Annunziata fa interviste, ma non le concede

Coerente con la sua formazione al Manifesto dove vigeva l’ugualitarismo salariale tra giornalisti e impiegati, Lucia Annunziata, ex presidente Rai, si è detta disposta ad accettare il controverso tetto di 240.000 euro annui di cui si sta discutendo da diverse settimane. Su un’altra questione la conduttrice di In mezz’ora cade in contraddizione. Richiesta di un’intervista in argomento, lei regina delle interviste, ha declinato: «Proprio perché so come sono, non ne faccio mai», ha detto.

«Casa Capuozzo» all’una di notte Sono una sorta di spin off di Terra!, il settimanale di Rete 4 condotto da Toni Capuozzo, i quattro reportage in cui, partendo dalla casa di famiglia in Friuli, lo storico inviato dei tg Mediaset prova a raccontare gli immigrati oltre i luoghi comuni «del boldrinismo e del salvinismo». Peccato che la prima puntata sia andata in onda all’una meno un quarto. Accorciare un po’ Quinta colonna che lo precede?

Renzi batte Casaleggio di 1 punto Il contraddittorio non è stato acceso né in un caso né nell’altro. A Otto e mezzo di Lilli Gruber, a far da contraltare a Davide Casaleggio nel suo esordio tv c’era Gianluigi Nuzzi (share del 5.56%), mentre per Mattero Renzi c’era Paolo Mieli (share del 6.56%).

L’autospot e l’autostop di Fiorello Dopo i profumi e gli chef nuove star della comunicazione, nella campagna pubblicitaria per un noto marchio di telefonia, Fiorello prende di mira gli spot tambureggianti delle marche automobilistiche. «Pensavate che… No, io non cambio. Io resto…». Al parcheggio, però, la potente auto è sparita. E a lui non resta che usare il cellulare per chiedere aiuto a un familiare, a un taxi, fare autostop, chissà. Presa in giro della pubblicità, dei testimonial che cambiano marchi e anche di sé stesso.

E la bicicletta di Jovanotti Continuano a crescere le visualizzazioni su Youtube e su JovaTv, la web tv di Lorenzo Jovanotti, di Jova Zelanda, il documentario autoprodotto del viaggio in Nuova Zelanda, da solo in bicicletta. Venti giorni nei quali ha percorso tremila chilometri, dormendo in tenda o in motel. Niente cellulare, social e musica. 55 minuti di film girato con telecamerina e montato da Michele Lugaresi. Motivo? Pubblicare, tra un anno, un nuovo disco. Ma intanto Jovanotti vuole azzerare gli ultimi dieci anni di lavori e successi per non illudersi di aver trovato la formula vincente. Solo nella chimica «le formule si possono ripetere all’infinito e danno gli stessi risultati». Nella musica bisogna reinventarsi ed essere sempre in movimento.

«Adrian» più complicato del closing Che fine ha fatto Adrian, l’atteso fumetto di Adriano Celentano da anni in rampa di lancio su Canale 5? Ora che è stato firmato il closing per il Milan, chissà mai che riesca ad andare in onda.

 

La Verità, 14 aprile 2017

 

Il trivio di FF, Mediaset prima opzione poi La7

Magari non succederà niente. E Fabio Fazio si quieterà rimanendo appollaiato nella domenica sera di Rai 3. O magari assisteremo a un bel ribaltone, di quelli che stravolgono gli equilibri televisivi. Un clamoroso cambio di casacca. Lo scopriremo nelle prossime settimane, ma le premesse ci sono tutte. In questi giorni i dirigenti Mediaset stanno definendo l’offerta per il conduttore di Che tempo che fa e la sua squadra. Qualcuno sostiene che la proposta sia già stata presentata. Proposta ampia, pacchetto completo. Non solo per il programma della domenica sera. Sollecitato dai nuovi autori e autrici, Fazio vuole provare altre strade, primetime o strisce di seconda serata, come ha già dimostrato con il Rischiatutto 2.0 per il quale aveva sperato nella promozione su Rai 1. I dettagli si preciseranno strada facendo.

Chi conosce FF lo descrive attraversato dal dubbio amletico: lascio la Rai dopo 34 anni di onorato servizio (pubblico) o rimango? Nel conduttore savonese convivono due anime, riconoscibili nel nome e cognome. La differenza è in una consonante. L’anima buona e conciliante è quella di Fabio, con quella «bi» morbida e rotonda che favorisce le convergenze. Potremmo definirla l’anima goliardica e arboriana, quella più in auge al momento e visibile in Che fuori tempo che fa. Poi c’è l’anima sferzante di Fazio, dominata dalla «zeta» tagliente e pronta a recidere. È l’anima più ideologica e savianesca, televisivamente un tantino in ribasso dai tempi di Vieniviaconme e Quello che (non) ho.

Dunque, FF è di fronte al bivio. Anzi, al trivio: Rai, Mediaset o La7? Dopo la famosa intervista a Repubblica, nella quale parlò di «un vulnus forse insuperabile» riferito agli attacchi della politica che hanno provocato la rottura «di un patto di fiducia tra Viale Mazzini e gli uomini e le donne che ci lavorano», è difficile immaginare che rinfoderi la spada e torni nei ranghi. A fine maggio su Rai 1 sarà il cerimoniere di un evento speciale per il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci. Ma, a quel punto, i giochi potrebbero essere fatti. Il suo contratto scade a giugno e, polemiche per il tetto di 240.000 euro a parte tutte da gestire, con qualsiasi cachet non mortificante rispetto all’attuale (circa 2 milioni l’anno) dovesse restare in Rai, si troverebbe sempre in una posizione scomoda e sotto tiro dei commissari di vigilanza. Difficile lavorare sereni sentendosi graziati dall’Avvocatura dello Stato.

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

Beppe Caschetto, manager di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto

In quella stessa intervista il conduttore aveva annunciato la possibilità di autoprodurre i suoi programmi. Anche per Mediaset? «Nessuna difficoltà», era stata la risposta. «Se i partiti indeboliscono il servizio pubblico, gli editori privati sono incoraggiati ad approfittarne». Per Mediaset i 2 milioni annui non sono un problema insormontabile. Anzi, considerato il contratto ad ampio raggio d’azione, il cachet potrebbe pure lievitare. Nemmeno sarebbe un ostacolo il trasferimento di Luciana Littizzetto, che ha già collaborato con Canale 5 partecipando ai programmi di Maria De Filippi. Altri dettagli sarebbero risolti da quello stratega delle trattative che risponde al nome di Beppe Caschetto, altro protagonista della scacchiera. È sugli spazi e i contenuti televisivi del pacchetto che si deciderà il futuro di FF (e quello di LL). Sensibile, da buon ligure, al richiamo del portafoglio, tuttavia, da quando riscosse la famosa buonuscita (14 milioni) per la morte precoce del progetto di La7 targato Roberto Colaninno, Fazio non ha più problemi di soldi. Contano molto le garanzie, la libertà di movimento, l’autonomia editoriale. Tra le tante star Rai che mandano segnali d’irrequietezza, osserva una fonte beninformata, Fazio sembra quello più facilmente integrabile nella programmazione delle reti Mediaset.

I giochi, tuttavia, sono appena cominciati. Ecco perché non va dimenticata anche l’opzione La7. In rotta con la dirigenza Rai, nel 2012 Fazio condusse proprio nella tv, allora di proprietà Telecom, Quello che (non) ho (in coppia con Roberto Saviano). Dal punto di vista editoriale il passaggio a La7 potrebbe essere ancora più disinvolto. In un colpo solo l’arrivo del conduttore di Che tempo che fa accenderebbe la rete nel week end, smonterebbe un pilastro della concorrenza e arricchirebbe la squadra composta da Enrico Mentana, Lilli Gruber e Giovanni Floris. Dalle parti di Cairo, però, si sa bisognerebbe superare l’ostacolo economico.

Non resta che aspettare. FF foglia il 730. E i palinsesti: vado o non vado? Avrà l’ultima parola la «b» o ce l’avrà la «z»? Magari non succederà niente. O magari…

Freccero chiede un format sul Nuovo ordine mondiale

Tra le novità che si aspettano dalla rivisitazione del piano Verdelli di cui si è fatto carico il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto, alla riunione del Cda di mercoledì prossimo ci potrebbe essere anche la risposta a un’idea di Carlo Freccero. Il punto di partenza è che sì, la Rai nel 2016 ha fatto quasi 200 ore di informazione in diretta in più rispetto all’anno precedente, ma adesso è tutto cambiato e si sta affermando un Nuovo ordine mondiale. Negli Stati Uniti ha vinto Donald Trump, Putin sta diventando sempre più determinante, il terrorismo è una presenza costante e incombente. «L’informazione Rai non può agire solo di rimessa», ha detto Freccero nell’ultimo Cda. «Siamo in grado di produrre un grande programma che rifletta su questo Nuovo ordine mondiale? Per quanto ne so io la Bbc è in grado e anche France 2 lo è. E la Rai?».

La messa dimessa di Natale Il giorno precedente, 22 dicembre, c’era stato il primo dei consigli d’amministrazione che aveva fatto intendere le sorti del piano per l’informazione. Il giorno dopo, antivigilia di Natale, alle 9,30 nella Sala degli Arazzi in Viale Mazzini si celebrava la Messa per lo scambio degli auguri tra dirigenti e dipendenti. Solitamente partecipano i vertici, a cominciare dalla presidenza, il 23 dicembre scorso non s’è visto nessuno. Una ventina di persone, arrotondando per eccesso, ha seguito una cerimonia dimessa, celebrata dal parroco della zona. E chi non s’è visto non s’è visto…

Quanti autori nascosti in Rai Che tiri un’aria pesante in Rai è un fatto evidente. La resa di Carlo Verdelli lascerà in circolo strascichi e tossine che ci vorrà tempo a smaltire. La conferma che sia un’azienda divisa in bande e correnti è data anche dal proliferare di autori e insider che scrivono sotto pseudonimo. Dopo «Anonimo Rai» che ha rischiato di causare una querela di Monica Maggioni al Foglio, ora è comparso anche Tacito su Dagospia.

Biagi, critico televisivo È uscito nei giorni scorsi per le edizioni Rai Eri Enzo Biagi – Lezioni di televisione, raccolta degli scritti del giornalista, prima che la tv iniziasse a farla da protagonista, curata da Giandomenico Crapis. Dal 1955 in poi, da direttore di Epoca, Biagi tenne per alcuni anni una rubrica di critica e notizie intitolata appunto «Televisione». Crapis ha raccolto questi testi sistemandoli in 5 capitoli e corredandoli di un saggio a sua firma e di una prefazione di Bice Biagi.

Il match Berlinguer-Floris Sarà un duello interessante quello che da febbraio si combatterà al martedì tra Giovanni Floris su La7 e Bianca Berlinguer che, come anticipato a metà dicembre da La Verità, su Rai 3 prenderà il posto dello sfortunato Politics di Gianluca Semprini. Non c’è più l’antirenzismo a unire i due conduttori, ma la sfida si annuncia ugualmente interessante.

La Verità, 6 gennaio 2017

Renzi protagonista del «Faccia a faccia» con Minoli

Sarà Matteo Renzi, reduce dalla chiusura della Leopolda, l’ospite protagonista del Faccia a faccia con Giovanni Minoli, stasera alle 20.35 su La7. Per il conduttore di Mix 24 l’esordio sulla rete di Urbano Cairo con il presidente del Consiglio è un buon viatico. Ed è un colpo niente male anche per il premier, già ribattezzato in passato «tagliatore di nastri» di nuovi programmi perché sempre presente agli avvii di stagione (di Invasioni barbariche, Che tempo che fa, Porta a porta). Del minacciato boicottaggio ai programmi scomodi di La7 non c’è più traccia: la tv serve, tanto più se i sondaggi referendari non sorridono. Dopo il confronto, perso, con De Mita e l’ospitata con irritazione di Maria Elena Boschi a Piazza pulita di Corrado Formigli, ecco l’intervista chez Minoli.

Giovanni Minoli, da stasera conduttore di «Fccia a faccia» su La7

Giovanni Minoli, da stasera conduttore di «Fccia a faccia» su La7

Sarà un bel test. Per misurare la «giusta distanza» del conduttore, un maestro delle interviste, e la sua padronanza del mezzo dal quale è assente dal 2012. E sarà un bel test anche per Renzi, stavolta con un interlocutore giornalistico, si presume non condiscendente, anziché con qualche stagionato rappresentante del No al referendum. In chiusura, un corsivo di Pietrangelo Buttafuoco. Buona visione.

«Rischiatutto» al posto di «Dieci cose», perché no?

Domenica pomeriggio Fabio Fazio è stato ospite dell’Arena di Massimo Giletti su Rai 1 per promuovere Rischiatutto e un paio d’ore più tardi si è autopromosso insieme con il Signor No nel suo Che fuori tempo che fa (dove ha lanciato anche il programma di Mika, dal 15 novembre su Rai 2 e Le parole della settimana di Massimo Gramellini, da sabato su Rai 3: en plein di promozioni aziendali dopo le accuse di tirare la volata ai programmi di Sky). Da Giletti Fazio ha detto che Rischiatutto andrà in onda nella rete dove lavora dal 1985 per «una decisione presa dalla direzione generale in accordo con la direttrice di Rai 3, Daria Bignardi». Infatti, la Bignardi aveva voluto garanzie da Campo Dall’Orto al momento della nomina. Però, visto come stanno andando le cose, sarebbe sbagliato cambiare idea? E posto che il giovedì di Rai 1 è bello solido, perché non piazzare Rischiatutto 2.0 al sabato sera spostando Dieci cose al giovedì su Rai 3? Fazzismo per veltronismo…

SkyTg24 monitora l’Italia sismica. È partita ieri «Italia trema», l’inchiesta di SkyTg24 voluta dalla direttrice Sarah Varetto a due mesi dalla catastrofe in Abruzzo per sottolineare che ci ricordiamo del rischio sismico puntualmente dopo le tragedie. Gli inviati del canale all news sono andati nei luoghi colpiti da terremoti, cominciando da Reggio Calabria (devastata nel 1908), per poi passare a Napoli, «zona rossa» tra due vulcani attivi, fino all’esempio virtuoso di Norcia. Sei reportage in onda alle 20.20 e in replica alle 23.20.

Rai ente pubblico con lo zampino di… Non si è saputo più niente dell’inquadramento della Rai nella Pubblica amministrazione ipotizzato dall’Istat che ha improvvisamente recepito una direttiva europea allarmando giustamente i vertici di Viale Mazzini. Il Cda ha rimandato la palla al governo perché eviti l’equiparazione ai Comuni e alle Asl imponendo alla Rai di assumere dopo pubblici concorsi e di assegnare appalti dopo gare, anch’esse pubbliche. Non si è saputo più nulla: solo ci si ricorda che Valerio Fiorespino, già responsabile risorse umane licenziato dalla Rai, da settembre è capo del Dirm, dipartimento Istat dalla dicitura interminabile.

Chi interpreterà Berlusconi per Sorrentino. Venerdì l’ospite di Edicola Fiore era Paolo Sorrentino, reduce dalla «State dinner» alla Casa Bianca e Fiorello non ha perso l’occasione per sfruculiarlo. «È stata una cosa molto divertente, che non farò mai più», ha sintetizzato il premio Oscar citando David Foster Wallace. Altrettanto fulminante la gag di Fiore: «Sapete, Sorrentino sta pensando di girare un film su Berlusconi. Per interpretarlo, sul set si è presentato Silvio, ma dopo il casting la parte è andata a Renzi». Applausi.

 

La Verità, 25 ottobre 2016

 

Mentana, polveriera La7, repliche e controrepliche

Adesso La7 è una polveriera. Una rete molto articolata, frazionata in cordate. Adesso, dopo l’intervista di Enrico Mentana al Fatto quotidiano di domenica scorsa. Adesso, dopo che il premier ha intimato ai fedelissimi di non andare ospiti di quei tre, Giovanni Floris, Lilli Gruber e Corrado Formigli finiti nella lista di proscrizione. Di solito, in questi casi, si fa squadra. Uniti e compatti, giornalisti ed editore da una parte, potere politico dall’altra. Non era mai accaduto prima, a La7, che un volto pur molto rappresentativo, il direttore del tg, criticasse i colleghi, conduttori di talk e programmi di approfondimento della stessa rete. Invece, sopra il carico da 90 di Renzi, Mentana ha aggiunto il suo: «Renzi ce l’ha con La7 e un po’ ha ragione: troppi fan del No».

Alcuni volti dei talk show di La7. Nell'intervista al «Fatto quotidiano» Enrico Mentana ha definito «ingombranti» alcuni di loro

I volti di La7. Nell’intervista al «Fatto» Enrico Mentana ha definito «ingombranti» alcuni di loro

Nessuno lo ammetterà mai, ma non tira una bella aria nelle redazioni della rete di Urbano Cairo. «Io non credo ci sia un veto nei confronti di Piazza pulita», sostiene Formigli. Come no? All’ultima puntata doveva venire Simona Bonafè… «Sì, e ha disdetto senza motivare. Tuttavia, mi auguro che tutto torni normale. Stiamo facendo le riunioni per giovedì, non abbiamo ancora deciso, ma rinnoveremo gli inviti. Renzi è invitato fin dalla conferenza stampa. Può venire sempre, visto che manca da molto tempo nei nostri studi. Tuttavia, non voglio farmi ammorbare da queste polemiche e dal referendum. Gli italiani hanno altri problemi prima dell’abolizione del Senato. Noi facciamo il nostro lavoro giornalistico, il programma è in crescita (media del 5,23 per cento ndr). Detto questo e premesso che non credo al veto, se ci fosse andrebbe spiegato. Ai telespettatori, prima che a me. Sarebbe antipatico se restasse sotterraneo». Chissà.

Nell’intervista di domenica Mentana non ha saputo dire se il rapporto tra il premier e La7 sia «rovinato o compromesso, di sicuro il presidente del Consiglio, martedì scorso, ha visto la trasmissione di Floris e non c’è stata una corrispondenza d’amorosi sensi». Poi ha aggiunto, tentando di «illustrare le ragioni del premier. Perché siamo arrivati sull’orlo dell’incidente di frontiera? Per la vera asimmetria di questa battaglia, che non sta tanto nell’eterogeneo fronte del No… ma nel ruolo attivo di molti nostri colleghi: pienamente legittimo, e però ingombrante».

Urbano Cairo, editore di La7 e ad di Rcs che pubblica «Il Corriere della Sera»

Urbano Cairo, editore di La7 e ad di Rcs che pubblica «Il Corriere della Sera»

Boom e bocche cucite. Anche Formigli, giustamente ciarliero nel raccontare il buon andamento del suo programma, richiesto di un commento sull’intervista del direttore del tg si trincerà dietro il «no comment. Non sono abituato a commentare le interviste dei colleghi. Ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero». E ci mancherebbe. Però, una volta chiamati in causa… «Non mi sento chiamato in causa», chiude Formigli. Anche dalle parti di DiMartedì, forse il più «ingombrante» dei talk, finito nell’occhio della fatwa renziana e, pure, in crescita di ascolti (media stagionale del 6,46 per cento), vige la consegna del silenzio. Quanto a ingombri non scherza nemmeno Otto e mezzo di Lilli Gruber (6,66 per cento medio, in crescita). Anche perché ultimamente si è venuta evidenziando una certa rivalità tra il direttore del tg (media stabile al 6,02 per cento) e la conduttrice del talk che lo segue. Un salutare duello tra giornalisti, tutto interno alla campagna referendaria, di cui si avvantaggiano i telespettatori, oltre che l’editore. Una quindicina di giorni fa Lilli Gruber è stata la prima ad allestire il faccia a faccia al fulmicotone tra Renzi e Marco Travaglio. Qualche giorno dopo Mentana ha proposto il gran confronto tra Renzi e Gustavo Zagrebelsky con notevole successo di ascolti (8,04 per cento). Venerdì scorso, invece, con la complicità indiretta di Matteo Salvini che ha a lungo stuzzicato Maria Elena Boschi sui social network, Lilli è riuscita a mettere uno di fronte all’altra il segretario della Lega e il ministro per le Riforme costituzionali. Dando in un sol colpo un «buco» al boicottaggio appena inaugurato e a Mentana. Il quale, a quel punto, ha sapientemente rinunciato al suo Si o No?.

Tutto bene, dunque? Sì, se non fosse stato per quell’ultima, inusuale, intervista al Fatto quotidiano. Piuttosto strano che un giornalista autorevole come Mentana senta l’urgenza di «illustrare le ragioni del premier». Certamente, l’avrà fatto prima di tutto per il bene di La7. Ma forse anche per il suo, pensa qualche maligno. Chissà che cosa succederà in Rai dal 5 dicembre, se Renzi dovesse vincere il referendum…

 

La Verità, 11 ottobre 2016

 

Nel corso della giornata il sito Dagospia ha ripubblicato questo articolo uscito sulla Verità. Ma un’ora più tardi Enrico Mentana ha mandato una precisazione, prendendo le distanze dalla titolazione del Fatto quotidiano. In risposta, Dagospia ha ripubblicato alcuni brani dell’intervista consentendo di confrontare il tenore della stessa con la titolazione. Che, anche a mio avviso, nella necessaria sintesi, è rispettosa del pensiero espresso dall’intervistato.

 

 

 

 

 

Rai ente pubblico, un passo avanti e uno indietro

Una tegola al giorno sulla testa della Rai. L’ultima caduta, dopo il tetto agli stipendi e le entrate del canone da ridimensionare, potrebbe essere addirittura fatale, almeno per la tv pubblica che vediamo oggi. La sorpresa è di venerdì scorso, nascosta nel numero della Gazzetta ufficiale che contiene il conto economico consolidato dello Stato. L’Istat ha inserito l’azienda di Viale Mazzini tra le amministrazioni pubbliche conteggiate perché, essendo una società controllata dal ministero dell’Economia, il suo bilancio va a influire sul debito pubblico. Nel 2015 Rai Spa ha perso 46 milioni di euro totalizzando debiti per oltre 349 milioni. Se queste cifre fossero confermate anche nel 2016 i nostri conti pubblici peggiorerebbero ulteriormente.

Ma la situazione peggiorerebbe parecchio anche per la Rai che, col nuovo inquadramento in regime di Pubblica amministrazione, dovrebbe stare alle norme già vigenti per i Comuni, le Asl o le scuole. Cioè, regole pubbliche, bandi d’appalto, assunzioni tramite concorsi. Un cambio radicale rispetto al sistema attuale, fatto di nomine effettuate dall’alto, di incarichi a società di produzione sponsorizzate da politici, di assunzioni pilotate, di forniture di prodotti e materiali assegnate in base a criteri arbitrari. Tutto dovrebbe avvenire alla luce del sole, secondo procedure stabilite e finalmente trasparenti. Per esempio, per assegnare la produzione di una fiction a una società esterna non basterà più, come avviene adesso, vagliare la proposta arrivata da una delle imprese già iscritte all’Albo dei fornitori della Rai e, una volta approvata, fissare il budget e incaricare la società proponente di realizzarla. L’iniziativa dovrebbe partire dai responsabili aziendali della fiction, gestita e indirizzata attraverso ufficiali gare d’appalto. Niente più corsie preferenziali, come quelle concesse alla tv di Stato anche dalla legge del dicembre scorso che consentiva frequenti deroghe dal Codice dei contratti pubblici. Insomma, una rivoluzione copernicana. In Viale Mazzini stanno ancora riprendendosi dallo choc della notizia: avranno modo di farlo in questi giorni fitti di consigli d’amministrazione e commissioni di Vigilanza. Inevitabile che i vertici aziendali passino al governo la matassa da sbrogliare. E vedremo se e come questo se la caverà.

Monica Maggioni, presidente Rai, ha detto: «In regime di ente pubblico non potremmo competere sul mercato»

Monica Maggioni, presidente Rai: «In regime di ente pubblico non potremmo competere sul mercato»

Il fulmine a ciel (renzianamente) sereno è caduto su Viale Mazzini con la decisione di Bruxelles di applicare il Sistema europeo dei conti (Sec) alle società controllate da istituzioni pubbliche. Nel caso della Rai, come in quello di altri servizi pubblici non solo radiotelevisivi, si deve registrare il fatto che i ricavi provenienti dall’attività commerciale (pubblicità o vendita di programmi) «non riescono a coprire la metà dei costi di esercizio». In sostanza, Eurostat ha stabilito e l’Istat ha recepito che, se la maggior parte del finanziamento della Rai deriva da denaro pubblico, allora deve sottostare al regime della Pubblica amministrazione.

Detta così sembra semplice. Invece, l’anomalia viene al pettine. La Rai è sì, un servizio pubblico, ma compete sul mercato con altri soggetti di natura privata. Qui la faccenda si complica perché, se da un lato si guadagnerebbe in trasparenza e certezza dei percorsi gestionali, dall’altro la Rai sarebbe costretta ad allungare di molto i tempi per portare a compimento ogni iniziativa, un’assunzione, una commessa, l’acquisto di una semplice telecamera. «In queste condizioni non saremmo più in grado di competere con Mediaset, con La7, con Sky e Discovery», lamenta il consigliere d’amministrazione Franco Siddi. «Purtroppo l’Italia è un po’ distratta rispetto alle normative europee, mentre l’Istat l’ha applicata automaticamente. La legge del dicembre scorso si è prefissata di trasformare il direttore generale nell’amministratore delegato di un’azienda, mentre con questa disposizione sarebbe ridotto alla stregua di un preside scolastico», esagera ma non tanto Siddi. Che chiede «un intervento urgente del ministero dell’Economia per risolvere la questione».

Finalmente la Rai dà «Carta Bianca» alla Berlinguer

S’intitolerà Carta Bianca la nuova, travagliata, striscia quotidiana di Bianca Berlinguer, su Rai 3 dalle 17.30 alle 18, dal 26 ottobre prossimo. Dopo la lunga attesa per avere il numero di matricola e la separazione consensuale da Michele Santoro («Se chiami un architetto per avere un’idea è una cosa, ma se lo chiami e poi il progetto vuoi disegnarlo tu è un’altra»), il programma è stato finalmente inserito in palinsesto. Se quel «bianca» vada scritto con la B maiuscola del nome proprio della conduttrice o con la b minuscola dell’aggettivo non è chiaro. In ogni caso si auspica che la Rai conceda la carta del colore giusto all’ex direttrice del Tg3.

L’eleganza della Ercolani Non è partito benissimo Week end con il nonno, il nuovo format lanciato dalla Rai 4 di Angelo Teodoli. Ma l’idea è buona e l’esperimento merita di proseguire. Piuttosto, fa riflettere il fatto che sia firmato dalla Stand by me di Simona Ercolani, consulente per la comunicazione del premier, in cabina di regia nel Comitato per il Sì al referendum. Di regie se ne intende…

Ilary Blasi conduce «Grande Fratello Vip»

Ilary Blasi conduce con autorevolezza e scanzonato pragmatismo «Grande Fratello Vip»

E quella di Ilary Blasi Sempre in tema di donne, a Mediaset sono in ascesa le quotazioni di Ilary Blasi, alla guida del Grande Fratello Vip, sempre vincente negli ascolti con La Catturandi di Raiuno. La moglie di Totti ha scelto mise minimaliste e senza gioielli, ma regge il timone del reality con piglio scanzonato e autorevolezza quando si tratta di dissociarsi dalle intemperanze di Clemente Russo e Stefano Bettarini. In più, ogni settimana una polemica spinge la serata: prima l’intervista alla Gazzetta dello Sport, poi le sparate dell’ex marito di Simona Ventura. Per gli amanti del genere…

La Rai vince a Lampedusa Buon risultato di ascolti per Fuocoammare, il film di Francesco Rosi vincitore del Festival di Berlino, candidato italiano nella corsa agli Oscar: proiettato su Raitre nell’anniversario della strage di profughi al largo di Lampedusa, dove la Rai ha organizzato l’ultimo Prix Italia, il film ha ottenuto l’8,8 per cento di share (2,2 milioni di spettatori). A seguire l’inchiesta Lontano dagli occhi di Domenico Iannacone si è assestata al 7,4 per cento.

Sì o No, match generazionale Tra le tante cose scritte attorno all’imperdibile dibattito tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky chez Enrico Mentana su La7, il dettaglio delle capigliature è stato, a suo modo, rivelatore delle biografie dei tre protagonisti. Pettinatissimo e un po’ laccato, il premier cresciuto nel pieno degli anni Ottanta; semicalvo il professore, uomo che ne ha viste tante; scarmigliato e un tantino arruffato il giornalista, passato attraverso i conflitti dei Settanta.

La Verità, 5 ottobre 2016

 

Conti, lo showman renziano incassa 4,5 milioni in 3 anni

Se c’è un volto che identifica e riassume il renzismo televisivo è quello abbronzato del fiorentino Carlo Conti. Un brand, un marchio. Una presenza e un attivismo che hanno molto di simbolico. Certo, dirà qualcuno in vena di distinguo, Conti lavora in Rai da ben prima che Matteo Renzi assurgesse al ruolo di premier megagalattico 2.0. Vero. Ma altrettanto vero che, come che sia, da un paio d’anni a questa parte il peso del conduttore di Tale e Quale Show è andato crescendo in maniera esponenziale. E ora il cumulo di ruoli e cariche fa sospettare anche un discreto cumulo di euro. L’altro giorno sul Giornale Giancarlo Mazzuca, consigliere di amministrazione della tv pubblica, si è chiesto quanto Conti «riesca a incamerare tra radio, tv e pure Sanremo dove è, ormai, intoccabile». Alla domanda, finora caduta nel vuoto, La Verità è in grado di rispondere: stando all’ultimo contratto da poco rinnovato, pare senza eccessivi ritocchi, Conti guadagna 4,5 milioni in tre anni. Una cifra che sembra iperbolica. Ma, tutto considerato, fino a un certo punto.

Matteo Renzi, ospite del programma di Maria De Filippi, «Amici»

Matteo Renzi, ospite del programma di Maria De Filippi, «Amici»

Conti Carlo, nato a Firenze il 13 marzo 1961, sposato e padre di Matteo – di cui, secondo le cronache, il premier avrebbe dovuto essere padrino di battesimo ma, per sopraggiunti impegni, venne rimpiazzato all’ultimo momento da Leonardo Pieraccioni – Conti, dicevo, è il conduttore principe di Rai 1 avendo presentato nella scorsa stagione ben dieci programmi, tra i quali il fortunato I migliori anni, nonché alcuni eventi estivi. I suoi ruoli più prestigiosi tuttavia sono altri: la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo, dal 2015, la direzione artistica di RadioRai, da giugno di quest’anno, data in cui ha lasciato la guida dell’Eredità, altro successo consolidato. Per far intendere quanto sia potente, l’altro giorno uno come Albano Carrisi ha annunciato in un’intervista a un importante settimanale di avere tre canzoni pronte, «in cui credo molto… Spero che piacciano a Carlo Conti perché voglio tornare a Sanremo», ha auspicato ossequioso Albano. Ora, a rigor di logica, con un artista che vanta un blasone festivaliero di una vittoria due secondi e tre terzi posti, la prospettiva dovrebbe essere rovesciata. Cioè: dovrebbe essere Conti a sperare in Albano e non viceversa. Ma tant’è.

Dunque, l’altro giorno, Mazzuca rigirarava il quesito nel 730 del conduttore-autore-direttore artistico eccetera: «Visto che gli altri non parlano, vorrei che facesse lui outing sui suoi compensi… Chiedo troppo?». Trascorsi alcuni giorni bisogna rispondere affermativamente. A differenza di quelli di dirigenti e giornalisti, i contratti delle star sono protetti dal segreto aziendale per non favorire aste e andirivieni da un’emittente all’altra. Detto che Conti è un fedelissimo Rai con il dna della tv pubblica nel midollo, ecco accontentato Mazzuca e altri curiosi come lui. Oltre alle varie cariche, bisogna considerare che in Rai c’è chi, avendone meno, guadagna altrettanto o più di Conti. E non va dimenticato che gli artisiti producono valore aggiunto per tutta l’azienda. Puntualizza Franco Siddi, anche lui consigliere d’amministrazione Rai: «Conti ha una professionalità acclarata e il suo compenso non è tra i più elevati. Tuttavia, è ora di calmierare certi cachet e smettere di pagare le star come calciatori. E se, abbassando i compensi», continua il consigliere in quota Pd, «rischiamo di perdere qualche talento, pazienza. La Rai ha una missione pubblica. Anziché preoccuparci solo di duecento volti noti, dovremmo iniziare a pensare agli altri dodicimila dipendenti che hanno stipendi a livelli minimi».

Giorgio Panariello, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni durante lo show «Aria Fresca»

Giorgio Panariello, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni durante lo show «Aria Fresca»

Per tornare a Conti, forse sarebbe convenuto non caricarlo di troppe responsabilità. Ma non è facile come dirlo. Oltre al successo dei primi due Festival, il conduttore può vantare una vicinanza con il premier che non è solo nelle origini geografiche. Più che lo snobismo salottiero di Daria Bignardi o l’arborismo goliardico di Fabio Fazio, l’ex sindaco di Firenze si specchia nella cultura dell’intrattenimento pop che è la stessa di Conti. Non a caso da ragazzo partecipò alla Ruota della Fortuna e tuttora preferisce andare ospite di Maria De Filippi piuttosto che di Michele Santoro. Una sintonia a prova di reciproci endorsement. Dopo l’ultimo Festival il premier esternò: «So che forse non gli faccio un favore. Ma posso dire che Carlo Conti è stato come sempre impeccabile nel gestire Sanremo?». Parole che finirono dritte al Tg1 della sera. Dal canto suo, il conduttore si era più volte sbilanciato. Alle primarie del Partito Democratico: «Sarebbe una bella ventata. Speriamo ce la faccia. Il voto è segreto. Ci tengo molto a questa cosa. Se per caso dovessi andare a votare, però, voterò Renzi». Al momento della conquista di Palazzo Chigi: «È giovane e pieno di energia, capace di rendere la politica non meno seria, ma meno seriosa». E avanti così, fin da quando Renzi aveva 18 anni e «veniva a vedere Aria Fresca, il programma che facevo con Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni in Toscana». Il programma che, attualizzato, i tre amiconi stanno portando in tour in questi giorni. Chissà se il premier tornerà a vederli.

La Verità, 23 settembre 2016

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