«Così la leucemia (e la fede) mi hanno cambiato»

Il re del gossip. Se ce n’è uno in Italia, è lui: Alfonso Signorini. Un giornalista curioso, superinformato, arguto, leggero, tagliente, giocoso, malizioso, manovriero, influente. Ma «il Signorini», dal titolo di un suo libro di qualche anno fa, è anche molto altro. Opinionista, conduttore radiofonico e televisivo, regista di opere liriche, musicologo, biografo di Maria Callas, romanziere, già insegnante di greco e latino grazie a una laurea in Lettere classiche. Sta per partire per Tbilisi dove firmerà la regia del Simon Boccanegra. Eccoci nel suo ufficio di direttore di Chi, in Mondadori, tappezzato di copertine, manifesti, libri, gadget, targhe di premi giornalistici.

Come si diventa Signorini cominciando dalla Provincia di Como?

«Bella domanda. Sono partito da lì. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato, nessuno che potesse facilitarmi. Ma avevo il pallino della musica. Studiavo, suonavo e leggevo le recensioni. La mattina andavo in piazza Cavour e salivo tutti i piani del palazzo dei giornali, Il Giorno, La Stampa, La Notte… Qualche volta scrivevo delle brevi, ma non c’era futuro. Allora, mi proposi come corrispondente alla Provincia. Mandavo brevi critiche sui concerti della Scala e dei festival. 7.000 lire a pezzo».

Qualche anno dopo la troviamo direttore di due settimanali di grande tiratura, Chi e Tv Sorrisi e canzoni. In più conducevi un programma quotidiano su Radio Monte Carlo, in tv aveva Verissimo, Kalispéra!, il Grande Fratello e trovava il tempo per scrivere libri…

«Un periodo da overbooking. Mi bastano poche ore di sonno e durante la notte lavoro bene. Peraltro, in quel periodo, mia madre si era ammalata. La sera, fuori di qui, andavo a Mediaset per registrare Verissimo, mangiavo qualcosa e andavo ad assisterla in ospedale. Al mattino facevo una doccia e preparavo il programma di Radio Monte Carlo. Per fortuna mi avevano montato lo studio in casa e potevo condurlo da lì. Poi venivo in redazione…».

Tra La Provincia di Como e l’overbooking c’era stato l’insegnamento?

«Sette anni. Lettere alle medie e italiano, latino e greco al liceo dei gesuiti. Il Leone XIII è stata una scuola di vita. Una volta al mese il cardinale Carlo Maria Martini teneva una riflessione agli insegnanti. Ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo, sulle questioni professionali e sulla mia vita privata. Sono andato a trovarlo a Gerusalemme e ho mantenuto una corrispondenza con lui».

Com’è passato da professore a giornalista?

«Insegnavo e facevo il corrispondente della Provincia. Ma la vena del gossip era innata. Da ragazzo origliavo le telefonate di mia sorella ai fidanzati. Da professore il primo tema che commissionavo era: parlami della tua famiglia. Così venivo a sapere tante cose della borghesia radical chic milanese. Tra queste, scoprii che un mio alunno era figlio di Pierluigi Ronchetti, vicedirettore di Gigi Vesigna a Tv Sorrisi e canzoni. Lo faccio o non lo faccio, mi chiedevo. Siccome il ragazzo se la cavava alla grande e non aveva bisogno di aiuto, ruppi gli indugi, chiesi di parlare con i genitori e proposi al padre una rubrica di musica classica. Due settimane dopo era in pagina».

Poi che cosa accadde?

«Erano gli anni dei primi Pavarotti and Friends e siccome ero amico di Luciano, Vesigna m’incaricò di seguirlo. Qualche anno dopo, fondò un nuovo settimanale e mi propose di diventare giornalista a tempo pieno. Mia madre piangeva, mio padre mi sconsigliava, io trascorsi la notte di don Abbondio. Il giornale andò malissimo e dopo un anno chiuse, ma io avevo trovato la strada».

A chi è professionalmente più grato? Piero Chiambretti, Silvio Berlusconi, Piersilvio Berlusconi, Gigi Vesigna…

«Per il giornalismo cartaceo devo molto a Silvana Giacobini, direttore di Chi quand’ero inviato speciale. Una donna tenace e talentuosa. Poi sono grato a Carlo Rossella, che mi ripescò dopo che avevo sbattuto la porta in Mondadori».

Cos’era accaduto?

«Pippo Baudo tornava in tivù dopo qualche anno e mi aveva chiesto di fare l’autore di Novecento su Rai 3. Dovevo aiutarlo per la prima serata e per la striscia quotidiana con Giancarlo Magalli. Era inevitabile lasciare il giornale. “Se esci da quella porta non rientrerai più”, minacciò la Giacobini. “Ricordati che sei Signorini di Chi”. “Sono Signorini e basta”, ribattei. Non potevo rifiutare l’invito di Baudo, anche economicamente vantaggioso».

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«La globalizzazione trasforma l’arte in moda»

Aurelio Picca arriva alla stazione ferroviaria di Velletri con la sua Lexus Sc 430, un coupé color genziana 4.300 di cilindrata. In Italia ce l’avrà solo lui. Andiamo a casa, nella collina verde di ulivi che abbracciano le ampie vetrate: salotti, living, studio hi tech, librerie, grandi dipinti. Picca è eccesso pieno di stile, esagerazione sopraffina, estetica, vitalismo assoluto, sorgente di una scrittura tumultuosa e selvaggia, sempre all’inseguimento di qualcosa che appaghi la fame di vita che non lo abbandona. Un sosia di Curzio Malaparte di un metro e 85, un sessantenne che cita Tyrone Power. Tutte le volte che lo vedo, da quando collaborava al giornale dove lavoravo, gli dico che dovrebbe fare il cinema. È un dandy potente, ma sofferto. Uno che s’incasina la vita, uscendone sempre alla grande. Col cuore. Ha da poco pubblicato Arsenale di Roma distrutta (Einaudi), autobiografia con libere invenzioni tra i Sessanta e gli Ottanta.

Perché questo libro, dopo la Roma di Romanzo criminale e Suburra, dei film di Claudio Caligari e Fabrizio Mainetti?

«Quei film non li ho visti. Conosco un po’ Caligari, ma mi è sembrato scarno e poco vitale, per quanto lui sia autentico. La mia Roma ce l’ho in corpo da tanto. Quando ho scritto un post su Facebook, Paolo Repetti di Stile libero mi ha chiamato: “Aurelio, ho sentito i brividi. Ce la fai a tenere questa scrittura per 200.000 battute?”. Pure per 700.000… Pensavo di avere delle immagini nuove. Ho vissuto gli anni della ferocia e della trasformazione, quando hanno fatto diventare città una Roma che non lo era».

E cos’era?

«Un agglomerato di villaggi, di barrios. Ogni quartiere con storia e ostilità proprie, la Garbatella contro Trastevere, Testaccio contro i Parioli. Quella era la forza. Ognuno con la sua lingua. Ti spostavi di un chilometro e cambiava l’inflessione. Poi si dimentica sempre che Roma ha il mare di Ostia. E Ostia di Sergio Citti, che per Laura Betti era la vera mente barbarica più di Pasolini, è un grande film».

Roma maschio e femmina, santa e mignotta, cinica e selvaggia. Sintesi di contrari e contrasti: tutti dentro l’arsenale del titolo?

«L’arsenale è un gigantesco magazzino che in realtà viene dalle navi militari di Venezia. L’ho usato anche in un vecchio poemetto. Mi piaceva questo luogo abbandonato, ma pieno di energie. Come tante rovine abbandonate e carbonizzate, che invece sono pietre preziose adagiate: il passato, la ferocia, le lotte, la mitologia».

Ci sono anche eroi tragici come Giorgio Chinaglia e Nino Benvenuti.

«E Carlos Monzon, il primo criminale moderno arrivato a Roma. Quando mise al tappeto Benvenuti alla dodicesima ripresa ero lì, in quel palazzetto vociante, che sembrava un’astronave poggiata sull’Eur. Le donne urlavano “Nino, Nino”. Avevano già capito che non ce l’avrebbe fatta. Monzon l’aveva lavorato col sinistro tutto l’incontro; per poi sparare il destro, definitivo come una pistolettata. Una tragedia».

E Chinaglia?

«Tra romanisti e laziali è sempre odio e amore. I romanisti lo dicono: un avversario potente come Chinaglia non l’abbiamo più trovato. Segnava e andava sotto la curva puntando il dito a mo’ di pistola: eccomi qua, vi ho bucato. Anche lui è stato un eroe tragico, morto male in America. Come Monzon, finito in galera perché aveva ucciso la moglie. E una sera, tornando in carcere, ha trovato la morte in un sorpasso azzardato. Roma ti esalta e ti distrugge, puoi essere re solo per un giorno».

Tranne Francesco Totti, che è l’ottavo?

«Totti appartiene a un’altra Roma. Il re della mia epoca era Bruno Giordano… Quando ho visto Roberto Fico camminare circondato da una folla di compagni e uomini della scorta ho pensato già alla fine. Troppa gloria concentrata non dura».

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«La letteratura non è Calvino e Baricco»

Colpisce il tono di voce. Pacato, quasi dimesso. E poi lo sguardo affabile, tra i capelli e la barba bianca. Antonio Moresco, settant’anni, mantovano di nascita e milanese d’adozione, mi accoglie nel sottotetto che gli fa da studio in Porta Romana. Un posto semplice, scaffali di libri e una scrivania con vista alberata, dove si ritira, eremita della parola. Uno tra i più irriducibili e incendiari scrittori italiani, autore di romanzi estremi che hanno diviso la critica tra bluff assoluto e superamento di Dostoevskij, nonché di saggi contro l’intero sistema editoriale, ha una voce e una gentilezza inusuali. Zero sussiego e zero narcisismo. Questo tono calmo fonde anni di seminario, dislessia, ripetute bocciature scolastiche, militanza nell’estrema sinistra al confine con la lotta armata, lavori come facchino e operaio d’altoforno, 15 anni di rifiuti prima dell’esordio, quarantacinquenne.

L’ultimo libro, L’adorazione e la lotta (Mondadori), è un atto d’amore per la letteratura e un atto d’accusa per la casta degli intellettuali?

«È un atto d’amore per la letteratura come la intendo io più che per la sua idea corrente».

Che sarebbe?

«Un’idea al ribasso. Che non contempla quel carattere d’invenzione, di rottura e di profezia che ha sempre accompagnato la letteratura e che è ciò che me la fa amare. Di conseguenza, il mio è anche un atto di lotta nei confronti di chi, in particolare dalla seconda metà del Novecento, vuol portare giù le cose, teorizzando che è impossibile volare alto».

I suoi scritti sono stati a lungo respinti. La denuncia nei confronti dei «gruppi d’intellettuali canonizzatori, schematizzati e ideologici» è una rivalsa?

«È un’esperienza che ho vissuto sulla mia pelle. Non ci sono arrivato con il cervello, ma con altre parti del corpo. Questo dovrebbe aggiungere e non togliere verità a un’affermazione».

Che cosa accade in uno scrittore quando patisce tanti rifiuti?

«È stata una via crucis di 15 anni. Ma la mia dedizione alla letteratura era così forte che, pur soffrendo, resistevo; come uno che prende un sacco di cazzotti, ma non va per terra. Non mi passava nemmeno per la testa di gettare la spugna. I verdetti dei sacerdoti canonizzatori hanno rafforzato la mia vocazione».

La sua predilezione è per i classici e per certi libri rimossi. Qual è il criterio, se ce n’è uno?

«Le preferenze sono istintive, ma gli scrittori e i poeti che amo sono persone che fronteggiano il mondo e il male del mondo. Leopardi, Cervantes, Tolstoi, Dostoevskij, Balzac, Melville, Kafka, Celine non hanno paura di prendere di petto le cose che contano. Sono autori sonnambulici, perché attingono anche a risorse sotterranee, che permettono loro di vedere la parte in ombra, il buio».

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«Senza borghesia, la letteratura è piatta»

Dall’ottavo piano della sua casa in Piazza Loreto a Milano, Ferruccio Parazzoli scruta il paesaggio della letteratura contemporanea. «Un panorama piatto, omologato, che esprime una narrativa dai tetti in giù, per citare Honoré de Balzac». Ci ha scritto una serie di interventi sulla rivista Vita e pensiero che, raccolti ora in Apologia del rischio dell’omonima editrice, sono andati a comporre una riflessione sistematica sullo stato delle cose. 83 anni, occhi e pensiero guizzanti, grazie alla sua esperienza di scrittore e direttore editoriale, Parazzoli è la memoria storica della letteratura non solo italiana. Ha diretto gli Oscar Mondadori, è stato consulente del Saggiatore e di altri marchi. È entrato nella cinquina del Premio Strega (l’anno in cui vinse Primo Levi) e del Campiello. Autore innervato nella metropoli, ha sempre rifiutato l’etichetta di scrittore cattolico, seguendo solo il corso dell’ispirazione. Ha frequentato i grandi della seconda metà del Novecento, da Mario Soldati a Pier Paolo Pasolini, da Guido Piovene a Giovanni Testori, fino al cardinale Carlo Maria Martini.

Si attende una sua densa autobiografia.

«Qualche nota l’ho già stesa, ma credo interessi nessuno. Scrivo per me stesso».

La sua esperienza arricchirebbe lettori, scrittori, editori; non pubblicarla sarebbe un’omissione.

«Ci penserò».

Tanto più che i suoi libri non si trovano.

«Bisogna andare in biblioteca o su Amazon. Ogni settimana in libreria arriva un’ondata che sommerge quella precedente. I libri stanno un po’ sul banco delle novità, si spostano negli scaffali, spariscono».

A eccezione di quelli di successo.

«Quelli dei giornalisti che fanno gli scrittori».

Pier Paolo Pasolini. Per Parazzoli aveva capito che un fallimento vale più di tante mezze figure

Pier Paolo Pasolini. Per Parazzoli aveva capito che un fallimento vale più di tante piccole glorie

Di cui lei è stanco. Libri intrisi di minimalismo e di «inquietudini da tinello», scrive.

«Sono stanco della quotidianità povera di sentimenti e di ricerca. È una chiacchiera continua. Sociale, sentimentale. L’amante che se n’è andato… Qualche volta spunta una scheggia di drammaticità, ma sempre legata alla cronaca».

Come Pier Paolo Pasolini che scrive ad Alberto Moravia, anche lei non ha più voglia di giocare?

«Vorrei che il gioco fosse serio come una roulette russa. Senza appello, senza risparmio, e che si fosse disposti al rischio. La roulette russa accetta la sfida per arrivare al proiettile d’argento, quello che una volta si chiamava capolavoro. Finora la pistola ha fatto clic. Pasolini l’aveva capito: cercare il capolavoro significa avere la forza di affrontare il fallimento. Che può valere più di mille piccole glorie».

Anche la roulette russa è un gioco, come la scopa o la canasta in cui si attardano i nostri scrittori.

«Però è vera, non è un gioco di società. Come il Monopoli in cui si finge di conquistare il mondo».

La nostra letteratura non ha urgenze vere?

«Sembra non averne. Dominano certi rimpianti ombelicali, mal di pancia passeggeri. Ma non è colpa degli scrittori. La colpa, semmai, è adeguarsi alla società in cui viviamo».

Per rompere questa routine lei invita a fare la prova del metro: me la spiega?

«Quando scrissi Mm rossa ebbe un certo successo. Avevo visto sventrare la città per costruire la linea 1 del metro. Il metro è diverso dal tram o dall’autobus perché sei nel sottosuolo e fuori c’è il buio. Allora non sei distratto dagli alberi e i negozi. E nei volti del tuo prossimo puoi vedere la serenità, la stanchezza, il sonno, la preoccupazione… Se poi, per un guasto il treno si ferma, cadono le maschere e affiorano le domande profonde. Queste facce sono mille storie, mille personaggi».

Una delle cause dell’appiattimento della nostra letteratura è che la cronaca ha sostituito la tragedia?

«Nella tragedia si chiede che Dio faccia giustizia. Fin dagli dei greci è così. Oggi la cronaca è imperante: cronaca politica, nera, di costume, sociale, sindacale».

Perché è un fatto negativo?

«La cronaca è la defecazione della società, ciò che la società espelle. È l’oggi che non dura niente. Domani i giornali raccontano già un’altra storia. Viviamo in una società che scavalca continuamente sé stessa. Come diceva Rossella O’ Hara di Via col vento, domani è un altro giorno».

Quanta responsabilità ha la televisione?

«Tanta. Capisco quei poveracci che devono coprire 24 ore al giorno… Le conseguenze si vedono principalmente nell’impoverimento del linguaggio. Se tu sei uno come quelli dei talk show, un vip o un mezzo vip, parli come loro. Il linguaggio medio influenza quello della letteratura, che invece è tutta un’altra cosa. Da Lilli Gruber c’è sempre uno scrittore. Gran parte dei libri di successo sono di giornalisti e opinionisti. Siccome dicono cose che sappiamo già, ci sentiamo intelligenti. Invece, il vero scrittore è colui che mette in crisi il lettore, gli pone delle domande».

Che cos’è la narrativa unidimensionale?

«La narrativa senza verticalità. Che non è solo ricerca del trascendente, ma anche capacità di calarsi nel profondo. Come facevano Fëdor Dostoevskij o Arthur Rimbaud».

Scrive che «nel nichilismo esistenziale c’è l’estrema ricerca del senso della vita».

«Si risale quando si tocca il fondo. Dostoevskij è sceso nel sottosuolo come giocatore, malato, adultero. Poi è nato l’autore dei Fratelli Karamazov e dei Demoni. Se non si accetta il rischio, che può essere scandalo e fallimento, tutto è artificiale».

Invece il nichilismo debole?

«È diverso da quello esistenziale e da quello forte di Nietzsche. È il nichilismo di massa di quest’epoca rassegnata, sprofondata, convinta che non ci sia più nulla per cui lottare, in cui credere e sperare».

Qual è la causa?

«Una è la distruzione delle classi sociali. Sarò criticato per questo. La classe operaia è andata in paradiso, ma anche la borghesia è scomparsa. La borghesia dettava e manteneva vivo il pensiero della società. Oggi c’è attenzione solo per i poveri e i ricchi».

Ci sono anche i «ceti medi riflessivi»…

«I ceti medi riflessivi non sono la borghesia. Sono un’espressione sociale. La borghesia aveva un’identità culturale, fatta di contenuti etici e anche ideologici, perché no, che esprimevano un modo di essere e di vivere».

La narrativa piatta può essere anche una questione generazionale? La sua generazione ha vissuto la guerra, quella dopo ha vissuto le ideologie. Gli scrittori che vanno in classifica oggi sono figli della televisione e della tecnologia.

«Non abbiamo più né la guerra né le ideologie. Certo, in Siria c’è la guerra. Ma per noi, qui, è una notizia del telegiornale, una rappresentazione cui, fortunatamente assistiamo mentre continuiamo a mangiare la minestra. La guerra del Novecento era un rullo che ti scuoteva nel profondo. Finita la guerra uscirono i più grandi romanzi».

Adesso sono morte anche le ideologie.

«Continuano a ripeterlo, ballando sui cadaveri. Ma se ogni passione è spenta la politica si riduce a tecnica del compromesso. Sono vissuto in un tempo in cui chi credeva in Dio non poteva barattarlo con niente. E i marxisti non indietreggiavano. Era quello che Camus chiama il “qualcosa per cui vale la pena di…”».

La letteratura che funzione aveva?

«Gli scrittori erano opinion leader, non i conduttori dei talk show. Soldati, Piovene, Testori, Pasolini, Parise, Moravia scrivevano sulla grande stampa. Tracciavano la rotta. Quando uscivano i loro libri non ci si chiedeva se avrebbero venduto o no. E vendevano. Un borghese mediamente colto non poteva ignorare Le furie, Ragazzi di vita… La società liquida è indifferente e gli scrittori sono voci lontane».

Giovanni testori. Negli anni Settanta sulla grande stampa scrivevano intellettuali come lui

Giovanni Testori. Negli anni ’70 sui quotidiani scriveva gente come lui, non conduttori tv

Niente eccezioni: Aldo Busi, Walter Siti, qualcun altro?

«Magari ci sono, non posso escluderlo. Aldo Busi è stato uno scrittore di rivolta quando pubblicò Seminario sulla gioventù. Ci ha provato, poi ha continuato a rappresentare sé stesso. Anche Walter Siti mi pare omologato. Temo che lo siano tutti, in modo più o meno sciatto».

Dobbiamo sperare nei cosiddetti scrittori cattolici?

«Per fortuna non esistono. Come non esistono gli scrittori marxisti. La letteratura cattolica ci fu in Francia con Peguy, Bernanos, Claudel. In Italia c’è stato un brutto adeguamento. Chi sono i nostri scrittori cattolici? Pomilio? Testori? Mah. Non si può fare propaganda della propria religione».

La Chiesa ha qualche responsabilità se la letteratura è a una dimensione?

«La Chiesa ha sempre privilegiato l’arte figurativa alla letteratura. L’influenza degli scrittori sulla società turbava le gerarchie perché non erano controllabili. Lo si è visto con il modernismo. Così si è creato un muro tra Chiesa e pensiero laico che in pochi, tra cui il cardinal Martini, hanno provato a sgretolare».

Il suo La nudità e la spada fu uno dei primi, ora c’è la moda dei romanzi ucronici sulle sorti del cristianesimo: di che cosa è indice?

«Esiste ancora un limitato campo di pensiero cristiano nella società laica. Questo pensiero è inquieto riguardo al futuro della Chiesa. Alcuni ritengono che sia troppo istituzionale, troppo basata sulle gerarchie. Personalmente credo il contrario: che la Chiesa si sia retta proprio su questa solidità istituzionale».

Il sociologo Sabino Acquaviva diceva che la Chiesa ha perso il senso del mistero: concorda?

«L’idea del mistero si è persa, vogliamo capire e possedere tutto. Si dice che deve andare incontro, ma se per andar incontro perde tutti i suoi bagagli rischia di arrivare nuda. Tranne il Papa, nessuno parla più della dottrina cristiana».

Ma quello di Francesco non è un magistero troppo orizzontale?

«Non voglio giudicare. Forse abbiamo perso l’idea del Papa come vicario di Cristo in terra. A volte Bergoglio trasmette più la sua umanità che il suo ruolo. Ho capito che Cristo era uomo. Però diceva chiaro chi era lui. Tanto che l’hanno messo in croce».

La Verità, 1 aprile 2018

«Oggi a scuola i ragazzi sono gli ultimi»

Il suo aneddoto sulla pelle dell’orso siberiano mostrata agli alunni sbalorditi e alle loro mamme in fregola protezionista ha fatto il boom di visualizzazioni ed è arrivato su Radio Deejay e Radio 24. Franco Nembrini è un insegnante, un educatore che ne ha viste tante, preside della scuola media La Traccia di Calcinate, nella bergamasca, dov’è nato 62 anni fa a Trescore Balneario, quarto di 10 figli. È una presenza fissa di Tv2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana, dove, dopo le serate sulla Divina commedia e Pinocchio, ora dialoga sulla «bellezza dell’educare» con Francesca Mancini nel programma Siamo noi. Da una decina d’anni non guarda la televisione perché è sempre in giro a parlare di Dante e di educazione. A causa della restless legs syndrome, la sindrome delle gambe senza riposo, dorme un’ora per notte perché, da disteso, patisce forti dolori. È la persona giusta da interrogare sul bullismo nelle classi e non solo.

Dunque: gemellata a un liceo della Siberia, alla scuola di Calcinate arriva la pelle di un orso gigantesco. Nembrini decide di mostrarla ai ragazzini, stesa su enorme tavolone ma, mancando poco all’uscita, ci sono già le mamme davanti al cancello. I bambini sono catalizzati e il preside sta per parlare quando piomba la direttrice: le mamme non vogliono si dica che l’orso è stato ammazzato, altrimenti avvertono il Wwf e gli ambientalisti. A quel punto, Nembrini s’inventa la storia che, siccome in Siberia fa un freddo cane, l’orso è morto di polmonite. Finita la scena, convoca i professori e ordina che la mattina seguente chiedano agli alunni com’è morto l’orso. Risposta unanime, senza eccezioni: è stato ammazzato.

L’aneddoto suggerisce due domande. La prima: quanto il perbenismo è nemico di un sano rapporto con la realtà?

«Quando raccontai la prima volta la storia dell’orso siberiano volevo dire proprio questo. L’eccesso di protezione e di buonismo che vuole evitare ai ragazzi la conoscenza del dolore e della morte mina il rapporto con la realtà. In una classe una bambina chiedeva continuamente alla maestra quando il nonno sarebbe tornato dal suo viaggio. Dai e dai, la maestra convoca i genitori: non ce la siamo sentita di dirle che è morto, per non provocarle dolore. Ecco, è il modo giusto per crescere i ragazzi dentro una bolla irreale, senza malattie e sofferenze. Facendone persone fragili e incapaci di fronteggiare il sacrificio».

La seconda domanda. Le madri davanti alla scuola istruiscono gli insegnanti e i padri a bordo campo istruiscono gli allenatori: chi sono i genitori del Terzo millennio?

«È una questione di orizzonte: se non hai il mondo intero davanti, il bambino diventa, lui, il tuo mondo, e tu diventi contemporaneamente il suo maestro, il suo allenatore, il suo psicologo, il suo amico. Se un genitore sa di avere un compito nella vita, non ha tempo di stare addosso a suo figlio. Questo appiccicamento è massimo con i figli unici. Mio padre e mia madre con 10 figli non hanno mai pensato di rompere le scatole a maestri, professori, allenatori. Mia madre andava a messa tutte le mattine alle 5. Una volta tornò in lacrime perché il prete aveva parlato dell’alluvione del Polesine. Ci svegliò, ci fece dire il rosario e ci invitò a cercare nel nostro cassetto il vestito più bello da regalare ai bambini del Polesine. Pur senza essere mai uscita da Trescore Balneario, aveva davanti il mondo».

Sembra una scena da Albero degli zoccoli, del bergamasco Ermanno Olmi.

«È vero che sono circostanze diverse e non ripetibili, ma i valori fondamentali della vita di cui oggi abbiamo bisogno, lì si vedono con chiarezza».

Un tempo se un professore dava una nota sul diario a casa arrivava la seconda razione. Perché oggi i genitori sono diventati sindacalisti dei figli?

«Per il motivo di cui sopra: difendi tuo figlio da chiunque lo critichi. Se ho il mio scopo nella vita, lascio che faccia il suo sport in pace; se invece da lui dipende anche la mia felicità, non tollererò che lo tengano in panchina. La nostra generazione, che ha provato a cambiare il mondo senza riuscirci, ora riversa sui ragazzi le sue frustrazioni e i suoi istinti di rivalsa».

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«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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«Il cavallo rosso, ultimo romanzo italiano»

Quando, in fondo a un dedalo di corridoi e salottini stipati di libri, entro nel suo ufficio milanese di direttore della Ares, Cesare Cavalleri, elegantissimo, m’invita a dargli del tu «come si fa tra colleghi». Ma il tentativo naufragherà. Il fatto è che lei è molto più che un giornalista, mi giustifico. Questione di autorità, non di anagrafe, tanto più che Cavalleri si definisce «un cinquantenne indocile, pieno di progetti». Indocile, dunque; e fiero di un’irriducibilità senza vittimismi. Incarnazione «di una marginalità orgogliosa», l’ha ritratto Jacopo Guerriero alla presentazione al Centro culturale di Milano di Per vivere meglio – Cattolicità, cultura, editoria (Els La Scuola), l’intervista biografica che hanno pubblicato insieme ed elogiata anche dal Manifesto. Ragioniere, laureato in statistica ma con tesi molto umanistica (con una ricerca sulla frequenza del fonema doppio «zz» nei pensieri di Giacomo Leopardi, ricorrenti secondo la curva di Poisson che studia gli eventi rari), collaboratore storico di Avvenire come critico televisivo e come critico letterario, dirige il mensile Studi cattolici e con la Ares (Associazione ricerche e studi) ha pubblicato Il Cavallo rosso di Eugenio Corti, L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, opere di Vittorio Messori e di Aldo Maria Valli. Non ha la patente, porta la cravatta anche d’estate, guarda poca televisione e possiede l’intera collezione dei cd di Maria Callas. Nativo di Treviglio, non ama L’albero degli zoccoli del bergamasco Ermanno Olmi.

Cosa non le piacque?

«Un grande e sontuoso film, che meritò la Palma d’oro a Cannes. Ma che già conteneva quel filo marxismo che è scoppiato nell’Olmi degli ultimi tempi. Per il quale Cristo è un uomo e niente più: questo allontanamento mi spiace molto. C’erano anche le tracce dell’odio verso la borghesia e i padroni. Come se i contadini fossero buoni e santi… E poi, per fare un paio di zoccoli bisogna abbattere un albero? Il padrone ha fatto bene a licenziarlo».ia

La sua biografia s’intitola Per vivere meglio, dalla risposta del poeta Saint-John Perse alla domanda sul perché scrive. In che cosa la scrittura migliora la vita?

«Si scrive per un’istanza morale. La scrittura deve servire per esprimere la bellezza che è sempre legata alla verità».

Da Tommaso d’Aquino.

«E Aristotele».

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

Fa propria anche la massima di Rainer Maria Rilke: «Bisogna attenersi al difficile». È questa propensione a far di lei un sommo stroncatore?

«La vita è complessa. Conviene affrontarla con quel senso di mistero, che è ciò che dà senso alla quotidianità».

Da qui le stroncature, una certa incontentabilità?

«Le stroncature, intese come genere letterario e non come critica alle persone, derivano dall’amore per la verità. Nei giornali ormai si pubblicano le veline degli uffici stampa».

Davvero dopo Il mulino del Po e Il cavallo rosso in Italia non ci sono stati veri romanzi?

«Solo ottimi racconti. Forse un’eccezione è La storia di Elsa Morante. Un grande libro, sebbene antiumano e anticristiano perché non crede nella libertà».

 

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«Con Lula in galera il Brasile è più maturo»

Il grande accusatore di Lula vive in una splendida casa sul Canal Grande. È un giornalista e scrittore italo-brasiliano. Si chiama Diogo Mainardi e da 15 anni tallona Luiz Inácio Lula da Silva, convinto che sia «un caudillo corrotto». Le due sentenze di condanna per corruzione e riciclaggio gli hanno dato ragione. Quella in appello del 25 gennaio scorso a 12 anni e un mese di reclusione ha aggravato quella di primo grado. Il corpo del reato è un attico sul litorale di San Paolo del valore di circa un milione di euro, una tangente in cambio di appalti pubblici concessi alla società di costruzioni Oas. Dopo l’ordine di arresto diramato in applicazione del verdetto del Tribunale supremo federale che ha bocciato l’ultimo ricorso della difesa, il tramonto di Lula sembra definitivo. Tuttavia, un margine d’incertezza va conservato perché i colpi di scena abbondano. L’ex presidente che si proclama innocente vorrebbe ricandidarsi alle elezioni di ottobre.

Nato nel 1962 a San Paolo, Mainardi è sposato con Anna e padre di Tito e Nico. Tito soffre di una paralisi cerebrale, causata da un grave errore medico al momento del parto. Assistito dall’avvocato e amico Romolo Bugaro (anche scrittore di successo, vedi La Verità del 10 dicembre 2017), ha ottenuto un risarcimento milionario, utilizzato in parte per le cure e in parte per l’acquisto della casa in cui vive, dalla quale si gode una vista che ricorda i dipinti del Canaletto. A pagina 53 di La caduta (Einaudi, traduzione di Tiziano Scarpa), il libro in cui ha raccontato la storia di Tito, Mainardi ha riprodotto una veduta di Giovanni Antonio Canal del 1738 su Ca’ Dario e Palazzo Corner, corredata di una freccia con didascalia: «Io sono sempre alla stessa finestra, sto cullando Tito mentre guardo il Canal Grande».

Come ha accolto il verdetto della Corte suprema contrario al ricorso di Lula?

«Sono felicissimo, la democrazia brasiliana è diventata più matura. I potenti non possono più rubare impunemente».

L’esecuzione dell’arresto è slittata: possono esserci ancora sorprese?

«Bisogna vigilare, in passato non sono mancate. Ma non credo. Il giudizio della Corte rappresenta il punto d’arrivo di Lava Jato, la Mani pulite brasiliana. Per noi è il compimento di molti anni di lavoro».

Diogo Mainardi e Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula

Diogo Mainardi e Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula

All’inizio Lula sembrava protagonista della primavera brasiliana.

«Così lo dipingevano, ma io l’ho attaccato dal primo giorno».

Ha cercato di farlo cadere «per sport. C’è chi pesca. C’è chi caccia. Io no. Io cerco di far cadere Lula», parole sue: che cosa non la convinceva?

«Quella sullo sport è una battuta. Fin dall’inizio i pochi oppositori temevano che Lula portasse il Paese nel peggior bolivarismo. Io lo vedevo come un furfante che cerca di mantenersi al potere».

Non ha fatto nulla di buono?

«Ha goduto di un momento favorevole dell’economia mondiale e il Brasile è cresciuto per quattro cinque anni. Poi si è scoperto un buco finanziario enorme. La distribuzione di denaro, le elemosine ai poveri, i finanziamenti pubblici alle aziende in cambio di tangenti hanno presentato il conto. Raffinerie costate miliardi non sono state costruite».

Com’è proseguita la sua campagna?

«Il fatto che le prime denunce abbiano subito trovato conferma mi ha dato forza. Oltre cento imprenditori hanno patteggiato. Gli interventi sul magazine Veja hanno sempre avuto una certa risonanza. Poi c’era Manhattan connection, il programma che va in onda su Globo news. Infine è arrivato il sito: con Mario Sabino, amico del liceo e numero due di Veja, abbiamo fondato O’ Antagonista. Il primo post dell’1 gennaio 2015, giorno d’inizio del secondo mandato di Dilma Rousseff, ne chiedeva l’impeachment. Sembrava un’ipotesi lontana, ma c’erano le indagini di giudici molto seri. Alcuni procedimenti contro Lula attingono alle inchieste dei nostri reporter».

Il Paese però è diviso, come la Corte suprema che si è pronunciata con 6 voti favorevoli a 5. Lula ha sostenitori anche tra i magistrati.

«Perché sono stati beneficiati da lui e da Dilma Rousseff. Dal 2009 in Brasile la sentenza viene eseguita dopo il secondo grado di giudizio. Il terzo e quarto grado verificano eventuali vizi di forma e, considerati i tempi, sono spesso un tentativo per arrivare alla prescrizione».

È possibile che prima delle presidenziali Lula trovi altri modi per rimettere in discussione la condanna?

«Sarebbe preoccupante stravolgere la legge per salvare un criminale politico. Potrebbe persino finire con un golpe militare: alcuni ambienti dell’esercito fanno sapere che non accettano di essere governati da un condannato».

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L’uomo che ascoltava papà Sgarbi

«Non era uno scrittore della sua generazione, ma della nostra. I suoi racconti del passato riguardano il presente. Si sa com’è, i vecchi hanno una memoria asimmetrica, ricordano con nitidezza i fatti lontani e scordano quelli recenti. Era come se guardasse la realtà con il binocolo rovesciato, rimpicciolendo le storie. Gli sembrava tutto normale e non lo era per niente. Io lo invitavo a rimettere il binocolo dalla parte giusta, per ingrandire le immagini. La guerra, la campagna di Grecia, il viaggio a Tirana, 600 chilometri a piedi e in treno per recuperare un po’ di sigarette per i commilitoni, il compleanno da solo sul lungomare, il ritorno a casa. Poi l’alluvione del 1951, l’apocalisse che distrusse quel poco che la guerra aveva lasciato in piedi o che aveva appena ricostruito gente come la Nena, l’unica donna che riusciva ad attraversare la piena col suo barchino, portando in salvo chi era in pericolo. Ascoltavo quei racconti e assistevo a un’epopea, come in certi film di Bernardo Bertolucci. La sua memoria mi affacciava su un emisfero ignoto: quella civiltà contadina che noi, figli della società industriale e tecnologica, non abbiamo vissuto». Giuseppe Cesaro, giornalista, editor che presto pubblicherà Indifesa, il suo primo romanzo per La nave di Teseo, è stato per cinque anni il confidente, lo scrivano, il collaboratore silente di Giuseppe Sgarbi, detto Nino. Lo scrittore di quella estrosa famiglia di farmacisti, critici d’arte, editori. Il capostipite riservato. Il custode di tutto, rimasto nell’ombra fino a 93 anni, quando ha ceduto alle insistenze della figlia Elisabetta, convinta, a ragione, che le sue memorie avessero dignità letteraria. Ora che Nino è scomparso, novantasettenne, poco prima che fosse pubblicato il suo quarto libro, Il canale dei cuori (Skira), vien da chiedersi come si aiuta uno scrittore esordiente ultranovantenne che, siccome ci vede poco, ha bisogno di dettare? Che tipo di affinità s’instaura tra il protagonista di quei racconti e chi li trasferisce sulla pagina?

 

Giuseppe Sgarbi, morto nel gennaio scorso

Giuseppe Sgarbi, morto nel gennaio scorso

«Quella mattina nella casa di Ro Ferrarese c’era solo la Rina, sua moglie», riprende Cesaro. «Vittorio si è sempre visto ai suoi orari. Elisabetta era al lavoro a Milano. La conoscevo da una decina d’anni. “Mio papà è una miniera di storie”, mi aveva confidato. “Ho bisogno di una persona che sappia ascoltare, a cui possa affidare i ricordi senza timore di effrazioni nel suo mondo”. Così, eccomi lì, davanti a questo signore tranquillo, riservato, gran lettore, che citava a memoria poeti su poeti. E che mi scrutava, mentre io facevo finta di nulla e gli davo rispettosamente del lei, per non violare le regole della sua sensibilità. Sedevamo in giardino: “Qui tutti mi chiamano Nino, ma in realtà il mio nome è Giuseppe, come lei”, disse. Allora gli raccontai che mio padre aveva la sua età ed era nato a Badia Polesine, pochi chilometri distante dalla sua Stienta. E lui mi chiese, titubante: “Ma lei è proprio sicuro? Elisabetta insiste tanto…”. “Proviamo, vediamo che cosa viene fuori”, incoraggiai».

Finora, son venuti fuori quattro libri di memorie. Ai primi tre, Lungo l’argine del tempo, Non chiedere cosa sarà il futuro e Lei mi parla ancora, struggente lettera alla moglie scomparsa, si è aggiunto Il canale dei cuori, uscito postumo, e dedicato al cognato Bruno Cavallini, fratello di Rina, intellettuale raffinato, il vero maestro di Vittorio. Nei cassetti di Cesaro, però, c’è materiale per altri due mémoires. «Uno dovrebbe intitolarsi Dietro il banco e raccogliere i ricordi di farmacista di Nino. Si sa com’era una volta: insieme al prete, al sindaco e al medico, nei piccoli paesi il farmacista era un’autorità. A quei tempi spesso i medicamenti venivano preparati su misura, come fa il sarto con gli abiti. L’ultimo libro dovrebbe intitolarsi Il viaggio non è finito e raccontare il rapporto con il tempo, con la vita e la morte, attraverso il fiume, il suo fiume, che è stato la culla dei ricordi. Io ho sempre fatto attenzione a rispettare la sua riservatezza, le sue reticenze, la volontà di non violare l’intimità che aveva costruito con la Rina. Era una donna pirotecnica. Lo prendeva in giro, gli diceva che era veneto, falso come tutti i veneti, e lo chiamava ancora “il mio bambino”. Ma quando non c’era, si sentiva persa. Era anche gelosa e un pochino snobbava il suo nuovo impegno letterario». Nel Canale dei cuori lui la racconta così: «O scrivi o vivi. Credo sia impossibile fare le due cose insieme. Farle bene, voglio dire. Per una questione di attenzione, più che di tempo. Bisogna scegliere a cosa dedicare le energie migliori. La vita è come la pagina: le devi stare dietro con la testa, altrimenti è un disastro. E finché c’era la Rina…».

«Quando penso a Nino», continua Cesaro, «mi viene in mente George Harrison che faticava a convincere John Lennon e Paul McCartney a inserire nei dischi qualche suo brano. Appena i Beatles si sciolsero, con tutte le canzoni rimaste nel cassetto incise All Things Must Pass, un album triplo che ebbe enorme successo. Nino ha aspettato che il tempo rallentasse, che la piena scendesse e finalmente, dopo aver ascoltato e letto una vita, ha cominciato a ricordare e a scrivere».

Non dev’essere stato facile rispettare il suo linguaggio, così originale. «Si esprimeva in una lingua molto personale. Un lessico che in parte mi era familiare, perché somigliava al dialetto di mio padre. Ma il suo era un italiano più complesso e sfaccettato. Era stato mandato a scuola a Camerino, ospite di un fratello del papà. Poi le superiori ad Ancona, dove aveva cominciato a leggere e dov’era rimasto affascinato dagli idrovolanti. La guerra lo aveva portato in Grecia e in Liguria. Aveva un vocabolario ricco, come una lingua di foce che raccoglieva tanti affluenti».

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta

Come lavoravate? «Vivo a Roma, appena avevo qualche giorno libero mi trasferivo a Ro. Ci vedevamo al mattino, lo ascoltavo per un paio d’ore. Registravo e prendevo qualche appunto per ricordarmi la sequenza degli argomenti. Dopo pranzo si lavorava un’altra oretta, poi andava a riposare. Io controllavo date e riferimenti geografici e la sera gli facevo una specie di riassunto. Il giorno dopo, a volte, ripeteva ciò che aveva già detto e quando glielo facevo notare annuiva: “Sì, però non ti avevo detto quest’altro”. Così la storia si arricchiva di nuovi dettagli. Era come un lungo filò davanti al camino, che cercavo di riordinare, facendone un montaggio coerente. Una volta sbobinato il materiale glielo rileggevo e lui si stupiva: “Davvero ho scritto questo?”. Magari correggeva qualcosa. Alla fine mandavo tutto a Elisabetta che rileggeva a sua volta e rispediva per l’ultima lettura di Nino, con una grossa lente su caratteri enormi».

Avete avuto discussioni sui contenuti? «Vittorio avrebbe voluto racconti più intimi. Ma lui ripeteva: “L’arte è di tutti, la vita è di quelli che l’hanno vissuta”. Mi sentivo come l’ospite che aspetta l’invito del padrone per oltrepassare la soglia di casa. Una volta entrato, ero come un’ostetrica che aiuta la memoria a spingere fuori i ricordi. Citava i suoi poeti, Petrarca, Pascoli, Leopardi, le letture di gioventù, i francesi, Emilio Salgari… Se qualche volta gli mancava un verso glielo trovavo su internet. Oppure con Google maps lo riportavo nei posti dov’era stato tanto tempo fa. Riconosceva la piazza di Camerino, i viali di Ancona, le strade di Sanremo. Ricordava e tornava bambino. Io guardavo lui che guardava il computer. Anche sulla soglia dei cent’anni gli occhi sono l’unica cosa che non cambia di un uomo. I suoi erano uno spettacolo».

 

Panorama, 15 marzo 2018

 

 

«Da ridere l’arrembaggio di Salvini e Di Maio»

Appuntamento in un bar con vista Colosseo. Zona Claudio Scajola? «Noooo. Il famoso appartamento ristrutturato sta dall’altra parte, di lato al colle Oppio. Io sono palermitano di nascita e romano d’adozione. Anzi, romano del Colosseo, al quale mi sono sempre più avvicinato». Vincenzo Gallo, in arte Vincino, 71 anni, un passato in Lotta continua, sulfureo vignettista del Foglio e Vanity fair, opinionista di Radio radicale, fondatore e direttore di gloriose riviste di satira, è un grande osservatore della politica italiana. Sempre con il suo pennarello tagliente, originale, sguincio.

Contento che le elezioni abbiano cambiato tutto?

«Sì. Chi governava ha fatto errori enormi e la situazione era insopportabile. Quello che arriva è tutto da vedere».

Errori enormi?

«Hanno raccontato un sacco di balle. A cominciare dagli 80 euro, una volgare regalia. Io ho 71 annni… Da ragazzo facevo politica allo Zen di Palermo, ho visto gli assegnini distribuiti con i volantini, mi pare fosse il ministro Giovanni Gioia. Nei quartieri popolari le elezioni erano una festa, un giorno arrivava un partito, il giorno dopo un altro. Promettevano soldi, lavoro, la casa».

Gli elettori del Sud si spostano in blocco.

«Ma no, secondo me manco sapevano del reddito di cittadinanza».

Dici?

«Il Sud ha votato M5s perché Pd e Forza Italia hanno una classe politica decrepita e bugiarda. Un voto di vendetta per le promesse disattese».

Balle.

«Voti comprati. Cos’era il bonus ai giovani?».

Non era utile?

«Macché. Trent’anni fa telefonavamo con i gettoni: io mi aspetto che un movimento progressista attrezzi lo Stato per guidare il cambiamento».

Hanno provato a fare le riforme.

«Quali? Portare al Senato i consiglieri regionali, la peggiore classe politica che abbiamo? Oppure abolire le province e mettere il Corpo forestale sotto i carabinieri?».

La vulgata dice che le promesse irrealizzabili le hanno fatte M5s e Lega, ma tu nel braccio di ferro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio stai dalla parte del tavolo.

«Per vedere come finisce».

Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno trattando l'alleanza

Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno trattando l’alleanza

Mai contento?

«Mai. Torniamo a Palermo negli anni Settanta. Il sindaco era Vito Ciancimino, il capo dell’opposizione Achille Occhetto, esiliato perché estremista. Dopo un intervento in consiglio comunale Ciancimino prende un bicchiere d’acqua per dissetarsi e i ragazzi della Fgci urlano: “Veleno!”. Il bicchiere precipita e va in frantumi. Altro coro: “Baffo, baffo, baffo”, prima che parlasse Occhetto. Il tifo e l’opinione pubblica decidono».

Mai contento e fuori dal coro. Lega e 5 stelle?

«La Lega mi risulta insopportabile. La razza bianca, i cattivi umori prima verso i meridionali – che, una volta al Nord diventano leghisti – e poi verso gli immigrati».

E i 5 stelle?

«Sono da sempre prevenuto verso Beppe Grillo. Quando facevamo Il Male lui faceva gli spot dello yogurt, era il figlioccio di Pippo Baudo. Poi hanno cominciato a scrivergli i testi Stefano Benni e Michele Serra ed è migliorato. Con la macchina da guerra della Casaleggio associati ha conquistato mezza Italia».

Quindi, tutto a posto.

«I grillini sono stati sorteggiati dalle parlamentarie, ma quasi quasi preferisco i sorteggiati ai leghisti».

Come andrà a finire?

«Faranno il governo insieme. Sul giustizialismo sono d’accordo. Tanto più in assenza di una riforma della giustizia che una sinistra vera avrebbe dovuto fare anni fa, ma siccome c’era Berlusconi… Anche sull’antieuropeismo sono d’accordo».

Quanto dureranno?

«Non tanto. Penso che la Lega litigherà con Forza Italia, come sta già facendo. E i 5 stelle litigheranno tra loro, perché la maggioranza solidarista non digerirà l’alleanza con la Lega».

Faranno la legge elettorale per tornare a votare?

«Altra fregnaccia, siamo l’unico Paese che ha questo virus. Ci sono due anni di svolta nella storia d’Italia. Il primo è il 1978 quando ammazzano Aldo Moro, il più lucido dell’epoca. Erano tutti d’accordo».

Bettino Craxi no. E nella Dc…

«Lo mollano anche i grandi capi, tranne quattro suoi amici».

L’altro anno chiave?

«È il 1992, quando fanno fuori tutti i partiti meno il Pci. Poi distruggono la legge elettorale con il proporzionale puro e le preferenze che ci aveva garantito 40 anni di progresso».

Che cosa auspichi?

«Che non levino quel po’ di finanziamento pubblico rimasto alle testate giornalistiche».

Per il Foglio?

«Il Foglio ne ha pochissimo. Per Radio radicale, una delle poche testate che fa servizio pubblico».

Di testate ne hai fondate parecchie.

«Sì… Tu sei veneto come Sergio Saviane?».

Lui viveva ad Asolo, posto splendido.

«Con Sergio e Pino Zac fondammo il Male. Poi nell’87 progettiamo Zut, settimanale incandescente. Incontriamo Luciano Benetton in un albergo di Asolo. “Ecco il conte zio”, me lo presenta Sergio. Lui guarda il brogliaccio che avevo disegnato e ci compra un anno di pubblicità anticipata: 3,5 milioni a settimana. Su una vignetta che lui non vedeva nemmeno compariva il brand Benetton, tutto qui».

Ma?

«Prima che finisca l’anno mi silurano da direttore. Un fotografo ci aveva portato delle foto di Eugenio Scalfari con una donna. “Sergio, chi è questa?”. “Non sai che Scalfari ha due di tutto? Mogli, famiglie…”. All’epoca io facevo il sosia di Bettino Craxi, con la pelata di lattice. Cicciolina si prestò come amante e pubblicammo le foto affiancate di Scalfari e Craxi, ognuno con la rispettiva. Un doppio scoop in cui tutti erano veri, tranne me. L’editore di Zut era Ettore Rosboch, fratellastro di Carlo Caracciolo, socio di Scalfari, che s’incazzò a morte perché la storia era vera. Avevamo anche un cambio pubblicità con Repubblica. Un disastro. Rosboch era una brava persona, ma senza la tempra dell’editore di satira. Rotolò la mia testa».

Sergio Saviane. Con lui Vincino ha fondato il Male e Zut

Sergio Saviane. Con lui Vincino ha fondato il Male e Zut

Per chi vota un anarchico?

«Decide di volta in volta».

L’ultima?

«Non te lo dico nemmeno sotto tortura. Un anno ho votato Democrazia proletaria alla Camera e Partito liberale al Senato».

Emma Bonino, cioè Pd?

«Nel caso avrei votato direttamente Pd. Stimo Paolo Gentiloni, mio direttore a Nuova ecologia».

Però hai sfiducia nei politici.

«Totale».

I cronisti siciliani hanno calcolato che i deputati regionali si riuniscono un’ora e mezza a settimana.

«Meglio, fanno meno danni. Anche la storia dell’abolizione dei vitalizi è un’anatra zoppa buttata in pasto all’opinione pubblica. Anche su questo Lega e M5s si trovano».

Hai sfiducia nei politici ma difendi i vitalizi?

«Ho sfiducia nel lavoro dei politici. Ore di riunioni in cui farsi dire da altri come votare. Ero amico di Lino Jannuzzi, fine intellettuale. Eletto al Senato si è immalinconito. Li vedi nei talk show? Ripetono le solite cose, mai nessuno che si convinca di quello che dice l’altro».

Hai il busto in marmo di Andreotti in terrazza: lo rimpiangi?

«Rimpiango l’epoca. Il busto è un premio di satira. La statura di Andreotti è fuori discussione, l’ho rivisto in Frank Underwood di House of cards».

Rimpiangi l’epoca, cominciando dagli anni Settanta?

«Quando ero giovane e bello. Feci due esperienze, una più divertente dell’altra: il servizio militare e la galera».

La galera?

«A Gela nel 1972 vendevamo Il processo Valpreda. Arrivano i fascisti a menarci, ma arrestano noi. In caserma ci picchiano e un carabiniere si fa male a una mano. Risultato: un mese e mezzo nel carcere di Caltanissetta».

La violenza è sorella dell’ideologia?

«Io sono non violento e se potevo scappavo. Però la violenza la vedevo. È nella storia».

Anche in Lotta continua?

«Nemmeno tanto. C’era il servizio d’ordine, fatto da ragazzotti violenti. Come tutti i servizi d’ordine, del sindacato, del Pci».

E l’omicidio del commissario Calabresi?

«A tutt’oggi non ho capito com’è andata. Sono sicuro che Lc come organizzazione non c’entra».

Adriano Sofri è stato condannato dopo sette processi: per te è innocente?

«Sì. In due o tre è stato assolto in altri due o tre condannato. Tutto dipende dalla parola di Leonardo Marino che parla di un cenno di Sofri con la testa a un corteo a Pisa. Mi sembra poco per condannare qualcuno. Siamo un Paese poco attrezzato per cercare la verità. Non sappiamo se i servizi abbiano infiltrato qualcuno di Lc o di altre organizzazioni. Sappiamo invece che la magistratura non subisce controlli esterni o epurazioni».

Alla satira mancano i bersagli grossi?

«Ma no, con tutti questi giovanotti all’arrembaggio; Salvini, Di Maio, Danilo Toninelli che magari diventa presidente del Senato. Figurati. Poi Renzi c’è ancora. E le buche di Roma, l’Europa, Grillo con il suo doppio ruolo».

Vincino sta a vedere come finisce

Vincino sta a vedere come finisce

Roba vecchia.

«Lui continua a pontificare, noi continuiamo a non sapere in che condizioni guidasse il giorno dell’incidente che provocò tre morti. Allora non si facevano i test, chissà come finirebbe oggi. Non gli abbiamo mai sentito dire un pensiero per quelle tre persone».

Un antirenziano al Foglio: problemi?

«All’inizio non lo ero. Al Foglio va benissimo. Mai ricevuta una telefonata da Giuliano Ferrara o da Claudio Cerasa. Raramente, il giorno dopo».

Staresti meglio al Fatto quotidiano?

«Al Fatto mi chiamerebbero il giorno prima: hai fatto una vignetta contro quello lì mentre noi siamo a favore».

Ti definisci vignettista «di facili costumi», una prostituta.

«Ho lavorato al Sabato, sto al Foglio. Mi chiamavano dalla destra e dalla sinistra e non sapevano come etichettarmi».

Hai disegnato per il Corriere della sera e Vanity Fair: un ex di Lotta continua nell’establishment?

«Al Corriere mi chiamarono nell’87: “Ha nulla in contrario a collaborare con noi?. Ero basito, mi guardavo intorno con la cornetta in mano… Adoravo lavorare per il Corriere. Nel 2014 hanno sospeso. Vanity fair invece va avanti».

E l’establishment?

«Io nasco nell’establishment, mio padre dirigeva i cantieri navali di Palermo».

Hai un motivo per sorridere (non amaro)?

Dopo un lungo silenzio punta il dito verso il Colosseo: «Quello, il posto più dinamico del mondo».

 

La Verità, 18 marzo 2018