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Barbara Alberti: «Vi racconto una maternità eversiva»

Una maternità rivoltosa. Una gravidanza eversiva. Un’esperienza che rovescia formule, stereotipi e dogmi femministi e del radicalismo montante. Una cultura che, mentre stabilisce il diritto a eliminare il nascituro sgradito, allo stesso lo pretende sempre e comunque, quando ha deciso così. C’è tutto questo nelle 148 paginette che si leggono di corsa di Non mi vendere, mamma!, l’ultimo racconto pubblicato da Barbara Alberti per Nottetempo. Un inno alla maternità in cui il nascituro educa la madre surrogata, spingendola a ribellarsi al destino segnato. Un libriccino che fa a pezzi la gestazione per altri, «l’utero in affitto», con il linguaggio schietto dell’autrice, irregolarissima tra gli irregolari. Scrittrice, sceneggiatrice, opinionista televisiva, già femminista, con breve parentesi lesbica, Barbara Alberti si ribella anche lei all’idea di una sinistra che mette i diritti individuali riguardanti la sfera privata davanti a quelli sociali.

Il suo racconto è la storia d’amore tra un feto e una mamma per altri, che sono i coniugi Trump. Come le è venuto in mente?

«Mi sa che non lo so. Se lo sapessi sarei Arianna, avrei in mano il filo impossibile che lega conscio e inconscio, pensiero e creazione. Io mi racconto delle storie, e le storie raccontano me. Mi è sempre successo, fin da piccola, quando mi mandavano in soffitta perché non volevo dire le preghiere . Certo trovavo sconvolgente questa sopraffazione del ricco sul povero, pagare una donna perché diventi il “forno” (sì, lo chiamano così) di un figlio che cresce dentro di lei, ma non è biologicamente suo – atroce alleanza fra capitale e scienza – avrei voluto scriverne, ma non sapevo come. Poi Chico – il bambino – ha cominciato a parlare, ed ecco il libro».

Insomma, una storia ambientata dentro l’utero, quanto sottovalutiamo ciò che scorre tra una mamma e la creatura che porta in grembo…

«Non so se la sottovalutiamo. Retorica se ne fa tanta. E gli antiabortisti ne abusano senza scrupoli. Il fatto è che è un rapporto insondabile, su un milione di madri, e di figli che stanno per nascere, credo si viva in un milione di modi diversi. Ho avuto due figli, senza mai farlo apposta. E quando mi sono accorta che c’erano ricordo lo stupore, il panico, ma soprattutto l’esplosione della fantasia, all’idea di questo piccolo extraterrestre di cui non conoscevo la forma – che ero io, e lui era me – prima che nascessero, ogni tanto sognavo che mi parlavano. Le mie attese sono state un lungo sogno. Senso di responsabilità, zero. Era una specie di società segreta, fuori dal mondo».

Perché nel suo racconto è il feto che educa e svezza la madre?

«La parola “feto” mi fa impressione. Scrivendo lo immaginavo come un piccolo Dioniso, che viene a sovvertire il mondo spiritualmente poverissimo di una madre abituata a obbedire. Diventa il suo piccolo maestro di ribellione, portandola a una visione più alta, più libera, più coraggiosa, dove non contino solo i soldi. Le fa dono dell’immaginazione, e con essa del senso della rivolta».

Una volta le femministe proclamavano «l’utero è mio e lo gestisco io». Oggi con la gestazione per altri l’utero è di un committente, di un datore di lavoro, del denaro, del mercato…

«Il mercato è il dio più stupido al quale si sia mai arresa l’umanità. Nessun idolo del passato ha mai goduto di tanti sacrifici umani. Nessun dittatore, né Hitler, né Stalin, ha mai fatto tante vittime. È una sudditanza assurda, cui ci stiamo adattando tutti, un sistema che sovverte le coscienze e annienta l’idea stessa dei diritti umani. Che una pratica schiavistica come l’utero in affitto passi per una battaglia libertaria, è surreale».

Melania e Donald Trump. Nel libro di Barbara Alberti, scritto 8 mesi, fa ricorrono all'utero in affitto

I coniugi Trump. Nel libro di Barbara Alberti, scritto in giugno, ricorrono all’utero in affitto

Parliamo dei Trump: lei li ha coinvolti nel suo racconto come archetipo del male assoluto. Conferma questa idea dopo che sono stati eletti?

«Archetipo dell’onnipotenza del danaro. L’ultimo capriccio di un vecchio sguaiato pescecane, supportato da milioni di voti- la cosa terrificante è che tanti americani si siano identificati in lui. Ha vinto Ubù re, il paradossale personaggio di Alfred Jarry, il demente pericoloso, “buono a nulla e capace di tutto” che prende il potere – un uomo vicino al Ku klux klan, che vuole innalzare i muri fomentando gli istinti più incivili».

Durante la campagna elettorale – e anche ora è confermato – però si è visto come Trump fosse paradossalmente più a sinistra di Hillary Clinton. Mentre lui teneva comizi davanti alle fabbriche lei prendeva l’aperitivo con Lady Gaga. E poi quella appoggiata dalla grande finanza era Hillary…

«Che io abbia paura di un Trump come presidente degli Stati Uniti, non significa che sia dalla parte di Hillary. I Clinton sono un’altra desolante incarnazione dell’arroganza della pericolosità della volgarità del potere. Magari il problema fosse Lady Gaga. È una frivolezza rispetto alle tremende scelte di Hillary in politica estera. Quanto a Trump che arringa gli operai, sembra una trovata di Brecht, o di Chaplin. Lo sfruttatore che si fa paladino immaginario dei diritti degli sfruttati… nonsense insostenibili, che sono la realtà in cui viviamo».

C’è un rovesciamento di prospettiva anche in materia di maternità e famiglia. L’utero in affitto è una battaglia di sinistra?

«Quale sinistra? Quella di Gramsci, o quella di oggi? È il trionfo del mercato. Gli uomini come cose. “La negazione della relazione”, come scrive Marina Terragni in Temporary mother, dove rivela un giro di affari sui 10 miliardi».

Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa

Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa

Nichi Vendola, ex leader di Rifondazione comunista ritiene che la gestazione per altri sia un atto d’amore.

«Non voglio unirmi al linciaggio smodato contro Nichi Vendola. Fra i tanti personaggi famosi che sono ricorsi alla maternità surrogata, tenendolo accuratamente nascosto, lui è l’unico che si sia esposto, ben sapendo di attirarsi critiche e insulti. Me lo ricordo ragazzo, fervido, ispirato, con una tensione morale assoluta. Un vero comunista – questa parola è stata demonizzata e ridicolizzata, ma continua a esprimere l’idea più alta della convivenza umana. Vendola ha sempre sostenuto princìpi nei quali credeva profondamente, e anche adesso, quando parla di “atto d’amore”, credo che lo pensi. Ma è un abbaglio. Avere un figlio doveva essere un desiderio così grande, da fargli sostenere qualcosa d’insostenibile. Come dice il bambino Chico: “Difatti è pieno di donne povere che vanno dalle miliardarie e dicono: mi fai un figlio, per favore? E la miliardaria: Ma certo! È un atto d’amore”. L’esposizione di Vendola ha favorito la credenza per cui sarebbero soprattutto i gay a ricorrere all’utero in affitto, mentre per la maggior parte si tratta di ricche coppie etero. Non sempre sterili. Chico: “Oggi che un figlio si può comprare, i ricchi si risparmiano il disturbo”».

Altri sottolineano l’aspetto strumentale di questa pratica. Una donna presta il suo organo più intimo dietro compenso, separando i corpi dai propri sentimenti altrettanto intimi come la naturalezza della maternità. L’utero in affitto è una protesi robotica inventata dall’egoismo dell’uomo e del mercato?

«Sì, una protesi robotica, che nega il rapporto fra madre e figlio durante la gestazione, questa misteriosa identità, che per nove mesi è comune. Anche se la maternità è cosa più insondabile e varia, e trascende la carne. La protagonista di un mio libro, che ha un rapporto di maternità elettiva con una ragazza, dice “Non ho figli, ma sono madre per natura e fortuna. Madre non vuole dire parto e frattaglie. Madre è colei che al buio ti tiene stretto, e racconta. Madre è quella che ti distrae dalla paura”».

Un feto che si rivolge alla madre oltre che essere una denuncia della gestazione per altri, è anche un messaggio pro life, o no?

«Ah, “feto”… il termine è corretto, ma lo sento medicale. Chico, questa creatura anarchica e beffarda, col suo umorismo rivoluzionario, è per prima cosa un’invenzione letteraria, è un inno al libero arbitrio, a una vita diversa dal modello comune. Quando la madre si rifiuta, come vorrebbe lui, di scappare insieme, rompendo l’accordo con gli orrendi Trump, e gli dice: «Ma la capisci la parola impossibile?”, lui risponde: “No. Appena la capisci, sei già pronto a farti comandare. Che vuol dire pro life? La vita a tutti i costi? No. Tutti quelli che si battono per chi non è ancora nato, odiano quelli che sono già nati. In America sparano sugli avversari. Solo noi donne sappiamo cosa ci costa l’aborto. Non lo sa la chiesa, non lo sanno gli antiabortisti. È il più paradossale dei suicidi, la donna uccide sé. Ma nessuna forza al mondo può obbligarci a mettere al mondo un figlio che non vogliamo. È un diritto atroce e sacrosanto. La nostra libertà è terribile, e comportava fin dall’inizio questo insindacabile arbitrio, e che un giorno dicessimo la vita è affar nostro, nessuno puo’ entrare fra noi e il figlio che abbiamo concepito. Non so se è giusto. È un fatto. Non si discute».

Il nascituro non ha voce, né parlata né cantata. Cosa pensa del promo del Festival di Sanremo?

«Mamma mia quant’è brutto! Per realizzare visivamente quell’idea non ci voleva il computer, ma Federico Fellini, o Stanley Kubrick, o Paolo Sorrentino… Ci voleva il poeta, l’invenzione, l’interpretazione. Così è osceno e sinistro. Degno di Sanremo».

C’è qualcosa o qualcuno che, quando ci pensa, la fa sorridere e la riconcilia con la vita?

«Non mi sono mai deconciliata. L’animale è forte in me – mi piace essere viva. Come Chico, continuo a inseguire il riso di William Blake: “Quel riso che dalla culla alla tomba sorridere si può una volta sola/ quando è sorriso, ha fine ogni miseria”».

 

La Verità, 8 gennaio 2017