismo e femminilità imperanti, ha pubblicato diversi saggi dedicati al «maschio selvatico» e al padre, «assente inaccettabile». Sul settimanale Io donna del Corriere della Sera, una delle numerose testate cui collabora, cura il blog intitolato «Psiche lui».

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Come fa a tenere insieme tutte queste attività?

«Grazie alla passione per la vita e alla curiosità per la psiche umana».

Lei però ha iniziato come giornalista.

«Mi ero laureato all’Institut Universitaire des Hautes Etudes Internationale di Ginevra perché volevo entrare all’Onu. Divenni allievo di Jean Meynaud, l’inventore dei gruppi di pressione, ma intanto mandavo corrispondenze economiche da Parigi e Ginevra all’Espresso. Quando vollero aprire una redazione a Milano di economia, mi fecero un’offerta importante e tornai a Milano».

Dove trovò Eugenio Scalfari.

«Era il padre nobile dell’avventura, ma presto litigammo su Michele Sindona (il banchiere e faccendiere siciliano membro della P2 ndr). Passai al Corriere, poi feci il vicedirettore di Espansione, ma quando fondò Repubblica Scalfari mi richiamò. Ho fatto il giornalista in senso stretto per dieci anni, senza esserne appagato. L’anno scorso ho festeggiato cinquant’anni d’iscrizione all’Ordine».

Come arrivò alla psicanalisi?

«In quegli anni di riflessione su me stesso tornò prepotente la curiosità per la psiche. Gli amici dicevano che era la mia vera vocazione perché da sempre rompevo le scatole con l’antropologia… Così, ripresi a studiare. Quando nacque l’Ordine degli psicologi presentai i miei lavori e iniziai a insegnare nelle università».

Tra i suoi lavori più osteggiati c’è un libro del 2007: Cannabis – Come perdere la testa, e a volte la vita.

«L’ho scritto nel 2007 quando mio figlio aveva 14 anni e l’ho dedicato a sette miei amici, alcuni dei quali morti a causa della droga».

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

Diversa dalla cannabis, immagino. Che cosa pensa del dibattito sulla liberalizzazione tornato d’attualità dopo il caso del ragazzino di Lavagna che si è ucciso durante la perquisizione della sua camera?

«Alcuni di quei miei amici sono morti proprio a causa della cannabis, erroneamente considerata una droga leggera. A fugare ogni dubbio sulla sua dannosità basta il fatto che l’hashish è molto apprezzato da chi ha interessi alla sua diffusione perché nel 95% cento dei casi è la base di partenza alla tossicodipendenza. È lo strumento d’iniziazione alla droga».

Quali effetti ha?

«Molto precisi. All’inizio trasmette una sensazione di rilassamento e di sospensione dalle contingenze immediate. Innesca uno stato di limitata incoscienza. Ci si sente un po’ fuori, ma non troppo come avviene con l’eroina e l’lsd. Si dice che è una droga sociale perché c’è qualcuno che te la propone come integrazione con i tuoi pari. E poi la prendono tutti, anche gli adulti, magari tuo padre, qualche insegnante e i politici, come dimostrò un famoso servizio delle Iene. Ben presto, soprattutto nei giovani e giovanissimi, il fumo produce isolamento. Uno degli effetti più ricorrenti sono le paranoie, le cosiddette pare, espressione non a caso nata in questi ambienti. Si crede che gli altri siano ostili. I genitori, gli amici, anche la fidanzata: non solo non ti vogliono bene, ma ti vogliono fregare».

Chi sostiene che sia innocua sottolinea che se ne fa anche un uso terapeutico.

«In maniera molto ridotta, sotto controllo medico, per patologie specifiche e con dosaggi infinitesimali».

Qundi nessun dubbio che sia nociva?

«Tutti gli istituti scientifici e medici nazionali e internazionali sono unanimi nel riconoscere la dannosità della cannabis e dei suoi derivati. E insistono affinché venga espunta dagli elenchi delle droghe leggere. Chi la assume con continuità ha un crollo nel rendimento scolastico. Oppure stenta a garantire continuità nel lavoro. In particolare nel cervello di un adolescente, che è in formazione, può produrre danni devastanti. La cannabis agisce sulle funzioni cerebrali, nervose e motorie, riduce le capacità cognitive e di memoria. Venendo assorbito attraverso i grassi, il suo principio attivo agisce anche in tempi medi lenti. Per questo la disintossicazione è molto impegnativa».

Tornando al dibattito sulla liberalizzazione, non potrebbe essere il modo per sconfiggere i cartelli dei trafficanti?

«Personalmente, non credo, ma lo Stato faccia le sue scelte. Importantissimo è che non le faccia in base all’idea falsa che l’haschish e la marijuana sono innocui. Sono indignato dalla disinformazione che sta alla base di questi discorsi. Sono sconcertato dall’acriticità, che forse è connivenza, di giornalisti e opinionisti. Due giorni dopo la vicenda di Lavagna, il Times ha pubblicato due pagine nelle quali un Lord della Camera britannica raccontava la storia di due suoi figli deceduti per overdose di skunk, un tipo di cannabis molto potente che si coltiva anche indoor. In Italia nessuno ha ripreso la notizia. Tolte rarissime eccezioni, come il professor Giuseppe Remuzzi oltre al sottoscritto, i nostri media sono omertosi».

E i nostri politici?

«Basta dire che, a differenza di Francia, Svizzera e Germania, l’Italia è l’unico Paese europeo che non ha fatto campagne di sensibilizzazione televisive o cartellonistiche contro l’assunzione di stupefacenti prima di mettersi alla guida. Insieme con la Cecoslovacchia l’Italia è il Paese con gli indicatori più elevati di consumo di droga. E, non a caso, siamo anche in testa alle classifiche di abbandono scolastico e di mancato accesso al lavoro».

A proposito di scuola, non l’ha colpita il fatto che attorno al ragazzo e alla madre di Lavagna ci fosse il vuoto, al punto che lei è ricorsa alla Guardia di finanza?

«Queste sostanze creano dipendenza. Da solo un ragazzo non riesce a uscirne. Quando con Vincenzo Muccioli andavamo a recuperare nelle sale d’aspetto delle stazioni quelli che scappavano, erano loro che ci dicevano di legarli. Quando una madre vede il crollo verticale del rendimento scolastico e il declino della passione sportiva di suo figlio non può non allarmarsi. Scuola, Chiesa, organizzazioni politiche? Restano le macerie».

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Richiedo: che responsabilità ha la politica?

«La responsabilità principale. Prendiamo la scuola: cos’è stato fatto? La crisi della nostra società nasce dalla distruzione della scuola. L’educazione avviene lì. Un ragazzo ha bisogno di formarsi, cioè di assumere una forma. E la forma, che è fatta anche di limiti, dev’esserci qualcuno che te la dà, accompagnandoti».

Invece?

«Abbiamo criminalizzato ogni tipo di formazione. Nella scuola perché dev’essere solo istruzione. E nella famiglia perché i ruoli, il padre e la madre, sono scomparsi e tutto è interscambiabile. Poi abbiamo bandito anche la formazione religiosa perché siamo un mondo laico e il progresso è laicità. L’Occidente ha stabilito la necessità dell’assenza di regole. Così eccoci in quella che Zygmunt Bauman chiamava la società liquida, dove tutto straripa senza argini».

È la società dell’arbitrio. Un mondo in cui l’uomo è libero sia di abortire che di far figli a ogni costo.

«È la società dell’abolizione del limite. Lo dicevano già Nietzsche e Dostoevskij: “Se Dio è morto, tutto è possibile”. Invece, l’uomo si forma attraverso i limiti. La soluzione non è certo una società repressiva, ma la misura cantata dai trovatori. Oggi tutto è abbondante ed eccessivo. Il 75% delle morti deriva dal mangiare troppo, dal bere, dal drogarsi. La cannabis, che spegne e addormenta, è funzionale a questa evoluzione perché contribuisce a eliminare il senso del dramma dalla vita».

L’età più drammatica è proprio l’adolescenza. Ma se mancano gli educatori come si fa?

«L’adolescenza è l’età più delicata. Soltanto aiutando i ragazzi a riconoscere e accettare l’idea che per diventare uomo devi combattere li portiamo dentro la vita. Dobbiamo aiutarli a capire che l’esistenza è una cosa tosta. In fondo, quando la madre di Lavagna invitava a cercare lo straordinario diceva qualcosa di simile. La faccenda è anche socialmente vergognosa perché i più colpiti e indifesi di fronte alla diffusione degli stupefacenti sono gli strati più poveri, del sud, poco istruiti. Solo l’accettazione della drammaticità della vita permette di coglierne la bellezza. E farla intravedere è compito di noi adulti».

 

                                                                                                      La foto di testata è by Ludiko Film – BS

 

La Verità, 26 febbraio 2017

 

Paola Severini: «Così ho portato l’handicap tra i lustrini»

Cattolica praticante con la tessera del Partito radicale. Amica di vescovi, di preti importanti e di protagonisti della solidarietà. Giornalista, scrittrice, conduttrice radiofonica e produttrice televisiva. Già moglie di Antonio Guidi, ex ministro per la Famiglia del primo governo Berlusconi, poi moglie dello storico Piero Melograni, scomparso nel settembre 2012. Fondatrice della Cooperativa Superangeli, poi trasformata in Srl, collettore d’informazione sul mondo del volontariato. A lungo consigliere dell’Agenzia nazionale delle Onlus, organismo della Presidenza del consiglio dei ministri. Autrice di Le mogli della Repubblica (Marsilio), nel quale ha raccolto le confessioni, tra le altre, di donne come Carla Pertini, Livia Andreotti, Linda D’Alema, Clio Napolitano, libro saccheggiato da molti colleghi incapaci di ottenere le stesse interviste. A tempo perso segretario generale del Comitato internazionale Viva Toscanini. È lei ad aver fatto esibire, gratuitamente, i Ladri di carrozzelle nell’ultima serata del Festival di Sanremo. Tutto questo e molto di più è Paola Severini Melograni. L’intervista è un tentativo di arginare un fiume in piena.

Cominciamo da Sanremo?

«È stato un successo. I Ladri di carrozzelle hanno avuto una grande vetrina, all’inizio dell’ultima serata. Tutto è stato declinato nel modo giusto e dobbiamo ringraziare Carlo Conti».

Com’è riuscita a portarli all’Ariston?

«Ho stalkerizzato la Rai e loro hanno ceduto».

Memori dell’esperienza dell’anno precedente, quando, sempre gratuitamente, sullo stesso palco salì il pianista Ezio Bosso?

«Grazie a quell’esibizione Bosso, già artista gigantesco, è divenuto una stella internazionale».

Di recente è stato ospite di Paolo Bonolis su Canale 5 e prima anche Sky Arte ha trasmesso un suo concerto.

«Gliel’ho detto: ora è un artista molto richiesto. Ma il mio lavoro si è fermato dopo Sanremo».

I Ladri di carrozzelle hanno avuto grande visibilità.

«Enorme. Ho ricevuto valanghe di mail e messaggi. 13 milioni di telespettatori non si hanno tutti i giorni. Poi, a quello del Festival, ho aggiunto il pubblico di Striscia la notizia. Antonio Ricci è un amico…».

E quindi?

«L’ho chiamato e gli ho proposto di ricordare che il primo a mandarli in onda era stato lui. Detto fatto. Un paio di giorni dopo, quando Bruno Vespa ha ospitato Conti, si è rivista l’esibizione».

Erano già stati a Striscia?

«Nel 2004. I Ladri di carrozzelle esistono da metà degli anni Ottanta. Io li ho conosciuti nel 1989, quando ero moglie di Antonio Guidi. Avevo incontrato Paolo Falessi, il fondatore, quel signore alto che all’Ariston suonava la chitarra. Negli anni la band è cambiata, alcuni sono andati via, altri sono morti. Nel 2004, siccome non mi riusciva di portarli al Festival, proposi a Ricci di fare un anti Sanremo. Lui capì al volo e per una settimana fece Saneremo. I Ladri si mettevano le parrucche, cambiavano look e ogni sera si fingevano cantanti diversi».

Tutte rose e fiori al Festival?

«Non proprio. Mi è molto dispiaciuto che la Rai li abbia mandati a dormire a Imperia. Ho fatto una scenata. Pensavo dovessero essere trattati come gli altri e non credo che Zucchero o Fiorella Mannoia abbiano dormito a Imperia».

I Ladri di carrozzelle con Paola Severini a Sanremo

I Ladri di carrozzelle con Paola Severini a Sanremo

Quindi anche spine.

«Qualcuna. Comunque, tutto bene. Domenica abbiamo concluso con un pranzo della Caritas e i boy scout hanno servito ai tavoli. È venuto anche qualcuno della Rai. Sanremo non finisce con le collane di Maria De Filippi o il vestito di Diletta Leotta».

A proposito…

«A proposito, niente moralismi. Per dire, io so e ripeto che il sesso è importante e fa bene anche agli handicappati. I Ladri di carrozzelle cantano una canzone intitolata Malattia Pat che sta per patata (“Ma quanto bene fa, è un rimedio universale, guarisce da ogni male”). Ma altresì sono convinta che in certe situazioni la forma sia sostanza. Soprattutto se si vuole portare un messaggio. Rispettare il contesto in cui sei è un fatto di educazione: non vai dal Papa in minigonna».

Dell’abito della Leotta si è parlato, della sua band?

«Pochino: ho ancora molto da lavorare. Alla fine della nostra conferenza stampa era comparso anche il dg della Rai Antonio Campo Dall’Orto, l’unica alla quale abbia partecipato, e c’erano tutte le testate. Ma non ho visto grandi uscite sui giornali».

Sanremo a parte, dove quest’anno si è rischiata un’overdose sociale, non crede che la televisione debba migliorare su certi argomenti?

«Condivido la battaglia di Fiorello contro gli eccessi di morbosità di certi programmi. Personalmente li evito, soprattutto da quando vedo che sono monopolizzati da quella che chiamo la compagnia della morte, Alessando Meluzzi, Roberta Bruzzone. Con loro perderei sempre».

Pochi giorni prima del Festival l’ex batterista Piero Petrullo si è tolto la vita: com’è stata assorbita quella tragedia?

«Piero soffriva di dolori lancinanti continui in seguito a un incidente stradale che lo aveva reso paraplegico. Nonostante i progressi fatti, analgesici e morfina sono soggetti all’assuefazione e perdono efficacia. Da sette anni, a causa dei dolori, Piero aveva rinunciato a suonare. Ma non è stato lasciato solo, era assistito dai parenti. Due giorni prima di compiere quel gesto, Falessi gli aveva parlato. Sembrava tranquillo. Non ha lasciato niente di scritto. La sua morte ci ha molto provato e abbiamo chiesto a Conti di ricordare che “Stravedo per la vita” era dedicata a lui. C’è qualcosa di misterioso in questa tragedia che dobbiamo rispettare. Mi è accaduto altre volte di vivere da vicino gesti inspiegabili».

Per esempio?

«Conoscevo Carlo Lizzani, una persona piena di vita. Non mi sarei mai aspettata che si suicidasse. Conoscevo anche Mario Monicelli, ma meno. Mio marito Piero era stato amico di suo padre Tomaso, che si tolse la vita. E pensava che anche che Mario l’avrebbe fatto».

Una cattolica praticante con la tessera radicale cosa pensa dell’eutanasia?

«Forse la mia definizione più corretta sarebbe cattosocialista, ma non è importante. Non mi piace la parola eutanasia, l’ho detto anche a Mina Welby, madre di Piergiorgio. Sono per la morte dignitosa per tutti. È anche un’invocazione del Veni creator spiritus: “Dona morte santa”. La morte santa è una buona morte».

Approva coloro che vanno a morire nelle cliniche svizzere?

«Non approvo. Personalmente farò testamento biologico, non voglio l’accanimento terapeutico. Nemmeno la Chiesa lo vuole. Com’è stato confermato anche pochi giorni fa in occasione della morte di Dino Bettamin, il macellaio di Montebelluna malato terminale di Sla. Bisogna sapere che questi malati muoiono soffocati. La sedazione profonda non è una pratica eutanasica perché non si staccano le macchine».

Quindi si occupa anche di altro: non è una specie di sacerdotessa dell’handicap.

«Ho cominciato a interessarmi a questi temi a 14 anni, quando mi sono fidanzata con Guidi. Ho conosciuto i maggiori luminari nel medicina e della psichiatria, da Franco Basaglia, di cui Guidi era allievo, a Gilles Deleuze. E i grandi protagonisti della solidarietà, da monsignor Ersilio Tonini, un vero padre spirituale, a Vincenzo Muccioli, da don Pierino di Eugenio, direttore dell’Eco di San Gabriele, ad Andrea Riccardi ed Ernesto Olivero. Nel 2000 ho fondato Angelipress, l’agenzia che informa Camera e Senato sui temi del volontariato. Siamo assillati perché ci prendono per un supermarket delle disgrazie. Ma spesso questo assillo ci permette di fare cose meravigliose».

Paola Severini con Piero Melograni, morto nel 2012

Paola Severini con Piero Melograni, morto nel 2012

Me ne dica una.

«La legge sul Dopo di noi, approvata in Parlamento nel giugno scorso con un consenso trasversale. Una legge che stabilisce la possibilità di unire soldi pubblici e privati per costruire qualcosa per gli handicappati gravi rimasti senza genitori. Le sarà capitato di leggere le cronache delle famiglie con disabili. Quando genitori e parenti si avvicinavano alla fine, il loro futuro era nero e finiva in tragedia. Questa legge, che non è perfetta, dà una prospettiva a queste persone».

In tutto questo che cosa c’entrano i radicali?

«C’entrano perché sono sensibili alle minoranze. Li vedo, lavorano con i malati e nelle carceri…».

Come i cattolici.

«Infatti, si lavora fianco a fianco. Poi io sono favorevole alle unioni civili, ho visto grande dedizione nelle coppie dello stesso sesso. Mentre sono contraria all’utero in affitto. Prima e più che contro la Chiesa, l’utero in affitto è un insulto all’umanità, perché non tiene conto di ciò che succede tra una donna e il nascituro nei nove mesi in cui sono lo stesso corpo».

Perché è finito il matrimonio con Guidi?

«Non mi amava più e se n’è andato. Da lui ho imparato molto e insieme abbiamo avuto tre splendidi figli: Valentino che ha 43 anni, Valerio, 33, e Diletta di 31».

E il rapporto con Piero Melograni com’è iniziato?

«Aveva un figlio, non suo, nato dal precedente matrimonio di Margherita Guzzinati, di cui si prendeva cura. Ci siamo conosciuti e perdutamente innamorati. Ogni giorno, per cinque anni, finché è stato bene, mi ha fatto trovare al risveglio un biglietto d’amore sul cuscino».

Che cosa trae dal lungo impegno nel Terzo settore?

«Quando entri in questo mondo non lo puoi più lasciare. Sento molto vicini a me quelli che papa Francesco, che ammiro, chiama gli scarti della società. È brutto usare questa espressione, ma rende la situazione. Poi sì, ci sono anche le onlus inaffidabili. Detto questo, parlando degli handicappati, non dobbiamo farci prendere dal sentimentalismo: non è che perché sono così sono per forza buoni, generosi e altruisti. Come tutti, possono avere difetti o essere egoisti».

Perché molte cooperative che operano nel campo dell’immigrazione sono scorrette?

«Perché lì c’è liquidità immediata e manca un’adeguata selezione del personale. Sono amica di Alberto Panfilio, il sindaco di Cona, in provincia di Venezia, dove all’inizio di gennaio è morta una giovane donna ivoriana nel centro accoglienza. In un paese di 300 abitanti erano arrivati 1400 profughi assistiti da ragazzine alle prime armi. A Capri, invece, 20 immigrati sono stati respinti. Non si fa così l’accoglienza».

E come si fa?

«Con i ricollocamenti, come in Germania. Si verificano quelli che ci servono e si prendono, gli altri si ricollocano».

Integrandoli.

«Certamente».

In che modo?

«Bisogna scegliere le persone in grado di gestire questa emergenza e che conoscono la situazione delle popolazioni. L’Italia non può essere la discarica d’Europa. Il ministro Marco Minniti ha esperienza di sicurezza, non di accoglienza e integrazione. Il prefetto Mario Morcone anche. Farei Commissario straordinario Emma Bonino per i ricollocamenti in Italia. E utilizzerei l’esperienza e la conoscenza di Romano Prodi per i rapporti con i Paesi africani».

Flavio Insinna. «Perché no lui a Sanremo?»

Flavio Insinna. Dice Paola Severini: «Perché no lui a Sanremo?»

Ancora cattolici e radicali. L’anno prossimo cos’ha in mente per Sanremo?

«Prenderò contatti con l’entourage di Paolo Bonolis, se sarà lui a condurlo, come si dice. Ho letto che ha una figlia disabile, penso che sarà attento. Anche uno come Flavio Insinna lo sarebbe e sono sicura che sarebbe anche un ottimo presentatore del Festival».

Ha altri artisti da proporre?

«Bobo Rondelli che canta insieme con un ragazzo down. Vada su Youtube».

Tra i tanti politici e artisti che frequenta chi l’ha colpita di più negli ultimi tempi e perché?

«Il presidente Sergio Mattarella ha aperto la tenuta di Castelporziano, un’oasi destinata alla stretta cerchia del Quirinale, ai portatori di handicap. Quelli gravi sono invasivi e possono essere disgustosi. Ho visto Mattarella lasciare che gli sbavassero addosso».

 

La Verità, 19 febbraio 2017

 

 

 

 

 

Lavagna, Italia: le domande che dobbiamo farci

LLavagna, Italia. Lavagna, società italiana. Sono giorni che ci penso e ripenso. Arrivo tardi, lo so. Però, la posta mi sembra alta. Lavagna, dove una madre (Antonella Riccardi) ha chiamato la Guardia di finanza perché sbirciasse nella scuola del figlio (Giovanni). Lavagna, dove durante i controlli nella sua camera, con tutta la vita davanti quel figlio è saltato nel vuoto. Lavagna, dove quella madre ha detto ai funerali: «Là fuori c’è qualcuno che vuole soffocarvi facendovi credere che sia normale fumare una canna, normale farlo fino a sballarsi, normale andare sempre oltre. Diventate i veri protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario». Lavagna è un capolinea. Come lo è stato poche settimane fa Pontelangorino. E altri ce ne sono stati in passato. È come se vivessimo in una società eticamente e culturalmente terremotata senza rendercene conto. Una società dove restano solo macerie. Come in La strada di Cormac McCarthy? Un padre e un figlio camminano, soli, nelle macerie del mondo dopo una catastrofe che l’ha raso al suolo. Che cosa li fa resistere? Che cosa li fa andare avanti?

Viggo Mortensen e Kody Smith-McPhee in «La strada»

Viggo Mortensen e Kody Smith-McPhee in «La strada»

A Lavagna ci sono una madre e un figlio adottivo che si sta perdendo. Soli anche loro. Non si hanno notizie della scuola, non c’è traccia della Chiesa o di psicologi in grado di accompagnare una famiglia adottiva. Non è bastato neanche lo sport. Macerie. E la Guardia di finanza. Perché la scuola non c’era? E perché non la Chiesa? Da Lavagna vien fuori ben più che lo sterile dibattito tra proibizionisti e anti. La scuola non c’è perché decenni di ministri inetti l’hanno svuotata di qualsiasi ambizione educativa. Perché un governo dopo l’altro ha ridotto gli insegnanti nella categoria professionale più depressa e demotivata del pianeta. La scuola è ininfluente perché è diventata una fabbrica del politicamente corretto, dove ogni accenno di rigore si scontra con il protezionismo fasullo dei genitori per i loro pargoli. La Chiesa non c’è perché, a differenza di trent’anni fa, quando era presente e visibile nelle situazioni più spericolate, si è chiusa dentro mura autoreferenziali. Si è ripiegata su se stessa, dividendosi anche lei in correnti e schieramenti. Non c’è più nemmeno il servizio militare o civile obbligatorio che segnava il passaggio dall’adolescenza alla gioventù, aiutando a resettare storture e devianze. E mentre sono scomparse le agenzie educative tradizionali è apparso l’eldorado della rivoluzione tecnologica che ha aumentato la distanza tra padri e figli. Ha allargato la forbice, ha instaurato intercapedini d’incomunicabilità. Questa è la società che abbiamo edificato. Nelle macerie attecchiscono miti falsi e modelli vuoti.

Roberto Saviano crede che la soluzione sia liberalizzare le droghe leggere

Roberto Saviano crede che la soluzione sia liberalizzare le droghe leggere

Invece le domande di un ragazzo sono sempre le stesse. Vitali, esigenti, improrogabili. E noi siamo sempre meno capaci di accompagnarle, di stare accanto, di aiutare a resistere, d’incoraggiare allo straordinario, di esemplificare un barlume. Il mestiere di genitore, il più difficile perché nessuno lo insegna, oggi lo è ancora di più. Alla fine della sua orazione, rivolta al figlio quella madre ha detto: «Perdonami per non essere stata capace di colmare quel vuoto che ti portavi dentro da lontano». Noi siamo capaci? Questa è la domanda che dovremmo farci. Come genitori. Come educatori. Come politici. Come cristiani.

Barbara Alberti: «Vi racconto una maternità eversiva»

Una maternità rivoltosa. Una gravidanza eversiva. Un’esperienza che rovescia formule, stereotipi e dogmi femministi e del radicalismo montante. Una cultura che, mentre stabilisce il diritto a eliminare il nascituro sgradito, allo stesso lo pretende sempre e comunque, quando ha deciso così. C’è tutto questo nelle 148 paginette che si leggono di corsa di Non mi vendere, mamma!, l’ultimo racconto pubblicato da Barbara Alberti per Nottetempo. Un inno alla maternità in cui il nascituro educa la madre surrogata, spingendola a ribellarsi al destino segnato. Un libriccino che fa a pezzi la gestazione per altri, «l’utero in affitto», con il linguaggio schietto dell’autrice, irregolarissima tra gli irregolari. Scrittrice, sceneggiatrice, opinionista televisiva, già femminista, con breve parentesi lesbica, Barbara Alberti si ribella anche lei all’idea di una sinistra che mette i diritti individuali riguardanti la sfera privata davanti a quelli sociali.

Il suo racconto è la storia d’amore tra un feto e una mamma per altri, che sono i coniugi Trump. Come le è venuto in mente?

«Mi sa che non lo so. Se lo sapessi sarei Arianna, avrei in mano il filo impossibile che lega conscio e inconscio, pensiero e creazione. Io mi racconto delle storie, e le storie raccontano me. Mi è sempre successo, fin da piccola, quando mi mandavano in soffitta perché non volevo dire le preghiere . Certo trovavo sconvolgente questa sopraffazione del ricco sul povero, pagare una donna perché diventi il “forno” (sì, lo chiamano così) di un figlio che cresce dentro di lei, ma non è biologicamente suo – atroce alleanza fra capitale e scienza – avrei voluto scriverne, ma non sapevo come. Poi Chico – il bambino – ha cominciato a parlare, ed ecco il libro».

Insomma, una storia ambientata dentro l’utero, quanto sottovalutiamo ciò che scorre tra una mamma e la creatura che porta in grembo…

«Non so se la sottovalutiamo. Retorica se ne fa tanta. E gli antiabortisti ne abusano senza scrupoli. Il fatto è che è un rapporto insondabile, su un milione di madri, e di figli che stanno per nascere, credo si viva in un milione di modi diversi. Ho avuto due figli, senza mai farlo apposta. E quando mi sono accorta che c’erano ricordo lo stupore, il panico, ma soprattutto l’esplosione della fantasia, all’idea di questo piccolo extraterrestre di cui non conoscevo la forma – che ero io, e lui era me – prima che nascessero, ogni tanto sognavo che mi parlavano. Le mie attese sono state un lungo sogno. Senso di responsabilità, zero. Era una specie di società segreta, fuori dal mondo».

Perché nel suo racconto è il feto che educa e svezza la madre?

«La parola “feto” mi fa impressione. Scrivendo lo immaginavo come un piccolo Dioniso, che viene a sovvertire il mondo spiritualmente poverissimo di una madre abituata a obbedire. Diventa il suo piccolo maestro di ribellione, portandola a una visione più alta, più libera, più coraggiosa, dove non contino solo i soldi. Le fa dono dell’immaginazione, e con essa del senso della rivolta».

Una volta le femministe proclamavano «l’utero è mio e lo gestisco io». Oggi con la gestazione per altri l’utero è di un committente, di un datore di lavoro, del denaro, del mercato…

«Il mercato è il dio più stupido al quale si sia mai arresa l’umanità. Nessun idolo del passato ha mai goduto di tanti sacrifici umani. Nessun dittatore, né Hitler, né Stalin, ha mai fatto tante vittime. È una sudditanza assurda, cui ci stiamo adattando tutti, un sistema che sovverte le coscienze e annienta l’idea stessa dei diritti umani. Che una pratica schiavistica come l’utero in affitto passi per una battaglia libertaria, è surreale».

Melania e Donald Trump. Nel libro di Barbara Alberti, scritto 8 mesi, fa ricorrono all'utero in affitto

I coniugi Trump. Nel libro di Barbara Alberti, scritto in giugno, ricorrono all’utero in affitto

Parliamo dei Trump: lei li ha coinvolti nel suo racconto come archetipo del male assoluto. Conferma questa idea dopo che sono stati eletti?

«Archetipo dell’onnipotenza del danaro. L’ultimo capriccio di un vecchio sguaiato pescecane, supportato da milioni di voti- la cosa terrificante è che tanti americani si siano identificati in lui. Ha vinto Ubù re, il paradossale personaggio di Alfred Jarry, il demente pericoloso, “buono a nulla e capace di tutto” che prende il potere – un uomo vicino al Ku klux klan, che vuole innalzare i muri fomentando gli istinti più incivili».

Durante la campagna elettorale – e anche ora è confermato – però si è visto come Trump fosse paradossalmente più a sinistra di Hillary Clinton. Mentre lui teneva comizi davanti alle fabbriche lei prendeva l’aperitivo con Lady Gaga. E poi quella appoggiata dalla grande finanza era Hillary…

«Che io abbia paura di un Trump come presidente degli Stati Uniti, non significa che sia dalla parte di Hillary. I Clinton sono un’altra desolante incarnazione dell’arroganza della pericolosità della volgarità del potere. Magari il problema fosse Lady Gaga. È una frivolezza rispetto alle tremende scelte di Hillary in politica estera. Quanto a Trump che arringa gli operai, sembra una trovata di Brecht, o di Chaplin. Lo sfruttatore che si fa paladino immaginario dei diritti degli sfruttati… nonsense insostenibili, che sono la realtà in cui viviamo».

C’è un rovesciamento di prospettiva anche in materia di maternità e famiglia. L’utero in affitto è una battaglia di sinistra?

«Quale sinistra? Quella di Gramsci, o quella di oggi? È il trionfo del mercato. Gli uomini come cose. “La negazione della relazione”, come scrive Marina Terragni in Temporary mother, dove rivela un giro di affari sui 10 miliardi».

Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa

Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa

Nichi Vendola, ex leader di Rifondazione comunista ritiene che la gestazione per altri sia un atto d’amore.

«Non voglio unirmi al linciaggio smodato contro Nichi Vendola. Fra i tanti personaggi famosi che sono ricorsi alla maternità surrogata, tenendolo accuratamente nascosto, lui è l’unico che si sia esposto, ben sapendo di attirarsi critiche e insulti. Me lo ricordo ragazzo, fervido, ispirato, con una tensione morale assoluta. Un vero comunista – questa parola è stata demonizzata e ridicolizzata, ma continua a esprimere l’idea più alta della convivenza umana. Vendola ha sempre sostenuto princìpi nei quali credeva profondamente, e anche adesso, quando parla di “atto d’amore”, credo che lo pensi. Ma è un abbaglio. Avere un figlio doveva essere un desiderio così grande, da fargli sostenere qualcosa d’insostenibile. Come dice il bambino Chico: “Difatti è pieno di donne povere che vanno dalle miliardarie e dicono: mi fai un figlio, per favore? E la miliardaria: Ma certo! È un atto d’amore”. L’esposizione di Vendola ha favorito la credenza per cui sarebbero soprattutto i gay a ricorrere all’utero in affitto, mentre per la maggior parte si tratta di ricche coppie etero. Non sempre sterili. Chico: “Oggi che un figlio si può comprare, i ricchi si risparmiano il disturbo”».

Altri sottolineano l’aspetto strumentale di questa pratica. Una donna presta il suo organo più intimo dietro compenso, separando i corpi dai propri sentimenti altrettanto intimi come la naturalezza della maternità. L’utero in affitto è una protesi robotica inventata dall’egoismo dell’uomo e del mercato?

«Sì, una protesi robotica, che nega il rapporto fra madre e figlio durante la gestazione, questa misteriosa identità, che per nove mesi è comune. Anche se la maternità è cosa più insondabile e varia, e trascende la carne. La protagonista di un mio libro, che ha un rapporto di maternità elettiva con una ragazza, dice “Non ho figli, ma sono madre per natura e fortuna. Madre non vuole dire parto e frattaglie. Madre è colei che al buio ti tiene stretto, e racconta. Madre è quella che ti distrae dalla paura”».

Un feto che si rivolge alla madre oltre che essere una denuncia della gestazione per altri, è anche un messaggio pro life, o no?

«Ah, “feto”… il termine è corretto, ma lo sento medicale. Chico, questa creatura anarchica e beffarda, col suo umorismo rivoluzionario, è per prima cosa un’invenzione letteraria, è un inno al libero arbitrio, a una vita diversa dal modello comune. Quando la madre si rifiuta, come vorrebbe lui, di scappare insieme, rompendo l’accordo con gli orrendi Trump, e gli dice: «Ma la capisci la parola impossibile?”, lui risponde: “No. Appena la capisci, sei già pronto a farti comandare. Che vuol dire pro life? La vita a tutti i costi? No. Tutti quelli che si battono per chi non è ancora nato, odiano quelli che sono già nati. In America sparano sugli avversari. Solo noi donne sappiamo cosa ci costa l’aborto. Non lo sa la chiesa, non lo sanno gli antiabortisti. È il più paradossale dei suicidi, la donna uccide sé. Ma nessuna forza al mondo può obbligarci a mettere al mondo un figlio che non vogliamo. È un diritto atroce e sacrosanto. La nostra libertà è terribile, e comportava fin dall’inizio questo insindacabile arbitrio, e che un giorno dicessimo la vita è affar nostro, nessuno puo’ entrare fra noi e il figlio che abbiamo concepito. Non so se è giusto. È un fatto. Non si discute».

Il nascituro non ha voce, né parlata né cantata. Cosa pensa del promo del Festival di Sanremo?

«Mamma mia quant’è brutto! Per realizzare visivamente quell’idea non ci voleva il computer, ma Federico Fellini, o Stanley Kubrick, o Paolo Sorrentino… Ci voleva il poeta, l’invenzione, l’interpretazione. Così è osceno e sinistro. Degno di Sanremo».

C’è qualcosa o qualcuno che, quando ci pensa, la fa sorridere e la riconcilia con la vita?

«Non mi sono mai deconciliata. L’animale è forte in me – mi piace essere viva. Come Chico, continuo a inseguire il riso di William Blake: “Quel riso che dalla culla alla tomba sorridere si può una volta sola/ quando è sorriso, ha fine ogni miseria”».

 

La Verità, 8 gennaio 2017

 

Il mio Buon Natale con un video di Alessandro D’Avenia

I miei auguri di un Felice Natale a voi e alle persone che vi sono care prendono in prestito la fantasia di Alessandro D’Avenia.

Grazie a lui: per idea, parole e immagini.

E grazie a tutti voi: per la fedeltà con cui mi seguite.

Buttafuoco: «La destra è senza progetto culturale»

Giornalismo, letteratura, teatro, televisione: Pietrangelo Buttafuoco, 53 anni, siculo poliedrico e instancabile per necessità oltre che per virtù, non si fa mancare niente. Gira con lo zainetto, ufficio in spalla, perché una dimora culturale fissa non ce l’ha. Ogni giorno la sua ventura.

Giornalismo: collaborazioni con Il Fatto quotidiano e Il Foglio.

Letteratura: in uscita da Skira un libro su Agostino Tassi, pittore del Seicento, stupratore di Artemisia Gentileschi, simbolo del femminismo.

Teatro: in tournée con Mario Incudine con lo spettacolo Il dolore pazzo dell’amore.

Televisione: rubrica Olì Olà nel Faccia a faccia di Giovanni Minoli su La7.

Cominciamo da Olì Olà: chi è il Donald Trump italiano?

«Deve ancora arrivare. Il punto di forza di Trump è di rappresentare la novità. Non bisogna dimenticare che quando si affermò alle primarie, i democratici si fregarono le mani dalla soddisfazione. La stessa Clinton si mostrò felice di confrontarsi con lui, considerato il candidato ideale per stravincere. In Italia, se si votasse adesso, e all’elettore fosse dato di scegliere tra Alessandro Di Battista e Matteo Renzi, quest’ultimo sarebbe travolto».

Quindi Trump si trova tra i grillini?

«Forse, al momento. Ma da qui alla data delle elezioni potranno accadere molte cose. Ci attendevano due passaggi: dopo le elezioni americane ora tocca al referendum costituzionale».

Vuole tentare uno scenario post 4 dicembre?

«Non mi avventuro. Ho visto che, per esempio in Sicilia, sono state mobilitate le clientele elettorali. E anche se fanno numeri importanti non vengono rilevate dai sondaggi, ma solo dalle segreterie politiche dei capi bastone».

È nato prima Berlusconi o Trump?

«Prima il Cavaliere. Silvio uovo e Donald gallina che ha a disposizione un’aia ampia e impegnativa. Perché ha davanti a sé un orizzonte globale ed epocale che per forza di cose determinerà trasformazioni».

Salvini e Grillo che spazio avranno?

«Sono il già visto. Se il bisogno di novità non fosse stato così decisivo sarebbe bastato Jeb Bush. Invece nessuno dei candidati repubblicani ha dato prova di saper interpretare il cambiamento. Non è un caso che i Bush in queste elezioni si siano alleati con i Clinton».

Abbiamo assistito al rovesciamento delle alleanze. Lei parla di nuova lotta di classe…

«La Clinton ha preso l’aperitivo con Lady Gaga, mentre Trump teneva comizi davanti alle fabbriche. La nuova lotta di classe è tra i cosiddetti deplorevoli, come li ha classificati la stessa Clinton, e le élites. Tanto è vero che i fondi sovrani, i magnati e lo stesso Soros adesso si sono mobilitati per organizzare la controrivoluzione».

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Tutto questo senza che il nostro ragionamento significhi approvazione del trumpismo.

«Stiamo facendo un’analisi. Personalmente ho grandi dubbi sulla democrazia».

Auspica il ritorno dell’uomo forte?

«La realtà determina se stessa, dandosi una forma. L’Italia è in imbarazzo causa mancanza di sovranità: dipende da consigli e centri di potere che stanno altrove. Per questo è importante capire quali siano le intenzioni degli Stati Uniti. Avesse vinto la Clinton, una personalità fuori dall’establishment troverebbe disco rosso a Palazzo Chigi».

Dopo la Brexit la vittoria di Trump: cosa serve ai giornalisti da salotto per fare un bagno di realtà?

«Serve una sveglia. Si sono assopiti nella irrilevanza tutta autoreferenziale delle solite marie antoniette e delle loro brioche».

Serve anche un bagno di umiltà?

«Obiettivamente hanno tantissimi privilegi. Conoscono le lingue, hanno uso di mondo, di narrazione, di mercato. Com’è possibile che facciano giornali tanto penosi? Gli ultimi importanti contratti nelle maggiori testate sono stati fatti nelle redazioni Esteri. E il risultato è che faticano a raccontare proprio gli scenari internazionali. Guardando in casa, quando, un anno e mezzo fa Egidio Maschio, imprenditore veneto protagonista del miracolo del Nordest, si sparò nel suo ufficio traumatizzando il mondo produttivo e imprenditoriale, il Corriere della Sera gli dedicò una breve. Alla borghesia italiana manca una voce che sappia guidare. Questa è stata la disperazione dei beniamini del grande pubblico. La gente voleva Indro Montanelli e gli davano Piero Ottone, voleva Giovannino Guareschi e gli davano Fortebraccio, voleva Leo Longanesi e gli davano il Politburo e la Fondazione Einaudi».

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Dove sbaglia di più Renzi?

«Nel confondere un progetto politico con l’estetica della comitiva. Il suo orizzonte è il muretto degli amici sistemati nei posti chiave. Pensi al tentativo di mettere Marco Carrai ai Servizi segreti. O a Luca Lotti che spadroneggia in ogni recesso del potere. Renzi ha intossicato di conformismo le analisi di tutti i giornali. Almeno Berlusconi aveva le testate più autorevoli contro. Renzi le ha tutte a favore. Mi sa che la parte migliore di Renzi è Denis Verdini».

Provoca?

«Verdini sembra scappato dalle pagine di Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, un saggio nel quale Giuseppe Prezzolini descrive il Machiavelli come il rappresentante vivo di un potere sinceramente italiano e quindi universale, non provinciale com’è quello di Renzi».

Lei che se ne intende, che Islam si aspetta dal programma di Gad Lerner su Rai 3?

«Mi aspetto il solito equivoco per il quale si tende a confondere l’Islam con l’immigrazione. È un luogo comune accreditato a destra come a sinistra. A destra, per raggranellare il pieno elettorale; a sinistra, per autocompiacimento d’ordinanza».

L’unica strada è l’integrazione: impresa possibile?

«L’unica integrazione che ha funzionato nella storia è quella che avviene quando i sapienti si parlano tra loro. L’esempio canonico è quello tra Francesco e il Sultano. In tempi recenti non possiamo che indicare quello che il vero campione della destra, Vladimir Putin – altro che Trump – ha fatto: inaugurare a Mosca la più grande moschea su suolo europeo».

Figuriamoci cosa accadrebbe da noi.

«Chi se l’aspettava che i valori immutabili della metafisica dovessero essere difesi da un colonnello del Kgb. Ovvero, da colui che ha appoggiato le milizie miste di cristiani e musulmani in Siria per liberare i villaggi cristiani, restituire le chiese ai fedeli e innalzare la statua della Vergine Maria sull’altura di Maaloula, in Siria, una statua che i terroristi avevano distrutto».

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco, alleati nel fermare la guerra in Siria

Putin difensore della cristianità. E Bergoglio?

«Quando hanno fermato l’attacco in Siria il Papa e Putin hanno agito in perfetto accordo».

Detto della sinistra, che cosa ha da imparare la destra dal caso Trump?

«Che non si può essere destra per come piace alla sinistra. Quanti tentativi di farsi dare la patente di presentabilità sociale. Il riferimento culturale della destra dev’essere garantire alla comunità un’aderenza ai principi sacri, eterni e soprattutto universali. Abbiamo un grande vantaggio dall’abitare in Italia: quello di convivere con un’entità universale cui guarda il mondo intero. Quando il contadino siberiano si fa il segno della croce sa di trovare nella Basilica di san Nicola a Bari un riferimento della sua storia e della sua identità. Così il commerciante indiano, quando ascolta Iqbal e i poeti di strada, sa che la patria è il Mediterraneo culla di civiltà e orizzonte del futuro, e la Sicilia, perla dell’Islam. Altro che le tecnocrazie di Bruxelles. Fino agli anni ’70 le parole italiane più note nel mondo erano quelle della tradizione musicale: allegretto, andante, mosso. Ora sono pasta, pizza, pane. Con le differenti conseguenze commerciali. Se ci fosse, una destra saprebbe che il progetto è la Via della seta. E che, non si offendano gli antifascisti, è ancora scritto sul frontone del palazzo dell’Eur: artisti, eroi, santi e navigatori. La destra non può accontentarsi dei rutti del bar sport».

Quando la destra farà autocritica per le grandi occasioni perse in questi vent’anni?

«La destra al governo è stata una disgrazia. Come conferma il progetto culturale delle tre “i”: Internet, Inglese, Impresa. Se non ricordo male fu proprio la destra a eliminare dai licei l’insegnamento della storia dell’arte e della musica».

Nella galassia berlusconiana sembra vincere la linea pro-renziana di Confalonieri.

«Che è sempre coincisa con quella di Berlusconi. Nella galassia il principe è sempre uno solo».

Si sta riconvertendo al renzismo?

«Direi che ha chiara la situazione. Se vince il No, il Cavaliere ucciderà la destra del centrodestra. Se invece vincerà il Sì, Renzi si farà un partito tutto suo, uccidendo a sua volta la sinistra del centrosinistra. E Berlusconi sarà fondamentale nella transizione».

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» in uscita il 24 novembre

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» a giorni in uscita

A giorni uscirà da Skira La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi. Perché un libro su un pittore del Seicento? Che cos’ha di attuale?

«Doveva essere un libro su Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca adottata dal femminismo. Poi mi sono accorto che era già stata celebrata e che la storia del suo stupratore era più nuova. È una storia che illumina i traffici d’arte, religione e politica dell’epoca e che si concentrano nella figura di Cosimo Quorli, potentissimo e corrotto furiere del Papa. In confronto Mafia capitale è roba da educande».

Dopo tanto tempo ha uno spazio in tv non come ospite. Che cosa le sta dando?

«Molto entusiasmo. In Giovanni Minoli ho trovato un maestro generoso e partecipe. Con lui mi sento come quando da adulto sono andato a prendere lezioni di russo, sedendomi a fianco dei bambini, armato di quaderno per imparare a fare le aste».

Con lo zainetto.

 

La Verità, 20 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ferretti, il punk convertito non rilevato dai navigatori

Vive in un posto fuori dal mondo, ma ben dentro il mondo. Andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti all’indomani del successo di Trump vuol dire regalargli una vittoria facile. Non tanto per l’esito del voto, quanto per la fragorosa sconfitta dei media. «La notte dei risultati guardavo la tv. Giornalisti e commentatori fissavano le loro macchinette, i loro tablet, e non dicevano niente. Erano allibiti. La corrispondente della Rai osservava la carta degli Stati: Hillary Clinton ha vinto in tutte le città, ma ha perso la Casa Bianca. Quando contano la quotidianità e la vita reale, la campagna esiste ed è in grado di scardinare luoghi comuni, sondaggi e analisi. Nel ventennio tra i Sessanta e gli Ottanta le nostre generazioni hanno sopravvalutato il potere salvifico della musica», ammette Ferretti. «Negli ultimi decenni abbiamo mitizzato i media e la tecnologia. Crediamo di essere connessi con il mondo stando davanti alle macchinette. Io credo che siamo più connessi guardando fuori dalla finestra, seguendo le stagioni, osservando il creato. Oggi piove e questo modifica il mio agire: lo so e lo capisco immediatamente, anche se ignoro le determinazioni del Protocollo di Kyoto».

Sessantenne, fondatore del gruppo punk Cccp – Fedeli alla linea e poi dei Csi (Consorzio suonatori indipendenti), uno che negli anni ’80 sfoggiava cresta viola, catene e stivali militari, dopo una lunga stagione filosovietica si è riavvicinato al cristianesimo. Fa ancora il cantante e il cantastorie, pochi concerti per mantenersi. Porta in giro gli spettacoli di «Teatro barbarico» con Marcello Ugoletti, «il signore dei cavalli», una ventina. Cerreto Alpi è un paese di 60 anime, adagiato a 1000 metri sui crinali dell’Appennino emiliano che digrada sulla Liguria. Un paese di pastori, battuto da venti ruvidi, il centro abitato più grosso si chiama Ventasso. Se lo digiti sul navigatore esce «corrispondenza non trovata». Eppure è un posto vitale, dove alcuni giovani hanno deciso di restare. È nata la Fondazione Giovanni Lindo Ferretti, «la più scalcagnata che esista», poi c’è la cooperativa che gestisce il Circolo sportivo e culturale, il bar e le feste d’estate, quando il Cerreto si popola. «Queste attività non derivano da un progetto, ma dalla vita che progredisce. Sono sempre più insofferente alle ideologie. M’interessa fare le cose, non discuterci sopra. Lavoro per la conservazione e la rigenerazione del vivere in montagna».

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

Giovanni Lindo Ferretti in concerto. Ne fa qualcuno al mese, per mantenersi

La casa dove Ferretti è tornato a vivere all’inizio dei Novanta è un rustico con stanze grandi e senza porte. «Dicendola in sintesi, io ho salvato questa casa e lei ha salvato me. I miei vecchi l’avevano modificata per rimuovere i ricordi della guerra, sebbene avesse una storia antifascista, cattolica e tradizionalista. C’erano le volte a crociera, i mobili di famiglia. Qualcosa sono riuscito a conservare, ma abbiamo perso molti pezzi. Qui c’era e c’è la cucina. Sotto, le stalle». Il piano superiore è un grande open space di legno con molti posaceneri – Ferretti fuma come un turco – e librerie fino al soffitto. «Ho uno spacciatore di libri usati e poi compro volumi di storia dell’arte e storia della Chiesa, di montagna, cavalli e pastorizia. Fu durante un viaggio in Mongolia che decisi di vivere qui, non solo di abitarci. Nel deserto dei Gobi avevamo preparato il campo per la notte. Era il tramonto, mi sono allontanato salendo su una collina. E ho realizzato che nelle case dei pastori dov’ero stato per due settimane avevo visto le stesse abitudini, gli stessi sorrisi, le stesse cose di quand’ero bambino. Allora, ho pensato che dovevo riscoprire la mia infanzia». Lei però viveva già qui da parecchi anni. «Sì, ma ero sempre in giro. Il buono è che con i concerti dei Csi avevo guadagnato un po’ di soldi. Mentre la casa cadeva a pezzi. Eravamo nel 1999, fine secolo e fine millennio. Ho mandato mia madre e mio zio al mare e, con un ingegnere e un architetto, abbiamo cominciato a lavorare. Dovevamo finire per novembre, ma l’inverno ci ha sorpresi. È piovuto per quattro giorni e quattro notti, abbiamo rischiato l’alluvione. Dormivo qui, non c’era il tetto, di notte mi alzavo a spalare la neve per non rimanere bloccato. Poco alla volta abbiamo rifatto il solaio… Mia madre è tornata il 24 di giugno, San Giovanni. Entrando predisse i commenti dei miei amici: “Cazzo, che bella casa!”, e quelli delle sue amiche: “Che casa di merda!”. Indovinò». Il meglio doveva ancora arrivare. «Dopo l’estate cominciai a star male. Un disagio che credevo psicologico, dovuto alla nausea dello stare sul palco. Mi dolevano le mani, pensavo fossero reumatismi causati da quell’inverno al freddo. Era un tumore alla pleura. Quando asportarono la massa tumorale i medici rimasero esterrefatti perché, nonostante il tabagismo, i polmoni erano perfettamente sani, immuni persino dal fumo passivo. Ebbi la conferma che la vita è qualcosa di misterioso. Ora quando mi dicono che fumo come un turco, rido. Penso di far parte di quel 25 per cento di esseri umani che non patisce conseguenze dalla frequentazione del tabacco».

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante abbia avuto un tumore alla pleura

Giovanni Lindo Ferretti, fumatore incallito nonostante un tumore alla pleura

La giornata di Ferretti è piuttosto atipica per una persona che sta nell’Appennino. Sveglia tra le 7 e le 8, colazione con lo zio novantenne. Un paio d’ore dedicate alla scrittura e alla lettura dei giornali. Dopo pranzo un po’ di riposo e ancora lettura e cura dei cavalli. «D’estate c’è molto più da fare. Da qualche anno ci siamo proposti di recuperare le feste tradizionali, il 24 giugno, la Festa del ritorno dalla transumanza, e il 9 settembre. Per le persone che stanno qui d’estate, in alternativa alle Notti bianche, abbiamo inventato la Notte oscura: per contemplare le stelle, ascoltarci, godere il silenzio. Abbiamo ideato degli spettacoli senza elettricità, con il fuoco e i cavalli. Così è nato il teatro equestre. Niente di forzato: mostriamo alla gente quello che Marcello è in grado di fare, attualizzando il patto di mutuo soccorso tra uomini e cavalli che risale alla notte dei tempi».

Algeria, Sudafrica, Jugoslavia, Mongolia, Russia, Gerusalemme: ha viaggiato parecchio, Ferretti, come ha raccontato, con scrittura ancestrale, nel bellissimo Reduce (Mondadori). «Io sono il terminale di un cammino e di una devozione lunghissima. Ho riabbracciato la mia storia, la tradizione. Come tanti giovani ho provato di tutto per trovare la mia strada. Il campionario delle mode culturali ti offre dal buddismo tantrico ai fiori di Bach per garantirti un benessere, più o meno artificiale. Ma nemmeno l’appagamento artistico e culturale possono rispondere alle domande di senso. Restava sempre un vuoto, una mancanza, che solo l’incarnazione del cristianesimo è riuscita a colmare. Più che un semplice fatto logistico, il ritorno a casa ha rimesso a posto il mio errare. Oggi vedo che c’è differenza tra una giornata in cui c’è spazio per la preghiera e una in cui non ce n’è. Quando assistevo mia madre malata di Alzheimer, a una certa ora la situazione peggiorava. Allora recitavamo il rosario, lentamente. Pian piano si calmava. Quel momento modificava la realtà, il resto non m’interessa. Le letture psicologiche, le obiezioni razionaliste: guardo tutto con ironia. Come guardo con una certa perplessità le esortazioni a essere un cristiano perfetto, missionario». Sta parlando del Papa? «Non precisamente. Però papa Francesco non mi piace. Il Papa è il Papa e non sono io a dire se va bene o no. Non mi piacciono le sue posizioni sull’immigrazione e le guerre mediorientali. È difficile ascoltare un Papa che usa il linguaggio di Hillary Clinton e dice l’esatto contrario di quello che dicono i patriarchi del Medio Oriente. Per fortuna non siamo nel campo della dogmatica. No, il mio non è un cristianesimo individualista e spiritualista. Credo che per essere cristiani non sia necessario essere santi o mistici. Abbiamo dimenticato la dimensione sociale della fede, la devozione comunitaria, che per me è molto importante. Ho un padre confessore, padre Maurizio, che mi accompagna. Sto con il salmista quando dice che “il mio peccato mi è sempre davanti”. Quando qualcuno sfoga le sue frustrazioni gli consiglio di andare a confessarsi. Perché non possiamo riconoscere la nostra colpa e accettarci come creature? Ci crediamo padroni del mondo. In pochi anni abbiamo vissuto una rivoluzione antropologica per la quale pretendiamo figli a nostra immagine e somiglianza anche se siamo omosessuali. E crediamo di governare gli Stati con gli algoritmi delle nostre macchinette. Poi si va a votare e vince Trump. E magari un campagnolo analfabeta l’aveva intuito meglio di tanti analisti del web».

È arrivata l’ora di risalire in macchina per tornare nel mondo rilevato dal navigatore.

 

La Verità, 13 novembre 2016