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Borgna: «La salvezza del web? La vera rete è la Chiesa»

Genio gentile, oltre che nel nome, Eugenio Borgna ha il genio nell’anima. La sua, innanzitutto. E in quella delle persone, di cui ha imparato a conoscere le profondità più remote in una lunga carriera di psichiatra. Ottantacinque anni e un dinamismo invidiabile, primario emerito dell’ospedale di Novara, docente di clinica delle malattie nervose, autore Einaudi per la quale ha appena pubblicato Le parole che ci salvano, sorta di trilogia della parola (La fragilità che è in noi; Parlarsi; Responsabilità e speranza), fautore di una psichiatria fenomenologica, basata sull’ascolto e il dialogo più che sui farmaci, Borgna ha una gentilezza d’altri tempi. Tutti i colleghi che lo hanno intervistato negli ultimi tempi hanno sottolineato questo tratto di nobiltà. Nel mio caso ha accolto con entusiasmo l’idea di incontrarci da un giorno all’altro, trasferendosi dalla casa di Borgomanero, dove aveva in agenda alcune visite, a quella di Novara per abbreviare il mio tratto di strada.

Professore, di che cosa è malata la società contemporanea?

«La nostra è una società sempre più autistica, una società nella quale vengono meno gli ideali che favoriscono l’aggregazione e la vita comunitaria. È una società non sociale. Si vive isolati, staccati. Manca quel cemento che un tempo collegava il nostro destino a quello degli altri. Lo abbiamo visto paradossalmente esemplificato anche in questi giorni di tragedie: c’è chi soffre isolato e chi prova a gettare dei ponti per intervenire, superando la tentazione crescente a vivere solo delle proprie cose. Per favorire le relazioni si deve andare controcorrente».

Concorda con il fatto che ciò che manca di più oggi è la capacità di ascolto? Fa anche lei l’esperienza di parlare vedendo, dopo pochi secondi, gli occhi assenti dell’interlocutore?

«La carenza di ascolto è un tema su cui scrivo, inascoltato, da diversi anni. L’ascolto è fatto di tante componenti. La prima è l’attenzione all’altro, una disposizione che Simone Weil assimilava alla preghiera. Non è solo rispetto per non interrompere. Il vero ascolto, tanto più nella cura psichiatrica, implica la capacità di cogliere il nocciolo profondo dell’intimo e dell’indicibile. Sappiamo che sincerità non significa dire tutto. Ascolto vuol dire immedesimazione nell’altro e capacità ermeneutica per interpretare il detto e il non detto».

Prendendo a prestito il vangelo di Luca, oggi siamo tutti distratti come Marta che si agita e si affanna per molte cose, mentre una sola è quella che conta?

«In ciascuno di noi convivono l’attitudine contemplativa e quella pragmatica. O meglio, dovrebbero convivere. Invece, finiamo per privilegiare la seconda, costruendo cattedrali nel deserto, spesso dissociate dalla nostra interiorità. A volte ascoltare noi stessi è ancora più difficile che ascoltare gli altri. Nietzsche diceva che rifiutiamo di ascoltare l’interiorità perché temiamo di essere risucchiati nei nostri abissi. Più in positivo Sant’Agostino invita a “non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità”. Quante persone intelligenti conosco che faticano a guardare dentro di sé perché pensano di perdere tempo».

Marta e Maria con Gesù

Marta e Maria con Gesù (vangelo di Luca, capitolo 10)

Non crede che l’ascolto manchi perché questa società narcisista ha cancellato l’altro da sé, il tu, e vive solo dell’io. O meglio: dell’ego?

«La relazione è l’opposto dell’autismo. Noi siamo in quanto relazione, come si vede nella nascita, nell’esperienza della maternità e della paternità, nel rapporto tra uomo e donna, nella vita religiosa. La società autistica è composta di individui sganciati, che vivono rapporti superficiali privilegiando gli interessi individuali. L’uomo contemporaneo ha idolatrato se stesso, è una monade dominata dai propri impulsi. Una comunione di destini invece parte dal sentire le esigenze degli altri come nostre».

Secondo lei tra i trentenni e i sessantenni c’è la stessa distanza che c’è tra la mia generazione e la sua? Che cosa si è rotto nel rapporto tra i padri e i cosiddetti millennials?

«C’è stata di mezzo la rivoluzione digitale. Le nuove forme di comunicazione hanno finito paradossalmente per esasperare quella tendenza autistica. Chiusi in una stanza ci illudiamo di essere in relazione con gli altri. Ma un conto è parlarsi guardandosi negli occhi, cogliere le espressioni e le emozioni, un altro è stare davanti a uno schermo. Ha cominciato la televisione a complicare la comunicazione nelle famiglie. Il linguaggio si è impoverito ed è diventato gridato. Poi i social network hanno esasperato la tendenza all’isolamento, come fossimo padroni del mondo, chiusi in una stanza senza avvertire il bisogno del contatto con la realtà, di incontrare, sperimentare, toccare».

Eppure le parole chiave di questa rivoluzione sono connessione, condivisione, community…

«Sono parole che restano in superficie. Espressioni individuali che si trasmettono attraverso uno schermo freddo, anonimo. Non colgono comunità reali. Anche la Chiesa, se vogliamo, è una rete. Ma implica una comunione di destini, la condivisione di significati profondi. Solo appartenendo a una comunità di destini posso interpretare il mondo in modo rivoluzionario. Se un libro può cambiarmi la vita, mi pare difficile lo possano fare una trasmissione tv o un messaggio sui social. Nel primo caso c’è un’elaborazione, un confronto con la propria interiorità e il proprio retroterra. Nel secondo, solitamente si resta in superficie».

Conosce il fenomeno degli hikikomori nato in Giappone e ora diffuso anche in Italia, di ragazzi che non escono mai dalla loro camera e si fanno depositare il cibo fuori alla porta?

«È un’esasperazione di quell’autismo di cui parlavamo prima. Si sostituisce il reale con il virtuale, una dimensione nella quale ci si illude di ottenere tutto. Si crede di realizzare quello che nella vita vera ci sfugge. In alcuni casi questo isolamento può essere una forma di ribellione a una società che si percepisce ingiusta e impregnata di male. Come una forma moderna di eremitaggio: mi chiudo in un mondo di solitudine per salvare il bene e non cedere a compromessi. Ma non regge».

Rappresentazione grafica di un hikikomori (Alberto Rossetti)

Rappresentazione grafica di un hikikomori (Alberto Rossetti)

La rivoluzione tecnologica ha dato l’illusione dell’onnipotenza, in altri casi ha instaurato una dimensione parallela. Torniamo al rapporto tra generazioni: che cosa pensa della parola rottamazione?

«Penso che si tratti di una parola infelice. Attraverso la rottamazione l’altro viene privato della propria soggettività e trasformato in oggetto. È la semantica a spiegarcelo. Si rottama un’auto, un apparecchio elettronico. Rottamare una persona vuol dire trasformarlo da essere vivente a cosa. È un processo di reificazione. Di una persona posso apprezzare o no i valori e il pensiero. Ma sostanzialmente è un mio pari e lo rispetto. Rottamarlo significa degradarlo pubblicamente. Facendo le dovute proporzioni, il Terzo Reich trattava come oggetti i pazienti psichici, li considerava indegni di vivere. Rottamo non chi è simile a me, ma chi ritengo diverso e più debole, senza pensare a ciò che provoco in lui».

Anche i media favoriscono il processo di cosificazione della persona?

«Continuamente. Per Heidegger il linguaggio è la casa dell’essere. Wittgenstein diceva che cambiando le parole si cambia il mondo in cui viviamo. La rottamazione ha operato questo passaggio. Non possiamo non vedere l’aggressività e la violenza narcisistica che si esercita sul più debole. La rottamazione è espressione della cultura del bullismo. I media ne sono pieni. E anche la scuola: l’allievo più debole viene portato fuori dal corso normale di studi. Si può capire che i giovani vogliano togliere di mezzo gli anziani: non credo che in loro ci sia la percezione del processo di cancellazione dell’identità dell’altro; c’è semplicemente l’ambizione a occupare posti di rilievo nella società e nel mercato. Ma quando questo avviene tra adulti è sempre una forma di prevaricazione».

«La rottamazione trasforma il soggetto in oggetto»

«La rottamazione trasforma il soggetto in oggetto»

A proposito della tendenza dei giovani a togliere di mezzo gli adulti che cosa pensa del parricidio e matricidio di Ferrara?

«Ho visto che molti hanno parlato di follia, ma qui siamo di fronte a un gesto pianificato e realizzato scientificamente. La follia è una forma di fragilità impulsiva che può esprimersi come reazione a un’offesa, non attraverso una strategia razionale, la più feroce e spaventosa. Come tanti piccoli e silenti fiocchi di neve provocano una valanga, così tante piccole violenze quotidiane si sommano di continuo e possono esplodere improvvisamente in forme inaudite. Se questi ragazzi fossero tossicodipendenti, forse potrebbero avere una responsabilità minore. Ho notato che il loro scopo era impossessarsi di cifre consistenti di denaro. Partirei da qui, dall’idolatria del denaro universalmente proposto come mezzo di affermazione sociale, come certificazione del successo. Un successo che innesca l’invidia sognante di chi non ne dispone. Un soggetto debole, privo di valori verificati, sottoposto al bombardamento dei vantaggi della ricchezza può arrivare a utilizzare anche l’omicidio, persino quello dei genitori, come strumento per procurarsela».

La scuola ha abdicato al suo compito educativo, la famiglia è un soggetto sempre più fragile e i genitori sono incapaci a dire dei no. Così, quando si parla di disagio giovanile si ricorre agli psicologi piuttosto che agli educatori, a Freud anziché a don Bosco. È così?

«È così per quanto riguarda il disagio in generale e l’assenza di proposte per i giovani. Ma nel caso di Ferrara, non si possono ricercare le cause di quel gesto in qualche errore dei genitori. C’è un salto troppo grande. Se un padre sbaglia o se i professori esaltano gli allievi più bravi dimenticando gli altri, l’esito può essere una certa sofferenza che può trasformarsi in depressione, non in parricidio e matricidio. In questo caso c’è un salto dal male come problema al male come mistero, ben identificato da Fëdor Dostoevskij. Il male vive in tutti, ma assume questa incandescenza in pochi. Tutto ciò è ancora più facile in un contesto autistico e scristianizzato, in un mondo privo di ascolto e di ricerca interiore. Uno sguardo e una prospettiva di fede potrebbero cambiare il cuore delle persone. Ma è un lavoro lungo».

C’è qualcosa o qualcuno in cui confida per una possibilità di guarigione?

«Papa Francesco ha realizzato una piccola rivoluzione nelle forme della Chiesa, trasformando la magnificenza esteriore in ricerca interiore. In lui ritrovo qualcosa della tenerezza di papa Pacelli. Anche le figure di madre Teresa di Calcutta o di Massimiliano Kolbe illuminano questa possibilità. E, andando indietro, penso a Sant’Agostino e a Santa Teresa di Lisieux. Questi torrenti di grazia stanno confluendo nel presente».

Molti osservano che Francesco sia politicamente corretto e influenzato dall’obamismo.

«L’ombra ci accompagna sempre, non ci sono persone fatte di sola luce. Qualche ombra c’era anche in Sant’Agostino e in San Paolo. Tuttavia, credo che il tratto vincente di Francesco sia la testimonianza e l’invito a guardare dentro di noi, alla ricerca del significato di ciò che siamo e di ciò che facciamo».

La Verità, 29 gennaio 2017