Santoro a Napoli, oltre Gomorra c’è la realtà

Ancora Napoli? Dopo tutto quello che abbiamo letto e visto in questi anni, da Marcello D’Orta a Saviano, dai film con Toni Servillo alle pièces teatrali fino alla Gomorra televisiva? Ancora Napoli, un’altra Napoli, in questo Robinù, opera prima di Michele Santoro, presentato nella sezione Cinema in Giardino della 73esima Mostra del Cinema di Venezia (ci sarà Napoli anche il 5 ottobre su Raidue, nella prima delle quattro serate con l’ex conduttore di Servizio Pubblico). Per smentire i politici, premier e sindaco De Magistris compresi, usi a ripetere “questa non è Napoli, non è l’Italia” quando si trovano davanti a una fotografia scomoda. O davanti a volti come quelli di questi di baby-boss, protagonisti della “paranza dei bambini” di cui i media non parlano – “l’altro giorno in una piazza ce n’era uno di otto anni che brandiva una pistola”, rivela il giornalista – perché non fanno più notizia, perché rimane una cosa locale, perché si ammazzano tra loro. E allora eccoci dentro i bassi di Forcella, Porta Capuana, i Tribunali, dentro il carcere di Poggioreale e di Airola, enclave criminali abbandonate dalle istituzioni.

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Gioventù bruciata a Poggioreale, Michele al centro

Robinù è un tuffo nella realtà cruda di una gioventù carbonizzata. Realtà di adolescenti che hanno come traguardo “mettere paura” alla gente, “più reati fai, più macelli fai, più la gente ti teme” ripetono spavaldi, incoscienti, occhi che brillano. Realtà, non finzione. “Più che i protagonisti di Gomorra, che necessariamente diventano maschere, il modello di questi ragazzi con le loro barbe e le loro acconciature, sono i militanti dell’Isis, il radicalismo nel proteggere il territorio, la sfida continua con la morte, la mitologia del terrore”, analizza Santoro. È una disarmante galleria di adolescenti malavitosi, teorici della via criminale alla maturità che comincia con  il figlio di una guardia carceraria, abbonato alle bocciature, professori e genitori che si arrendono. “Non è che siccome mio padre vive così io non posso scegliere ‘o malamente e devo seguire la sua…”. Il discorso s’inceppa, le parole non vengono, il sorriso è malizioso: “… la sua”. Punto. Un altro sostiene che la carriera camorristica è normale, si può fare il carabiniere, il brigadiere, o il boss, evoluzione naturale del ragazzo di strada. Ma devi cominciare presto “perché se vai in galera a vent’anni, almeno quando esci a 40 hai tutta la vita davanti”. Per continuare a delinquere. Imbracciare ‘o kalash provoca adrenalina come “avere Belén tra le braccia”, esemplifica Mariano in un monologo da brivido.

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Mariano, autore di un elogio del kalashnikov

Il volto più sconfortante è quello di Michele, ventiduenne con 16 anni da scontare a Poggioreale. Carismatico, irridente, consapevole. Rifiuta l’arruolamento nelle cosche perché vuole essere boss da subito. Poi ci sono i genitori. Madri e padri dilaniati dal dolore. Divorati dai rimorsi, impotenti, commoventi. Altri no. Mamme spacciatrici che finito di cucire il grembiule al bambino iniziano a distribuire ovuli di cocaina. Che ammirano i ragazzi di strada perché affidabili. C’è da fare a botte, ci sono. C’è da controllare il quartiere , ci sono. C’è da uccidere: ci sono sempre. Per la festa di compleanno di Michele si sparano i fuochi d’artificio davanti alle grate del carcere. I neomelodici intonano serenate sotto le finestre di chi è agli arresti domiciliari. Il carcere è tutt’uno con il quartiere. Le gerarchie, le preoccupazioni, lo scorrere del tempo sono uguali. La rassegnazione, l’abbandono delle istituzioni e del mondo adulto sembrano inevitabili. Ma in questo ritratto che Santoro definisce “pasoliniano c’è anche una grande passione per la famiglia e per la vita. In un Paese a crescita zero dove si fanno le campagne per la fertilità, quello è uno dei pochi posti dove si fanno figli con gioia”.

C’è di che riflettere. Santoro riparte da questo lavoro durato un anno e mezzo, realizzato con Maddalena Oliva e Micaela Farruocco, che sarà nei cinema a metà ottobre, distribuito dalla Videa di Sandro Parenzo, anche lui presente in sala. Ci sono anche Alba Parietti che si aggiusta il rossetto, il magistrato di Napoli, John Henry Woodcock, abbronzatissimo, Giulia Innocenzi in abito lungo, Gianni Barbacetto, in smoking, tutti nelle file della delegazione. In sala anche Enrico Ghezzi e Angelo Guglielmi. Si sperava nella presenza del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ma non s’è visto. Santoro si augura che la Rai pensi a una prima serata, e che Mattarella, Renzi e magari il ministro della Pubblica Istruzione, Giannini, possano vederlo.

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Michele Santoro ha presentato a Venezia Robinù, sua opera prima

Nell’ottobre 2013 – permettemi questa digressione personale – scrissi sul blog del Giornale un post intitolato “Caro Santoro, fatti non parole”, dicendo che quell’anno alla Mostra aveva vinto un doc come Sacro Gra, che le chiacchiere dei talk show avevano stancato e le inchieste sul campo avevano un’altra forza. Con un’ironia che difetta a conduttori molto meno blasonati di lui, Michele m’inviò un sms così: “Caro Caverzan, fatti i fatti tuoi”. “Caro Michele, ho fatto solo il mio mestiere”, fu la mia replica. Oggi Santoro è al Lido con un documentario e con una preoccupazione umana, educativa. Diceva D’Orta che i ragazzini si arruolavano nella camorra perché era l’unica proposta credibile in campo. “C’è una sorta di welfare della criminalità, dobbiamo ammetterlo, finora vincente. Ma questi ragazzi hanno energia, passione, fanno figli. A 15 anni sparano nelle strade, a venti sono genitori, a 40, se ci arrivano, sono già nonni. Non possiamo dire che non sono Napoli. Dobbiamo offrir loro una strada, partire dall’educazione. Creare scuole dove non si sentano estranei. È difficile, ma è l’unica strada”. Sostiene Santoro.

Il cammino verso la cognizione del dolore di Chiara Leonardi

In un video di un quarto d’ora si possono dire un sacco di cose. Si può tracciare un’autobiografia di famiglia e raccontare la storia del rapporto tra sorelle. Si può mostrare l’acquisizione della cognizione del dolore. Si può disvelare l’anima, si possono toccare corde profonde e commuovere il pubblico. Ci è riuscita Chiara Leonardi, ventitreenne neolaureata alla Scuola Naba (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, autrice di Alice, presentato in questi giorni alla Mostra del Cinema di Venezia. Proposto per la tesi di laurea e molto apprezzato dai docenti, dopo un passaggio allo Short Film Corner di Cannes, è approdato al Lido tra i corti della Settimana Internazionale della Critica realizzata con l’Istituto Luce. Un exploit inaspettato e non cercato. Una creatura che ora cammina con le sue gambe.

Una scena di Alice, di Chiara Leonardi

Una scena di Alice, il corto di Chiara Leonardi alla Settimana della Critica

Alice è il racconto di un interno di famiglia visto con gli occhi dell’adolescenza e della gioventù. Niente di generazionale o di sociologico. Niente che sappia di analisi da ufficio studi o di retorica da articolesse colte. Solo una storia personale – c’è qualcosa di più importante? – lontana da canoni prestabiliti. Niente internet, telefonini, social network. Niente intellettualismi. Solo tanta vita. Con le sue discese e risalite, i suoi strappi, le sue crepe sull’epidermide dell’innocenza. La videocamera amatoriale diventa un diario. “Quello che sto per scrivere è un segreto e tu non lo devi dire a nessuno”, annuncia Chiara nell’incipit della storia, scolpendo sullo schermo nero le date dei momenti di svolta. Ma la videocamera è anche un occhio che indaga e accompagna. Che documenta e restituisce le cose della vita con tenerezza e poesia, a volte con asprezza. Una storia semplice, un storia come tante. In realtà, unica e irripetibile, com’era quella, molto più lunga e strutturata, di Mason, il ragazzino protagonista di Boyhood, filmato per 12 anni un giorno all’anno, da Richard Linklater.

Mason, a sinistra, in una scena di Boyhood di Richard Linklater

Mason, a sinistra, in una scena di Boyhood di Richard Linklater

Le tre sorelle, Chiara, Sofia e Francesca, sono molto unite. Giocano, scherzano, stanno bene insieme. È giovedì 13 giungo 2002 – la scuola è finita e si parte per le vacanze. Tutta la famiglia in macchina a cantare, videocamera accesa. “Oggi mi sento leggera – riflette a voce alta Chiara – non peso neanche un grammo, non peso nemmeno un po’… Certe volte penso che vorrei vivere così per sempre, leggera… Non peso neanche un grammo…”. Chiara ha sempre filmato, fin da quando aveva sette anni. Feste di famiglia, pigri risvegli mattutini, giochi, leggerezza. Fin quando qualcosa accade – è mercoledì 12 ottobre 2005. La videocamera è aperta sul litigio tra Francesca e i genitori. Un litigio come ne avvengono tanti nelle famiglie. Ma qui irrompe la sofferenza e la spensieratezza s’incrina. “Da oggi smetto di filmare… Francesca sta male… Tutto il resto è un nodo inestricabile”. Anche se il ricordo più vivo è un momento di complicità, una volta che Chiara doveva andare a una festa e Francesca si offrì di truccarla… Ma ora, “cosa ci è successo, Franci? Che cosa ci siamo fatte?”. Schermo nero, rumori lontani. Rewind e forward continui, immagini che si spezzano… “Sto cercando qualcosa, provo ad afferrarla ma mi sfugge… Provo e riprovo, ma so di non riuscirci… Adesso peso un grammo… E non lo perdo…”.

Chiara Leonardi, tenete a mente questo nome.

Jeeg Robot con i superpoteri dei David

Dopo il trionfo ai David di Donatello (sette statuette tra cui quelle per tutti e quattro gli attori, protagonisti e nonL, e quella per miglior regista esordiente e miglior produttore che sono la stessa persona, Gabriele Mainetti) Lo chiamavano jeeg robot, distribuito da Lucky Red, è tornato in 200 sale totalizzando in appena 7 giorni 800mila euro che si aggiungono ai 3 milioni e 300mila già registrati alla prima uscita, superando ampiamente i 4 milioni totali. Intervistato qualche giorno fa da Pedro Armocida per il Giornale ha ricrodato un episodio di gioventù (anche se ora è solo poco più che trentenne): “Facevo parte di un gruppetto di pseudo intellettuali. Una sera dissi che andavo a vedere E.T. l’extra-terrestre di Spielberg e loro inorridirono. Queste visioni mi hanno salvato perché non ho bisogno di autorializzare quello che faccio“. Così, ora ripubblico il colloquio con Gabriele Mainetti realizzato il 6 marzo scorso, pochi giorni dopo l’esordio nelle sale del film.

Gabriele Mainetti premiato ai David di Donatello

Gabriele Mainetti premiato ai David di Donatello

Un supereroe nella periferia pasoliniana. È, in sintesi, la storia che sta prendendo in contropiede il cinema italiano. Non un film d’autore, né una trama pop. O forse entrambi, senza l’intellettualismo del primo e la prevedibilità della seconda. I suepereroi e Pasolini: due mondi più distanti tra loro non ci sono. Eppure Lo chiamavano Jeeg Robot è il film di culto del momento, opera prima del trentenne Gabriele Mainetti, romano con studi e frequenti soggiorni americani che hanno certamente ispirato il mix, esperienze da attore di fiction e autore di corti (Basette con Valerio Mastandrea, e Tiger Boy, selezionato dall’Academy nei dieci ma non nei cinque migliori per l’Oscar 2013), qui anche nelle vesti di produttore e autore della colonna sonora.

Jeeg Robot è il film che inaugura il cinecomics italiano, una scommessa ardita. “Ma noi non abbiamo paura di niente”, scherza da supereroe Mainetti. “Sì, c’ho messo un sacco di tempo…”. L’idea del 2009, è arrivata in porto all’ultima Festa del cinema di Roma. Fortissimamente voluta… “Io e Guaglianone avevamo in mente questa cosa di raccontare un supereroe in Italia. Ma anche se non quagliavamo, ci credevamo. Poi nel 2010 Nicola ha vuto la pensata e l’idea è diventata una sceneggiatura”.

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladruncolo coatto e solitario che vive in uno scalcinato appartamento di Tor Bella Monaca, divorando budini alla vaniglia e dvd porno. Quando, in fuga dalla polizia, nel Tevere scivola dentro un bidone radioattivo, tutto cambia. Eroe suo malgrado, si trova a difendere la ragazza della porta accanto con la fissa di Jeeg Robot (Ilenia Pastorelli) dalle violenze dello Zingaro (Luca Marinelli), isterico capo-gang con gli occhi bistrati, l’ossessione di Anna Oxa e della fama di criminale più temuto di Roma.

Una storia che non ha trovato un produttore che ci credesse. “L’abbiamo cercato a lungo, fin quando RaiCinema ci ha dato cinquantamila euro per la start up”. E il resto? “Li hanno messi delle società private, il Banco Popolare di Bari, 300mila euro il Ministero per i Beni culturali, la Regione Lazio. Poi sì, io ho messo insieme tutti i pezzi e ho chiesto delle fideiussioni con la mia società (la Goon Films). Perciò son qui che prego tutti i giorni perché la gente vada al cinema. Certo, l’altra sera ha giocato la Roma…”. Però il film va bene anche nel resto d’Italia. “Sì, c’ha messo un po’ di più a attecchire…”. Le stamberghe del canile, i vicoli del centro, i sotterranei dell’Olimpico: Roma è il quarto personaggio… Sembra la faccia opposta de La Grande Bellezza. “No, Jeeg Robot non è anti qualcosa. Lo sguardo di Sorrentino è unico, basta un’inquadratura per cogliere l’anima della decadenza. Quando è uscito La Grande Bellezza noi avevamo già scritto la sceneggiatura. Roma ha talmente tante facce, noi ne raccontiamo una. La periferia pasoliniana che resiste a fatica, con la purezza d’animo dei suoi personaggi. Non con lo sguardo pietistico e superiore della borghesia, tipo guarda questi come sono conciati. Jeeg Robot è una sorta di Pasolini Sci Fi…”. Contaminazione tra due mondi lontani. “Per questo era un gran rischio. Ma ci ha aiutato la nostra storia. Abbiamo conosciuto ragazzi così, certi spacciatori senza famiglia sono diventati la nostra back story. E poi Tor Bella Monaca, la piazza di spaccio di coca più tosta di Roma. Qui c’è questo delinquente che sopravvive più che vivere e ha paura di buttarsi nella vita perché teme che, dopo le delusioni e le perdite, gli tolga tutto di nuovo. Jeeg Robot è l’educazione sentimentale di un misantropo. Anzi, la ri-educazione. Che avviene tramite la purezza di Alessia. Lui è uno che anestetizza quotidianamente il dolore con i budini e i film porno, budini e film porno… Ma è un buono che cerca l’amore, l’amicizia. E lei, che pure soffre, gli apre il cuore…”.

Il murales in stile Bansky che celebra le imprese di Jeeg Robot e ossessiona Lo Zingaro

Il murales in stile Bansky che celebra le imprese di Jeeg Robot e ossessiona Lo Zingaro

La forza del film è anche il profilo dei protagonisti ben definito. “Sì, tante cose li rendono credibili. C’è l’idea di portare il supereroe in Italia, contaminandola con il neorealismo e il cinema anni ’60. Poi c’è la nostra cultura con le sue icone pop. Lo Zingaro potevo farlo come un toro incazzato con le narici sparate. Invece ha la nevrosi di mettersi in vetrina. È la vetrinizzazione del sociale, la dittatura dei like, di cui siamo tutti prigionieri. Ed è l’antitesi di Enzo che si rifugia nell’ombra e nell’oscurità, non vuole essere visto, non vuole compromettersi per paura di soffrire ancora, diventa una star contro il proprio volere, costretto dai murales sulle sue imprese in stile Bansky. Invece quell’altro ha ancora il narcisismo di quando voleva sfondare in tv e trasferisce questa voglia di fama e visibilità nella vita criminale. Una contraddizione irriducibile… Ricordo che mentre stavamo scrivendo la sceneggiatura il mio direttore della fotografia mi mostrò alcuni criminali messicani che postavano su Facebook le foto con i corpi delle loro vittime”.

Lo chiamavano Jeeg Robot è anche un piccolo fenomeno multitasking. Nei giorni scorsi è andato esaurito nelle edicole anche l’omonimo fumetto uscito in contemporanea al film e firmato da Roberto Recchioni, Giorgio Pontrelli, Stefano Simeone e ZeroCalcare, un ipertesto che non spoilerizzava nulla. E, a proposito di ipertesti, si comincia a paventare l’idea di un Continuavano a chiamarlo… Ma questo, Mainetti, giustamente non vuole dirlo.

Vita spericolata dell’ex rallista “Ballerino”

Senza farsi prendere dall’euforia e parlare troppo presto di rinascita del cinema italiano, Veloce come il vento di Matteo Rovere, con Stefano Accorsi nel ruolo di Loris De Martino, ex pilota di rally caduto in disgrazia, è un buon film, abbastanza insolito per le nostre sale. Un film di genere – per Wired addirittura “il migliore sulle auto mai fatto in Italia” – che mescola elementi mélo narrando la storia di una famiglia complicata e soggiogata dalla passione per la velocità. Un’opera solida e ben strutturata.

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Ritmo e action. Non sono ancora partiti i titoli di testa ed è già successo il fatto che darà la svolta alla vita di Giulia, diciassettenne che si trova improvvisamente a dover crescere il fratellino Nico e vincere il campionato italiano di Gran Turismo se vuol tenere la casa che il padre defunto aveva ipotecato per iscriverla alle gare. Al funerale rispunta dal nulla il primogenito e tossico Loris, deciso a rivendicare la sua parte di eredità. Costretta dagli eventi, Giulia chiederà al fratello di aiutarla nell’impresa, infilandosi in un percorso non solo automobilisticamente borderline.

Regia e recitazione. Dopo aver diretto Un gioco da ragazze e Gli sfiorati e prodotto Smetto quando voglio e The Pills, Matteo Rovere ritorna nella sua Romagna, patria del motorismo italiano, con un lungometraggio nel quale riesce a dosare fluorescenze adrenaliniche e penombre nichiliste (produzione Fandango, sceneggiatura del regista, Filippo Gravino e Francesca Manieri). Con la sua interpretazione Stefano Accorsi mostra di aver creduto subito nel copione dando ottima fisicità alla figura del “Ballerino”, ex campione in disarmo con denti e unghie nere, movenze e rughe da tossico. Altrettanto credibile è Matilda De Angelis nei panni di Giulia, concentrato di fragilità e grinta, condensate nei primissimi piani al volante della Porsche 911.

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La velocità. Che si tratti di una storia sul filo della sopravvivenza lo s’intuisce dalla frase di Mario Andretti posta come incipit al film: “Se hai tutto sotto controllo vuol dire che non stai andando abbastanza veloce”. Il confine tra vittoria e rovina, tra riscatto e autodistruzione è una linea sottile che Loris attraversa più volte. E vuol farla attraversare anche a Giulia nella disperata ricerca del successo: “Taglia la curva”,”anticipa la curva”, “vai sopra il cordolo”. Lei resiste: “Io guido pulita”, “faccio traiettorie pulite”, “se sfascio la macchina è finita”. E “la macchina” è metafora dell’io…

Il mondo di Vasco. Oltre la citazione del titolo, altri elementi rimandano alle atmosfere del rocker di Zocca. Il mood dell’Emilia e della Romagna, la vita spericolata, la prevalenza dell’atmosfera sulla qualità letteraria dei testi, un po’ come avviene nelle canzoni del Blasco. Anche qui i dialoghi sono il punto più debole e avrebbero meritato maggiore applicazione…

Tra Rocky e Top Gear. Altra linea narrativa è la dinamica fratello-sorella, allenatore-atleta in formazione, nel meccanismo della rivincita degli sfavoriti. Un meccanismo reso al meglio al cinema da Rocky. Solo che qui è applicato al motoring, nell’ambiente di Top Gear. La storia accelera con le riprese delle gare, il backstage nei box, il ruolo dei meccanici e delle guide resi in modo realistico grazie all’apporto di piloti veri durante competizioni vere a Vallelunga, Imola, Misano e ad una gara clandestina a Matera con la mitica Peugeot 205 Turbo (perfetto il product placement accorsiano). Ma Veloce come il vento è qualcosa più che un Fast & Furious all’italiana.

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La storia. È stato un meccanico scomparso lo scorso anno, nel film ha il volto segnato di Paolo Graziosi, a sottoporre tutta la storia a Rovere. C’è la vita interrotta di Carlo Capone, schietto e talentuoso campione che vinse il campionato Europeo di rally nel 1984, ma in seguito a divergenze con la scuderia, si ritirò definitivamente dalle corse. Salvo ritornare temporaneamente nel giro per allenare una promettente pilota, prima di finire nel vortice della tossicodipendenza. Ora vive in Piemonte, presso un istituto di cura per persone con patologie psichiatriche.

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Finalino. Senza esaltarsi troppo, ma con un pizzico di ottimismo, dopo Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Veloce come il vento di Matteo Rovere è un altro film rivelazione nel giro di poche settimane, capace di rinfrescare un genere poco frequentato e di portare una ventata di novità nel nostro cinema, altrimenti fossilizzato su moduli e formule prevedibili.

Jeeg Robot, se Pasolini incontra un supereroe

Un supereroe nella periferia pasoliniana. È, in sintesi, la storia che sta prendendo in contropiede il cinema italiano. Non un film d’autore, né una trama pop. O forse entrambi, senza l’intellettualismo del primo e la prevedibilità della seconda. I suepereroi e Pasolini: due mondi più distanti tra loro non ci sono. Eppure Lo chiamavano Jeeg Robot è il film di culto del momento, opera prima del trentenne Gabriele Mainetti, romano con studi e frequenti soggiorni americani che hanno certamente ispirato il mix, esperienze da attore di fiction e autore di corti (Basette con Valerio Mastandrea, e Tiger Boy, selezionato dall’Academy nei dieci ma non nei cinque migliori per l’Oscar 2013), qui anche nelle vesti di produttore e autore della colonna sonora.

Jeeg Robot è il film che inaugura il cinecomics italiano, una scommessa ardita. “Ma noi non abbiamo paura di niente”, scherza da supereroe Mainetti. “Sì, c’ho messo un sacco di tempo…”. L’idea del 2009, è arrivata in porto all’ultima Festa del cinema di Roma. Fortissimamente voluta… “Io e Guaglianone avevamo in mente questa cosa di raccontare un supereroe in Italia. Ma anche se non quagliavamo, ci credevamo. Poi nel 2010 Nicola ha vuto la pensata e l’idea è diventata una sceneggiatura”.

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladruncolo coatto e solitario che vive in uno scalcinato appartamento di Tor Bella Monaca, divorando budini alla vaniglia e dvd porno. Quando, in fuga dalla polizia, nel Tevere scivola dentro un bidone radioattivo, tutto cambia. Eroe suo malgrado, si trova a difendere la ragazza della porta accanto con la fissa di Jeeg Robot (Ilenia Pastorelli) dalle violenze dello Zingaro (Luca Marinelli), isterico capo-gang con gli occhi bistrati, l’ossessione di Anna Oxa e della fama di criminale più temuto di Roma.

Una storia che non ha trovato un produttore che ci credesse. “L’abbiamo cercato a lungo, fin quando RaiCinema ci ha dato cinquantamila euro per la start up”. E il resto? “Li hanno messi delle società private, il Banco Popolare di Bari, 300mila euro il Ministero per i Beni culturali, la Regione Lazio. Poi sì, io ho messo insieme tutti i pezzi e ho chiesto delle fideiussioni con la mia società (la Goon Films). Perciò son qui che prego tutti i giorni perché la gente vada al cinema. Certo, l’altra sera ha giocato la Roma…”. Però il film va bene anche nel resto d’Italia. “Sì, c’ha messo un po’ di più a attecchire…”. Le stamberghe del canile, i vicoli del centro, i sotterranei dell’Olimpico: Roma è il quarto personaggio… Sembra la faccia opposta de La Grande Bellezza. “No, Jeeg Robot non è anti qualcosa. Lo sguardo di Sorrentino è unico, basta un’inquadratura per cogliere l’anima della decadenza. Quando è uscito La Grande Bellezza noi avevamo già scritto la sceneggiatura. Roma ha talmente tante facce, noi ne raccontiamo una. La periferia pasoliniana che resiste a fatica, con la purezza d’animo dei suoi personaggi. Non con lo sguardo pietistico e superiore della borghesia, tipo guarda questi come sono conciati. Jeeg Robot è una sorta di Pasolini Sci Fi…”. Contaminazione tra due mondi lontani. “Per questo era un gran rischio. Ma ci ha aiutato la nostra storia. Abbiamo conosciuto ragazzi così, certi spacciatori senza famiglia sono diventati la nostra back story. E poi Tor Bella Monaca, la piazza di spaccio di coca più tosta di Roma. Qui c’è questo delinquente che sopravvive più che vivere e ha paura di buttarsi nella vita perché teme che, dopo le delusioni e le perdite, gli tolga tutto di nuovo. Jeeg Robot è l’educazione sentimentale di un misantropo. Anzi,  la ri-educazione. Che avviene tramite la purezza di Alessia. Lui è uno che anestetizza quotidianamente il dolore con i budini e i film porno, budini e film porno… Ma è un buono che cerca l’amore, l’amicizia. E lei, che pure soffre, gli apre il cuore…”.

La forza del film è anche il profilo dei protagonisti ben definito. “Sì, tante cose li rendono credibili. C’è l’idea di portare il supereroe in Italia, contaminandola con il neorealismo e il cinema anni ’60. Poi c’è la nostra cultura con le sue icone pop. Lo Zingaro potevo farlo come un toro incazzato con le narici sparate. Invece ha la nevrosi di mettersi in vetrina. È la vetrinizzazione del sociale, la dittatura dei like, di cui siamo tutti prigionieri. Ed è l’antitesi di Enzo che si rifugia nell’ombra e nell’oscurità, non vuole essere visto, non vuole compromettersi per paura di soffrire ancora, diventa una star contro il proprio volere, costretto dai murales sulle sue imprese in stile Bansky. Invece quell’altro ha ancora il narcisismo di quando voleva sfondare in tv e trasferisce questa voglia di fama e visibilità nella vita criminale. Una contraddizione irriducibile… Ricordo che mentre stavamo scrivendo la sceneggiatura il mio direttore della fotografia mi mostrò alcuni criminali messicani che postavano su Facebook le foto con i corpi delle loro vittime”.

Lo chiamavano Jeeg Robot è anche un piccolo fenomeno multitasking. Nei giorni scorsi è andato esaurito nelle edicole anche l’omonimo fumetto uscito in contemporanea al film e firmato da Roberto Recchioni, Giorgio Pontrelli, Stefano Simeone e ZeroCalcare, un ipertesto che non spoilerizzava nulla. E, a proposito di ipertesti, si comincia a paventare l’idea di un Continuavano a chiamarlo… Ma questo, Mainetti, giustamente non vuole dirlo.

Spotlight, le leggi del giornalismo e quelle del cinema

Probabilmente, come ha autorevolmente decretato l’Osservatore romano, Il caso Spotlight “non è un film anticattolico”. Ma neanche un film da Oscar. Privo d’invenzioni registiche e narrativamente poco originale, è un film ben scritto e ben recitato. Qualche critico l’ha definito addirittura “il migliore dell’anno”, e così la pensa la potente Academy di Los Angeles che l’ha insignito del massimo premio. Tuttavia, stando così le cose, più che l’estetica narrativa, elogiato e premiato pare il tema civile dell’opera su cui non può non essere universale il sentimento di condanna. Ma se questo è il meglio del cinema mondiale, bisogna dar ragione a chi sostiene che ormai, con le sue sperimentazioni e i suoi linguaggi, la serialità televisiva l’abbia ampiamente surclassato.

Il caso Spotlight è un film nella tradizione del reporter movie che descrive il giornalismo come “cane da guardia del potere”, alla maniera di Tutti gli uomini del presidente (Alan Pakula, 1976) e del cinema di Sidney Lumet, cui il regista Tom McCarthy ha detto d’ispirarsi. Solo che qui, anziché il Watergate, ci sono da svelare le centinaia di abusi sessuali su minori commessi dal clero, dagli anni ’70 in poi, nella diocesi di Boston. E soprattutto c’è da provare il “sistema” di omertà adottato dall’allora arcivescovo Bernard Law, il quale si limitava a spostare in un’altra parrocchia il sacerdote accusato.

Quello di McCarthy è un lavoro ancorato alla storia dell’inchiesta condotta tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 dai quattro giornalisti (interpretati da Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Matty Carroll) della redazione Spotlight (riflettore) del Boston Globe. Fu il nuovo direttore (impersonato da Liev Schreiber) a far riprendere le ricerche trascurate qualche anno prima, concedendo tempi lunghi alle verifiche di fonti e documenti, nella tradizione di quel giornalismo investigativo ormai scomparso ovunque, per sempre più stringenti ragioni di bilancio. Quell’inchiesta, che sfociò nelle dimissioni del cardinal Law, divenne giustamente il modello di altre investigazioni che negli anni hanno portato alla luce la metastasi della pedofilia diffusa in tanti altri oratori e scuole religiose, dall’Australia all’Irlanda, dal Canada alla Germania. Proprio la lunga lista di quelle situazioni che precede i titoli di coda, insieme con l’indicazione che l’ex cardinale Law è stato trasferito in Santa Maria Maggiore a Roma, congeda lo spettatore con un senso di profonda amarezza. In realtà, assimilato a una promozione, quel trasferimento segnò l’uscita di scena definitiva del porporato. Inoltre, non è questa la sola ambiguità del Caso Spotlight, un film non anticattolico ma lacunoso sì.

Mettendo al centro la redazione del Boston Globe, il regista si esenta dall’impegno di citare una parte non secondaria della storia. Nel giornalismo che il film stesso esalta, si chiama “dovere di completezza” o anche “diritto di replica”. Ma siccome il cinema ha altre regole, dei pronunciamenti e delle contromisure della gerarchia contro la pedofilia non v’è traccia. Dalle linee guida dei vescovi americani contro i crimini sessuali del 1992 alla “tolleranza zero” della Conferenza di Dallas del 2002; oppure dai pronunciamenti di Benedetto XVI ai più recenti provvedimenti di Bergoglio: sarebbe bastato citare anche questi prima dei titoli di coda. Nel film, invece, i giornalisti-investigatori incalzano con un eloquente “stai dalla parte giusta?” chi stenta a collaborare. O di qua o di là: e così, sebbene uno dei protagonisti proclami che “non è in gioco la fede ma la conoscenza”, si arriva alla scontata conclusione che una cosa esclude l’altra.

Interviste a Tarantino: fasulle, curiose, utili

L’intervista a Quentin Tarantino è ormai diventata un genere giornalistico, con le sue brave sottocategorie. Ci sono quelle inutili e spocchiose, quelle curiose, quelle colte.

Intervista onanista. Sottotitolo: Ragazzi, ho intervistato un genio, ma quello davvero figo sono io. Massimo Coppola su Rolling Stone fa domande(?) così: “Il tuo film è in effetti una scultura, più che una serie di fotografie. Non imita la realtà inseguendo la verosimiglianza, ma si riferisce a essa in modo monumentale, allegorico, terribile e scandaloso. E d’altra parte a te piace farci sapere che stiamo guardando un film – non la realtà. C’è anche un divertente voice over, all’inizio del secondo tempo, che riassume per il pubblico gli eventi accaduti nel primo tempo. Tu stai giocando e non hai paura di mostrarci il tuo gioco, non ti interessa la ‘verità’ e questo paradossalmente ti permette di avvicinarti di più a essa, anche se su un altro livello”. Tarantino: “Può essere, ma sai per me non è così importante…”.

Intervista esistenziale. Sottotitolo: Ragazzi, ho incontrato Tarantino per fargli tirar fuori qualcosa di nuovo di sé. Scrive Arianna Finos su Repubblica: “L’invenzione che ha rivoluzionato la vita del giovane Quentin è stata quella del VHS”. “A meno che non fossi tanto ricco da comprarti le pellicole – è Tarantino che parla – i vecchi film potevi vederli al cinema d’essai oppure in tv: ma non avevi scelta e quelli che piacevano a me li davano le emittenti locali alle 4 di notte. Con le videocassette potevi registrarti i film, farti una tua collezione”. A diciannove anni Tarantino fu assunto in un videonoleggio. “Mi fermavo intere serate a parlare con il proprietario, grande cinefilo. In Hateful Eight ho dato il suo nome allo sceriffo morto di Red Rock. Aveva tutti i generi, i classici, le opere straniere. Impressionato dalla mia competenza mi ha dato un lavoro e mi ha salvato. Era un momentaccio, per me… Ancora oggi per me Netflix e lo streaming non esistono. Io registro i film in VHS”.

Intervista cinefila. Sottotitolo: Ragazzi, ho intervistato Tarantino per farmi svelare qualcosa del film che vedrete. Marco Giusti per Troppo Giusti, Raidue: “Quanto contano per il tuo film gli spaghetti western e i thriller nella neve?”. Tarantino: “Gli spaghetti western e il sottogenere del western nella neve sono importanti per me. Ma c’è qualcosa di importante che spesso non si mette in risalto. È l’ombra di Corbucci su di me e sul film, in particolare per l’assenza dell’eroe… La mancanza dell’eroe mette i miei otto personaggi in rapporto con un altro film di Corbucci, I crudeli. C’è una simbiosi tra Hateful Height e I crudeli, proprio per la mia decisione di fare a meno dell’eroe, di non avere un centro morale”. Giusti: “È anche un film sull’America di oggi, immagino”. Tarantino: “Credo che The Hateful sia una riflessione sobria sull’America ai tempi della guerra civile, sull’America nel contesto del dopo guerra civile, che era un mondo quasi post-apocalittico… Siamo in un periodo oggi in cui l’America sembra un Paese diviso, come allora. Non per colpa della guerra civile, della liberazione degli schiavi, ma per l’elezione di un presidente nero. Il western ha raccontato meravigliosamente l’America nei decenni in cui quei film venivano girati, gli anni ’50, gli anni ’70. Spero che possa farlo anche per l’oggi”.

Steve Jobs, palestra per l’intelligenza

Su Steve Jobs di Danny Boyle e soprattutto di Aaron Sorkin (liberamente tratto dalla biografia di Walter Isaacson) si è alimentato un discreto dibattito. È un passo falso del regista di Trainspotting e Millionaire, troppo verboso-noioso e con dialoghi estenuanti? O è un  film che tiene l’attenzione per due ore, nonostante “non succeda niente”, e che racconta il capo carismatico di Apple da un punto di vista originale? Il botteghino, in America e in Italia, propende per la prima ipotesi, io mi schiero dall’altra parte. Il fatto che siamo qui a discuterne vuol dire che la questione esiste. Tipo: hanno ragione i geni innovatori che magari non sanno fare niente di specifico e sono insopportabili ma visionari, oppure hanno ragione i tecnici che stanno sul pezzo, risolvono problemi con la loro competenza un po’ pedante, e senza i quali i leader più immaginifici naufragherebbero? Questo per sintetizzare il senso delle dispute tra Wozniak e lo stesso Jobs. Oppure: fino a che punto si può tollerare di avere una vita privata disastrosa, trascurare i propri cari facendone degli infelici, pur di lasciare “un segno nell’universo” (parole di Joanna Hoffman)? Questo per condensare l’altro focus narrativo, il complicatissimo rapporto con la figlia Lisa per Steve, il quale, non va dimenticato, è stato adottato-respinto-nuovamente adottato. (Dimenticarlo, significa pregiudicare la comprensione della figura di Jobs, come ci spiega il fulminante dialogo con Sculley).

Steve Jobs è un’opera teatrale, lo conferma anche la scelta della non somiglianza degli attori con gli originali, girata per il 99 per cento in interni. Un lungo backstage – camerini, corridoi, retropalco, open space, il famigerato garage – diviso in tre atti, corrispondenti alla mezz’ora precedente le presentazioni del Macintosh, del Cube di NeXT e dell’iMac (che non si vedono). È un film sulla genialità, la psicologia, il temperamento affetto da “campo di distorsione della realtà” dell’uomo che ha cambiato il nostro rapporto con il futuro. Sembra che mezz’ora prima di ogni presentazione, dice Jobs a un certo punto, tutti vadano ad ubriacarsi per dirmi finalmente cosa pensano di me nella loro smania di resa dei conti.

Per sostenere un simile impianto, Boyle doveva far leva sulla recitazione e, per quanto ne capisco, mi pare che, dopo le defezioni di Leo DiCaprio e Christian Bale, le scelte di Michael Fassbender (il protagonista, candidato all’Oscar), Kate Winslet (la Hoffman, candidata come non protagonista), Seth Rogen (Wozniak) e Jeff Daniels (l’ad John Sculley) siano state complessivamente azzeccate. Sulla sceneggiatura di Sorkin si è gia scritto molto e qui resta da dire che la formula walk and talk, perfetto paradigma di epoche e situazioni al limite della nevrosi, dell’incessante rincorsa dell’obiettivo e del fare confrontandosi in tempo reale, sia riproposta alla grande.

Ho avuto la sfiga di vedere Steve Jobs al fianco di uno spettatore ben più che irrequieto, che pescava da un cartoccio di smarties, rumoreggiava bevendo da una bottiglietta di plastica, consultava il cellulare, parlava con il figlio under 13, cercava di continuo, e invano, una posizione che lo soddisfacesse.  L’associazione tra ciò che vedevo e ciò che accadeva nel posto vicino è stata inevitabile. La tecnologia rende nevrotici? Il mio vicino è così perché anche lui non può camminare e parlare contemporaneamente? O semplicemente il film lo annoia? In queste condizioni, Boyle è riuscito a prendermi ugualmente e credo che, in gran parte, questo si debba alla qualità dei dialoghi, vera palestra per l’intelligenza.

Ecco qualche citazione (c’è ben di più, ma non voglio spoilerare troppo).

Prima del lancio di Macintosh. Jobs: “Falliamo e l’Ibm dominerà per cinquant’anni come il cattivo di Batman. Non c’è tempo per essere cortesi o realisti perché se lo siamo la nostra prossima presentazione sarà davanti a 26 persone e al corrispondente di Guida al risparmio”.

Sull’adozione. Sculley: “Perché un bambino adottato deve pensare di esser stato respinto anziché scelto?”. Jobs: “È il non avere controllo. Scoprire che non contavi nulla quando le cose più fondamentali della tua vita accadevano. Io non capisco le persone che rinunciano al controllo”.

Sul rapporto tra leader e collaboratori. Jobs: “I musicisti suonano i loro strumenti, io suono l’orchestra”. Wozniak: “Non è una questione binaria. Si può essere corretti e geniali contemporaneamente”.

Potrei andare avanti. Ma forse il dialogo più serrato (che lascio alla vostra visione) è quello con la figlia Lisa sulla terrazza della sede di Cupertino. Lo costringerà a iniziare in ritardo la presentazione di iMac…