Concentrazioni contro spacchettamenti, vince l’America

Spacchettamento: è uno dei vocaboli più alla moda nel milieu culturale di tendenza nel nostro Paese. Si contrappone al termine nemico: posizione dominante. O all’altra parolona tabù: concentrazione. Vade retro. Antitrust e authority vigilano, accigliate. Guai a favorire posizioni dominanti, concentrazioni, accorpamenti editoriali. Ordunque, in questi giorni si è realizzato l’auspicato spacchettamento: nella fusione in atto tra Mondadori e Rizzoli è stata scorporata la Bompiani che non poteva confluire anch’essa nella casa di Segrate. Ceduta alla Giunti per 16,5 milioni e quasi tutti contenti. Com’è noto, nel frattempo, Elisabetta Sgarbi ha ulteriormente spacchettato, creando La Nave di Teseo, portandosi dietro buona parte degli autori. Anche Marsilio è uscita dalla concentrazione ed è rimasta ai suoi fondatori, la famiglia De Michelis. Il caso di Bompiani, però, è particolarmente significativo perché sul marchio aveva allungato le sue mire nientemeno che Amazon. Invece, spacchettamento è compiuto e almeno il pericolo di vedere una sigla tra le più prestigiose della narrativa confluire sotto l’ombrello del gigante del web è scongiurato. Sarebbe stata una beffa se la preoccupazione di evitare concentrazioni domestiche ne avesse favorita una internazionale a scàpito della nostra storia.

Il logo della casa editrice Bompiani, spacchettata dalla fusione tra Mondadori e Rizzoli per decisione dell'Antitrust

Il logo dell’editrice Bompiani, spacchettata dalla fusione Mondadori-Rizzoli per decisione dell’Antitrust

Perché, ormai, il rischio ricorrente è questo. Mentre noi spacchettiamo, i colossi digitali inglobano, assorbono, acquisiscono. Si allargano a tutti i settori, moltiplicano le piattaforme, estendono i territori del business. Per stare alle ultime manovre, Google sta provando a mettere le mani su Twitter, mentre Apple ha appena annunciato l’interesse per la McLaren, storica casa britannica produttrice di prototipi da competizione, ritenuta utile all’avanzamento del progetto di auto senza pilota. Qualche tempo fa, invece, il colosso di Cupertino aveva mosso i primi passi sul fronte televisivo, per la produzione di nuove serie, nell’intenzione dichiarata di far concorrenza alla solita Amazon che sul terreno della fiction era già sbarcata nel 2014.

La faccenda che fa pensare è la seguente. Queste notizie sono quasi universalmente accompagnate da «ooohhh» estasiati, da esclamazioni di meraviglia. I brand della new technology fanno moda, tendenza, contemporaneità. E, dunque, tutto ciò che viene da lì o passa da lì è, per definizione, bello, positivo, cool. Tra qualche giorno a Napoli Lisa Jackson, vice presidente Apple, inaugurerà il centro europeo per lo sviluppo delle app della Mela e, ovviamente, avrà al suo fianco il ministro per l’Università Stefania Giannini. Le cronache che annunciano l’evento trasudano enfasi. Per non parlare della fibrillazione che circonda la prossima visita a sorpresa, dopo quella del gennaio scorso, di Tim Cook, invece assente all’inaugurazione di cui sopra.

Un magazzino Amazon, marchio leader di e-commerce interessato a Bompiani

Un magazzino Amazon, marchio leader di e-commerce interessato a Bompiani

I guru dell’high-tech sono ormai di casa in Europa e in Italia, in particolare. Tutti ricordiamo l’accoglienza regale che ha accompagnato a fine agosto la visita di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ricevuto anche da papa Francesco. Qui non si tratta di disconoscere i vantaggi e l’enorme miglioramento della qualità della nostra vita determinato dalle innovazioni introdotte dall’era digitale. Né, tantomeno, al netto del rispetto delle leggi fiscali (la Ue ha appena chiesto ad Apple il rimborso di 13 miliardi di tasse non versate per accordi illegali con il governo irlandese), di frenare l’onda anomala della globalizzazione trincerandosi dietro antistorici protezionismi. O di ostacolare lo scambio d’informazioni e di know how tra le sponde dell’Atlantico. Il problema, semmai, è che più che di scambio, dobbiamo parlare di flusso a senso unico, ovvero dagli States all’Europa e non viceversa. Facendola breve, perché in Europa e in Italia non si affermano guru delle tecnologie digitali? Perché, nonostante gli scopritori del web fossero un belga e un britannico e, dunque, all’origine di questa soria ci fosse il Vecchio Continente, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Larry Page tanto per citare i soliti nomi, sono tutti americani? Perché un marchio come Nokia, che fino a qualche anno fa era tra i leader mondiali della telefonia, è desaparecido tra nuvole molto poco tecnologiche? Domande, solo per capire, e senza risposte preconfezionate. A naso, però, vien da dire che il ritardo europeo in materia non sia principalmente dovuto a limiti intellettuali o di talento creativo. Forse, la questione è più complessa. E potrebbe aver a che fare con l’assetto legislativo del Vecchio Continente. Con le sue griglie amministrative, gli antitrust e le authority che, a differenza dell’economia digitale d’Oltreoceano, vedono come tabù le joint venture e le fusioni editoriali, rendendoci inevitabilmente più lenti nei movimenti e più scettici rispetto alla possibilità di affermare un’idea, realizzare un progetto, lanciare una app. Così, non resta che rassegnarci e accogliere i Ceo di Apple e di Facebook come nuovi messia. E mentre sui giornali scriviamo la nostra avversione alle concentrazioni e teorizziamo gli spacchettamenti editoriali, con l’iphone ordiniamo su Amazon l’ultimo romanzo di Jonhatan Franzen o la biografia di Zuckerberg.

La Verità, 1 ottobre 2016

 

I social network, padri putativi del futuro

Il  dominio delle nuove tecnologie, di Internet e dei social network, è contro la famiglia. C’è un disegno preciso. Una logica economica scientificamente costruita e perseguita. Lo afferma Massimo Gandolfini, medico chirurgo specialista in neurochirurgia e psichiatria, consultore vaticano per la beatificazione di Madre Teresa di Calcutta e Giovanni Paolo II nonché leader del Family Day. Nel libro-intervista realizzato con Stefano Lorenzetto (L’Italia del Family Day, 234 pagine, 15,5 euro, appena uscito da Marsilio editore) afferma che non è assolutamente un caso se “le grandi lobby economiche sostengono tutte, indistintamente, l’ideologia gay e gender”. Non è una questione di omofobia o di tabù per certi orientamenti sessuali. No. Per Gandolfini è vero il contrario: la famiglia è un ostacolo al potere sugli individui dei grandi marchi della new economy. Perché i potenti dell’economia digitale preferiscono parlare di individui piuttosto che di persone. “Si dà il caso – dice Gandolfini a Lorenzetto – che nel febbraio 2013 le 200 più importanti aziende americane, tutte insieme, abbiano chiesto e ottenuto da Obama e dalla Corte suprema l’abrogazione del marriage act, la legge federale che definisce il matrimonio esclusivamente come unione tra uomo e donna. Tra questi colossi c’erano Google, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Ebay… Multinazionali in grado di orientare l’opinione pubblica e determinare le sorti dei governi”. Una visione maliziosa o apocalittica? Un’interpretazione antimoderna e oscurantista del progresso? Certamente, una bella sassata contro il vetro levigato e luccicante della Rete nuovo paradiso terrestre. Chissà se Carlo Freccero, che tra qualche giorno al Festival della Comunicazione di Camogli dedicato al tema Pro e contro il web terrà una lezione su “Media apocalittici e integrati”, prenderà in considerazione questa analisi di Gandolfini.

Massimo Gandolfini, leader del Family day

Massimo Gandolfini, leader del Family day

Da qualche tempo la critica contro la Rete ha iniziato ad allargarsi a macchia d’olio. Ho scritto critica, ma in qualche caso si potrebbe cominciare a parlare di rifiuto, di ribellione. Se ne evidenziano sempre più i lati oscuri, le ambiguità.  Internet, e tutto ciò che ne consegue, social network e connessione h24, non è più l’eden della comunicazione. L’eldorado della democrazia. Ci si accorge che il web inevitabilmente riproduce e amplifica i limiti e le ossessioni di chi la usa. E si cominciano a mettere dei paletti per frenare l’ondata invasiva della new technology. È di oggi la notizia proveniente dalla Francia che annuncia i primi accordi tra aziende e sindacati per tutelare “il diritto alla disconnessione“. Niente mail, niente messaggini di emergenza, niente più reperibilità costante fuori dall’orario di lavoro per i dipendenti di aziende con più di 50 persone, come consente la Loi Travail. Si è scoperto che la connessione abbassa la qualità del lavoro, aumenta lo stress, toglie quella lucidità che proviene dal distacco, dal recupero di una distanza psicologica di sicurezza. Troppe sollecitazioni fanno sì che, come ha sintetizzato il sindacalista Jérome Chemin, “non agiamo più, siamo costretti a reagire di continuo”.

Carlo Freccero. A Camogli parlerà di Media apocalittici e integrati

Carlo Freccero. A Camogli parlerà di Media apocalittici e integrati

Nel nostro circo mediatico, dopo l’invenzione del neologismo webete, Enrico Mentana è diventato il guru dell’anti-Rete. Un ruolo consolidato dai successivi post su Facebook, sempre conditi di fulminanti giochi linguistici come l’ultimo riguardante “i Bufala Bill del Far Web“, i quali, senza darsi troppa pena a documentarsi, discettano contro il giornalismo fazioso che non darebbe certe notizie per amplificarne altre. Storia vecchia come la stilografica. Che, tuttavia, “i Bufala Bill” suffragano con il 77esimo posto assegnato da Reporters sans frontières all’Italia nella classifica della libertà di stampa. In realtà, scrive Mentana, quella posizione così bassa non ci è affibbiata “per la scarsa qualità o indipendenza dei nostri giornalisti, ma per l’esatto contrario”, ovvero a causa delle loro coraggiose inchieste che li espongono alle minacce della criminalità o a imputazioni giudiziarie. Come si vede la critica al web di Mentana non nasce da un neoluddismo del Terzo millennio, tant’è vero che la confeziona su Facebook. Ma riguarda l’uso che alcuni – molti, troppi – fanno dei social (Twitter in particolare). In sostanza, non c’è una sorta di stupidità da like, quanto una stupidità di persone che fanno uso di strumenti digitali. C’è una presunzione diffusa nella società contemporanea, una megalomania mediatica per la quale chiunque, avendo a disposizione una tastiera o uno smartphone, si sente in diritto di mettersi sul pulpito a pontificare e impartire lezioni all’universo mondo. Nessuno darebbe mai un mitra a uno psicolabile che si aggira in una piazza affollata. Salvo il fatto che il web non uccide (ma bisognerebbe riflettere anche su certi fenomeni di cyber-bullismo) la questione è la stessa. Ecco perché si comincia a riflettere sul fatto che la Rete è uno strumento incontrollato, nel quale ognuno senza autorevolezza alcuna può dar libero sfogo alla parte peggiore di sé.

 

 

Qualche giorno fa anche Alessandro Sallusti in un editoriale intitolato “Tenete i cretini fuori da Internet” ha proposto una sorta di moratoria digitale. “Non so se da qualche parte esista un interruttore di Internet. Se esistesse il mio sogno sarebbe di spegnerlo e vedere l’effetto che fa – ha scritto il direttore del Giornale -. Che diavolo ce ne facciamo di tutta questa presunta democrazia, di questa libertà senza regole e confini? A mio modesto avviso nulla, se non illudersi di esistere postando nel mondo stupide fotografie”.

Inventando "webete", Enrico Mentana è diventato il guru anti-Rete

Inventando “webete”, Enrico Mentana è diventato il guru anti-Rete

Chissà che cosa ne pensano le multinazionali citate da Gandolfini nell’intervista con Lorenzetto. A differenza di quella di Mentana e di Sallusti, o anche della scelta introdotta dalla legge francese, quella del leader del Family Day non è una critica all’uso soggettivo dell’economia digitale, quanto alla cultura che la alimenta e la sta trasformando in un nuovo potere dominante. Al quale, per dispiegarsi senza freni, serve una società debole. “Perché le grandi lobby economiche sostengono tutte, indistintamente, l’ideologia gay o gender? – si chiede Gandolfini -. Perché una società debole, formata da figli con orientamenti sessuali incerti e mutevoli, è altissimamente condizionabile da qualsiasi input proveniente dall’esterno. Non esiste più il contraltare rappresentato dai valori della famiglia tradizionale. Anzi, a dirla tutta, – scherza ma non tanto Gandolfini – non esiste più nemmeno l’altare”. In questo modo le persone vivono “in uno stato di anomia. La relazione diventa esclusivamente individuale. Avremo un mondo di figli che non hanno più genitori, nel senso che ne avranno cinque o sei, e che cercheranno le ragioni della loro esistenza nella cultura corrente, nel consumismo, nei prodotti, basti vedere che cosa già rappresentano per loro oggetti come l’Iphone o l’Ipad… E con chi puoi instaurare una relazione forte, significativa, realmente accudente, se non esiste più la famiglia? Con Facebook, con Twitter, con Google+, con Instagram…”. Sono questi, i social network, i nostri nuovi genitori putativi.

Il vero motivo dell’esonero di Mihajlovic

Non ha resistito e l’ha esonerato. È stato più forte di lui. Mandare a casa Sinisa Mihajolovic a sei giornate dalla fine e con una finale di Coppa Italia da disputare è una decisione che Berlusconi ha preso contro tutto e tutti. Avrà ragione lui? Da tifoso me lo auguro, ma ci credo poco. Deciso che il tecnico serbo non sarebbe più stato l’allenatore del prossimo anno, ha scelto di testare Brocchi nel finale di stagione. Dopo Inzaghi e Seedorf, si rischia di bruciare il terzo coach alle prime armi in due anni.

  1. Un feeling mai nato. Troppa schiena dritta, Sinisa. Troppa lingua svelta. Il Presidente preferisce gente più condiscendente e disposta a farsi consigliare. Mihajlovic ascoltava e dialogava, ma alla fine decideva lui.
  2. Il gioco sgradito. Berlusconi predica da sempre il gioco d’attacco, spettacolare, la padronanza del campo. Peccato che per praticarlo servano i giocatori adatti. Al Milan non c’erano nè Iniesta nè David Silva nè Di Maria, ma Honda e Bacca tanto per fare due nomi, giocatori strutturalmente gregari. Come gragaria è un po’ tutta la squadra, se si fa eccezione per Balotelli. Pochi giorni fa Demetrio Albertini ha detto che nessuno del Milan di oggi avrebbe giocato nel suo.
  3. Il mercato degli ultimi anni. Se non vuoi spendere soldi per comprare i campioni, dopo aver venduto Thiago Silva e Ibrahimovic, e vuoi puntare tutto sui giovani italiani, forse dovevi cominciare a tenerti El Shaarawi. Se non hai i giocatori, almeno devi avere l’allenatore che pratichi il gioco prediletto. Anche se è di sinistra e non ama la cravatta. Do you know Sarri?
  4. La decisione controcorrente. Lo hanno consigliato di andare avanti con Mihajlovic, nell’ordine: Galliani, i giocatori al completo (con l’eccezione di Menez, Mexese Boateng, poco utilizzati), Sacchi e i tifosi (il sondaggio della Gazzetta dello Sport ha dato un inequivocabile 92 per cento contrario).
  5. Pigmalione. Berlusconi spera d’inventare dal nulla un grande allenatore come già gli riuscì con Sacchi e Capello, ma non con Inzaghi e Seedorf. Con Brocchi mantiene un filo diretto: può essere una forza e anche una debolezza (come con Seedorf). La verità è che, come diceva Biagi, “se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice”. Per fare la formazione del Milan le tette non servono, ma un allenatore più malleabile di Mihajlovic sì.
  6. Motivi extracalcio. Alla fine, considerato l’azzardo, potrebbero essere stati decisivi altri elementi, personali e imprenditoriali. Berlusconi è vicino agli ottant’anni. Pochi giorni fa Vivendi ha acquistato Premium, la pay tv di Mediaset e, in prospettiva, è possibile che il socio francese allarghi la sua influenza nel gruppo. La politica va come va. Il Milan resta l’ultimo giocattolo che diverte e, in futuro, potrebbe dare ancora soddisfazioni al Presidente. Che ha fatto la sua scommessa. Speriamo la vinca.

Cruyff, l’estetica visionaria divenne calcio totale

È dura non farsi prendere dalla nostalgia, meglio dichiararlo subito. È difficile non cedere al rimpianto del tempo andato ora che ad andarsene è Johan Cruyff, 68 anni, tumore ai polmoni. Qualche mese fa, aveva detto con la sfrontatezza che gli conoscevamo: “Sto battendo il cancro 2-0”. Ha perso la partita, restando in piedi. Se devo scegliere il più grande di sempre, scelgo lui. Non pretendo di convincere nessuno. Ognuno ha la propria personale classifica, Pelè, Maradona, Messi: perfetto. Difficilmente ci sarà un altro come Cruyff, tre Palloni d’oro.

La scelta del più grande identifica una stagione, un momento esistenziale, un concentrato di istanze e aspettative. Albeggiavano i Settanta, tra adolescenza e giovinezza si cominciava a intuire che roba poteva essere l’amore, e la voglia di cambiare il mondo aveva trovato una prima applicazione in quel meraviglioso pezzetto di realtà, sogni e gioco che si chiama calcio. Nelle strade e nelle università europee l’ideologia aveva preso i colori della violenza e del piombo. Ma sui prati di calcio s’affacciava una squadra di marziani di nome Aiax che praticava un gioco mai visto prima, presto ribattezzato calcio totale. Il leader era il numero 14, un ragazzo dotato di grande tecnica e velocità, due cose fino allora alternative. Corsa a testa alta, imprevedibile, palla incollata ai piedi, difensori saltati come lampioni, soprattutto capacità di anticipare, di vedere prima. Gol in acrobazia, d’esterno, allungato in orizzontale, quasi spalle alla porta. Gol con delizioso pallonetto. Dopo aver saltato mezza squadra da centrocampo fin dentro l’area. Di testa, in slalom. Dopo una veronica che manda a sedere il marcatore. E poi il passaggio filtrante, il pallone scodellato sul piede del compagno che deve solo spingerlo in rete, il rigore a due che ha ispirato anche Messi.

Sandro Ciotti lo chiamava il Profeta del gol. Un campionario di tecnica straordinaria, ma anche un leader al servizio della squadra, l’Aiax o l’Olanda allenate da Rinus Michels, composte di altri grandi giocatori. Cruyff è stato il primato dell’estetica senza dimenticare l’applicazione, l’affermazione della fantasia senza dimenticare la necessità del sacrificio. Una sintesi di spavalderia e consapevolezza, di schiettezza senza speculazioni. Giochiamo da protagonisti, mettiamo sul campo tutto quello che siamo. Calcio spensierato, atletico e ribelle perché rovesciava la filosofia fino allora vincente del catenaccio, difesa e contropiede, “primo, non prenderle”. Non a caso ha, a lungo, criticato il calcio all’italiana.

Nel 1969 il Milan di Rocco, Rivera e Prati, aveva riaffermato il suo primato: 4-1 all’Aiax nella finale di Coppa dei Campioni, come si chiamava allora. Ma nel ’74, cresciuti gli interpreti e perfezionato il sistema, nella prima Supercoppa europea (Cruyff era già al Barcellona, c’era ancora Rivera ma non più Prati) il Milan ne beccò sei. Calcio totale, calcio democratico, ruoli sfumati e eclettismo di tutti i protagonisti, difensori (Krol e Surbieer) che erano ali aggiunte, centrocampisti (Neeskens e Van Hanegem) in grado di far gol, difendere e impostare il gioco. Pressing, difesa alta, tecnica del fuorigioco, aggressione multipla e contemporanea sul portatore di palla, reparti stretti, sovrapposizioni, gioco di prima: tutto nato allora. E rivisto quindici anni più tardi nel Milan di Sacchi, non a caso incardinato su tre olandesi, tra i quali Van Basten, il giocatore che più gli si è avvicinato. E poi nel suo Barcellona e in quello dei suoi successori, Guardiola in testa.

Pochi mesi dopo quel 6-0 al Milan dell’Aiax, l’Olanda di Michels ribattezzata Arancia meccanica, approdò alla finale mondiale con la Germania di Müller e Beckenbauer a Monaco di Baviera. Ovviamente, tifavo Olanda, mentre i realisti prevedevano la vittoria dei tedeschi. Subito dopo il calcio d’inizio gli olandesi  avviarono una serie di 17 passaggi consecutivi che si conclusero con l’incursione di Cruyff, atterrato in area. Calcio di rigore trasformato da Neeskens. Poco alla volta, però, la Germania si riorganizzò, ribaltò il risultato e conquistò l’allora Coppa Rimet. In fondo, le grandi utopie hanno sempre qualcosa d’incompiuto.

Ho postato oggi su Twitter che avrei voluto trascorrere il pomeriggio a guardare partite di Johan Cruyff. Così, in parte, ho fatto. Adesso, anche se c’è l’amichevole tra Italia e Spagna, vorrei trascorrere la sera vedendo un ritratto approfondito di Cruyff e dei suoi anni.

La piega della spiega presa dal neogiornalismo

È una questione di gradini, di autorevolezza. Di conoscenza più o meno approfondita della materia. Ma può anche essere una questione di spocchia. Di tirarsela un filo. Ci si apposta un po’ più su e si guarda il resto del mondo dall’alto. Almeno per quella materia lì, per quello spicchio di realtà, pur piccolo. Il virus, la moda, sta contagiando noi giornalisti. Ce ne sono tante, di mode passeggere che s’infiltrano nei nostri articoli, nei nostri post, titoli eccetera. L’ultima è questa qui di spiegare qualcosa a qualcuno. Chi spiega sta un gradino più in alto di chi legge. C’è qualcuno un po’ più ignorante che va istruito, va edotto, va introdotto ai segreti di qualcosa che noi conosciamo bene. I giornalisti diventano un po’ professori, insegnanti di qualcosa. Ci può anche stare, ma è meglio esser consapevoli di questa piega della spiega…

Un conto è un libro, qualcosa che richiede un impegno e ha un intento esplicitamente pedagogico e affettuoso, tipo Il vangelo spiegato a mio figlio: racconti insoliti prima della buonanotte (Marta Brancatisano), oppure Le pensioni spiegate a mia nonna (Giuliano Cazzola), o anche Internet spiegato a mia nonna (Francis Mizio). Qualche volta un certo paternalismo condito di ironia può funzionare. Ed è bene accetto se il discente stima il docente per la sua competenza, vedi “Le serie tv spiegate a Giuliano”, ciclo di articoli di Mariarosa Mancuso sul Foglio, con lieve sentore di autoreferenzialità. Sempre sullo stesso giornale, Ferrara verga “Renzi spiegato facile a D’Alema”, dove quel “facile” dal tono volutamente sarcastico avrà fatto arricciare il baffo dell’ex lider Maximo, maestro riconosciuto di sarcasmo. In altri casi l’intonazione è da secchioni, tipo “L’Isis spiegato bene (a Milano)”, che annuncia che “un pezzo di redazione del Post discute dello Stato islamico”. Spiegato bene, non male… Lo stile da nerd ha vinto, spopola anche tra i giornalisti, si contamina con un certo, mai sopito, intento moraleggiante. Che si ritrova anche in altre formule e in altri titoli che hanno dentro il “Cosa insegna” questa faccenda eccetera (autocitazione), oppure “Perché” una certa cosa funziona così o colà…

È la moda del nuovo giornalismo intellettuale con tendenza cattedrattica, in qualche caso pontificante. Giornalisti-professori, giornalisti-docenti, giornalisticheselatirano (qui comincerebbe un lungo paragrafo sui giornalisti-ospititelevisivi, ma prima o poi ci arriverò). Forse è anche l’esplosione delle nuove tecnologie e dei social media che ha prodotto questo salto di qualità. Per capirci, su Facebook e Twitter che oggi compie dieci anni sono tutti giornalisti. E siccome le notizie le danno tutti, anche chi non ha titoli, allora i giornalisti diventano columnist, docenti, insegnanti di qualcosa. Per carità, meglio il giornalismo secchione, e magari un po’ pedante, di quello approssimativo e superficiale. È sul tirarcela, su un certo sussiego, che conviene vigilare. Lo dico anche a me stesso: una volta il giornalismo s’incaricava soprattutto di dare notizie. E la sfida dovrebbe rimanere principalmente sul terreno dell’informazione.

Vedere Spotlight e Truth per tenerci con i piedi per terra…

L’anonimato, il Villaggio techno e Elena Ferrante

“Basta. Di tutta questa storia di Elena Ferrante non ce ne frega niente…”. E intanto, giù paginate di giornale, sproloqui nelle radio, post su blog e siti vari. Sai come godono quelli della e/o edizioni che hanno pubblicato la tetralogia dell’Amica geniale? Tanto più ora che, nel bel mezzo del giallo letterario, la scrittrice ha raggiunto fama mondiale, Storia della bambina perduta è finalista del Man Booker International Prize, il premio britannico che sceglie i migliori romanzi tradotti in lingua inglese, e Fandango e Wildside pensano di farne una serie tv.

È divertente assistere a questo infuriare del mistero attorno all’identità della scrittrice. Dopo l’investigazione di Marco Santagata che, attraverso una complessa ricerca storico-filologica pubblicata da La Lettura, ha ipotizzato che dietro lo pseudonimo si nasconda Marcella Marmo, ex studentessa della Normale di Pisa, studiosa di criminalità organizzata e docente di Storia contemporanea a Napoli, la querelle editoriale si è ulteriormente rinfocolata (anche perché, detto per inciso, Marmo ha smentito). Chi si dice sdegnato – basta, è solo un’arguta operazione di marketing – ed esige “pubbliche scuse” per le balle in sequenza (Veronica Tomassini sul Fatto quotidiano.it). Chi fa spallucce e alla notizia della presunta individuazione dell’autrice replica snobisticamente con un “beh, e allora?” (Daria Bignardi, sul suo Barbablog). Chi dubita che la faccenda interessi davvero qualcuno, ciò che conta è il contenuto dei romanzi della Ferrante chiunque essa sia, osservando che, da sempre, esistono scrittori invisibili o anonimi, da J.D. Salinger a Luther Blissett (Davide Turrini, Il Fattoquotidiano.it). Chi tesse l’elogio della Ferrante – fa bene a vivere nascosta, proteggendo la privacy, evitando pedanti pubbliche relazioni e le pressioni dei media (Lia Celi su Lettera 43). Chi come Dagospia ribadisce la propria convinzione che Elena Ferrante sia tutt’altra persona, Anita Raja, moglie dello scrittore Domenico Starnone.

Chissà se e quando la matassa verrà sbrogliata. Operazione di marketing, tutela della privacy, semplice pigrizia, magari difficoltà di relazioni sociali o altre serie ragioni che stentiamo a immaginare: possono essere tante le cause del mancato disvelamento pubblico dell’autrice dell’Amica geniale. “Smentiamo che Elena Ferrante sia Marcella Marmo e ci auguriamo che si torni a parlare del libro e non dell’identità dell’autrice”: la casa editrice e/o ha provato a rimettere il dibattito su binari più squisitamente letterari. Senza riuscirci. Perché, in realtà, nella società della comunicazione l’identità di uno scrittore come di un artista è elemento tutt’altro che secondario. Prendiamo il caso Banksy: se il suo nome fosse noto, l’apprezzamento per la sua street art sarebbe identico o un po’ più contenuto?

Francamente, ho sempre apprezzato “chi ci mette la faccia”; per dirla con Catarella di Montalbano, chi si espone “di persona, personalmente”. Cioè, chi risponde delle proprie opere, sia in campo professionale che artistico. Non amo i fake o i nome de plume che imperversano in Rete. Ma c’è un ma. Oggi nel villaggio globale inseguiamo tutti la visibilità. Essere noti, riconoscibili non solo nel mondo dei social media, ci fa sentire delle piccole star. Il narcisismo compulsivo che alimentiamo con raffiche di selfie o inutili tweet sulle uova al tegamino che stiamo per mangiare è la causa patologica di questa distorsione del reale. Nella società del controllo totale dei cittadini, nell’era della sorveglianza attraverso telecamere, tracciabilità, tabulati, intercettazioni, cyber security e tutto il resto, riuscire a ritagliarsi uno spazio anonimo è una missione impossibile che incrementa la leggenda molto più che metropolitana di chi la compie. L’imprendibilità di Banksy, il mimetismo di Elena Ferrante, il mistero di Anonymous sono fenomeni che si sono prodotti in un’epoca di dominio incontrastato delle nuove tecnologie. Per questo rappresentano qualcosa di diverso dalla vita ritirata di Salinger o dall’enigma di Shakespeare. E per questo l’invisibilità funziona come una sorta di additivo, di doping (privato) dell’agire sociale. Nell’età della sorveglianza globale e del collettivismo orizzontale determinato dai social media, l’anonimato può essere una forma di riappropriazione dello spazio dell’io. L’unico punto debole è che chi lo mette in atto rischia di restarne prigioniero. Se non si tratta di una scelta per cause di forza maggiore come sarà, nel tempo, la banale vita quotidiana di Banksy, di Elena Ferrante o degli attivisti di Anonymous? In fondo, anche l’anonimato può essere un’altra forma di narcisismo. Più sottile e perversa.

La partita Mihajlovic-Berlusconi in 10 mosse

Fino a ieri sembrava che per restare sulla panchina del Milan Sinisa Mihajlovic avrebbe dovuto vincere tutte tredici le partite restanti fino a fine campionato e magari pure la Coppa Italia dove, se approderà alla finale, quasi certamente troverà una squadretta chiamata Juventus. Non poteva essere che una provocazione, essendoci tra i match da disputare quelli con il Napoli, la Juve e la Roma (questi ultimi al Meazza). Provocazione, stimolo, bocciatura annunciata che sia, forse giova ricordare schematicamente le cose buone e meno buone fatte dal tecnico dall’assunzione a oggi. Per tentare di capire se e fino a che punto è giusto mettere in discussione Mihajlovic.

  1. Ha voluto a tutti i costi Alessio Romagnoli. E ha avuto ragione.
  2. Dopo alcuni tentativi ha scelto Alex, forse il meno atteso, come suo compagno, dando solidità ed esperienza alla zona centrale della difesa.
  3. Appena ha avuto una condizione accettabile ha preferito Montolivo a De Jong, che la maggioranza degli osservatori ritenevano inamovibile (salvo poi criticare il fatto che il gioco della squadra era lento e non ripartiva mai), trasformando il capitano nel giocatore che recupera più palloni del campionato.
  4. Ha scommesso su Gigi Donnarumma, anticipandone l’esordio a scapito di Diego Lopez. Scommessa vinta.
  5. Tra tutte le ali destre (Cerci, Suso) ha puntato su Honda,  prossimo alla cessione, facendone un pretoriano del 4-4-2.
  6. Ha cambiato modulo, anche contravvenendo alle preferenze della casa per il trequartista, dando fisionomia e logica a un gioco compatibile con le risorse a disposizione.
  7. Ha dato compattezza, spirito di gruppo, identità operaia alla squadra anche nei momenti in cui era personalmente sull’orlo del precipizio.

Per completare il lavoro e fare en plein mancano ancora tre mosse a Mihajlovic.

  1. Dare un gioco offensivo scintillante e con possesso palla in grado di comandare le partite (come auspicano Berlusconi, che ha sborsato 86 milioni, e tutti i tifosi, memori della storia rossonera). Ma per questo serve qualche innesto dal centrocampo in su con un giocatore che elevi il tasso tecnico del reparto e, senza fargli perdere compattezza, sappia innescare con più continuità le punte. Forse questo giocatore potrebbe essere Bertolacci nella sua forma migliore. Altrimenti bisogna ricorrere al mercato (ma Vazquez è da Milan?).
  2. Completare il lavoro iniziato con il recalcitrante Balotelli, convincendolo a lavorare affinché il suo talento possa finalmente esprimersi al meglio.
  3. Recuperare e integrare Menez (più seconda punta che trequartista) e Boateng nel progetto.

 

 

Il libro del Papa e l’happening di Benigni

C’era anche Roberto Benigni a presentare il libro di papa Francesco intervistato da Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa e responsabile dell’autorevole sito Vatican Insider, intitolato Il nome di Dio è Misericordia (edizioni Piemme, traduzione in 85 lingue). A fianco dell’artista, presenziava in una delle sue rare uscite pubbliche, il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e Zhang Agostino Jianqiang, un detenuto del carcere di Padova convertito al cristianesimo, invitato dalla platea per una toccante testimonianza. A conferma dell’importanza dell’evento, moderava gli interventi il direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi. Giù dal palco, per la diretta esclusiva su Tv2000 dall’Auditorium Augustinianum, un parterre nel quale si son visti Eugenio Scalfari, Luciano Violante, Massimo Borghesi, padre Antonio Spadaro, Andrea Monda, alcuni ambasciatori, vari professori, teologi, giornalisti.

“Un libro-conversazione più che un’intervista per strappare qualche scoop, oltre che uno strumento per vivere in profondità il Giubileo in corso”, ha precisato padre Lombardi, sottolinenando che la misericordia è probabilmente il fulcro di questo pontificato. Un libro “esperienziale”, denso di vita vissuta.

Lo scopo di queste pagine non è stabilire ricette, definire casistiche, fissare paletti, ha osservato il cardinale Parolin nel suo intervento. Niente dogane spirituali, niente formule statiche e clausole per autenticare la fede delle persone. La misericordia è un Dio che ci attende a braccia aperte se appena abbiamo l’intenzione, anche se non la piena capacità, di compiere un piccolo passo verso di Lui. A Dio basta anche solo il desiderio di avvicinarsi a Lui.

Proprio perché si tratta di un libro esperienziale, il secondo intervento è stato la testimonianza di Zhang Agostino, un cinese trentenne, figlio di una famiglia buddista. Un ragazzo passato attraverso la dissoluzione, la disperazione e il rifiuto della famiglia. Finito in carcere dove, insieme al pentimento per il dolore provocato alla madre, gli è rinato il desiderio della felicità e del riscatto. L’incontro con altri carcerati lavoratori della Cooperativa Giotto, contenti di aver iniziato a frequentare la comunità cristiana, ha destato in lui la curiosità fino alla decisione di farsi battezzare e di ricevere i sacramenti nel carcere dove tuttora vive.

Una storia commovente. Dopo la quale non è stato facile intervenire per Benigni. Il libro-conversazione era stato definito da monsignor Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, un vero “happening editoriale”. Definizione indovinata anche per la performance dell’artista. “Solo al Papa poteva venire in mente di organizzare una presentazione con un cardinale veneto, un carcerato cinese e un comico toscano – ha subito scherzato Benigni -. Sono emozionato per la mia prima volta in Vaticano, l’unico sul palco senza collarino… Ma già da bambino la vocazione ce l’avevo: quando in classe alla domanda su cosa volevo fare da grande risposi senza indugio il Papa, tutti capirono che ero tagliato per diventare un comico”.

La presenza di Benigni è stata il clou dell’evento. Pensando al percorso del comico toscano, alle sue recenti performance, dalle letture della Divina commedia all’esegesi dei Dieci comandamenti, dopo la quale ricevette la telefonata proprio di Francesco, si ha la percezione che, come scrive San Paolo ai Corinzi, anche per lui il tempo si sia fatto breve. E che, sfrondando corollari e contorni, il premio Oscar per La vita è bella abbia deciso di mostrare il suo vero volto, senza mediazioni. “Ieri ero lì, al breve incontro per questo libro – ha raccontato – e mentre aspettavo il Papa mi sentivo come Zaccheo che sale sul sicomoro in attesa di Gesù che quando passa si ferma per dirgli: ‘scendi perché stasera vengo a casa tua’”. Per Benigni, Il nome di Dio è Misericordia è un libro “che innalza i cuori senza annebbiare il cervello. Un libro che si tiene in tasca, si legge d’un fiato, mentre si aspetta il treno… Il Papa dice che la misericordia è la giustizia più grande, un mondo con solo la giustizia sarebbe un mondo freddo. La misericordia è il cuore del suo pontificato”. Misericordia è anche la prima parola che si pronuncia nel poema dantesco. È al centro del salmo 50 che parla del perdono di Davide, il preferito di Benigni. La misericordia non va confusa con la pietà perché “contiene la perla lucente della gioia, una grazia leggera, la gioia nel dolore. Questi due sentimenti ci sono tutti e due nel pontificato di Francesco e anche in questo libro. Del dolore parliamo spesso, ma la gioia la teniamo spesso nascosta, invece è il gigantesco segreto del cristianesimo… Gesù non disdegna i beni della vita… Che è una lotta tra amore di sé fino a dimenticarsi di Dio e amore di Dio fino a rinunciare a sé”.

Un Benigni travolgente, come sempre, anche in un contesto sobrio come quello dell’Auditorium e della diretta sull’emittente dei vescovi diretta da Paolo Ruffini e Lucio Brunelli. “Cosa fa Francesco, verso dove sta andando – si è chiesto il comico -. Sta traghettando la Chiesa verso Gesù, verso il cristianesimo, il vangelo, attraverso la misericordia che non è una virtù molle, buonista, ma severa, che il Papa mette in gioco nei luoghi più difficili. Il primo viaggio è stato a Lampedusa, poi la porta santa del Giubileo l’ha aperta in Africa… In un mondo che vuole l’odio e la condanna, Francesco risponde con la misericordia, andando nei posti del dolore”.

Dopo una lunga citazione del Papa tratta dal libro, il comico ha chiuso con le parole di San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. E forse qui c’è tutto il Benigni di oggi.