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«Contro la noia insegnerò il tennis di Federer»

Ripartire dalla provincia. Anche se si è uomini di mondo. Anzi, forse proprio per questo. Adriano Panatta ha girato il pianeta, è conosciuto e stimato ovunque. Eppure ha voglia di ricominciare da un maxicentro sportivo a Treviso, dove vive da qualche anno con la sua compagna, l’avvocato Anna Bonamigo. Il suo progetto imprenditoriale è decollato con l’asta pubblica nella quale ha rilevato il vecchio Tennis club di Bepi Zambon, pianificando un investimento di 3 milioni per il suo rilancio insieme con l’amico Philippe Donnet, Ceo del Gruppo Generali. E siccome, perdonate la nota personale, sono originario di Treviso e Bepi Zambon è stato il mio maestro di tennis, incontrare ora Panatta, idolo di gioventù, è chiudere un cerchio.

Dunque, si ricomincia a 69 anni?

«Inizio un’attività imprenditoriale che per tanti anni non ho preso in considerazione: avere una struttura sportiva e dirigerla. Da qualche tempo vivo a Treviso e questo è un modo per radicarmi di più nel territorio».

Lo chiamerà Tennis pof pof, dal celebre cameo nel film La profezia dell’armadillo?

(Ride) «No… ci sto pensando. Ho ancora un po’ di tempo per scegliere il nome».

Qual è stata la molla di questa decisione?

«Desideravo un’attività più stanziale, per non essere sempre in giro. Viene il momento in cui si ha voglia di fermarsi. A me piace molto lavorare e con gli anni alcune attività sono cambiate. Ma mi sento pieno di energie e ho trovato come partner una persona che mi tranquillizza in tutti i sensi. Philippe Donnet, Ceo mondiale del Gruppo Generali, è un grande amico, gli ho raccontato il mio progetto e la sua risposta è stata: “Se lo vuoi fare sto con te”. È stata la molla decisiva».

L’occasione è venuta dall’asta del vecchio Tennis Zambon.

«È andata deserta quattro volte. Bepi Zambon lo conosco dalla fine degli anni Settanta, quando organizzò l’esibizione con Borg al Palaverde. Un paio d’anni fa mi aveva detto: “C’è il mio circolo da rilanciare, facciamo una cordata”. Ma in quel momento avevo altri interessi. Poi ho visto che è una struttura che, con adeguati investimenti, può diventare molto bella».

Sarà un circolo nel quale insegnerà il tennis di una volta: stanco del troppo agonismo e della poca armonia che si vedono oggi?

«Stanco di una certa esasperazione. Non approvo l’insegnamento ai bambini concepito in modo estremo, parlo di impugnature e impostazione tecnica. Un conto sono i professionisti, un altro i ragazzini. La mia idea è promuovere il tennis classico, non vecchio di mezzo secolo. Più Federer e meno Nadal. Oggi il gioco è improntato sulle grandi rotazioni, solo se uno è forte fisicamente e mentalmente può andare avanti. Ma chi ha imparato e praticato il tennis così esasperato, molto spesso con l’avanzare dell’età, smette».

Mentre il tennis più classico è compatibile anche con over 50 e 60?

«Ho tanti amici che giocavano con me a livello di club e, anche se non hanno fatto la mia carriera, ancora oggi si divertono e non fanno solo fatica. Questo è il concetto. Le scuole di tennis vengono concepite come fabbriche di campioni, ma ne nasce uno ogni morte di Papa. I genitori li iscrivono perché pratichino uno sport e si divertano. Poi, certo, se si vedono doti di un certo tipo, allora si può e si deve intervenire in modo più specifico».

È vero che vieterà il rovescio a due mani?

«Nessun divieto. Certo, io preferisco quello a una mano. E, se devo dirla tutta, mi pare che nel circuito i rovesci migliori siano quelli di Stan Wavrinka, Richard Gasquet, Grigor Dimitrov e ovviamente Federer. Ma se ci sarà qualche ragazzino che non riesce a portarlo, gli insegneremo tranquillamente il rovescio a due mani».

Allevare dei campioni non sarà il suo obiettivo?

«Non principalmente. Vorrei che questo circolo diventasse una casa dello sport per le famiglie, per i quarantenni e cinquantenni, per le donne. Ci saranno i campi da tennis, ma anche di paddle, una grande piscina, il centro benessere, la palestra, un ristorante vero, una club house molto accogliente dove ritrovarsi con gli amici, per incontri di lavoro o semplicemente per trascorrerci una giornata».

Il circolo tradizionale è adatto ai ritmi della società contemporanea? Nelle grandi città si prenota il campo con le app, si va, si gioca, ci si fa la doccia e saluti…

«A lei piace? A me no. Io penso a un posto dove ci si possa rilassare e interrompere quella velocità. Mentre i figli frequentano i corsi, le mamme potranno fare pilates, andare al centro estetico, bere un caffè e leggere il giornale…».

Avrete anche attenzione all’aspetto educativo dello sport?

«Quello spetta innanzitutto ai genitori e alla scuola. Nel nostro piccolo faremo capire ai genitori e ai nonni che i ragazzini di 10 o 12 anni che cominciano a giocare benino non devono subito pensare alla prestazione e a diventare campioni. Intanto è importante praticare un’attività fisica e divertirsi, prima di crearsi false illusioni e inseguire la chimera del professionismo. Perché il 99% non diventano campioni, ma ingegneri, imprenditori, professori; e non c’è niente di male, anzi».

Una cittadina come Treviso è il posto giusto per un circolo tradizionale?

«Spero di sì».

Non le sta stretta?

«Per niente».

Roma non le manca per merito dell’amministrazione Raggi?

«Non mi manca perché ci vado quasi tutte le settimane. Certo, mi spiace vederla sporca, con le buche, in preda alla confusione del traffico. Con l’età non si ha più voglia, si è meno tolleranti… Per Roma nutro un amore sconfinato, è talmente bella che ti fa dimenticare il peggio, ma non sempre. Stamattina sono uscito per andare in un ufficio pubblico, ho trovato persone gentili e in mezz’ora ero di ritorno. Avessi dovuto andare all’Eur sarebbe servita mezza giornata».

Il tennis è lo sport individuale più complesso, drammatico e totalizzante che esista?

«È l’unico sport nel quale sei totalmente solo perché non c’è l’allenatore in campo. Te la devi sbrigare, devi trovare le soluzioni, venir fuori da situazioni complesse. Sai quando cominci, ma non quando finisci, fino all’ultima palla può succedere di tutto, anche se stai sotto 6-0 5-0. Ci sono la tensione, la tenuta nervosa… Ho visto tanti ragazzini giocare benissimo, ma non riuscire a sfondare perché non abbastanza solidi mentalmente».

Oggi per eccellere servono più doti temperamentali che ai suoi tempi?

«Sul piano del talento non credo che le cose siano cambiate molto. I giocatori sono alti due metri e tirano il servizio a 240 all’ora anche con l’aiuto dei nuovi attrezzi. Noi avevamo le racchette di legno, adesso con quelle nuove fanno a cazzotti. Se guardo Federer mi diverto, con altri meno, lo scambio dura finché uno dei due sbaglia. Essendo la palla più veloce, si ha meno tempo per pensare e si va d’istinto».

L’Italia ha due giocatori a ridosso della top ten come Fabio Fognini e Matteo Berrettini.

«A Fognini mancano un po’ di servizio e di tenuta mentale. Se sei in difficoltà, ma hai un servizio potente puoi venirne fuori. Su come gioca bene a tennis nessuno può dirgli niente, ha una mano eccelsa».

Berrettini?

«Ha cominciato da un anno a essere un giocatore forte, diamogli un po’ di tempo. Ma ha tante doti, solidità mentale, sta bene in campo, è un giocatore moderno di due metri e con un gran dritto, è un ragazzo educato. Infine, Vincenzo Santopadre, il suo allenatore, sa come si fa».

Se Fognini avesse maggiore solidità mentale sarebbe ai primissimi posti mondiali?

«Chi gioca di talento esprime un tennis difficile per cui la tenuta mentale è più importante rispetto a un giocatore potente. Fognini deve inventare tennis a ogni colpo. È un po’ quello che accadeva a me con Borg, per dare il massimo devi stare bene con la testa. Chi gioca sul ritmo e sulla regolarità ha un copione magari eccelso, ma più limitato. Non deve fare un ricamo ogni volta. Se mi passa il paragone, è la stessa differenza che c’è tra un programmatore informatico e un art director».

Le passo il paragone ma le faccio una provocazione.

«Facci pure, come diceva il grande Paolo Villaggio».

Questo circolo con il tennis classico è una cosa nostalgica e un po’ vintage?

«No, assolutamente. È una scelta da imprenditore in un campo che credo di conoscere bene perché ci sono nato. E, dal punto di vista affettivo, mi consente di stabilirmi a Treviso e di stare un po’ di più a casa con la mia compagna».

Perché ha scartato l’idea di una scuola competitiva che allevi ragazzi vincenti?

«Perché non m’interessa».

Perché per lei la vittoria non è mai stata tutto?

«Questo è vero, non era tutto. Ma il vero motivo è che voglio creare un posto dove stiano bene anche gli adulti, senza troppi stress. E dove chi gioca a tennis abbia voglia di migliorarsi, ma senza paranoie. Gli adulti vorrebbero migliorare, ma poi col maestro si accontentano di palleggiare. Per esempio, nel golf non è così. Vorrei che anche chi ha cinquant’anni avesse ancora lo stimolo a imparare per battere il collega di lavoro. Mi piacerebbe che le persone arrivassero al circolo con il sorriso perché sanno di entrare in un posto accogliente e ne uscissero con un sorriso ancora più grande. Questa è la mia unica missione. Se poi ci sarà un ragazzino particolarmente dotato, credo che me ne accorgerò e a quel punto vedremo cosa fare».

La vittoria non era tutto perché privilegiava i gesti bianchi o perché anche la conquista di uno slam non la appagava pienamente?

«Quand’ero in campo la vittoria era tutto. Infatti, dicevano che non sorridevo mai, ero “il Cristo dei Parioli”. Nessuno mi ha mai accusato di non lottare. Ma poi, quando avevo vinto, mi dicevo: beh, che avrò fatto mai?».

Ha avuto successo mondiale, popolarità, belle donne, è stato anche campione di motonautica: che cosa le manca per sconfiggere la noia?

«Sconfiggerla del tutto è impossibile. È la cosa che mi fa più paura. Questa nuova avventura è uno stimolo, c’è da pensare all’azienda. Va bene così».

 

La Verità, 20 ottobre 2019