«Chiedi chi era Etty Hillesum morta nel lager»

In una foto scattata qualche anno fa da Giuseppe Pino ed esposta nella sua casa a due passi dal Corriere della Sera per il quale ha scritto una vita, Edgarda Ferri somiglia a Audrey Hepburn. Eppure sul web circola un testo in cui scrive: «A sedici anni volevo essere bionda e provocante come Brigitte Bardot». Niente di più distante. Oggi Edgarda Ferri è un’elegante signora dai capelli bianchi e lo sguardo brillante come l’intelligenza di certe ragazze interpretate da Audrey Hepburn nei film di Blake Edwards e William Wyler. Per lavoro ha viaggiato, letto e scritto. Attualmente collabora con La Repubblica. È autrice, tra numerose altre pubblicazioni, di biografie di donne importanti, da Giovanna la pazza a Caterina da Siena, da Matilde di Canossa a Letizia Bonaparte. L’ultima, appena uscita per La nave di Teseo e intitolata Un gomitolo aggrovigliato è il mio cuore, è dedicata a Etty Hillesum, giovane donna ebrea e figura di culto non solo in ambienti cattolici. Durante la guerra, Etty andò spontaneamente nel campo di transito olandese di Westerbork dove, prima di essere trasferita ad Auschwitz e morirvi men che trentenne, tenne dei folgoranti diari.

Allora, signora Ferri, ho letto su internet che a 16 anni voleva essere bionda e provocante come Brigitte Bardot.

«È un testo inventatissimo, nel quale è sbagliata persino la data di nascita. Dovrei andare da un avvocato per farlo cancellare, ma sono distratta su ciò che mi riguarda. In realtà, volevo diventare bianca come mia madre e mia nonna. Per noi i capelli bianchi sono un segno distintivo».

Edgarda Ferri in uno scatto di Giuseppe Pino

Edgarda Ferri in uno scatto di Giuseppe Pino

Anche lei vittima delle fake news. Come isolare i vantaggi della rivoluzione digitale tralasciandone gli effetti collaterali?

«Lo so che ci sono dei vantaggi, ma mi fanno orrore gli svantaggi, come il fatto di mettere in piazza tutto. Mi chiedo perché certe cose vanno in giro? Non è la macchina che lo fa. È l’uomo che si fotografa davanti a un piatto di pasta, o mentre sgozza un povero innocente. Sono i bulli che postano un compagno di scuola che infila la testa di un altro nella tazza del water».

Perché ha scritto tante biografie, soprattutto di donne?

«Perché le ho sempre lette con passione. Mio padre ne aveva un’intera biblioteca: Otto von Bismark, Klemens von Metternich, Francesco Giuseppe. Io andavo a cercare le donne. All’inizio mi sono dedicata alla saggistica. Ho scritto Il perdono e la memoria, mi ha sempre incuriosito il tema del perdono. Andai a trovare una donna che nella strage di Bologna aveva perso marito, figlia, nuora e nipotini. Era una pollivendola di Como che si era fatta suora di clausura. Le ho parlato attraverso la grata. Un’altra era sopravvissuta all’eccidio di Marzabotto sotto una montagna di morti. Aveva 11 anni. Quando il comune di Marzabotto indisse un referendum per uno sconto di pena a Walter Reder, votò sì solo lei. Scoprii che era anticlericale, atea e comunista. E che aveva perdonato per stanchezza. Poi mi sono dedicata alle donne che hanno a che fare con il potere».

Etty Hillesum però no. Perché l’ha scelta?

«Mi chiedevo quale storia ci fosse dietro quegli aggrovigliati diari. Volevo conoscere questa ragazza che si era prefissa di testimoniare la vita dentro il campo di Westerbork e che, prima di partire “per la Polonia”, non sapendo che la meta era Auschwitz, aveva consegnato le sue riflessioni a un’amica. Per documentare non solo le vessazioni dei nazisti, ma anche i soprusi e la corruzione nella comunità ebraica».

Come ci ha lavorato?

«Sono andata ad Amsterdam. Ho fatto le sue strade e contato i suoi passi. Recuperato fotografie, pezzi di diario, lo spartito del fratello con i disegni. Purtroppo non ho potuto entrare nella casa di piazza Rijksmuseum. Dove c’è una targa e vive una coppia che non apre mai perché è stanca di mostrare la casa. Ma grazie a due ragazzi italiani che hanno una pizzeria e abitano nello stesso edificio ho potuto vedere da sopra il terrazzino, l’albero…».

Che cosa le piace di Etty Hillesum?

«La vivacità e l’amore per la vita. Muore giovane, ma la sua è una storia vitale. È andata a Westerbork per condividere il destino del suo popolo. È una ragazza che sta in piedi nonostante tutto quel che le accade: la malattia, la morte di uno degli uomini più amati, la deportazione della famiglia. Tutto ha sempre una rivincita. Quando muore Julien Spier, colui che le apre gli occhi sulla tragedia e che la conduce verso un percorso ignoto, afferma che, entrando nella sua stanza ha dovuto fare l’espressione di circostanza perché il suo istinto sarebbe stato di dire che “la vita è bella, nonostante tutto”».

Oggi si parlerebbe di resilienza.

«Resilienza e resistenza. Ogni martedì partivano i convogli per Auschwitz e anche lei viveva nella paura. Si chiedeva come aiutare chi era nella lista dei partenti. “Fino a che punto si può resistere a questo dolore”, scriveva. “Posso solo sedermi al loro fianco, a volte anche una mano sulla spalla può essere pesante”».

Etty Hillesum mostra che c’è più vita nella nostra interiorità che fuori.

«Prima di partire anche lei decide di liberarsi delle cose che ha. Lo zaino può contenere poco, meglio un libro che un maglione. Straccia le lettere e le fotografie dei suoi cari e scrive: “Li ho già appesi alle pareti del mio cuore”».

Etty Hillesum morì a 29 anni ad Auschwitz

Etty Hillesum morì a 29 anni ad Auschwitz

Ha un ampio club di cultori, dall’Associazione Vidas, che assiste malati terminali, al professor Eugenio Borgna, alla scrittrice Marina Corradi. Che cosa dice Etty Hillesum al nostro tempo?

«Borgna mi ha scritto una lettera struggente per questo libro. Marina è figlia di Egisto Corradi, grande inviato e scrittore, oltre che amico. Ci sono molti gruppi di studio su Etty, cattolici più che ebrei. Anche se non è una figura catalogabile, il suo senso del perdono è profondamente cristiano. Etty perdona non perché è buona, ma perché s’immedesima nell’altro. Di fronte a un giovane soldato che la maltratta si domanda che storia abbia, se ci sia della sofferenza dietro l’apparente rigidezza. Nella religione ebraica il perdono non esiste. Solo Gesù perdona. Per noi uomini non è facile, vorrei raccontarle un fatto».

Prego.

«Lavoravo come inviato al Corriere d’Informazione, stesso palazzo del Corriere della Sera. Un giorno o l’altro scenderai di un piano e verrai al Corriere, mi dicevano i colleghi. Io me l’auguravo. A un certo punto alcuni di noi erano effettivamente scesi di un piano, mentre io ricevetti la lettera di licenziamento. Il giornale chiudeva. Da quel momento, per certi colleghi con i quali avevo condiviso stanze d’albergo e situazioni drammatiche divenni invisibile. Una volta sul tram incontrai Egisto Corradi, lui era già con Montanelli al Giornale, e gli confidai il dolore per l’assenza di solidarietà. Mi rispose: “Da quando ho partecipato alla ritirata di Russia e ho visto abbandonare fratelli morenti nella neve non mi meraviglio più di niente”».

Etty Hillesum si chiede se «dobbiamo odiare tutti i tedeschi?». Viene in mente Abramo che chiede a Dio se sterminerà tutta Sodoma anche se ci vivono solo dieci giusti.

«È una domanda che trovo ancora più attuale in tempi in cui abbiamo a che fare con l’islam. Siamo portati ad avere paura di tutti i musulmani, senza essere capaci di distinguere».

Per molti osservatori il germe della violenza è nel Corano.

«Già. Ma dovremmo conoscerlo meglio, anche per controbattere a chi sostiene che è una religione di pace. Nel campo di Westerbork Etty riconosceva che esistevano ebrei cattivi. Era addolorata per le liti tra ebrei olandesi ed ebrei tedeschi».

A chi le chiede le ragioni del suo «altruismo radicale» risponde: «Sì, vedi: io credo in Dio». Che Dio è quello di Etty Hillesum?

«Non un Dio di pace e d’amore, ma un Dio crudele, indifferente. Non a caso, in una lettera in cui lo chiama “Signor Dio”, scrive che lo perdona. L’amore per la vita di Etty scaturisce dalla bellezza della natura che la apre al trascendente. In questo la sento molto vicina. Quando ho intervistato l’atea Margherita Hack mi ha confidato che quando scrutava la meraviglia del firmamento anche a lei veniva la tentazione di credere. Ecco: io questa realtà la chiamo immediatamente Dio».

Però questo Dio non basta a perdonare.

«Infatti è Etty che dice a Dio: “Ti perdono”. Nel campo di concentramento si batte per difendere il pezzetto di eternità che c’è dentro ognuno di noi. E che è l’inizio della salvezza».

Dove ritrova un Dio così?

«Lo cerchiamo. Nel dolore, non certo nelle sale da ballo. Quando avverto che c’è amore vero, che non è la bontà, allora ci vedo Dio. A volte basta un gesto».

Pensa che le persone del secolo scorso siano più profonde dei millennial?

«Il millennio ha cambiato molte cose: le tecnologie, l’atteggiamento di fronte alla vita, sono aumentate le guerre. Il denaro e l’apparire vengono prima di tutto. Noi del Novecento, che avevamo nonni dell’Ottocento, ci consideriamo parte di una scia lunghissima. Non è che ho paura di confrontarmi con i millennial. Ma abbiamo linguaggi diversi. I sentimenti no, quelli sono uguali, ci sono ragazzi generosi, che hanno ancora dei valori. È il linguaggio che è diverso. Spesso, per farla breve, diciamo che la società è peggiorata. Ma dicevano così anche i nostri nonni: è la nostalgia. Vorrei vivere ancora a lungo per vedere come si mette. Spero che un giorno o l’altro arrivi un nuovo San Francesco. Certo, abbiamo già il Papa. Ma nei miei sogni vedo un giovane Francesco che cammina sulle rovine».

La Verità, 18 giugno 2017

 

 

«Ho spiato Berlusconi per renderlo normale»

Non era facile immaginare che una serie televisiva su Tangentopoli filasse liscia senza scatenare contestazioni. In una trilogia che cita la Rivoluzione francese, il 1993 del titolo è l’anno del Terrore e, solo per rinfrescarci la memoria, è quello delle monetine tirate a Bettino Craxi fuori dall’hotel Raphael, della maxitangente Enimont, dei sucidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari, dei prodromi della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Appena terminata su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, 1993 resterà a lungo disponibile on demand. All’estero finora è stata venduta in un centinaio di Paesi ma, rimanendo in Italia, ha il merito di affrontare senza schermi ideologici la cronaca, favorendone la trasformazione in storia. Il principale elemento di rottura si condensa nell’interpretazione di Silvio Berlusconi offerta da Paolo Pierobon, attore cinquantenne nativo di Castelfranco Veneto, diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, pluripremiato per le sue prove teatrali (diretto da Eimuntas Nekrosius e, più volte, da Elio De Capitani e Luca Ronconi), noto al grande pubblico nei panni dell’obliquo Filippo De Silva di Squadra antimafia – Palermo oggi trasmessa da Canale 5. Un attore versatile che non disdegna il cinema, dove ha recitato, tra gli altri, per Marco Bellocchio (Vincere), Paolo Virzì (Il capitale umano) e Gennaro Nunziante (Quo vado?). Lo incontro nel chiostro del Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, dov’è di casa.

Il suo Berlusconi «normale» è stata una delle sorprese di 1993. Come sono arrivati a lei?

«Mi ha contattato Lorenzo Mieli di Wildside, società produttrice della serie. Mi ha sempre sostenuto insieme con il regista Giuseppe Gagliardi e Ludovica Rampoldi, una degli autori. Poi sono cominciati i provini».

Aveva dei concorrenti?

«Penso di sì, ma mi sono stati celati. Ho fatto tre incontri prima di essere scelto».

Ci teneva?

«La primissima volta non ero convinto. “Che c’entro io?”, mi dicevo. Poi qualche amico ha insistito: “Guarda che puoi farlo bene”. Finché si è accesa la scintilla e sono andato ai provini successivi con lo spirito giusto. Era una figura molto esposta, sulla quale si sono sprecate parodie e imitazioni. Trovare una zona libera per renderlo come persona e non come personaggio mi ha stimolato».

Difficile immaginarla nel ruolo di Berlusconi vedendola nei panni di De Silva in Squadra antimafia – Palermo oggi.

«Interpretare qualcuno che al primo impatto sembra impossibile è sempre una sfida affascinante. Altrimenti il rischio della routine è dietro l’angolo».

Che cosa le hanno detto quando le hanno proposto il ruolo?

«Di fare piazza pulita di cliché e stereotipi. La maggior parte di noi conosce un Berlusconi performativo, nei panni del politico di successo, del presidente del Milan o dell’ospite di talk show. Ma chi può dire, se non i più stretti collaboratori, chi sia davvero? M’interessava spiare una battuta scambiata con Adriano Galliani all’orecchio più che un’intervista televisiva. Ho tentato di occupare quel campo libero. Più immaginazione che immedesimazione».

Ha studiato i precedenti cinematografici, soprattutto Il Caimano dove a interpretarlo è Elio De Capitani che l’ha diretta a teatro?

«Ci sono state curiose coincidenze. Quando Moretti scelse De Capitani per quella parte io ed Elio stavamo lavorando insieme. Gli dissi di non preoccuparsi perché, in fondo, un imprenditore che dirige aziende e un impresario teatrale che governa la sua compagnia non sono mondi così lontani. Ricordo che parlando di me in un’intervista, Elio usò l’espressione “vitalismo reaganiano”. Insomma, era la lezione di Giorgio Gaber: bisogna guardare al Berlusconi che è in ognuno di noi. Perciò, ci si va dentro senza paura. Il vitalismo reaganiano è la natura estroversa dell’attore. Che non esclude zone d’ombra che pure una persona come Berlusconi ha. Anche Berlusconi, in privato, è tutto e il contrario di tutto».

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Un Berlusconi ipotetico, ma verosimile?

«Il tentativo era questo».

Come l’ha studiato?

«Lo strumento principale è stato Youtube. Un’inquadratura inconsapevole allo stadio poteva essere preziosa. Anche le intercettazioni telefoniche, dove la voce non è quella ufficiale, sono state una fonte. Quando ti confronti con una figura così, come certi personaggi scespiriani, devi fare i conti con la tua realtà quotidiana. Loro sono bigger than life e tu sei inevitabilmente più piccolo. Perciò l’attore deve stare sotto il personaggio, non andargli sopra».

Che ricordo ha di Tangentopoli?

«Ricordo l’impatto mediatico dei processi. I politici che balbettavano, la saliva di Arnaldo Forlani. Solo Craxi ha detto: “Di cosa stiamo parlando? È sempre andata così”. Poi la coerenza di Sergio Cusani».

Che cosa le suscita Berlusconi?

«La mia definizione di lui è puer aeternus».

Che cosa facevano i suoi genitori?

«Mia madre è sarta e ha la quinta elementare. Mio padre era il più giovane di nove fratelli, e gemello. Ha preso il diploma di perito chimico a Vicenza ed è entrato all’Eni. Da Castelfranco Veneto siamo andati a Pisticci, in Basilicata. Vivevamo nei villaggi per i dipendenti. Quando avevo sette anni arrivammo a San Donato, hinterland milanese».

Come le è venuto in mente di fare l’attore?

«Di punto in bianco. In casa i miei parlavano sempre dialetto veneto. Fuori non c’erano più i cieli e il sole di Matera. L’adolescenza era noiosa, tutti facevano scelte automatiche. Quando ti annoi eserciti l’immaginazione e io non volevo accodarmi, ero introverso. E, come tutti i timidi, sentivo il bisogno di esibirmi. Mi accorsi che leggevo volentieri le pagine con i dialoghi, più che certe lunghe descrizioni. Due persone che si parlano mi scaldavano».

Come si è formato?

«Ho fatto il liceo scientifico. Poi, per rinviare il servizio di leva, mi sono iscritto all’università e ho dato qualche esame. Nel frattempo frequentavo la Scuola Paolo Grassi, fondata da Giorgio Strehler e anche quella del Teatro Filodrammatici. Alla fine, tra l’una e l’altra, mi chiamarono militare. Feci obiezione di coscienza sperando di esser destinato alla biblioteca della Scuola. Invece mi spedirono sulle ambulanze del 118 a Como. Nel frattempo dovevo dare l’esame del terzo anno. I professori furono comprensivi».

Poi premi a raffica…

«Ce l’ho messa tutta. In casa non giravano molti soldi e fare una scelta così drastica rispetto ai miei mi ha responsabilizzato. Non avevo paracaduti. Sono stato fortunato. So di gente brava che sta a casa e parla con i muri. Gli intervalli tra un lavoro e l’altro si allungano… Si torna dai genitori, cose umilianti…».

Come si passa dal teatro al cinema alla televisione?

«Decidono la quotidianità, le coincidenze. Essendo sempre in scena, non riuscivo a partecipare ai provini per la tv a Roma. Mentre ero al Centro Santa Caterina di Ronconi, in Umbria, per provare Il gabbiano, sono andato a quello per Squadra antimafia. Berlusconi invece l’ho fatto da sonnambulo…».

In che senso?

«Ero in tournée con Lehman Trilogy quando mi hanno detto che l’avrei fatto io. Avevo visto l’intervista a Enzo Biagi in cui Berlusconi confidava di dormire quattro ore a notte. Anch’io dormo poco… Anziché star lì a ripetermi “sono stanco, come farò?”, ho utilizzato le sue parole come un karma. Lehman Trilogy durava cinque ore, si finiva a mezzanotte e mezza. Una volta son venuti a prendermi a Torino alle tre di notte e siamo partiti per la campagna pavese dov’era il set che simulava la villa di Arcore. Siamo arrivati all’alba, tre ore di trucco, poi prove fino a sera. Il giorno dopo ero di nuovo a teatro, però a Roma, altre cinque ore di spettacolo. Concordo con Berlusconi: quando sei stanco sei disinibito e le cose vengono meglio».

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Le sue letture, i giornali, l’avrebbero portata a un’interpretazione diversa?

«Il rito d’inizio giornata è la lettura dei giornali al bar. Mi serve come ginnastica mentale. Non do niente per scontato e non do neanche giudizi sulla figura che interpreto. Se vuoi fare un bel lavoro il tuo punto di vista lo devi dimenticare. Il protagonista è lui non tu. Posso pensarla al contrario, ma riuscire a essere credibile nel rendere quella persona».

È un fatto di tecnica?

«Di istinto. L’opinione viene dalla testa. L’istinto deriva da una visione artistica, che è emotiva e fisica. La tecnica viene dopo».

In 1994 sarà più protagonista?

«Speriamo. Decideranno gli autori il dosaggio tra personaggi immaginari e personaggi storici».

Nell’attesa?

«Ho lavorato in un film di Andrea Segre intitolato L’ordine delle cose. Una storia di sbarchi clandestini dalla Libia all’Italia. Forse andrà alla Mostra di Venezia».

Segue la politica?

«Sono un attento, ma disorientato osservatore».

Cosa si aspetta dal prossimo film di Paolo Sorrentino su Berlusconi?

«Di lui e di Toni Servillo ho grande ammirazione. Sono curioso di vedere se sarà come Il Divo su Giulio Andreotti oppure no».

Se dovesse dirmi il nome di un attore?

«Direi Eduardo. Lontanissimo da qualsiasi possibilità d’imitazione, penso sia una delle figure più carismatiche e moderne della recitazione».

Una passione segreta, un tic?

«Purtroppo ho poco tempo, ma mi piace molto camminare, fare il flaneur, osservare la gente. Al bar leggo il giornale e ascolto quello che dicono i clienti».

Carpisce delle cose?

«A volte. Anche a teatro, prima che si spengano le luci, mi metto dietro il sipario a orecchiare il pubblico. Serve a scongiurare la ripetitività delle repliche. E mi dà l’illusione di fare ogni sera uno spettacolo diverso».

 

La Verità, 11 giugno 2017

 

«Sì alla Lega nazionale, no al lepenismo di Salvini»

A Irene Pivetti calza come un guanto il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman: «Un grande avvenire dietro le spalle». Essendo diventata presidente della Camera a 31 anni, da lì in poi è difficile non mettersi a inseguire il passato. La incontro a Milano, tra mille impegni, negli uffici di Only Italia, piattaforma per la promozione di piccole e medie imprese nell’esportazione verso l’Oriente.

Presidente Pivetti, sta vedendo 1993, la serie di Sky su Tangentopoli?

«Purtroppo no, in queste settimane sono stata in Cina per lavoro».

C’è una parte dedicata alla discesa dei leghisti a Roma e il Carroccio non ne esce benissimo.

«Credo ci sia poca comprensione della Lega in generale, un fenomeno veramente fuori dagli schemi. Quando ero al liceo si teorizzava l’avvento della post politica, ma una volta che arrivò non andava bene perché non era quella che si aspettavano gli intellettuali».

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento citando Luca Orsenigo

La Lega è dipinta come una forza ingenua, ma avulsa al Palazzo.

«La Lega comprendeva le logiche di potere, superandole. Le faccio un esempio: nel 1990 Umberto Bossi doveva avere un appuntamento a Roma con Giulio Andreotti: il numero uno della politica incontrava il numero zero. All’ora dell’appuntamento Bossi era ancora in Piazza Massari a Milano. Da dove, con calma, si avviò all’aeroporto per raggiungere Andreotti con oltre quattro ore di ritardo. Il Senatúr conosceva i codici e li usava contro il sistema. Ma i giornalisti si scandalizzavano: “Quel buzzurro arriva in ritardo all’appuntamento con Andreotti”. Anche la famosa canotta in Costa Smeralda: un messaggio, come altri, perfettamente consapevole, per dire che il Re era nudo e che quel potere poteva essere sovvertito».

Nella serie c’è una scena in cui Gianfranco Miglio sottolinea il ruolo rigeneratore dei «barbari».

«La verità e che Miglio non contava nulla nella Lega. Era una persona intelligente e stimabile, ma certamente non l’ideologo. Che era Bossi. Miglio piaceva agli intellettuali e ai giornalisti e serviva da traduttore simultaneo».

Nella prossima stagione, 1994, ci sarà una ragazza di 31 anni che diventa presidente della Camera.

«Il ’94 fu un anno importante, con una campagna elettorale molto impegnativa perché il centrodestra era diviso, con il Polo delle libertà al Nord e il Polo del buongoverno al Sud».

C’è qualcosa che ancora non sappiamo della sua nomina?

«Io avrei dovuto fare il ministro dell’Istruzione e Roberto Maroni il presidente della Camera. Ma Maroni voleva gli Interni. Allora Bossi propose Francesco Speroni per il Senato, sul quale cadde il veto di Berlusconi a causa delle sue giacche variopinte».

Come si arrivò a lei?

«Ci sono tanti padri di quella nomina, ma contò il benestare di Bossi. Ricordo che ero in macchina vicino al Castello Sforzesco quando squillò il cellularone dell’epoca: “Uè, mi sa che ti tocca fare il presidente. Vai alla Camera”. E io: “Aspetta un attimo che accosto…”. Mi disse che il partito mi avrebbe sostenuto. E fu così, soprattutto sul piano umano umano. Dal punto di vista politico, invece, ci mancava l’esperienza. Andai avanti col mio fiuto e l’aiuto delle persone di cui mi fidavo».

Che erano?

«Gianluigi Marrone, capo di gabinetto, giudice unico della Città del Vaticano e capo del personale della Camera. Vincenzo Parisi, capo della polizia, che morì di lì a poco, un grande servitore dello Stato. Francesco Cossiga, un galantuomo d’altri tempi, mente eclettica e personalità lungimirante».

È difficile reinventarsi dopo aver conquistato la vetta così giovani?

«Molto. Ma siccome lo sapevo mi ci sono preparata da subito. Devi avere coscienza che quell’esperienza è transitoria e dura finché servi».

E pur preparandosi…

«Le difficoltà restano. Quando esci da una carica così sei ingombrante. Essere imparziale mi procurò nemici politici e amministrativi. Bonificai il bilancio della Camera del 19% ogni anno: la spending review l’ho applicata ben prima di Mario Monti».

Secondo lei abbiamo completamente capito e metabolizzato la stagione di Tangentopoli?

«Metabolizzato sì, capito forse no. Tangentopoli è servita a cambiare la politica, ha distrutto i partiti e, a volte, anche delle persone. Ma non ha distrutto la corruzione».

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Chi è e chi è stato Umberto Bossi?

«Chi è adesso non lo so, non vedendolo da anni. È stato la persona che ha reso davvero possibile la Seconda repubblica. Lui e Berlusconi sono una coppia simul stabunt simul cadent. Bossi ha portato la legittimazione popolare, Berlusconi gli strumenti. E con un riuscito matrimonio d’interessi sono diventati vincenti».

Berlusconi è l’Ercolino sempre in piedi della politica?

«Non lo definirei così. Berlusconi continua a dare le carte. È una persona che ha mantenuto lo spazio del centrodestra moderato, orfano della Dc. Ho dissentito sul primo accordo con Matteo Renzi: che significava opposizione non belligerante?».

E il Renzusconi di adesso lo approva?

«Questo è un accordo tecnico, finalizzato a una legge specifica. Berlusconi trova ancora le formule per presidiare quell’area priva di forze alternative».

Un’area in cui si riconosce, forse più che nella Lega attuale?

«Mi riconosco in quest’area moderata in base ai motivi originari della Lega, nella quale è sempre stata viva l’idea di uno Stato che rispetti i valori della cultura e delle libertà locali. Libertà e identità sono le parole chiave della Lega delle origini. Chi mi dà questo ha il mio voto».

E anche la sua candidatura?

«Come lei sa adesso faccio l’imprenditrice, un’attività che mal si concilia con la politica. Ho fatto un’esperienza più affettiva che efficace come capolista della Lega a Roma, ma il risultato è stato modesto».

Esclude di candidarsi?

«Adesso non ci penso. Faccio un lavoro che mi assorbe: promuovo il made in Italy in Cina».

Stando alle cronache sembra sia la Cina a prendersi l’Italia.

«Sì, a causa dell’incapacità della nostra politica di governare questo fenomeno. La Cina è una grandissima risorsa, un Paese che cura il proprio benessere e la propria crescita e con il quale si può lavorare bene se si hanno idee chiare e personalità. Le nostre istituzioni non hanno né l’una né l’altra. Amiamo dare di noi stessi l’immagine di un Paese del lusso e del futile, dimenticando che la forza dell’Italia è stata la sua capacità di progettare e realizzare uno Stato moderno a partire da un Paese agricolo e ignorante. Questo potrebbe fare di noi un grande partner della Cina. Ma ci comportiamo come nobili decaduti che non hanno voglia di lavorare».

La Seconda repubblica l’ha delusa?

«Sta durando troppo. Dovevamo destrutturare il precedente sistema per costruirne uno nuovo. Invece siamo sopra le macerie senza che si veda il nuovo progetto. Manca la visione di uno Stato capace di servire gli interessi più deboli e di inserire l’Italia al posto che merita. Ci accontentiamo della cena con Barack Obama o di stringere la mano a Donald Trump, ma la verità e che non contiamo niente».

Le piace la Lega nazionale di Matteo Salvini?

«Mi piace: la prospettiva nazionale appartiene alle origini. Ricordo quando, nel 1991, andammo con una decina di persone a tenere un comizio a Napoli. Molte altre volte siamo andati al Sud per far nascere le sezioni».

E il lepenismo le piace?

«No. Quella destra ha un’origine culturale diversa dalla nostra, che è popolare e identitaria. La Lega è un movimento delle Italie plurali, che non ha niente a che vedere con le forze sovraniste francesi».

Il tratto di unione è il rifiuto dell’accoglienza degli immigrati.

«Sono d’accordo a contrastare l’immigrazione perché e una forma moderna di tratta degli schiavi. La risposta vera però dev’essere politica: la cooperazione non è più sufficiente. Bisogna richiamare alle loro responsabilità gli Stati complici, molti dei quali sono quelli di provenienza».

Che cosa pensa di papa Francesco?

«Che è un gesuita estremamente in gamba. La sa lunga in termini di comunicazione e lascia che tre quarti del mondo lo trovi rivoluzionario, mentre lui non fa che ripetere con grande chiarezza la dottrina della Chiesa, spostando l’accento sulla misericordia. Mi piace molto. Non condivido le accuse di essere troppo innovativo. Al contrario, vedo molta ignoranza in queste critiche».

Le piace anche il suo magistero dell’accoglienza?

«Il Papa fa il Papa. E ci ricorda che gli immigrati sono persone che hanno una dignità. Non indica una linea politica. Tocca ai politici prendere le decisioni. Con Salvini spesso cito il catechismo dove dice che l’accoglienza è doverosa “nei limiti del possibile”. Il che vuol dire che ci sono istituzioni che devono fare di più per rimuovere le cause, contrastando all’origine il flusso migratorio».

A cena con Bergoglio o con Trump?

«La conversazione della cena si addice di più a un presidente. Ma un ritiro con Bergoglio lo farei volentieri».

Cosa pensa dell’altro Matteo?

«È un bravo comunicatore. Però è anche moltissimo borghese, nel senso che la sua è una sinistra adatta ai ricchi e ai colti, ma che lascia indietro il popolo».

E di Beppe Grillo?

«Ottimo uomo di spettacolo. Come politico mi ha sorpreso perché pensavo mollasse prima. Però, a questo punto, è ora che tiri fuori una proposta. L’onestà è un prerequisito del far politica. Tutta l’anima dei 5 stelle è un discorso sul metodo: i contenuti oggettivi e la visione restano ignoti».

Perché a un certo punto la sua esperienza televisiva si è fermata?

«Mi sono concentrata sul lavoro d’impresa e non mi sono più stati proposti programmi adatti. Ma è stata un’esperienza positiva».

Che cosa farà Irene Pivetti da grande?

«Svilupperò questa piattaforma di affari tra Italia e Oriente, Cina prima e Via della seta. Poi farò qualche bella vacanza di trekking».

La Verità, 4 giugno 2017

Corradi: «Con un libro perdono i miei genitori»

«Di notte, quando porto fuori il cane, finisco spesso sotto casa di mio padre che abitava a 300 metri da qui. Guardo. Lo sento presente». Marina Corradi, editorialista di Avvenire oltre che scrittrice, è la figlia di Egisto Corradi, storico inviato speciale del Corriere della Sera e del Giornale di Indro Montanelli, che collaborò a fondare. Un padre vincente, amato da tutti. Eppure il romanzo, molto autobiografico, che Marina ha appena pubblicato per l’editore Marsilio, s’intitola L’ombra della madre. Si chiamava Annamaria Cucchi. Era una nobildonna, bella, elegante, in possesso di due lauree. Ma con un marito sempre in giro per il mondo dietro a guerre, invasioni e alluvioni, si rassegnò alla cura della casa e dei tre figli che divennero il tutto della vita. Un padre monumento e una madre ingombrante. Segnati dal destino.

Lei scampò al naufragio del Sussex, il traghetto britannico che il 24 marzo 1916 affondò nelle acque della Manica, colpito da un U-Boot tedesco che l’aveva scambiato per una nave da guerra. Tra i passeggeri c’era una donna italiana con i suoi due figli, un bambino di due anni e una bimba di cinque mesi. Nel dramma del momento la donna lanciò la bambina agli occupanti di una scialuppa calata in mare, ma finì nelle acque gelide. Affondò. Poi riemerse e fu recuperata da braccia ignote. Superò la notte avvolta nei mutandoni di lana di cui si privò una suora, anche lei naufraga. Quella bimba era Annamaria, mamma di Marina. Quasi trent’anni dopo, il suo futuro marito si salvò dalla Ritirata di Russia che raccontò in memorabili reportage (raccolti in un libro edito da Mursia): «Camminavamo ora veloci ora lenti, a seconda della intensità della tormenta. Io avevo l’impressione di camminare sempre nello stesso luogo, come in un incubo; o di muovere vanamente le gambe sopra un tappeto mobile. Dopo qualche ora la superficie ci apparve rotta da un qualcosa che sembrava un insieme di bassi cespugli. Non erano cespugli, ma una decina di cadaveri. Erano nudi, non si capiva se erano italiani o tedeschi o russi».

Con genitori così non è strano che la vita di Marina sia stata attraversata dall’inquietudine. Che la sua scrittura abbia una grazia speciale nel cogliere l’intimo delle persone. E che la sua casa di Milano sia punteggiata di foto e documenti del padre: la stampa di un volantino della resistenza ungherese contro i sovietici o la cartina che lo orientò nella steppa russa.

La ritirata di Russia, descritta da Egisto Corradi

La ritirata di Russia, descritta da Egisto Corradi

Non è paradossale che il libro s’intitoli L’ombra della madre?

«Ho vissuto più con lei che con lui. Lei ha condizionato la mia infanzia e adolescenza. Soffriva, ma era due persone in una. Per noi figli è stata una lotta di sopravvivenza».

Avrai subito anche l’ombra del padre.

«Ovviamente ne sono stata molto influenzata, anche se era sempre via e l’ho conosciuto e amato tardi. M’illudo di dialogare ancora con lui».

Perché questo romanzo?

«È la storia di una famiglia disastrata che ha vissuto con trent’anni di anticipo il disfacimento della famiglia di oggi».

Che cosa è successo?

«Papà e mamma si conobbero prima, ma si sposarono dopo la guerra. Durante, lui le scriveva bellissime lettere dal fronte. Dopo il matrimonio, papà cominciò a viaggiare per lavoro. Mamma soffriva la solitudine e la vita in casa. Quando mia sorella morì a 14 anni, il castello crollò. La malattia di mia madre peggiorò. Mio padre tornava distrutto dal Vietnam, con la barba lunga e l’impermeabile sgualcito, ma lei esplodeva nel suo risentimento. Si separarono. Eravamo negli anni Sessanta».

La Teresa del romanzo sei tu?

«Nella prima parte sì. Nella seconda ho mischiato le carte perché compaiono persone tuttora vive».

Il marito e padre è un ingegnere di piattaforme petrolifere.

«Anche lui molto assente, costretto a lunghe trasferte».

Di cosa è morta tua sorella?

«Di cancro».

Cos’ha significato per te?

«Sono stata a lungo turbata. Continuavo a chiedermi: vivono tanti stronzi, perché doveva morire una ragazza piena di talento come lei?».

E alla fine?

«C’è qualcosa d’imponderabile che non possiamo stabilire noi».

Tua madre però è crollata.

«La capisco, da quando sono madre anch’io. Se mi capitasse di perdere un figlio così non so come reagirei, pur con tutta la mia fede».

Il naufragio del Sussex da cui si salvò la madre di Marina Corradi

Un’immagine del naufragio del Sussex

Due genitori scampati alla morte: la tua vita è stata dall’inizio un duello col destino?

«Per tanto tempo ho pensato che fosse cieco e casuale. Avevo una visione nichilista: se quello che si è sporto dalla scialuppa per salvare la bambina dall’annegamento non ci fosse riuscito io non avrei sofferto così tanto. Poi, grazie ad alcuni amici, ai figli e a don Fabio Baroncini che è stato un secondo padre, ho scoperto un disegno buono, uno sguardo positivo».

Si avverte la necessità di sentirsi figlia. E di essere madre?

«Diventarlo mi ha sbalordito. Io, che non sono capace di niente, avevo fatto un uomo».

Oltre alla precocità dello sfaldamento familiare, considerato che è un romanzo autobiografico c’è un motivo personale?

«Ce ne sono due. Il primo è che ho rimesso faticosamente insieme i cocci. Grazie all’amore di mio marito e all’esperienza di Comunione e Liberazione ho ritrovato Dio e riallacciato i fili della mia storia. Avevo una nonna cristiana e molto dolce. Il secondo motivo è aver perdonato mio padre per la sua assenza. Ma soprattutto mia madre che, senza volerlo, ci rendeva la vita impossibile».

Come ci sei arrivata?

«È stato un cammino lungo. Anche lei ha sofferto molto. Chi non sa cos’è la depressione, il dolore psichico, non se lo può immaginare. Sono stata aiutata da mio marito. Ho capito che o questo dolore ti distrugge oppure ti migliora».

Anche l’incontro di cui parli potrebbe essere casuale?

«Preferisco credere in un destino buono. Ero incuriosita dal cristianesimo. Mi è venuto il dubbio che un catechismo di divieti mi avesse precluso la sua parte migliore. Ricordo il pomeriggio in cui alla Feltrinelli di Milano ho chiesto I pensieri di Pascal e Le confessioni di Sant’Agostino a un commesso un po’ stranito».

Abbiamo in comune l’amicizia con il professor Eugenio Borgna.

«Gli sono molto affezionata. Possiede una parola taumaturgica, che guarisce».

Quando hai deciso di fare la giornalista? Quanto c’entra tuo padre?

«Fin da piccola scrivevo bene, a scuola leggevano i miei temi. Ho iniziato nel 1981 alla Notte di Livio Caputo. Non sarò mai come papà, mi dicevo, presa dall’imperativo psicanalitico: misurarmi con lui e dimostrarmi brava per essere amata».

E lui?

«Diceva che scrivevo bene, ma che non avevo il mestiere nella pancia. Morì nel 1990. Un anno dopo, per una reazione vitale, mi sono sposata. Oggi gli direi che nella pancia ho avuto tre figli».

Quanto è compatibile il mestiere di inviato con le responsabilità di madre?

«Non lo è. Quando partivo avevo le nausee. Pensavo a mio padre che riceveva le chiamate dal giornale per il disastro del Vajont o per qualcos’altro. Fremente, buttava le cose in valigia e spariva. Avvenire mi ha mandato in posti bellissimi. Ma quando entravo in hotel mi maceravo pensando ai miei figli a casa col morbillo».

Dopo La Notte?

«Sono stata a Repubblica tre anni. Era ideologizzata e io mi annoiavo. Accettai la proposta di Avvenire. Papà ne fu sconvolto. Forse rivedeva il suo passaggio dal Corriere al Giornale. Dopo aver letto una corrispondenza dal Santo Sepolcro mi telefonò per dirmi che aveva capito la scelta».

Come visse l’addio al Corriere?

«Dopo trent’anni in via Solferino fu come un altro divorzio. Si sentiva emarginato, ma fu coraggioso a ricominciare a 60 anni».

Che consigli ti dava?

«Mi diceva: “Vai, guarda e racconta come se scrivessi una lettera al tuo più caro amico”. Quando si parla con un amico non si usano verbosità o astrusità».

Egisto Corradi, inviato gentiluomo

Egisto Corradi, inviato gentiluomo

Dicevi che t’illudi di dialogare ancora con lui: cosa ti direbbe oggi?

«Insisterebbe sull’importanza della precisione per chi fa cronaca. Quand’era sul Po per l’alluvione misurava la piena con un bastoncino, senza fidarsi dei numeri ufficiali. Penso che avrebbe potuto essere più di un cronista. Ma lui ripeteva: “Meglio un bravo giornalista che uno scrittore mediocre”».

Oggi tanti giornalisti modesti scrivono libri ancor più mediocri.

«Non giudico. A me piace soprattutto scrutare gli occhi delle persone. Adoro Georges Simenon, le sue nebbie, i dialoghi. C’è un giallo in cui Maigret dice a un assassino: “Non si rende conto che sto facendo di tutto per tirare fuori l’essere umano che è in lei?”».

Altre letture?

«Dopo aver letto Alberto Moravia, mi sono disamorata alla letteratura italiana contemporanea. Preferisco gli autori del pensiero cristiano: Luigi Giussani, Joseph Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio. Mi piacciono Charles Péguy e Etty Hillesum che considero una sorella maggiore, pur senza esser stata nel lager. Da ragazza un altro grande amore è stato Dino Buzzati, uno che ha sempre cercato. Era collega di papà e nostro vicino di casa. Abitava al piano di sotto e si svegliava nel cuore della notte per un tonfo sul pavimento».

Cosa succedeva?

«In Russia papà era stato sfiorato da un carro armato. Adesso era il suo incubo ricorrente. Il carro gli passava vicinissimo e lui rivedeva il numero di matricola. Scostandosi di colpo cadeva dal letto».

Sei contenta di aver scritto questo libro?

«Chissà. Probabilmente, se lo leggesse mia madre s’incazzerebbe perché si parla di lei in termini di verità. Se lo leggesse mio padre anche, perché è un romanzo. Però, a un certo punto, bisogna emanciparsi anche da un padre come Egisto Corradi».

Alla fine vince il destino buono.

«Vince, anche se la positività non mi viene facile. Se non mi fossi convertita mi sarei immiserita brigando per la carriera».

 

La Verità, 28 maggio 2017

 

Bertolucci: «Perché non avrei allenato Federer»

Lei aveva un braccio come quello di Fabio Fognini? «Direi che il suo è più veloce. Ma è difficile fare paragoni con quarant’anni fa perché oggi sono cambiati i materiali, le racchette, le palle. E questo, com’è avvenuto in tutti gli sport, ha portato anche il tennis a una versione più violenta e fisica, causa di un maggiore stress mentale». Incontro Paolo Bertolucci il giorno dopo il match in cui Fognini, genio e volubilità, ha annichilito Andy Murray, numero uno del mondo, con una lezione di ricami e fendenti, palle corte e accelerazioni folgoranti. Bertolucci lo chiamavano Braccio d’oro per la facilità a mettere la palla dove voleva con traiettorie chirurgiche, tanto più utili in doppio, quando il campo si restringe. In coppia con Adriano Panatta hanno battuto Vitas Gerulaitis e John McEnroe, Peter McNamara e Paul McNamee quand’erano al vertice del ranking, e i mitici australiani John Newcombe e Tony Roche. Nel 1976 con Panatta, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, Braccio d’oro vinse la Coppa Davis contro il Cile di Augusto Pinochet. Nel recente quarantennale si è ricordata quella contrastata trasferta con tanto d’interrogazioni parlamentari e di magliette rosse indossate durante il match. Bertolucci ha conquistato successi anche in singolo, fino a sfiorare l’ingresso nella top ten. Da commissario tecnico della Nazionale, nel 1998 raggiunse un’altra finale di Davis, persa a Milano contro la Svezia. Ora vive a Verona, ma al posto della racchetta impugna il microfono di commentatore per Sky. L’altra sera, durante il match di Fognini, Pasta kid, altro nomignolo affibbiatogli dal giornalista Bud Collins per giocare sulla sua passione per la buona cucina, ha accennato a qualche chilo di troppo del tennista italiano.

Paolo Bertolucci con Pietrangeli, Panatta e Barazzutti al ritorno dal Cile

Paolo Bertolucci con Pietrangeli, Panatta e Barazzutti al ritorno dal Cile

Il paragone è inevitabile: anche per lei il peso era un problema.

«Per me era un problema costante. Per Fognini è stato un ostacolo nel 2016 quando, dopo un infortunio, era cresciuto di quattro chili. Lui ha qualità fisiche eccezionali e una mobilità che non ha nulla da invidiare ai migliori del circuito».

La verità è che voi non vi allenavate. Almeno non quanto avrebbe voluto Mario Belardinelli.

«Non ci fosse stato lui l’avremmo fatto molto meno. In quell’epoca, quando non si parlava quasi di preparazione fisica, fummo pionieri. Il centro di Formia era all’avanguardia, venivano dall’estero per copiarci. Si collaborava con le federazioni di altre discipline. Con i pesisti trascorrevamo ore in palestra, guadagnando forza ma perdendo esplosività. Con i mezzofondisti avevamo un gran fiato, ma poca velocità. Con gli ostacolisti trovammo la strada maestra».

Avreste potuto vincere molto di più: rimpianti?

«Se avessimo avuto un maggiore know how avremmo trovato subito la strada giusta».

Ma un cruccio, una cosa rimasta sul gozzo?

«Forse avremmo potuto vincere un’altra Coppa Davis. Abbiamo disputato quattro finali, tutte fuori casa. Ma quella del 1976 rimane tuttora l’unica. L’avventura di quattro ragazzi cresciuti insieme, il cui sogno era prima indossare la maglia azzurra, poi passare un turno, poi arrivare in finale…».

Un altro rimpianto, forse, non aver allenato Roger Federer?

«Una decina d’anni fa ero entrato in una rosa di possibili candidati. Poi lui fece altre scelte. E anch’io le avevo fatte. Non è un rimpianto perché non fui mai direttamente contattato. Comunque, a malincuore, avrei declinato. Ritenevo che il mio tempo d’allenatore fosse passato».

Con Panatta vi sentite ancora? Vivete anche vicini, lui a Treviso lei a Verona.

«Certo. Lui mi copia sempre. Sebbene dicesse di non amare i toscani ne sposò una e si trasferì a Forte dei Marmi. Quando sono andato a vivere a Verona, dopo un po’ anche lui è venuto in Veneto».

Come mai Verona?

«Questioni di cuore. E poi si sta da Dio, si mangia e si vive bene. C’è cultura, spettacolo, qualità della vita. È comoda per chi come me va spesso a Milano. E la montagna è vicina».

Con Panatta ok. E con Barazzutti?

«Nessun rapporto e non so perché. Quando una volta gli feci i complimenti per una vittoria in Federation Cup (la Coppa Davis femminile, ndr) mi disse: “Se non mi saluti più mi fai un favore”. Da allora silenzio, ma dormo bene lo stesso».

Vi capiterà d’incrociarvi ai tornei.

«Anche nelle occasioni del quarantennale della vittoria in Davis organizzate dalla Federazione ci siamo ignorati. Sky Sport aveva realizzato uno speciale, ma io e Adriano eravamo a Milano, mentre Barazzutti e Zugarelli sono rimasti a Roma».

Come si spiega questo gelo?

«Fatico a spiegarmelo. Forse ha a che fare con la scelta per la presidenza della Federazione per la quale preferimmo candidati diversi. Mi sembra una cosa assurda».

Zugarelli è sparito dai radar?

«Credo lavori in un circolo di Roma. È molto riservato».

Si fa mai prendere dalla nostalgia?

«No, sono stagioni bellissime. A 32 o 33 anni, quando si smette, si ha tutta la vita davanti. Ho fatto il tecnico delle giovanili, poi della Nazionale di Davis. Quando mi hanno proposto di commentare le partite l’idea mi è piaciuta. Scrivo anche commenti per La Gazzetta dello sport. Mi piace parlare dell’unica cosa della quale ho una certa conoscenza. Ho sempre detestato i tuttologi».

Gianni Clerici si dice annoiato dal tennis moderno

Gianni Clerici si dice annoiato dal tennis moderno

Di recente, in un’intervista alla Verità, Gianni Clerici ha confidato che il tennis moderno lo annoia perché dominato dai materiali e da racchette troppo potenti. Cosa ne pensa?

«Clerici è un maestro della provocazione. Si annoiava anche ai miei tempi, quando c’erano Jimmy Arias e José Higueras. In ogni epoca ci sono giocatori spettacolari e carismatici. Ma sono tre o quattro, mentre i tabelloni si fanno con 64 giocatori e anche quelli che non hanno il braccio d’oro, possiedono doti mentali e fisiche per raggiungere le prime posizioni. Non nasceranno nuovi Rafa Nadal o Roger Federer, ma altri giocatori che prenderanno il testimone da questi. Il tennis evolve perché si gioca in tutto il mondo. Magari i prossimi numeri uno arriveranno dalla Nuova Zelanda o dal Marocco».

Clerici auspica il ritorno alle racchette di legno: lei che viene da quell’epoca cosa ne pensa?

«Come si può tornare alle racchette di legno? Qualcuno ipotizza il ritorno al salto con l’asta in bambù? O al ciclismo con le biciclette di Fausto Coppi e Gino Bartali? Il mondo va avanti, cambiano gli attrezzi e i materiali. Cambiano i metodi di allenamento e l’alimentazione. Ai miei tempi mangiavamo filetto e insalata, la pasta era proibita, e dopo due ore eravamo sotto il sole a correre. Oggi si fa il contrario».

Se si riguardano i match di trent’anni fa sembra che i giocatori camminino, lo stesso avviene con le vecchie partite di calcio.

«Trent’anni fa un giocatore di un metro e 85 era un atleta alto e prestante. Oggi Alexander Zverev e Juan Martin Del Potro sono 1 metro e 98 e si muovono come quelli di 1 metro e 80. È così dovunque: nel basket uno di due metri fa il play maker, una volta era il pivot».

Premesso che il tennis è lo sport individuale più completo ed esigente, c’è vita oltre il tennis?

«I giocatori di oggi non hanno molto tempo. Sono circondati dall’allenatore, dal manager, dal fisioterapista, a volte dall’addetto stampa e dall’accordatore. Vivono in team. C’è una certa esasperazione, devono stare sul pezzo 24 ore al giorno. Anche perché ci sono in ballo tanti soldi e in pochi anni possono risolvere i propri problemi e quelli dei propri figli».

E per lei c’è vita oltre il tennis?

«Certo. L’impegno come commentatore televisivo mi assorbe per 15 settimane all’anno. Poi mi dedico a tutt’altro».

Per esempio?

«Amo e seguo molto l’arte contemporanea. La famiglia della mia compagna è proprietaria del Byblos Art Hotel, fuori Verona, premiato come miglior albergo d’Europa di arte contemporanea. Appena posso viaggio, visito le mostre, conosco le vite degli artisti. Anche quando giocavo cercavo di superare il monopolio che il tennis avrebbe voluto avere sulla mia vita. Ma all’epoca si poteva».

Segue la politica?

«La seguo, ma non mi ha mai interessato direttamente. Vivo con apprensione questo momento sempre più complicato. Se non avessi gli affetti in Italia sarei andato altrove. Non perché qui si stia male, ma per aumentare le mie conoscenze».

Keith Haring. Bertolucci ama l'arte contemporanea

Keith Haring. Bertolucci ha visitato la sua mostra a Milano

Legge?

«Quando giocavo portavo sempre in valigia un libro di Wilbur Smith. Anche la Settimana enigmistica non mancava mai nelle lunghe trasferte. Ora, confesso, leggo un po’ meno, ma appena posso vado a qualche mostra. A Palazzo Reale a Milano ho da poco visto quella di Keith Haring. Mi piacciono Basquiat, Anish Kapoor, andrò alla Biennale».

Perché i giocatori italiani sono raramente all’altezza del loro talento?

«È una questione di mentalità. Il tennis è uno sport globalizzato, per 40 settimane all’anno i giocatori girano il mondo. Servono impegno, determinazione, volontà. Noi italiani abbiamo ancora un approccio tra il provinciale e l’artigianale».

È soprattutto carenza di determinazione?

«Certi ventenni stranieri sembrano più maturi dei nostri trentenni. Anche nel calcio ci sono i Cassano e i Balotelli».

Quando un nostro giocatore tornerà nella top ten come ai tempi di Nicola Pietrangeli e Panatta?

«Ci vogliono tempo, maestri e il circolo virtuoso giusti».

E quando un italiano scriverà un libro come Open di Agassi?

«Beh, anche lui è stato molto aiutato dal premio Pulitzer J. R. Moehringer».

Chi è il più grande di sempre?

«Roger Federer, senza dubbio. Lo dicono tutti i giocatori del presente e del passato. Ma tutto il tennis continua a emozionarmi. Resto ammaliato quando vedo certi colpi perché conosco le difficoltà che comportano. Pochi giorni fa ho intervistato Nadal a Montecarlo: ero come un bambino a Disneyland».

Pisoni: «Sky Arte come una casa editrice»

Nei building hi tech di Santa Giulia, Roberto Pisoni sembra quasi a disagio. Potremmo fare la nostra chiacchierata seduti sulle poltroncine che punteggiano la hall con vista sulla skyline milanese. Ma entrambi preferiamo la privacy del suo ufficio. Il direttore di Sky Arte è quello che si è soliti definire un orso. Una persona riservata e colta, che non se la tira. Per dirigere un canale che è molto più e molto meno di una rete tv «bisogna continuare a studiare», dice. E «studiare» sta per voglia di capire, approfondire, interpretare. È una predisposizione mentale, un’attitudine a discutere e discutersi. Che non significa spaccare il capello in quattro. Perché, poi, la televisione ha i suoi tempi e la sua operatività, non si scappa. Per dirigere Sky Arte ci vuole cultura e umiltà insieme. Un miscuglio insolito in un romano di 48 anni trapiantato a Milano, amante della letteratura, del cinema e della musica e cresciuto nell’epoca in cui eclettico non era ancora sinonimo di multitasking.

Un'installazione dell'artista JR al Festival di Napoli

Un’installazione dell’artista JR al Festival di Napoli

Il «canale» che dirige potrebbe essere raccontato per negazione. Non ha volti identificativi. Non ha un palinsesto bloccato. Non è monitorato dall’Auditel, per scelta dell’editore. Non innesca polemiche sui media. Anche Pisoni lavora per sottrazione. Non ama apparire, farsi fotografare, farsi intervistare. Ma ha un’idea chiara di chi è e che cosa vuol essere. «Mi piace stare dietro le quinte, lavorare con la squadra, cercare storie e contenuti da raccontare con il nostro linguaggio». Un’idea dalla quale deriva che cos’è e che cosa vuol essere Sky Arte. «Proviamo a cogliere dove ci porta il momento che stiamo vivendo. Chiedendoci come possiamo esserci e lasciare un segno. Così, poco alla volta, abbiamo riattivato un comparto produttivo e di contenuti desaparecidi dalle televisioni. Fino a qualche tempo fa, se si voleva vedere un documentario su Pompei o Firenze bisognava comprarlo all’estero. L’arte e la storia italiana erano qualcosa di televisivamente esotico. Oppure abbiamo collaborato alla realizzazione di opere da distribuire al cinema, com’è stato l’ultimo doc in 3D Raffaello il principe delle arti o, prima, sui Musei vaticani. È un tipo di prodotto che fino a qualche anno fa non esisteva. Invece, lo conferma il botteghino, esistono una domanda e un pubblico». È un discreto paradosso per un Paese come il nostro dover ricorrere a produzioni straniere per approfondire la conoscenza del nostro patrimonio artistico. Poi è arrivata Sky Arte e fin dall’inaugurazione con Michelangelo, il cuore e la pietra, 1 novembre 2012, la ricchezza italiana è diventata oggetto di attenzione e cura.

Pisoni era lì da sei mesi per prepararne il lancio, dopo aver lavorato come programmista regista a Sky Cinema. «Andavo ai festival, facevo le interviste, montavo gli speciali come tutti, dall’inizio alla fine, con la supervisione di Nils Hartmann (ora direttore delle produzioni originali Sky) e Roberto Amoroso (direttore della fiction)». La sua passione per la letteratura l’aveva aiutato da quando, al tramontar del secolo, era entrato a Studio Universal. «Ero un lettore onnivoro: amavo e amo la fantascienza e Philip Dick, i classici russi, Gustave Flaubert e gli americani da Ernest Hemingway a David Foster Wallace. Poi, con la stessa curiosità, ho cominciato a interessarmi al cinema. Sono rimasto affascinato da Erich von Stroheim, il primo grande regista del muto, un austriaco figlio di un cappellaio ebreo che si era inventato una biografia da ufficiale prussiano aristocratico. Il regista maledetto di Femmine folli e Greed, pieno di manie di grandezza, ucciso dall’avvento del sonoro. Ci ho fatto la tesi di laurea. Poi ho visto Fritz Lang, Ingmar Bergman e gli svedesi, il neorealismo italiano e Roberto Rossellini. Infine la musica. Sono nato nel 1969 e il rock, in un certo senso, mi ha salvato la vita». Bruce Springsteen, U2, Pink Floyd, Deep Purple, Baustelle, Vasco, senza trascurare il jazz e i cantautori: Sky Arte li scandaglia attraverso i backstage delle tournée e delle incisioni discografiche, le biografie, i documentari, gli anniversari e le jam session.

Viene quasi da invidiarlo, Pisoni. Ha trasformato le sue passioni in lavoro. Dirige una rete tv che racconta letteratura, cinema, musica, arte.

Libro preferito? «Ho tenuto a lungo sul comodino Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, racconti autobiografici di un visionario. Jorge Luis Borges mi diverte sempre molto. Tra gli italiani mi piace Beppe Fenoglio».

Film della vita? «Direi 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Altri, molto amati: L’Infernale Quinlan, Stromboli di Roberto Rossellini e Heat di Michael Mann».

Disco e gruppo musicale prediletti? «Ziggy Stardust di Dawid Bowie. Gruppo: The Smiths. Canzone: Love will tear us apart dei Joy Division».

Hobby e divertimenti nel tempo libero? «Il calciotto con amici e colleghi di Sky, il martedì sera. E le carte, briscola e tressette giocate alla morte».

La Lectio magistralis di Manuel Agnelli al Festival di Napoli

La Lectio magistralis di Manuel Agnelli al Festival di Napoli

 

Da due anni Milano è sede dell’hub europeo che comprende i canali fratelli di Gran Bretagna e Irlanda, Germania e Austria. «Curiamo alcune produzioni internazionali. Come Rinascere dalle distruzioni – Palmira, Ebla, Nimrud, documentario sul lavoro di archeologi e scienziati per riportare in vita i monumenti e i siti storici distrutti dall’Isis». Ma sarebbe sbagliato farsi l’idea che bisogna essere laureati in storia dell’arte per apprezzare il canale. Con L’arte non è Marte di Mario Torre, Muse inquietanti di Carlo Lucarelli e Potevo farlo anch’io, con Francesco Bonami e Alessandro Cattelan, i doc sulla street art, i writer e le biophic di Basquiat e Banksy, l’arte diventa un gioco, un racconto mistery, un terreno familiare, un linguaggio visivo. La stessa cosa si può dire della letteratura, grazie a Booklovers e alle doti narrative di Giorgio Porrà. «Finora non abbiamo voluto identificare il canale con dei volti precisi. Ci è sembrato più importante comunicare il suo approccio e il suo stile, contaminando e mescolando i linguaggi. Così abbiamo scelto uno scettico come Cattelan e un giallista come Lucarelli per costruire il racconto sull’arte. Oppure un eclettico come Porrà per intraprendere un viaggio nella letteratura. L’obiettivo è accontentare il pubblico degli appassionati cercando, allo stesso tempo, d’intercettare anche i curiosi». Nelle ultime produzioni, circa 80-90 ore l’anno, sta crescendo il filone della storia italiana del Novecento? «Proviamo a riannodare le tracce della nostra storia attraverso piccole sceneggiature che riescano a emozionare lo spettatore». Nelle docufiction si mescolano testimonianze e recitazione. Come nel bellissimo Indro, l’uomo che scriveva sull’acqua, o nelle biografie di Aldo Moro, Primo Levi, Leopoldo Pirelli: «Figure la cui avventura biografica, pur magari non essendo affine al canale, è in grado di aprire riflessioni e approfondimenti, illuminando angoli remoti del passato e del presente. Poi ci sono quelli che hanno deciso di lasciare la tv, personalità pop anche se rimaste sul margine, magari per scelta loro: Andrea Pazienza, Piero Ciampi, Tiziano Sclavi, la stessa Mina raccontata da Mauro Balletti, suo fotografo ufficiale».

Giorgio Porrà conduce tutti i giovedì «Booklovers»

Giorgio Porrà conduce tutti i giovedì «Booklovers»

Il programmista regista appassionato che andava ai festival a intervistare registi e sceneggiatori ora i festival li organizza con il marchio della rete. Il primo a Napoli, realizzato in collaborazione con Sky Academy, il dipartimento di responsabilità sociale di Sky, e la sponsorizzazione di Banca Intesa San Paolo. Letteratura, teatro, concerti, fotografia, arte di strada, documentari. Tutto sul tema della «Rigenerazione», con artisti come Manuel Agnelli, Mimmo Palladino, Vinicio Capossela, Erri de Luca, Francesco Piccolo, JR. «Da quando abbiamo iniziato a riflettere sulla frequenza crescente dei terremoti, la rigenerazione di borghi e territori è uno dei temi che ci sta più a cuore. Così è nata ArtQuake, gioco di parole da earthquake (terremoto), che trasmetteremo in maggio, nel quinto anniversario del sisma che ha colpito l’Emilia Romagna. Siamo andati in Emilia, Friuli Venezia Giulia e nei luoghi dell’ultimo terremoto per capire come si può favorire la preservazione e il recupero dei nostri monumenti e del patrimonio artistico, sempre più fragile ed esposto agli eventi naturali».

L’idea di partenza era creare un paesaggio estetico. Una casa per l’arte e la bellezza. Pensate di esserci riusciti? «Sky Arte è un canale di posizionamento e reputazione, in cui gli ascolti non sono la priorità. È uno dei canali che vanta un apprezzamento tra i più alti della piattaforma. E che, pur non misurando gli ascolti, ha ugualmente pubblicità. Perché gli investitori ne conoscono e apprezzano la confezione e l’identità definita». Un canale che somiglia a una casa editrice. Con una cifra stilistica precisa. Basta imbattersi nei promo: una Madama Butterfly che libera decine di farfalle colorate, un Labrador nero che fa schizzare le macchie, un Arlecchino che fa volare in cielo le tessere variopinte del costume. «Sono gli ident del canale. Una specie di punteggiatura tra un programma e l’altro, che ricorda allo spettatore dove si trova in quel momento».

GQ, maggio 2017

Trevisan: «Il potere è in mano agli infottenitori»

Niente da fare, non c’è verso di fargli togliere gli occhiali da sole nemmeno quando gli scatto qualche foto con il cellulare. «Gli occhi non si devono vedere», dice. Vitaliano Trevisan li ha azzurri chiarissimi, come quelli di certi husky siberiani. Nelle rare foto in cui si vedono, velati di tristezza, sembrano contraddire il piglio che promana dalla pelata, dalla basettona, dalla mimetica. Attore, drammaturgo, sceneggiatore, scrittore radicato nella periferia vicentina, Trevisan ha raccontato i suoi 57 anni molto irregolari nell’ultimo libro, Works (Einaudi, 2016): praticamente un’autobiografia. «È un mémoire centrato sul tema del lavoro», precisa. «Su consiglio di un amico ho aspettato di superare i 50 per scriverlo». L’amico è uno dei pochi che resiste alla sua misantropia e anche nel libro vi compare come «l’Eccezione», figlio di un vecchio assistente di Mariano Rumor, già potente ministro e presidente del consiglio democristiano, l’unico a non aver fatto carriera per l’assoluta incapacità a trarre vantaggio dalle sue frequentazioni. Tale padre, tale figlio.

In Works, Trevisan racconta quarant’anni di lavori sempre diversi e quasi mai soddisfacenti. Manovale, lattoniere, muratore, cameriere, costruttore di barche a vela, gelataio in Germania, geometra, venditore di mobili, portiere di notte, fino al raggiungimento di una certa stabilità come scrittore e drammaturgo, sua vera ambizione. Sempre con un’attività di spacciatore sottotraccia. Sempre nella provincia veneta, martoriata da uno sviluppo urbano selvaggio. Sempre dentro un conflitto irrisolto col mondo attorno. Deragliamenti, ricoveri in psichiatria, matrimonio scoppiato. Da qualche anno vive a Crespadoro, paesino di 1300 abitanti sotto le Prealpi, dove si arriva risalendo la valle del Chiampo, quella delle concerie.

Capannoni tra le villette. Paesaggio devastato, senza logica e desolato come la tua scrittura.

«Vero: paesaggio devastato. Ma l’assenza di logica mi piace, dà l’idea di una forza naturale. Se ce l’avesse, una logica, m’infastidirebbe di più. L’anarchia ha un certo fascino».

Come hai scelto di venire quassù?

«Non mi piaceva più stare in periferia e il centro mi ha sempre fatto schifo. Qui siamo vicini alle montagne e l’aria è buona».

È il posto giusto dove ambientare la tua misantropia?

«Non sono misantropo. Frequento il mondo. È il posto dove compensare queste frequentazioni».

Come trascorri le giornate?

«Adesso sto scrivendo una pièce teatrale. Una cosa per me. S’intitolerà Il delirio del particolare. È la storia di una vedova che torna nella sua vecchia casa disegnata, dal grande architetto Carlo Scarpa. Per venderla deve fare l’inventario. Così, inizia il recupero della memoria. Quando l’avrò finita la manderò in lettura a un po’ di persone che mi leggono volentieri».

A differenza di Goffredo Fofi che si rifiutò di farlo, consigliandoti di lasciar perdere il teatro di parola che considerava morto?

«Se è per questo, non ho mai ascoltato i consigli di nessuno. Quei testi sono stati miracolosamente portati a teatro da Toni Servillo e Anna Bonaiuto, da Ugo Pagliai e Paola Gassman».

Per Goffredo Fofi «il teatro di parola è morto»

Per Goffredo Fofi «il teatro di parola è morto»

Tornando alle tue giornate?

«Scrivo un paio d’ore al mattino e un altro paio al pomeriggio. Poi vado a far legna. In casa ho delle stufe. Facendo legna da alberi morti mi scaldo e mi tengo in esercizio».

Il boscaiolo è un lavoro che ti mancava. La frase finale del libro – «Tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto d’invenzione» – serve a pararti il culo?

«L’ufficio legale dell’Einaudi mi ha detto che per questo basta che sia un racconto autobiografico. Quella frase mi piaceva. È l’opposto di quella che si legge abitualmente all’inizio delle opere di fiction, dove ogni “riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale”».

O causale?

«Appunto. È un gioco, una cosa per divertirsi, quando si può».

Quassù la tua miglior compagnia è la solitudine?

«Ho un cane, un fox terrier tedesco. Si chiama Dean, da Dean Martin, in omaggio a un amico nato nel giorno del suo compleanno, mentre io sono nato nel giorno del compleanno di Frank Sinatra».

Con Servillo e Matteo Garrone, per il quale hai scritto e recitato in Primo amore, i rapporti sono proseguiti?

«No. Avevano degli ego troppo grandi per me».

Toni Servillo ha portato in scena alcuni testi di Vitaliano Trevisan

Toni Servillo ha portato in scena alcuni testi di Vitaliano Trevisan

Cos’è successo?

«Basta così».

Con chi mantieni buoni rapporti?

«Con Alessandro Haber e Andrée Ruth Shammah. Al Franco Parenti abbiamo fatto Una notte in Tunisia, poi l’adattamento de Gli innamorati di Carlo Goldoni».

Vivi di questo?

«Sì. Faccio anche degli spettacoli, come lettore e attore. Serate con musicisti. C’è una drammaturgia, non si tratta solo di alternare un brano di lettura a un brano musicale».

Leggi, guardi la televisione?

«Leggo La Gazzetta dello Sport e ascolto Radio 24».

Spiega.

«Sulla Gazzetta scrivono bene di cose futili. Ed è sempre meglio che scrivere male di cose serie».

E Radio 24?

«Mi dà la prospettiva sul mondo degli industriali. Siccome il mondo è dominato dall’economia, conoscere la lingua dei dominatori aiuta a difendersi. I dominatori sono grandi comunicatori, quelli che Jeremy Rifkin chiamava gli insaporitori, esaltatori di sapidità. Oggi la radice dell’economia è nella comunicazione. È la comunicazione, e la pubblicità, a produrre posti di lavoro attraverso la profusione di parole. Gli infottenitori comandano».

Infottenitori?

«Loro. Esiste l’infotainment, crasi di information e entertainment. In italiano si dice informazione e intrattenimento, da cui deriva infottenimento. Chi lo pratica è un infottenitore. Non è una semplice traduzione dall’inglese. In italiano l’espressione rimanda al verbo fottere. Questo per dire come la penso. E anche per dire come lavoro sul linguaggio, rispetto a chi conia calembour facili e molto gettonati nei social».

Con i quali che rapporto hai?

«Normale. Senza allergie e senza euforie. Ho una pagina Facebook, dove pubblico foto, citazioni da letture, qualche raro intervento sull’attualità che quasi mai viene colto».

Televisione?

«Non la possiedo. La guardo quando sono in trasferta, in qualche hotel. Non mi manca».

C’è qualche autore o scrittore che segui con più assiduità?

«Sto leggendo delle interviste a David Mamet. E poi seguo Eyal Weizman, un architetto israeliano che vive a Londra e si occupa di architettura forense, di edifici danneggiati nelle guerre».

Che cosa t’interessa?

«Trovo stimolante la sua analisi, e quella di Hannah Arendt, dei limiti del male minore, la filosofia adottata da molti governi europei o dalle Ong per applicare le leggi sull’asilo politico. Ci vorrà tempo, probabilmente, ma prima o poi capiremo che, alla fine, l’umanitarismo del male minore avrà aumentato il numero dei morti».

Cosa te lo fa dire?

«Esemplifico. Più le imbarcazioni delle Ong si avvicinano alle coste libiche, più favoriscono le partenze. Se devono percorrere 100 miglia dalla riva, i profughi si procurano un certo tipo di barca. Se devono percorrerne solo 10 si butteranno sopra il primo gommone che trovano. È una questione di metodo e l’informazione è decisiva. Il male minore ci spinge a salvare quelli che stanno morendo in quell’istante, dimenticando che in questo modo, in tempi lunghi, ne moriranno di più».

Hai una soluzione?

«Non è compito mio, ci dovrebbe essere la politica. In più vedo un’altra cosa».

Sentiamo.

«Nei Paesi occidentali la disoccupazione giovanile continua a crescere, mentre i lavori più duri e malpagati li fanno i profughi che riescono ad arrivarci. Questo significa che la nostra società ha bisogno di quelle persone che fuggono».

L’immigrazione è un disegno del capitalismo?

«Non dico questo. Sono due fatti che esistono e interagiscono, anche senza che ci sia nulla di organizzato a priori».

Segui la politica?

«Perché dovrei se non voto?».

Tra Thomas Bernhard, Giacomo Leopardi e Charles Bukowski in chi ti riconosci di più?

«Bukowski no. Gli altri due li sento più vicini. Se vuoi un autore americano, potrei dire William Burroughs».

Hai visto quanto ha venduto il libro di Alessandro D’Avenia su Leopardi?

«Ho visto. Ma un libro che inizia con “Caro Giacomo” m’induce a non proseguire».

È un libro rivolto ai giovani che a migliaia seguono i suoi spettacoli teatrali.

«A migliaia vanno anche agli incontri con Mauro Corona».

C’è una bella differenza. In Works scrivi: «Non credo in dio, ma credo nel peccato, imperdonabile, di essere venuto al mondo». Hai fastidio di vivere?

«Sì».

Andrée Ruth Shammah ha prodotto alcuni spettacoli di Vitaliano Trevisan

Andrée Ruth Shammah ha prodotto alcuni spettacoli di Vitaliano Trevisan

Non hai rimpianti per qualche occasione perduta?

«Avrei potuto fare il medico o l’infermiere, visto che il sangue non m’impressiona. O l’attore».

Hai rifiutato qualche invito?

«Non ho intrapreso quelle strade quando avrei potuto».

La politica avrebbe potuto dare un senso?

«È un mondo lontano dalle mie possibilità».

E il cristianesimo?

«Anche il cristianesimo lo è. Non sento in me la possibilità di credere in qualcosa. Fede, scienza, psicanalisi».

Però credi nel destino sciagurato di esser nato. Un evento di cui non siamo noi a decidere né il dove né il quando. Tutto per caso?

«Esiste il caso. Ed esiste il modo di reagire di fronte alle questioni che il caso ci pone. Questo, a lungo andare, forma un destino».

Che però, non derivando da un dio, è caotico, giusto?

«Giusto: c’è il caos. Tutto il resto è un tentativo umano di dare una parvenza di ordine. Se devo pensare a un disegno lo vedo nello sviluppo della specie che potrà portare all’autoestinzione. Le premesse ci sono. Oppure all’espansione senza fine. Negli anni Sessanta si facevano viaggi spaziali per trovare nuovi mondi dove vivere in futuro. Oggi non se ne parla più. Ma magari si ricomincerà a farlo».

Che cosa ti tiene lontano dal suicidio?

«I farmaci, nel senso ampio del termine».

 

La Verità, 14 maggio 2017

 

Tarchi: «Il centrodestra? Alleanza immaginaria»

È colpa di noi giornalisti se Marco Tarchi non usa cellulari e dialoga solo tramite posta elettronica. Fece questa scelta una ventina d’anni fa, per «mettermi al riparo dall’uso pubblico, altrui, del tempo privato, mio. Se avessi avuto la tentazione di procurarmi un cellulare, mi sarebbe passata nel periodo 1994-96, quando, essendo uno dei pochi studiosi che sapeva qualcosa del mondo post neofascista improvvisamente risorto, ricevevo, al numero fisso di casa, continue chiamate di giornalisti che mi tenevano al telefono per 30-40 minuti chiedendomi di tutto, per poi scriverci su un articolo, sovrapponendo le loro opinioni alle mie e citandomi di passaggio in due righe. Stava diventando una persecuzione, a cui il non-uso di un cellulare mi ha sottratto». Insomma, ecco un raro caso in cui la voglia di visibilità non s’è mangiata la qualità della vita e un certo rispetto per le proprie opinioni. Ovviamente, Tarchi non usa i social media, detestandone «la capacità di moltiplicare egocentrismo, superficialità e volgarità».

Romano di nascita e fiorentino d’adozione, 65 anni, professore ordinario alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, già ideologo della Nuova destra italiana vicina ad Alain de Benoist, dopo una burrascosa espulsione dal Msi abbandonò la politica militante per dedicarsi agli studi. Dirige Diorama.it, mensile di «attualità culturali e metapolitiche» e pubblica per Il Mulino. L’ultimo libro (2014) s’intitola Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo.

 

Perché le elezioni francesi sono importanti anche fuori dalla Francia?

«Perché sono un test sulle capacità di crescita elettorale del populismo. Che si trova di fronte il perfetto rappresentante di quei poteri forti contro cui rivolge gran parte dei suoi strali».

Dopo la Brexit e l’elezione di Trump si è detto che l’era della globalizzazione è al tramonto. Oltre che dalla Francia, da dove potrà venire un terzo segnale?

«Non sono certo di questo tramonto. A sostenere la bontà della globalizzazione ci sono una molteplicità di soggetti – politici, economici, culturali – molto potenti soprattutto nel mondo della comunicazione. La loro capacità di seduzione e suggestione sul pubblico è tuttora elevata. La sfida populista è ardua, malgrado la sua presa sempre più estesa. In Austria, dopo il successo sfiorato nella corsa alla presidenza della Repubblica, la Fpö (Partito della Libertà, nda) potrebbe aggiudicarsi il primo posto alle elezioni legislative. E l’Afd (Alternativa per la Germania, nda) probabilmente entrerà in parlamento in Germania. Sono segnali destinati ad ampliarsi, in questa fase».

In Italia stiamo assistendo al ritorno di Matteo Renzi. Crede che saprà inaugurare una stagione nuova come ha annunciato o si tratterà del sequel di un film già visto?

«Propendo per la seconda ipotesi. Dubito che Renzi riesca a liberarsi dal complesso di onniscienza e onnipotenza che lo affligge e che voglia davvero convincersi di aver commesso gravi errori. Per lui, a sbagliare non possono essere che gli altri. È la stessa sindrome che ha afflitto Berlusconi».

Paolo Gentiloni si ritirerà senza fiatare?

«Non mi pare che il personaggio aspiri a costruirsi una figura, e una statura, autonoma. A meno che non gli si prospetti un’insperata finestra di opportunità, come possibili futuri alleati di governo disposti a concludere patti solo a condizione di escludere Renzi dalla presidenza del Consiglio, penso che tornerà in seconda fila».

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra (LaPresse)

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra
(LaPresse)

Come evolverà il tripolarismo italiano?

«Dipenderà in notevole misura dalla legge elettorale che verrà adottata e dalle mosse dei principali soggetti in campo. Uno dei quali, il centrodestra, è solo potenziale, e difficilmente riuscirà a sommare aritmeticamente i voti che a ciascuna delle sue componenti oggi attribuiscono i sondaggi, perché su molti temi le posizioni di Lega e Forza Italia sono incompatibili».

Sarà necessario un ritorno al proporzionale? Oppure l’unica strada praticabile sarà un Nazareno bis per escludere il M5s?

«Il Nazareno bis potrebbe forse produrre un governo delle larghe intese. Ma se questo fallisse nel tentativo di sanare i problemi del Paese, sarebbe la premessa di un trionfo successivo del M5s. Quanto al sistema elettorale, io sono da sempre un fautore del proporzionale puro, perché credo che le elezioni debbano prima di tutto dare una rappresentanza effettiva e soddisfacente alle opinioni dei cittadini. Ai partiti spetta poi tradurre la loro volontà in accordi e confronti. In quasi tutta Europa, il sistema proporzionale produce governi stabili, non il caos descritto dai fautori del maggioritario».

Del movimento capeggiato da Beppe Grillo le piace il tentativo di superare le categorie di destra e sinistra o qualcos’altro?

«Credo che il superamento della dicotomia sinistra/destra sia nelle cose, e il fatto che Grillo lo abbia capito va a suo merito. Molte persone, oggi, ragionano sui fatti, non sulle interpretazioni codificate nelle ideologie novecentesche o sui loro residui. Non sempre il M5s riesce a tradurre le intuizioni del suo portavoce e garante in scelte politiche conseguenti, ma non c’è dubbio che la sua azione abbia sottratto la politica italiana a un’ingessatura bipolare funesta».

Populismo è il termine politico più in voga: l’accezione dominante però è negativa, una sorta di anticamera della dittatura. Eppure, come dice Ernesto Galli della Loggia citando la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo…

«Io mi batto, sul terreno scientifico, contro la degradazione del populismo a etichetta insultante. È una mentalità che può piacere o meno, ma che richiama la centralità del popolo come fonte legittima del potere in democrazia, e incita a ricostituirne un’identità comune: obiettivo non disprezzabile».

A sinistra si procede per scissioni, ma anche a destra l’alleanza tra Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni appare irta di difficoltà. Qual è la possibile carta vincente del centrodestra?

«Non ne vedo. L’eterogeneità di questi soggetti è profonda. Oggi si sta affermando uno spartiacque tra fautori e avversari della globalizzazione e dei suoi effetti, e su questo tema cruciale Berlusconi e i liberali stanno su un versante, Salvini, Meloni, i populisti e i sovranisti sull’altro. Ricomporre il dissidio è impossibile, far finta che non esista produrrebbe un’armata Brancaleone».

Salvini, Berlusconi e Meloni. Per Tarchi un'intesa senza futuro

Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Per Tarchi, un’intesa senza futuro

Mi sta dicendo che per il centrodestra e per gli elettori moderati non c’è speranza?

«Gli elettori a cui l’ipotetico centrodestra vorrebbe rivolgersi non sono tutti moderati. Anzi, molti di loro sono attratti da parole d’ordine radicali come quelle della Lega. Senza contare che molti moderati stanno con Renzi, che ha saputo spostare a destra un partito storicamente di sinistra. Non siamo più negli anni Novanta, l’anticomunismo non è più un collante. Il centrodestra è un’entità più immaginaria che reale».

Non sarà che il suo giudizio così drastico è inficiato dalla negativa esperienza personale in quell’area?

«Per niente. E poi non ho appartenuto a “quell’area”, ma al Msi, che era tutt’altra cosa. Una vicenda che si è conclusa più di 36 anni fa. Non sarebbe il caso di evitare di ricordarmela ogni volta che esprimo un giudizio sulle varie destre? Ragiono da analista, non da ex: categoria che detesto».

Qual è il suo pensiero in materia d’immigrazione?

«Difficile sintetizzarlo. Credo che il fenomeno migratorio di massa sia più una fonte di problemi che una risorsa, come vorrebbe la retorica del politicamente corretto. E che, sul piano pratico, non la si debba affrontare ricorrendo a due opposti e simmetrici ricatti psicologici – quello della paura, per cui ogni immigrato è un criminale potenziale, e quello della commozione e della compassione, per le quali ogni immigrato è un “piccolo Aylan” disperato e indifeso. Credo anche che diluire sempre più i caratteri specifici che hanno costituito ciascun popolo sia una grave ferita inflitta a quella diversità che è il fondamento della bellezza, non solo estetica, del mondo. Apprezzo il dialogo tra i popoli e le culture, detesto la loro omologazione sradicante».

Ci sono spazi d’integrazione della popolazione islamica nel nostro Paese?

«Ci sono, ma bisognerà vedere come saranno utilizzati da entrambe le parti. Imparare a convivere con l’altro-da-sé è sempre molto difficile, e per riuscirci occorre prima di tutto ammettere e conservare la reciproca diversità, trovando compromessi pratici accettabili. L’assimilazione, alla lunga, provoca alienazione e ripulse. Si veda ciò che accade nelle banlieues francesi».

Come giudica il magistero di papa Francesco sull’argomento?

«Giudico le sue come opinioni, che come quelle di tutti gli esseri umani sono discutibili. Comprendo la sua posizione, ma sostenere l’accoglienza indiscriminata di chiunque approdi in Europa mi pare una scelta irresponsabile, destinata a produrre future sciagure. Lo ha sostenuto anche Giovanni Sartori, un grande politologo a me caro, e concordo con lui».

Segue i programmi di politica in tv? Come valuta la rappresentazione che la televisione dà della politica italiana?

«Ne seguo saltuariamente qualcuno. Non posso, e non voglio, portarmi sempre il lavoro a casa… La televisione consente alla politica italiana e ai suoi protagonisti di presentarsi per quel che sono. Purtroppo».

 

La Verità, 7 maggio 2017

 

Camon: «Io, diseredato per l’altare a mia madre»

Parliamo da un’ora e mezza e adesso, mentre gustiamo il pranzo preparato dalla moglie, Gabriella Imperatori, anche lei giornalista, Ferdinando Camon dice: «Qui, in questa stanza, mio padre mi ha diseredato. Si presentò con mio fratello, due testimoni e il notaio. In Un altare per la madre avevo scritto che eravamo poveri». È il più macerante dei rimpianti con il quale lo scrittore veneto convive. Quel libro è esso stesso un monumento alla madre. E anche al padre, che costruisce quell’altare lottando contro il tempo e la morte. Altro che ripudio, la reazione doveva essere di gratitudine. «Invece io li capisco», riprende Camon. «Ho firmato quell’atto. Per loro, scrivendo della nostra povertà ho disonorato la famiglia, il nostro sangue. C’è la famiglia e c’è il resto del mondo. La famiglia è più importante di un libro». Parliamo, e il tormento riaffiora: «Potevamo volerci bene. Siamo rimasti a lungo distanti. Poi ho assistito mio padre in ospedale. Mio fratello m’invitò a una serata in un ristorante. Ma fu una cosa un po’ ambigua. C’erano 400 persone e un tenore veronese, mediamente famoso. Appena varcai la soglia, intonò Rondine al nido, come se io stessi tornando sui miei passi».

Camon ha 81 anni e vive in una casa talmente carica di libri che ha dovuto acquistare un nuovo appartamento dove trasferire parte della biblioteca e lo studio. «È costato poco perché aveva un’ombra sinistra. Ci si nascose per qualche tempo Marco Furlan, uno dei due componenti di Ludwig, la banda di killer seriali che tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta, commise 16 omicidi, rivendicandoli con deliri neonazisti. Sul campanello ho lasciato il suo cognome, piccolo feticcio di un passato tragico e cupo». Per Camon la provincia non è un limite. Se c’è una periferia centrale la si trova nella sua letteratura di padovano che non frequenta i salotti, neanche quelli della tv. I suoi libri sono tradotti in 25 Paesi. La vita eterna fu pubblicato con prefazione di Pier Paolo Pasolini; Occidente lo costrinse ad abbandonare la città con la famiglia a causa delle minacce di morte; Un altare per la madre, Premio Strega, ha venduto quasi 2 milioni di copie; La malattia chiamata uomo è stato rappresentato per 4 anni in un teatro di Parigi.

Chi vincerà in Francia?

«Emmanuel Macron. Sarà una vittoria europea e prevedibile, ma per me deludente. In Francia e ancor più in Italia ci giochiamo la partita della vita».

In che senso?

«Risparmi, lavoro, futuro dei nostri figli, tutto dentro un’idea di Stato. Purtroppo l’Italia non è uno Stato: non ha giustizia, equità, meritocrazia, sicurezza. Si vorrebbe qualcuno che rovesciasse il tavolo. Invece la partita è truccata».

Cioè?

«Ad ogni votazione, non so come giudicare Matteo Renzi. Lo considero onesto, ma limitato. Non cambierà nulla».

Preferirebbe Le Pen e i suoi emuli?

«Preferirei chi rovesciasse il tavolo dell’Europa. Oggi lavoro più di vent’anni fa, ricevo meno, pago più tasse, lo Stato è sempre più indebitato, ogni volta che s’incontrano Pier Carlo Padoan e Angela Merkel veniamo cazziati e ad ogni manovra si spremono soldi non si sa da dove. Qualcosa non quadra».

Non ha fiducia in Renzi. E in Beppe Grillo?

«Grillo è nato come rovesciatore del tavolo. Non so cosa farebbe dopo. Però sul cominciamento di un’altra partita concordo».

Il saluto di papa Francesco all'imam Ahmad al-Tayyib in Egitto

Il saluto di papa Francesco all’imam Ahmad al-Tayyib durante la visita in Egitto

Anche lei crede come Michel Houellebecq che il destino dell’Europa sia la sottomissione?

«L’islam non è integrabile, ma l’immigrazione continuerà. Quelli che vengono qua restano in gran parte islamici. Lentamente cambieranno anche loro e il loro cambiamento partirà dai loro nuclei più deboli. Andando a scuola i figli modificheranno il rapporto con gli adulti. Frequentandone altre, le donne cambieranno il loro rapporto col marito. Ma ci vorranno 3-4 generazioni. Perderanno questo Allah che è la fonte di tutto il loro essere e fare. Ma anche la nostra civiltà s’imbastardirà. Non sarà più una civiltà come vent’anni fa, cristiana, cattolica, costituzionalista. Già in chi accoglie questi migranti funziona l’idea, per me inammissibile, che non è indispensabile la loro adesione alla nostra Costituzione. Uno dei miei figli vive a Los Angeles. Quando ha fatto la pratica di cittadinanza, gli hanno dato il testo della Costituzione americana. Gli hanno lasciato un mese per studiarla e dopo lo hanno chiamato per interrogarlo. Non riesco a capire come a Londra possano esistere otto corti islamiche che emettono sentenze applicando la sharia. Che Stato è quello che ammette il funzionamento di un diritto altro rispetto al suo?».

Lei ritiene che l’islam non sia integrabile perché stabilisce la superiorità dell’uomo sulla donna, del musulmano sull’infedele, dello sceicco sul povero. Non c’è via d’uscita?

«Questi tre cardini impediscono che un islamico possa essere cittadino europeo».

Dove sbagliano i nostri politici?

«Vagheggiano l’islam moderato. L’islam moderato è quello che rinuncia a questi tre cardini. Dunque, non è più islam. Questa condizione ci dev’essere quando uno ottiene la cittadinanza. Non, forse, dopo tre generazioni».

Cosa pensa del magistero di papa Francesco sull’immigrazione?

«Papa Bergoglio mi piace in tutto quello che fa. È un vero cristiano. La sua rivoluzione in tema di accoglienza è forte. Ma il suo Dio non è quello di Pio XII. L’immigrazione dei decenni scorsi dall’Europa dell’Est era conseguenza del fallimento della storia comunista. L’immigrazione attuale dall’Africa e dall’Asia è esito del fallimento della civiltà islamica che, tagliando fuori dalla produzione le donne, non avrà mai lo sviluppo occidentale. Gli Stati europei hanno sempre pensato: voi siete la causa, il vostro fallimento non ci riguarda. Da perfetto cristiano, Bergoglio parla in termini di umanità: il fallimento di popoli appartenenti a un’altra storia ci riguarda. È un messaggio rivoluzionario e carico di futuro di cui sento la grandezza. Ma sono figlio della mia storia».

«Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Camon: «Alberto Moravia rideva anche di fronte alla sua morte»

Lei è nato a Urbana, un paesino della bassa padovana: un destino nel nome?

«Sono figlio di contadini poveri. In casa, io e i miei tre fratelli, mio padre e mia madre camminavamo a piedi nudi sulla nuda terra. Non c’era l’acqua corrente, c’era da mangiare perché i contadini avevano bestie, frutta e verdura. Portavo maglioni che mia madre ritingeva immergendoli in mastelli, da dove uscivano a chiazze. Le ragazze non mi guardavano. Il paese non aveva e non ha un’edicola e un cinema. Campi contadini buoi stalle dialetto. Alla fine della guerra i partigiani furono audaci e cattivi, i tedeschi crudeli. In Lombardia i partigiani dormivano nei fienili pagando ai contadini locali per il rischio di nasconderli. Non ho mai visto mio padre prendere soldi per ospitare i partigiani nei fienili».

Suo padre e i suoi avi lavoravano i campi. Facendo lo scrittore si è inurbato e ha smentito la continuità della stirpe, di cui ha scritto nell’ultimo romanzo.

«Ero disperatamente bravo. I professori ripetevano: “Sarebbe un peccato se non continuasse a studiare”».

Uno dei suoi temi ricorrenti è la scomparsa della civiltà contadina. Perché è così importante?

«Charles Peguy sostiene che è “il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo”».

La fine della civiltà contadina e l’avanzare della scristianizzazione sono legate?

«No. La morte della civiltà contadina è una conseguenza dell’avvento della tecnologia e dell’industrializzazione. Un tempo i contadini toccavano la pelle degli animali e il legno della vanga. Oggi toccano il metallo del trattore. Quel mondo aveva un’idea di genitori e figli, di vecchiaia, di Dio, di morte e di salvezza. Il massimo cambiamento è avvenuto nella concezione e nella pratica del sesso. La civiltà contadina ne aveva un’idea spaventata e peccaminosa. Ora crescono ragazzi non legati, il matrimonio è solubile. Io preferisco il mondo di prima. Il progresso ha come prezzo la fine di quella civiltà».

Si definisce uno scrittore della crisi.

«Narro il prezzo del progresso».

Ha seguito la storia dell’isola della laguna veneta dove non si celebra messa per mancanza di fedeli?

«Chiesa vuol dire adunata, assemblea. È chiaro che se il popolo si sposta, cambia concezione di sé e forma una nuova adunanza. Per restare a contatto con questa realtà la Chiesa deve spostarsi anche lei. È ciò che sta facendo Bergoglio».

Esponendosi alle critiche di mutamento della dottrina in tema di famiglia.

«Certo. Io sono stato forgiato dall’idea che il mio Dio non è il Dio degli altri. Che tra Cristo e Allah non c’è compatibilità. La nuova chiesa di Bergoglio applica questa compatibilità».

Applica?

«Applica. In sostanza viene finalmente a cadere il principio che diceva: “Extra Ecclesiam nulla salus”, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Questo principio ha tormentato le intelligenze cattoliche, a cominciare da Dante Alighieri. Nel canto XIX del Paradiso Dante chiede a Dio dove stia la giustizia se l’uomo che, nascendo in riva all’Indo e non sentendo parlare di Cristo, non si salva. Ma l’aquila, che parla in vece di Dio, risponde: “Or chi tu sei che vuoi seder a scanna e giudicar lontano mille miglia con la veduta corta di una spanna”. Ho capito, io non ci vedo, ma tu sei Dio, dammi la risposta. Nella Commedia non la dà. Ai parroci della laguna che una volta m’invitarono per essere consigliati sulla predicazione dissi che dovevano abolire quel principio. Sottovoce uno di loro mormorò: “Extra Ecclesiam sola salus”, solo fuori della Chiesa c’è salvezza. Il che mi è sembrato un po’ audace».

Papa Francesco è stato criticato per aver detto nell’intervista a Eugenio Scalfari che ciascuno ha una propria «visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».

«Papa Francesco stabilisce che: “Etiam extra Ecclesiam salus”, anche fuori della Chiesa c’è salvezza».

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Piero Fassino nel 2006 ignorò Camon come candidato al Senato del Pd

Dopo l’addio a Urbana, è sempre rimasto a Padova. La vita di provincia l’ha penalizzata?

«Ho sempre saputo che non sarei andato a vivere a Roma o a Milano. In provincia hai un rapporto più fragile col potere. Una dozzina d’anni fa si svolgeva a Buenos Aires una fiera del libro dedicata alla letteratura italiana. La Lombardia e il Lazio organizzarono la trasferta dei loro scrittori. Repubblica mandò un inviato al seguito. Un giorno mi arrivò una telefonata dall’ambasciatore italiano in Argentina: “Perché non è qui? Almeno lei ha dei libri tradotti”. Partii e tenni una conferenza davanti a 2000 persone. Andai nelle scuole, piene di figli d’immigrati che volevano sapere delle loro terre, Vicenza, Padova, Rovigo. Quando entravo nelle classi si alzavano in piedi e partiva l’inno di Mameli che tutti cantavano. Lo scrittore era uno di loro».

Cosa vuol dire che il rapporto col potere è più fragile?

«Ho sempre pensato che mi serviva un grande giornale e scrivo per La Stampa. Poi mi serviva un grande editore italiano e ho Garzanti, che ha pubblicato Pasolini, Mario Soldati, Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise. Avevo bisogno anche di un grande editore francese e ho avuto Gallimard, che ti rende uno scrittore di respiro mondiale. Poi ho avuto grandi editori in Unione sovietica e in America latina. Insomma, ho avuto tutto standomene qui. Per completarmi m’interessava l’esperienza politica. Volevo far fruttare la mia conoscenza del mondo della scuola, avendo insegnato a tutti i livelli. Ora abbiamo un ministro non laureato. Invece, è rimasto un desiderio incompiuto».

Questo è il suo secondo rimpianto.

«Per due volte mi candidarono a sinistra, ma il partito mi boicottò. Ci misi una pietra sopra. Nel 2006 tornarono alla carica: “Stavolta t’imponiamo. Vieni alla manifestazione con Flavio Zanonato, allora sindaco, e Piero Fassino”. Andai e fui presentato a Fassino come possibile candidato per il Senato. “Certo, mi venga a trovare a Roma”, incoraggiò. Dopo qualche tempo provai a contattare la sua segreteria, invano. Allora mi rivolsi a Veltroni che conoscevo da quand’era stato ministro dei Beni culturali. Dopo qualche giorno mi chiamò: “Fassino non ricorda di averti mai incontrato”. Seppi dopo che la candidata in Veneto per il Senato era Anna Maria Serafini, sua moglie».

Ha in progetto un nuovo romanzo?

«Non voglio fare l’errore di Alberto Moravia che alla fine scrisse un sacco di cose inutili. Vorrei pubblicare solo ciò che può restare».

Forse per Moravia scrivere era un modo per ingannare l’avvicinarsi della fine?

«Al contrario, è in me il terrore della morte. Perciò evito di fare cose mortali. Moravia era cinico anche di fronte alla propria fine. Mi raccontò che una volta in Sudamerica s’imbarcò su un piccolo aereo che doveva scavalcare una catena montuosa. L’aereo stentava a prender quota e le montagne si avvicinavano: “Pensai che è facile morire”, mi confidò. “E che cosa hai fatto?”, gli chiesi. “Una bella risata”. In quel momento, ho pensato che non sarei mai stato uno che ride davanti alla morte».

La Verità, 30 aprile 2017

 

Ruggeri: «I social annullano la competenza»

Asciutto e con la pelata liscia da duro del cinema americano, nell’anno dei suoi sessanta, Enrico Ruggeri accelera ancora. Resuscitati i Decibel, la band della felice stagione punk di fine anni settanta, parte per un nuovo tour con date a Bologna, Sassari, Nuova Goriça, Vercelli. Tutto senza dimenticare la radio, i romanzi gialli, i concerti da solista: Ruggeri è uno degli artisti più poliedrici e meno allineati del rock italiano. Lo incontro nel suo studio di registrazione, periferia sud est di Milano.

Da dove nasce la reunion dei Decibel?

«Da un atto irregolare. Quest’anno compio 60 anni. E sempre quest’anno è il quarantennale dal primo disco dei Decibel e dalla nascita del punk. Mentre sono trent’anni da Si può dare di più e Quello che le donne non dicono. In occasione di questi anniversari, la prima cosa da non fare è quello che fanno tutti, ovvero il classico album di duetti. Un modo stantio di celebrarsi. Ho pensato di risentire i miei amici, per capire se avevano qualche pezzo nel cassetto. Mi hanno travolto. Ispirando l’idea di realizzare un disco per noi, magari in cento copie in vinile. Poi, un giorno ho fatto ascoltare i pezzi ad Andrea Rosi, presidente di Sony music, mio amico da quando eravamo ragazzi. Gli ho detto: “Prova a sentire. È roba di nicchia, non ti riguarda”. Dopo tre brani ha spento: “Nicchia un cazzo”. Così abbiamo finito d’incidere e il disco è uscito in pompa magna con tanto di cofanetto, brani storici dei Decibel, fotografie. Ho solo chiesto che facessero un marketing da musica classica».

In che senso?

«Nel senso che quando ero bambino il rock era una forma di protesta nei confronti degli adulti. Oggi è uno stile dell’anima. Prendi uno di 65 anni, ne aveva 18 quando morì Jimi Hendrix. Ai concerti dei Decibel vengono i sessantenni e i quindicenni, accomunati dal punk».

Sul suo sito ha lanciato l’hashtag #punksnotdead. Che cosa può dire il movimento punk al momento attuale?

«Il manifesto del movimento punk è scandalizzare i borghesi. Epater les bourgeois, dicevano i poeti francesi. In musica significa proporre qualcosa di diverso dall’omologazione imperante. I dischi sono tutti uguali. Fatti dagli stessi tre arrangiatori con gli stessi suoni e le stesse miserie letterarie. I Decibel in concerto salgono sul palco e suonano. Che c’è di strano? Oggi i concerti iniziano con sequenze di suoni registrati in studio e i musicisti sul palco si aggiungono alle sequenze».

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

E andando oltre la musica?

«Per secoli fare musica voleva dire essere artisti. Oggi è diventata una rivalsa sociale, un mezzo per fare soldi. Come giocare a calcio. I genitori di oggi sperano solo che il proprio figlio faccia il calciatore o il cantante».

Per tanto tempo ha frequentato la canzone d’autore francese. Oggi?

«Le parole che usiamo nelle canzoni non sono fonemi buttati lì. La lezione dei grandi cantautori francesi è raccontare gli stati dell’animo con grande poesia. Ma questo si può fare anche col rock. In Noblesse oblige ci sono anche canzoni struggenti, che parlano dell’anima. Non è tutto electro pop. Per me oggi il pop è il nemico. È omologazione, appiattimento, piaggeria».

Nei confronti di che cosa?

«Del mercato. Del pensiero unico che c’è anche nella musica».

Nel 2015 ha scritto una canzone intitolata Centri commerciali. Che cosa pensa della polemica sul lavoro domenicale?

«I centri commerciali hanno sostituito l’oratorio. Una volta si usciva di casa, si andava all’oratorio e li c’erano tutti. Non c’era whatsapp. Adesso si va nei centri commerciali dove decine di ragazzini con lo smartphone in mano non parlano nemmeno tra loro. Poi magari si lamentano della società. Ma non fanno nulla per cambiarla».

Nel video i giovani sono accovacciati nei carrelli.

«Perché la merce sono loro. Il consumismo li ha mercificati».

Il suo tratto distintivo è la capacità di reinventarsi?

«A sessant’anni è obbligatorio».

Negli ultimi anni si è scoperto anche giallista e romanziere.

«Ho scritto un libro per Feltrinelli, poi quattro romanzi. A me piace raccontare delle storie agli altri. Ci sono dei momenti in cui la canzone ti va stretta».

Ha fatto anche televisione. Ora conduce Il falco e il gabbiano su Radio24.

«È sempre lo stesso principio. Anche in tv raccontavo storie agli altri. Ora lo faccio alla radio. L’importante è non cambiare la propria linea. In tv andavo quando Luca Tiraboschi, allora direttore di Italia 1, mi disse: “Non sei tu che devi andare in tv, ma è la tv che deve venire da te”. Ho smesso perché ho un’idea precisa del mio essere e del mio presentarmi. Non sono disposto a cambiare pur di andare in televisione. Quando mi sono accorto che avrei dovuto assoggettarmi a delle regole di mercato non l’ho più fatta».

La guarda?

«Le partite. Guardo di più Sky Arte e Rai 5».

Due canali che hanno il suo stesso eclettismo.

«Da Caravaggio ai Deep Purple. Raramente su Sky Arte c’è un programma che non m’interessa».

Tra le sue forme di espressione qual è quella in cui si riconosce e che la gratifica di più?

«Mi riconosco in tutte, anche se ho sospeso la tv. La gratificazione maggiore viene dai concerti. In radio parli a persone che non vedi. I libri li scrivi per lettori che in gran parte non conosci. Sul palco c’è l’applauso e l’amore ti torna indietro immediatamente».

Da autore di canzoni di successo per Loredana Bertè e Fiorella Mannoia non le è mai piaciuta la mitologia sui cantautori: perché?

«Ho scelto di percorrere strade autonome. Detesto gli stereotipi e il modo d’intendere i cantautori cui lei si riferisce è stato uno stereotipo, al di là del fatto che abbiano scritto canzoni splendide».

Oggi è tramontata la stagione dei cantautori o solo quel modo di intenderli?

«Purtroppo è finita quella stagione a favore di una peggiore. Se non altro, i cantautori scrivevano opere profonde, anche se a volte abbinate a musiche non eccelse. Però erano storie importanti. Oggi il ruolo della canzone è un riempitivo, semplice evasione per la massa».

Colpa di chi? Della televisione, delle case discografiche?

«Le case discografiche non hanno più denaro da investire sui talenti veri e devono pensare all’immediato».

Cosa pensa dei talent show? Sono utili a innalzare il livello della produzione musicale?

«I talent show portano alla ribalta bravi cantanti. Resta da vedere se saranno in grado di portare avanti a lungo linee editoriali e contenuti profondi».

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

I giovani di oggi possiedono le doti per reggere le sfide del presente?

«C’è un 80% che vive in modo passivo e condizionabile. E un 20% di ragazzi curiosi e irrequieti. Mi auguro siano quelli che faranno strada».

Uno dei suoi figli, Pico Rama, un rapper emergente è tra questi.

«Più che il rap suona il raggamuffin (un sottogenere del reggae). Il fatto che sia difficilmente inquadrabile è la cosa che mi piace di più di lui».

Avete inciso un duetto insieme. Qual è il consiglio su cui insiste di più?

«Non è uno che accetta molti consigli. La cosa che apprezzo è che non ha l’ambizione di vendere dischi, ma di comunicare qualcosa di sé».

Tornando a lei, il fatto di non essere allineato ha comportato dei costi nella sua carriera?

«Dal primo giorno a oggi».

Ricorda qualche episodio?

«Non ci sono episodi. Ci sono posti dove non t’invitano, o dove non ti citano. Magari leggi un articolo dove si elogiano i cantautori e il tuo nome è omesso. Il mobbing nel nostro mondo è semplice, basta chiamare qualcun altro».

Può esemplificare?

«Preferisco non dettagliare. A volte hai la sensazione che quella cosa tu l’avresti fatta meglio di quello che la sta facendo in quel momento».

A Sanremo però è di casa, ne ha vinti due.

«A Sanremo m’invitano».

La escludono da certi talk show?

«Diciamo che non vado particolarmente di moda. La parte glamour della tv mi ritiene troppo intellettuale. La parte intellettuale mi ritiene troppo poco allineato».

Che cosa non le piace dell’Italia di oggi?

«Il conformismo buonista».

Un esempio?

«La sintassi. Quando sento dire “ministra” mi si accappona la pelle. E poi non mi piace il fatto che tutti esprimano opinioni senza informarsi. Quando non capisco bene una cosa, sto zitto».

La democrazia orizzontale è una conquista dei social media.

«Oggi Marilyn 99 ti dà consigli sulla vita».

È una critica al grillismo?

«Non solo. È che non esistono più gli esperti. Non si rispetta chi ha studiato. Qualche anno fa quelli di destra difendevano il metodo antitumorale di Luigi Di Bella e quelli di sinistra dicevano che era un ciarlatano. Né gli uni né gli altri erano qualificati a esprimersi. Io credo che prima ci si debba laureare in immunologia».

La stessa sottovalutazione della competenza si sta ripetendo sui vaccini.

«Uguale. E la Cecenia? Io non ho un’opinione sulla Cecenia e non mi vergogno a dirlo. Prima vai lì tre mesi a parlare con la gente, poi ti ascolto. Nel mio campo, prima passi tre anni in studio di registrazione e poi scrivi cosa pensi del modo in cui ho registrato il disco. Internet ha annullato la competenza. Siamo tutti capi del governo, ministri degli Esteri o dell’Economia».

Non crede alla democrazia virtuale.

«È falsa democrazia».

Invece, che cosa le piace dell’Italia?

«Penso che l’Italia non ce la farà, ma molti italiani sì. Continueranno a crollare ponti. E continueremo a vedere aree dismesse e ospedali che non funzionano. Ma allo stesso tempo continueremo a vedere eccellenze in tanti campi».

Perché secondo lei l’inventiva italiana non riesce a contagiare le istituzioni?

«Per la distanza tra la gente e la politica. Una distanza ormai incolmabile».

 

La Verità, 23 aprile 2017