Capuozzo: «Il giornalismo è solo un mestiere»

Anche a Treviso il teatro era pieno. Come sempre, dove Tre uomini di parola va in scena, non solo nel Nord est. Toni Capuozzo ha appena finito di firmare autografi e salutato Mauro Corona, lo scrittore montanaro, e Gigi Maieron, cantautore, anche loro friulani. Stavolta il ricavato dello spettacolo, «una chiacchierata teatrale fra amici dalle comuni origini», andrà al comune di Gagliole, un paesino terremotato delle Marche. In precedenza gli incassi erano serviti per costruire una casa per grandi ustionati in Afghanistan. «Gli alpini della Julia, presenti laggiù, ci avevano chiesto se volevamo dare una mano. La prima volta improvvisammo una conversazione a Cividale del Friuli. Piacque, siamo arrivati a una quarantina di repliche». Capuozzo è come lo vedete, collegato da qualche avamposto, su Rete 4. Col suo accento furlàn, l’aria da orso, le Occhiaie di riguardo che danno il titolo al libro che raccoglie i suoi articoli per Il Foglio. Vince premi giornalistici senza cercarli. Nel 1992, di ritorno da Sarajevo, portò in Italia nascosto nel giubbotto antiproiettile, Kemal Karic, un bambino di pochi mesi colpito dalla bomba che uccise la madre e lo privò della gamba destra.

Come sta oggi Kemal?

«È una vicenda dolorosa, di cui non parlo volentieri. Quando si prova a fare del bene conviene tacerlo, preferisco passare per cattivo. Anche alle donne i cattivi piacciono di più (sorride). Kemal ha 25 anni e un tumore. Presto subirà una nuova operazione. A Natale è venuto in Italia per delle visite. Il padre si è un po’ perso… Ma c’è una brava nonna».

Uno di Lotta continua come fa a lavorare 25 anni nelle tv di Berlusconi?

«Sentendosi abbastanza solo sia nelle tv di Berlusconi che in Lotta continua. Da grande individualista, ci ho messo del mio. E sono grato sia a Lc che a Berlusconi che mi hanno permesso di fare il giornalista come volevo».

Cioè?

«Senza troppa enfasi. Non dico “sono giornalista”, ma “faccio il giornalista”».

Mai avuto frizioni per motivi editoriali?

«Su Lotta continua ho raccontato la fuga dei marielitos da Cuba e la mia corrispondenza venne ripresa in prima pagina dal Giornale di Montanelli, all’epoca considerato un campione borghese. La cosa non accrebbe la mia popolarità in Lc. A Mediaset ho sempre fatto il mio lavoro senza problemi. È vero, non mi sono mai occupato di politica italiana. Forse ci sono meno implicazioni a scrivere da Sarajevo o da Tripoli, anche se i bombardamenti sulla Libia partivano dall’Italia governata da Berlusconi. È più pericoloso fare l’inviato in un paese di mafia o in Siria, dove sono stato per raccontare la fine della cittadina cristiana di Maaloula».

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» le corrispondenze di Capuozzo su Cuba

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» i reportage di Capuozzo da Cuba

A proposito di Siria, che cosa pensi del bombardamento ordinato da Trump?

«Se mi chiedi se Assad è capace di usare armi chimiche contro la popolazione civile ti rispondo di sì. Rispondo di sì anche se mi chiedi se i ribelli sono capaci di mettere bombe vicino alle abitazioni civili. Con questo bombardamento Trump è tornato a essere il presidente degli Stati Uniti».

Non solo dei repubblicani, vuoi dire.

«Anzi. Questa è una mossa alla Clinton. Il che dimostra che anche per Trump le campagne elettorali sono una cosa e la politica interna e internazionale un’altra. Anche lui si è omologato al fatto che gli Stati Uniti sono quelli che bombardano».

Parliamo dei giornalisti cresciuti in Lotta continua, da Adriano Sofri a Nini Briglia, da Gad Lerner a Paolo Liguori: che rapporti hai con loro?

«Quando sono entrato in Lotta continua ormai c’era solo il giornale. Con Gad Lerner ho anche battibeccato. Per Mauro Rostagno ho firmato perché a Trento si facesse un monumento. Diciamo che li ricordo con affetto, come si ricordano quelli con i quali hai fatto la naja».

Nella videolettera scritta in occasione degli 80 anni di Berlusconi hai pronunciato diversi grazie. C’è qualcosa di cui non gli sei grato?

«Chiedergli di continuare a fare l’editore e a esprimere la sua energia nelle aziende sarebbe stato come chiedergli di non essere Berlusconi. M’ispira simpatia persino nelle passioni, politica compresa, che non mi appartengono per niente. Mia madre e mio padre, agente di polizia, mi hanno insegnato il rispetto per le persone umili e perdenti più che per i potenti. Berlusconi perdente è un ossimoro, ma è stato molto avversato, demonizzato dalla stampa e dalla magistratura. Questo me lo rende simpatico. Mi è successo anche con Craxi ad Hammamet. Non mi serve un nemico per esistere».

Come giornalista iniziasti in Rai?

«Il primo lavoro fu per una tv svedese in Salvador. Per Mixer feci dei servizi sulla ’ndrangheta. L’esperienza che mi è servita di più fu a Epoca: non tornavi senza il reportage fotografico. Così ho imparato il valore delle immagini. Gli amici più cari erano i fotografi. Poi mi chiamò Giuliano Ferrara all’Istruttoria».

A Terra! fai il conduttore di strada.

«Con Mentana e Sposini ero inviato del Tg5 e facevo Terra! conducendola anche da Baghdad. Conduttore di strada lo scriverei sul biglietto da visita. Anche lì però servono la regia, la troupe, le luci. È come quando compri le arance dal furgoncino: informazione a chilometro zero».

Con al centro la vita quotidiana delle persone?

«Diciamo che non coinvolgo i potenti. La mia speranza è che dopo aver visto Terra! lo spettatore si alzi con più dubbi di quando si è seduto».

Dal 10 aprile va in onda su Rete 4  uno spin off intitolato Casa Capuozzo, quattro puntate di reportage sui migranti. È difficile stare in equilibrio tra buonismo e cattivismo?

«È un titolo autoironico. Non sono partito dalle ideologie, ma dalla casa dei miei. Mia madre era triestina, mio padre napoletano e io sono cresciuto a Udine. Penso che se l’immigrazione non funziona nel Nord est, terra di emigranti, difficilmente può funzionare altrove. Mi sembra che gli immigrati di oggi siano carichi di attese e illusioni. Ho tentato di raccontarli andando oltre il boldrinismo e il salvinismo».

Pensi di esserci riuscito?

«Non lo so. Il nemico è l’ipocrisia. Abbiamo una classe politica capace di sussulti e minacce, ma non di un’idea di futuro. C’è troppa melassa. Certi richiedenti asilo dell’Afghanistan o del Pakistan sono giovani e forti e hanno lasciato a casa le donne. Nei tg sentiamo dire: “Salvati 1500 migranti”. In italiano la parola “salvati” riguarda chi è in pericolo di morte. Si dovrebbe dire: “Raccolti”. Mare nostrum non è servita a dissuadere chi voleva partire e ora registriamo più arrivi e più morti di prima».

Non fai informazione da cane da guardia contro i poteri forti: indole, mancanza di mezzi o a Mediaset è difficile?

«L’espressione “poteri forti” non mi appartiene. Non capisco se si riferisce alla Trilaterale, alla massoneria, alla magistratura, alla Consob. Abitano nei palazzi, mentre io frequento la strada. Più che un cane da guardia sono un cane randagio».

Che cosa pensi dei talk show?

«Li trovo poco autentici, anche se possono rivelare la preparazione o l’impreparazione dei politici. Qualche volta ci vado, soprattutto se mi coinvolgono sul terrorismo o sulle guerre. Ma resto un po’ un orso».

Preferisci Report e Presa diretta?

«Milena Gabanelli l’ho sempre stimata. Le sue inchieste richiedono mesi di lavoro. I tempi lunghi sono un bene prezioso, maggior ragione in un’epoca di fast journalism. Il lavoro di Riccardo Iacona lo sento più vicino, sebbene non la pensi come lui. In realtà, guardo soprattutto documentari di storia o naturalistici».

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Cosa pensi dei cachet degli artisti Rai e dell’ingerenza della politica denunciata da Fabio Fazio?

«Penso che ci vorrebbe più discrezione. Non si può recitare da verginelle appena usciti dal bordello. È vero, esiste il mercato e la tv pubblica deve farci i conti, ma certe cifre fanno pensare. Soprattutto a quante famiglie non arrivano a fine mese».

Se dovessi indicare un maestro di giornalismo televisivo?

«Non saprei, ho sempre cercato di essere me stesso. È inutile provare a fare grande cucina se sei bravo a tagliare formaggio e salame. Maestri? Diciamo che le riunioni con Ferrara sprizzavano intelligenza e che con Mentana ho imparato la velocità nell’afferrare la notizia».

In quella lettera a Berlusconi sconsigliavi i giovani dal tentare la professione di giornalista.

«Non voglio illuderli che riusciranno facilmente a viaggiare per raccontare il mondo. È uno sconsiglio paterno».

Ti piacerebbe essere giovane oggi?

«Preferisco fare i conti con la vecchiaia. Quando tengo delle lezioni in università vedo una generazione che rispecchia l’incertezza di tempi, molto diversi da quelli in cui ero giovane io e trovare lavoro era facile».

Cosa ti piace dell’Italia di oggi?

«Il paesaggio, sempre bello e affascinante, anche se un po’ rovinato. D’estate, a Pantelleria, ritrovo il sapore degli anni Cinquanta. Amo i borghi, le viuzze della Toscana e del mio Friuli, la cucina popolare e i dialetti che cambiano ogni venti chilometri. Più che campanilismi, una ricchezza. L’insistenza sul multiculturalismo e l’apertura alle comunità musulmane mi lascia perplesso. Siamo già il Paese delle piccole patrie, dobbiamo solo non ridurle a folclore».

In politica che cosa vedi?

«Non voto da 25 anni, non l’ho fatto neanche al referendum. Non sono un cittadino esemplare».

C’è una passione, un personaggio, una manifestazione che non ti perdi?

«Le partite del Milan. Mi piace guardarle con mio figlio, in un patto silenzioso tra uomini. Anche il telegiornale era un rito, ma ora le notizie arrivano sul telefonino».

Letture predilette?

«Sono un lettore disordinato. Mi piaceva Gabriel Garcia Marquez, ora amo Mario Vargas Llosa e Philip Roth, Paul Auster. Trovo la letteratura italiana contemporanea troppo intimista».

Adesso sul comodino?

«Un saggio inglese che racconta la storia del mondo attraverso mappe e carte geografiche».

 

La Verità, 9 aprile 2017

 

 

 

E se Povia fosse una specie di Grillo pro life?

L’ultima volta che si è sentito parlare di Giuseppe Povia è stato al Festival di Sanremo. Come a tutti gli ospiti, Carlo Conti aveva chiesto a Francesco Totti qual era la sua canzone preferita e lui ha pronunciato il nome proibito: «Povia». Non il titolo di un brano, ma il nome di un cantante. Anzi, di un cantautore. Nome all’indice all’Ariston. Di Povia il grande pubblico ricorda le controverse partecipazioni proprio al Festival della canzone italiana. Uno anche vinto nel 2006, conduttore Giorgio Panariello. Nel 2008, Pippo Baudo lo escluse dalla competizione, in coppia con Francesco Baccini avevano proposto Uniti. Nel 2009, invece, conduttore Paolo Bonolis, Luca era gay si classificò al secondo posto. Nel 2010 arrivò alla serata finale con la canzone La verità, ispirata al caso di Eluana Englaro. Fin qui il suo rapporto con Sanremo. In realtà, di Povia ce n’è un altro, con una vita artistica lontana dal Festival, fatta di concerti in circuiti alternativi e di album autoprodotti. Una vita artistica che sconfina nell’attivismo pro life e non solo. L’ultimo suo video su Facebook (oltre 320.000 visualizzazioni) è una contestazione punto per punto di un lungo servizio di Nadia Toffa delle Iene favorevole alla maternità surrogata. Si potrebbe chiamarla controinformazione, usando una parola di moda a sinistra. Ma se Le Iene stesse si presentano come un programma di controinformazione, allora il corto circuito c’è tutto. Perché, in realtà, oggi sono mainstream l’utero in affitto a pagamento e il «genitore 1» e «genitore 2». Mentre è considerato retrogrado chi sostiene che il padre è un uomo e la madre una donna. Con qualche eccesso complottista, bisogna riconoscere che nei video, nel blog e nel cd Povia ha il coraggio di mettere a nudo questo meccanismo. Il problema è che, di Povia, ce n’è un altro ancora. Forse già prigioniero del personaggio o del ruolo di piccolo guru, conclude i suoi interventi con l’invito a ordinare il disco o ad allestire concerti e raduni in cui farlo esibire. Per farsi intervistare di persona pone una serie di condizioni, è reticente di fronte alle domande sul suo passato e la sua formazione personale. E, infine, non disdegna d’insegnare come si fanno le interviste.

Peccato.

Francesco Totti all'ultimo Festival di Sanremo

Francesco Totti all’ultimo Festival di Sanremo

Ripartiamo dall’ultimo Festival di Sanremo. Perché Totti che pronuncia il suo nome all’Ariston dà la sensazione di violare un tabù?

«Ci sono due tipi di pubblico: quello della tv e quello del web. Il primo prende quello che gli dai, ma si accorge se c’è un fuori copione. Il gelo che hanno mostrato Karl e Mary per sempre quando Totti ha fatto il mio nome indica come io sia un cantautore al momento non con…forme. Nel web il pubblico è più attento e selettivo perché si può esprimere, fino a quando sarà permesso. Infatti ho centinaia di migliaia e a volte milioni di visualizzazioni per la musica e per i temi che tratto».

Ha un rapporto travagliato con il Festival, nel 2006 l’ha vinto con Vorrei avere il becco, l’anno prima la sua I bambini fanno ooh era stata esclusa perché l’aveva cantata a una manifestazione.

«Vorrei avere il becco è dedicata a tutti i nonnini che come i piccioncini si sono accontentati delle briciole e hanno ricostruito l’Italia distrutta dalla guerra, poi costituita nel ’48. I bambini fanno oh è stata una vittoria comunque».

Nel 2007 ha partecipato al primo Family Day: molto controcorrente nel mondo della musica e dello spettacolo in genere…

«Già lì avevo capito che l’ovvietà sarebbe stata controcorrente. Infatti oggi se dici che un bambino deve crescere con una figura maschile e una femminile sei un rivoluzionario».

Come nasce Giuseppe Povia, cantante? Com’è stata la sua formazione?

«Sono sempre stato un autodidatta che adatta le canzoni in base al tema che tratta».

Torniamo a Sanremo. Nel 2009 presentò il brano Luca era gay: polverone prevedibile?

«Se canti temi sociali si accende un dibattito. Ma la cosa imprevedibile è stato il coraggio di un grande conduttore: Paolo Bonolis».

Possiamo chiarire otto anni dopo chi era il Luca della canzone? Lei ha più volte detto che non era Luca Di Tolve, ex ballerino e organizzatore di crociere per omosessuali poi convertitosi all’eterosessualità e organizzatore di corsi per la presunta guarigione.

«Luca nella vita reale si chiama Massimiliano. Conosciuto nel 2004, ateo convinto».

In quella canzone cantava «nessuna malattia, nessuna guarigione». Come va considerata l’omosessualità?

«Noi siamo quello che pensiamo e conduciamo uno stile di vita, gay o etero, in base alla relazione sociale che abbiamo avuto nella vita stessa. È un punto di vista personale, ma anche la scienza è divisa su questo argomento e quando è così tutti hanno torto e tutti hanno ragione.

Le malattie sono il cancro, la leucemia…».

Quali sono le cause dell’espansione delle teorie gender?

«In breve, molto in breve, le cause sono il business e soprattutto Usa e Gb che ci inondano di tendenze. Per approfondire venite a vedere un mio concerto o, meglio ancora, un concerto/convegno con l’avvocato Gianfranco Amato. Le date sono sulla mia pagina Facebook».

La nuova frontiera sono le cosiddette nuove genitorialità attraverso la gestazione per altri… L’utero è di chi lo affitta?

«Sì, ma come dico nel brano Dobbiamo salvare l’innocenza “la vita non si vende e non inganna” e a rimetterci sono sempre i bambini».

Perché le minoranze sessuali sono sempre più potenti? Adesso c’è anche l’oscar della comunicazione per chi si mostra più bravo a comunicare lo stato delle persone Lgbt…

«Le minoranze hanno sempre comandato il mondo in ogni campo».

Che cos’è l’omofobia?

«Omofobia è un termine inventato nel 1971 da George Weinberg, psicologo magari bravo ma ideologizzato. Non vuol dire niente se non paura dell’identico, che vuol dire ancora meno. Non c’entra niente con l’omosessualità. Ma con la scusa dell’odio e dell’ignoranza si vuole creare una nuova legge. Se dovesse passare, dire che un bambino deve crescere con una mamma e un papà potrebbe mandarti in prigione. Dipenderà dal giudice. Ricorda il nazismo o i regimi totalitari sovietici, come sostiene Gianfranco Amato».

Che margini ci sono per difendere la famiglia tradizionale senza esserne accusati?

«Per ora tutti, la si può difendere a spada tratta. Ma se siamo arrivati al punto di domandarcelo, c’è da preoccuparsi. Negli anni 50/60, se non sbaglio, il partito comunista fece un manifesto con raffigurati donna, uomo e figli in difesa della famiglia. Oggi l’evoluzione di quel partito la sta distruggendo con la scusa del progresso».

L’ultimo suo cd, il decimo, s’intitola il Nuovo Contrordine Mondiale. C’è relazione tra gli argomenti e il fatto che sia un album autoprodotto?

«Sostanzialmente mi sono sempre autoprodotto, ma sbagliavo a regalare i diritti e le edizioni in cambio di una promozione adeguata che poi non avveniva».

Ora lei tiene concerti/convegni e ha un blog piuttosto militante. Sta diventando il Beppe Grillo di centrodestra? Ha mai pensato di fondare un movimento o ne supporta qualcuno già esistente?

«Sono un artista libero e canto ovunque mi facciano esprimere. Non ho lo la tessera di nessun partito, dico ciò che penso e di conseguenza mi danno una collocazione. Io mi metto a ridere perché nessuno sa mai cosa potrei dire di lui, da sinistra a destra».

Parla meno di famiglia e bambini e più di potere e pensiero unico…

«Ho fatto un disco a 360° che parla di finanza, economia, diritti e sociale. Non si trova nei negozi e si  può ordinare solo a ufficiostampa@povia.net».

In Chi comanda il mondo parla di «una dittatura di illusionisti finti economisti equilibristi terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti» e nel video lei ha il simbolo dell’euro dipinto sulla faccia: un po’ forte no?

«E non si è accorto che nel video ci sono anche Mario Draghi, Angela Merkel, la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e il panfilo Britannia dove nel ’92 si è decisa la svendita dell’Italia? Questi sono quelli che ci comandano, bene o male decidetelo voi. L’euro non è una moneta, è una dittatura. Ormai l’hanno percepito tutti».

Mi sono accorto, sì. Il suo è complottismo un po’ inquietante.

«Il complottismo è quando non ci sono documentazioni. Io documento tutto ciò che dico e per questo ringrazio anche Paolo Barnard, l’unico giornalista di inchiesta serio in Italia».

Un po’ se le va a cercare… non le va bene nemmeno Garibaldi.

«Pensi che c’è gente che crede ancora che uno con mille soldatelli abbia conquistato un regno di 9 milioni di persone. Povero Sud: aveva tre volte la ricchezza di tutti gli Stati del nord messi insieme. E non lo dico io, ma importanti storici revisionisti. Prima dell’unità di Italia al sud non esisteva emigrazione né disoccupazione».

C’è qualcuno o qualcosa in giro che le suscita un sorriso se proprio non vogliamo azzardare un moto di speranza?

«L’innocenza dei bambini».

La Verità, 2 aprile 2017

 

 

 

 

«Io, tronista per Tempi, sogno di fare lo zampognaro»

Alessandro Giuli è uno che ama il folclore, la filosofia, la storia delle religioni e si dice contento per il ritorno dei giovani all’agricoltura. Ma la sua passione più insana è quella per la zampogna laziale: «Roba seria», assicura. «Il mio maestro, Alessandro Mazziotti, si è esibito al Bolscioi di Mosca e in tutti i maggiori teatri europei. Il giornalismo? Stupendo. Fosse per me farei lo zampognaro. Ma dubito che la mia famiglia sarebbe contenta». Quarantadue anni, già vicedirettore del Foglio con Giuliano Ferrara, è padre di una bimba avuta dalla sua compagna che lavora a SkyTg24. A breve tutta la famiglia si trasferirà a Milano. Due mesi fa la sua nomina alla direzione di Tempi ha colto tutti di sorpresa.

Che cosa ci fa un giornalista di destra al vertice del giornale storicamente vicino a una parte di Comunione e Liberazione?

«I giornalisti di destra che hanno avuto rapporti con il giornale vicino a una parte di Cl sono più d’uno. Giuliano Ferrara firmò l’editoriale del primo numero, ha collaborato Mattia Feltri, che non è di sinistra, e io stesso, mediatore Ubaldo Casotto, anche lui vicedirettore del Foglio, da non ciellino e non cattolico, ho provato il gusto di scrivere per Tempi. Per diventarne direttore doveva succedere qualcos’altro. Con due nuovi azionisti che non vengono da quel mondo sono cambiati la missione e il progetto editoriale. Il che non significa che sia venuto a de-ciellinizzare Tempi, ma a provare a dilatarne la presenza nel dibattito pubblico. I 5.000 abbonati e i lettori che lo comprano in edicola continueranno a trovarci le battaglie di sempre, umanistiche prima che confessionali».

Come ci sei arrivato?

«Su richiesta di Valter Mainetti, editore anche del Foglio di cui ero condirettore, concorde col suo socio alla pari, Davide Bizzi».

Com’è cambiato l’assetto societario?

«Ora Mainetti e Bizzi sono i proprietari. In continuità con la società precedente, nel Cda è rimasto Samuele Sanvito, con un diritto di tribuna».

Valter Mainetti, ad di Sorgente Group, editore del Foglio e Tempi

Valter Mainetti, ad di Sorgente Group, editore del Foglio e Tempi

A chi si rivolge il nuovo Tempi?

«A un mondo conservatore che non teme di definirsi tale. In un’epoca di dissipazione e rottamazione dirsi conservatori ha qualcosa di eroico. La prima cosa che vorrei conservare è l’interesse nazionale».

Vasto programma.

«Se ci pensi, oggi tutti cercano un patrocinio internazionale. Vorrei fare un giornale che piacerebbe a Enrico Mattei».

Il grande capo dell’Eni…

«Voleva difendere la nostra indipendenza energetica, e quindi politica, nello scacchiere della Guerra fredda».

Un giornale sovranista?

«Si può essere sovranisti in modo liberale, senza essere leghisti travestiti da italiani».

Hai una soglia di vendite?

«È presto per parlarne. Abbiamo l’ambizione, e sta già succedendo, di farci leggere da una fascia di giovani che va dai neodestristi vicini ad Alain de Benoist ai moderati di Stefano Parisi. In quest’area ci sono il mondo berlusconiano e quello che guarda a Giorgia Meloni. Detto questo, ho portato Walter Veltroni a scrivere di cinema letteratura e musica, per rievocare il gusto del primo Foglio di ospitare posizioni lontane».

Il servizio di cui vai più fiero?

«La copertina sull’età del lupo».

Perché?

«Intanto, era bella. Poi sono riuscito a inserire nello stesso contesto il simbolo della nostra età inselvatichita, l’animale più simile all’uomo nei suoi tratti di nobiltà carnivora, monogamica e di branco. Infine, mi pare di aver gettato un po’ di luce sulla possibilità di occuparsi della natura senza essere fondamentalisti dell’ambiente o sradicati moderni».

E la lunga intervista a Daria Bignardi, direttore di Rai 3?

«È venuta dall’idea di una sua collaboratrice delle Invasioni Barbariche. Ho accettato volentieri per due ragioni. La prima, perché conosco Daria Bignardi e la apprezzo nonostante la diversa formazione. La seconda, perché nella logica della rinnovata apertura di Tempi ci può stare anche un servizio sull’eterno dibattito intorno alla Rai».

Tra le ragioni non ci sarà pure la tua collaborazione con la rete?

«Se è per questo, sono da tempo quasi un arredo della Rai. Ero consulente di Politics. Sono spesso ospite di Lineanotte, Agorà, Mi manda Raitre».

Lo sottolineano anche i lettori nelle lettere.

«Il piano editoriale contempla il volto sempre più stanco del direttore che occupa gli ultimi spazi tv per promuovere il giornale».

Paga?

«Paga, paga. Diciamo che le copie in edicola sono inferiori a quelle degli abbonamenti, ma in questi due mesi sono cresciute del 60%».

Anche Amicone andava in tv.

«Meno. Nell’ultimo anno, da consigliere comunale, quasi per niente. Io sono uno scienziato della presenza televisiva».

Mi dai l’algoritmo?

«Come tutti i piani è biodegradabile e con data di scadenza. Si va forte all’inizio, variando la presenza per reti e orari per parlare a pubblici diversi. E si cerca di collegare l’ospitata a un servizio del giornale. Lo so, rischio l’effetto tronista».

Visto dall’interno, perché Politics ha fatto flop?

«Ti rispondo alla D’Alema: mancava l’amalgama. Nonostante la qualità dei professionisti in campo».

Nel penultimo numero di Tempi c’erano lunghi articoli sul Pakistan e aulla guerra dei Copti: fanno vendere?

«Però in copertina c’erano le donne smutandate sulla scalinata del Vittoriano. Comunque sì, fanno vendere. Tempi ha una grande tradizione di reportage sui luoghi sensibili delle persecuzioni religiose e culturali. Rodolfo Casadei è uno dei primi cinque inviati in Italia su questi quadranti geopolitici. Gli abbonati si aspettano queste inchieste e sono severi nel giudicarle. L’ultima numero è sui Regni dimenticati, dal libro di Gerard Russell per Adelphi, con un’intervista a Alberto Negri autore de Il musulmano errante».

La copertina dell'ultimo numero di Tempi

La copertina dell’ultimo numero di Tempi

Su Tempi c’è molto Foglio, Giuliano Ferrara, Pietrangelo Buttafuoco…

«E Sandro Fusina, Guia Soncini. Arriverà anche Carlo Rossella. Stile old Foglio».

La tua permanenza lì era impossibile?

«Il giornale era cambiato ed era giusto che cambiassero anche i dirigenti. Sono stato un grande elettore di Claudio Cerasa direttore. Ho colto prima di altri i tratti dell’enfant prodige».

Il divorzio è stato per un casus belli o per incomunicabilità crescente?

«È stata una separazione consensuale, senza episodi cruenti. Non è andata come in altri casi nel mondo del giornalismo disallineato rispetto al principato renziano. Si è conclusa una storia d’amore, ma non mi sento vittima del renzismo».

Sul Foglio hanno scritto e scrivono da Marianna Rizzini a Ubaldo Casotto, non c’era spazio solo per te?

«La mia giornata era così. Arrivavo in redazione la mattina con il mio cane Rufus, facevo le mie proposte, scrivevo quando c’era bisogno e spazio, avevo una rubrica cui ero molto affezionato. È stata anzitutto una mia scelta non interferire con una linea editoriale più al passo con i tempi».

Al passo coi tempi vuol dire allineati al nuovo capo?

«Vuol dire al passo con i tempi. Partendo dal presupposto che non è il mio tipo, ho riconosciuto a Renzi alcuni meriti».

Da quali giornali inizi al mattino?

«Dal Fatto e dalla Verità».

Giornali corsari.

«Giornali contundenti».

Che cosa pensi della Rai di Antonio Campo Dall’Orto?

«Ha il difetto dell’astrazione, il pregio della visione e la difficoltà di una struttura che è come una foresta pietrificata».

Irriformabile?

«Servirebbe una dittatura commissaria per riformarla. Campo Dall’Orto forse è troppo educato».

Come si fa a staccarla dalla politica?

«Bisogna? Se non la si privatizza credo sia meglio lottizzarla bene, con regole cencelliane».

Antonio Campo Dall'Orto: per Giuli è troppo educato per riformare la Rai

Antonio Campo Dall’Orto: per Giuli è troppo educato per riformare la Rai

Che cosa guardi in tv quando non ci sei?

«Documentari di storia antica e sugli animali, molti cartoni animati con mia figlia. Meno le partite della Roma».

Contenuti inattuali.

«Essendo assalito dall’attualità, cerco di astrarmene. Più che guardare la tv, leggo».

Gli ultimi tre libri?

«Castor di Claudia Santi, un libro di storia delle religioni. Faccio parte della Società italiana di storia delle religioni… A che servono i Greci e i Romani di Maurizio Bettini. E Quando non morremo, un libro del 1911 di Mario Palmarini che descrive l’arrivo di un papa francescano che sbaracca il Vaticano. Anticipatore».

Lo dici in senso positivo?

«Lo dico incuriosito dal momento che sta vivendo la Chiesa».

Storia delle religioni e della Chiesa da non cattolico?

«Secondo certe convenzioni potrei essere definito pagano. In realtà, penso che il sacro animi il mondo».

Perché la foto del tuo profilo Twitter è un lupo?

«Mi sembra preferibile a un’inutile foto di sé stessi. Sono romano e il lupo è l’animale fondativo di Roma. Anche se vado in tv per ragioni aziendali, non amo l’esposizione. Le foto private sono private. Non sono su Instagram e sul profilo Facebook non c’è nulla di personale. Bisogna presumere di avere cose molto interessanti da dire per parlare di sé».

Chi è il personaggio in effige sul profilo di Whatsapp?

«È Callimaco Esperiente, nom de plume di Filippo Buonaccorsi, grande umanista della seconda metà del Quattrocento, fondatore con Pomponio Leto dell’Accademia romana. Ha avuto una vita avventurosissima. Studioso di storia antica e arti magiche, promotore delle lettere italiane nelle corti europee. Aveva il nasone anche lui…».

Concordi con Galli della Loggia quando dice che la destra si propone solo come anti sinistra?

«Sarebbe un passo avanti visto che con Gianfranco Fini si proponeva come una sinistra in ritardo».

Ti accontenti di poco.

«La verità è che la destra è morta con Tommaso Staiti di Cuddia. Galli della Loggia vede qualcosa che non è vera destra».

Vede disorientata l’area cui si rivolge anche Tempi. Spesso i media di quest’area si distinguono per piglio «anti». Si può creare un percorso costruttivo?

«Viviamo l’età dell’odio. Basta guardare sul web lo stile grillino di tanti antigrillini. Ci sono due partiti della nazione, quello di Grillo e quello degli anti Grillo. Quando ci troveremo di fronte al rischio concreto, ci sarà una reazione generale per cui i volenterosi governativi si opporranno agli apocalittici grillini. In questa situazione le categorie di destra e sinistra sono superate, diluite in entrambe gli schieramenti».

 Che cosa succederà tra Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni?

«Troveranno un modus vivendi. Berlusconi non butta via mai niente. E, finché può, anche se non lo dice, cerca di radunare tutti gli spezzoni».

Sicuro?

«Berlusconi ha la sindrome di Fatuzzo, il capo del partito dei pensionati col quale nel 2004 saltò l’alleanza e per quella manciata di voti perse le elezioni. È l’unico vero bipolarista inclusivo perché declina la vocazione maggioritaria in senso onnicomprensivo. Berlusconi ha trasformato i fascisti in moderati, pure troppo. Renzi ha trasformato i socialdemocratici in comunisti, pure troppo».

 

 

«Titanic Italia? No, vedo un lento decadimento»

Professore, in Italia si può cambiare posizione politica senza essere etichettati come traditori? «Sì, si può a due condizioni. La prima è che non si traggano vantaggi personali dal proprio cambiamento, perché allora sarebbe un cambiamento tacciabile di opportunismo. La seconda è che si spieghino le ragioni del proprio mutamento». Qualche mese fa Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista principe del Corriere della Sera, autore di interventi di grande lucidità sul momento della nostra Italia, ha mandato in libreria per Il Mulino un saggio intitolato Credere, tradire, vivere. È un’articolata riflessione, in parte autobiografica, che prende le mosse dalla parabola vissuta dalla generazione protagonista del ’68, nella quale molti, lui tra questi, dopo aver idealmente ucciso i padri sostituendoli con nuovi maestri, sono rimasti delusi dalle loro lezioni, oltre che dagli eventi della storia, e hanno deciso di allontanarsi dalle rive della sinistra comunista, chi avvicinandosi alla fede, chi scegliendo altre appartenenze.

In questi giorni Galli della Loggia sta invece preparando l’introduzione a un nuovo saggio in uscita da Marsilio che si concentrerà sugli ultimi vent’anni, per analizzare la crisi delle identità politiche e ideologiche, le nuove emergenze sociali, etiche e ambientali, la perdita dei legami tradizionali.

Da qualche tempo stiamo assistendo all’avverarsi della profezia del filosofo Augusto Del Noce che sosteneva che il vecchio Pci si sarebbe trasformato in un «partito radicale di massa». Sembra anche a lei che oggi la sinistra persegua traguardi di natura etica più che di equità sociale?

«È ciò che sta avvenendo. Ma va detto che, all’epoca, a Del Noce potevano sfuggire alcuni aspetti dell’evoluzione sociale italiana. Oggi non ci sono più gli operai e per i partiti di sinistra votano pensionati, professoresse della Cgil, strati dei ceti medi. Tuttavia, quel che resta del Pd mantiene un minimo collante sociale. Se dovessimo cercare una profezia sulla destra non sapremmo a chi rivolgerci. L’idea di rappresentare il popolo delle partite Iva si è rivelata un’illusione. La destra ha un elettorato, ma non sa esattamente quale sia».

Il filosofo Augusto Del Noce

Il filosofo Augusto Del Noce

Forse perché non ha più un partito perno come qualche anno fa?

«Credo che la causa principale sia la mancanza di argomenti. Oltre l’idiosincrasia nei confronti degli immigrati non riesce ad andare. Anche la promessa di abbassare le tasse è illusoria finché persiste questo mostruoso debito pubblico».

La nuova emergenza sono i temi etici: eutanasia, nuove genitorialità, uguaglianza a tutti i livelli delle coppie dello stesso sesso. Il pensiero unico che sostiene l’emergenza etica è il politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è un’ideologia che riguarda una minoranza della popolazione. Forse un milione di persone tra addetti alla comunicazione, intellettuali, strati colti. Dopo il caso del ristoratore di Lodi, ho visto un servizio in tv su una sezione del Pd di Bologna. Bene, gli iscritti erano tutti a favore della libertà di sparare per difendersi. Un’opinione che non differiva in nulla dalle posizioni leghiste. Per il resto, sì: il politicamente corretto è la nostra ideologia ufficiale, non lo è in Francia e Gran Bretagna. Italia e Germania sono politicamente corrette perché devono farsi perdonare il loro passato scorretto».

Non trova che su questi temi il punto di vista dei cattolici sia sottorappresentato?

«I temi etici non possono essere presi in blocco. Anche la Chiesa concorda con la necessità di ridurre l’accanimento terapeutico. Tutt’altra faccenda è l’utero in affitto, una mostruosità che va avversata e punita. Come mostruosa è stata la sentenza di quel tribunale che ha tolto la figlia ai genitori perché ritenuti troppo anziani».

In tema di adozione per le coppie omosessuali i nostri tribunali sono sordi al pronunciamento della Corte di Strasburgo che ha stabilito la necessità di un legame biologico.

«La nostra magistratura opera con l’idea di tutelare i diritti, sostituendosi ai legislatori. È una scimmiottatura del diritto anglosassone per il quale il giudice, anziché applicare la legge come prescrive il diritto romano, difende e instaura dei diritti in modo creativo. Agli intellettuali e ai giornalisti bisognerebbe aggiungere i giudici tra le categorie politicamente corrette».

A destra sembra che si pensi che la risposta al correttismo siano i modi spicci, un certo massimalismo negli argomenti, anziché il discernimento. Concorda?

«Al tuo partito preso contrappongo il mio. L’importante è non affrontare il merito delle questioni. I talk show sono la messa in scena di questi radicalismi simmetrici utili a innalzare gli ascolti. La destra non riesce a organizzare una proposta che vada oltre il rifiuto degli immigrati e il rifiuto delle tasse. Questo la candida a essere votata solo come anti sinistra, non come portatrice di un discorso propositivo autonomo».

Possono essere i populismi la risposta al politicamente corretto?

«Non mi convince il modo in cui viene usata questa parola. Essendo governo del popolo ogni democrazia è in un certo senso populista. È questione di misura, certo. La xenofobia, l’isteria anti islamica e il nazionalismo sono sbagliati. Anche l’uso del termine sovranismo va precisato. La nostra Costituzione dice che la sovranità appartiene al popolo. Da parte leghista si tende a confonderla con la difesa dei confini. La sinistra manifesta disprezzo per i cosiddetti sovranisti, ma quando difende la nostra autonomia dalle ingerenze di Bruxelles, il governo di sinistra si mostra sovranista, e giustamente. In generale, la gente desidera essere padrona a casa propria e governata da persone che parlino la propria lingua. Non mi sembrano esigenze antidemocratiche».

Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg

Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg

Che cosa pensa dell’affinità elettiva tra il renzismo e i marchi della new technology?

«Parlerei di innamoramento culturale. I grandi marchi americani hanno visto in Renzi il loro portabandiera in Europa. Ma il recente viaggio in California dell’ex premier è sembrato la gita di un ragazzo di Firenze. Che i vari Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e George Soros siano i profeti del futuro è una favola che fa sorridere. Come fa sorridere questa ideologia universalistica in cui siamo tutti pacifisti, animalisti, vegani, propugnatori delle nuove genitorialità e degli uteri in affitto, un po’ new age, il cristianesimo ci fa schifo… È una poltiglia buonista che nasconde certi inferni che si vivono nel mondo. A cominciare da quello delle miniere del Congo, dove in condizioni di schiavitù, si estrae il silicio che arricchisce i big della Silicon Valley. E sul quale il nostro ex premier dovrebbe avere informazioni sufficienti».

Tra ideologia del politicamente corretto da una parte e popolazione poco ascoltata dall’altra che ruolo può avere la Chiesa di papa Francesco?

«Avendo radici sudamericane, Bergoglio non ha lo stesso rapporto drammatico con il Vecchio Continente che aveva il tedesco Ratzinger. In Europa, che crede ormai scristianizzata, Francesco si fa portavoce delle istanze dei poveri del mondo. Le origini sudamericane si notano anche nella critica al capitalismo di sapore anti yankee».

Sui temi etici però sembra allineato con la cultura di Obama…

«Ha scelto una posizione non contrappositiva. Dobbiamo ricordarci che Bergoglio è un gesuita e i gesuiti sono maestri del “caso per caso”. Francesco applica questo spirito gesuitico, non inquisitoriale. Con la possibilità che alla fine risulti vincente nel dialogo con parti importanti della società. La Chiesa ha uno sguardo più lungo, ragiona con i secoli. I cattolici tradizionalisti dovrebbero leggere più libri di storia e riflettere sulla sconfitta del Risorgimento, in cui si è visto che contrapporsi alla modernità e ai valori liberali può essere catastrofico».

A volte certe espressioni di papa Francesco lasciano perplessi.

«Perché parla spesso a braccio. “Chi sono io per giudicare” ha messo in discussione secoli di magistero. Se la sua apertura al dialogo e la sottolineatura della centralità delle periferie porteranno a un concordato con la Cina e il suo miliardo e mezzo di abitanti, avrà avuto ragione lui. Capisco che una parte dei cattolici europei sia in imbarazzo, ma dobbiamo ricordare che la partita si gioca nel mondo intero».

Papa Francesco in una sua tipica espressione

Papa Francesco in una sua tipica espressione

Proviamo a proiettarci nel futuro. Come vede quello di Renzi?

«Ci vorrebbe la sfera di cristallo. Se il 30 aprile vincerà le primarie, avrà davanti la sfida più difficile. Cioè, superata la salita del Pd ne troverà una più ripida. Mi chiedo: alle prossime elezioni il candidato sarà lui o Gentiloni? Infine, bisognerà prendere un voto in più del M5s».

Berlusconi riuscirà a ricompattare il centrodestra?

«Berlusconi è un genio della comunicazione. Con la foto al McDonald’s nella quale leggeva con attenzione il menù, ha parlato a chi frequenta i fast food, agli investitori pubblicitari, a chi guarda la tv. Berlusconi conosce il suo pubblico, ma non sempre il pubblico vota per lui. Però a destra non si vede nessuno che possa essere suo concorrente. Nonostante gli sconfinamenti a Napoli, un leader nazionale non parla come Salvini».

Moriremo grillini?

«Tutto sembra convergere in quella direzione. Anche se in Italia ci sono sempre le intercettazioni…».

Cosa vuol dire?

«Che ci sono tante incognite».

Che cosa pensa dello scambio di favori tra Pd e Forza Italia nel voto sulla mozione di sfiducia al ministro Lotti e per la decadenza da senatore di Augusto Minzolini?

«È evidente che il Pd e Forza Italia sono destinati a governare insieme. Le alleanze si costruiscono anche così, non mi scandalizzo. Detto questo, c’è una faziosità nella politica italiana che spesso impedisce una riflessione approfondita. I grillini non applicano lo stesso criterio quando le indagini riguardano qualche loro esponente. Lotti era in una situazione oggettivamente complicata e anche se non è automatico che scattino sempre le richieste di dimissioni, credo che avrebbe fatto bene a fare un passo indietro. Come in passato fecero i ministri Annamaria Cancellieri, Federica Guidi e Maurizio Lupi».

Ci sono margini di ripresa per il nostro Paese?

«Sono pessimista».

Titanic Italia?

«Non vedo un iceberg, ma una decadenza progressiva. Stiamo già uscendo dal gruppetto di testa delle potenze mondiali in cui pensavamo di stare per diritto. I nostri marchi storici sono preda degli stranieri. Nessuno si occupa dell’assetto idrogeologico del Paese che sta fisicamente sgretolandosi. Ponti, argini…».

 

La Verità, 19 marzo 2017

 

Josi: «Così è nato lo spot tormentone della Tim»

Incontri Luca Josi e non sai da dove cominciare. Da Bettino Craxi e i nomignogli che gli hanno affibbiato: Hammamet express, l’apostolo, l’aspirante martire del craxismo, l’ultimo repubblichino della Repubblica di Salò di Craxi? Oppure dai cinque Telegatti vinti quando faceva il produttore tv con Einstein Multimedia, prima di chiudere a causa della vicenda riguardante la fiction Rai Agrodolce? Dal matrimonio con Laura Paglieri, famiglia Felce Azzurra, o da quello con Luisa Todini, famiglia di grandi costruttori? O dal nuovo ruolo di capo della comunicazione di Tim (formalmente: direttore della struttura Brand Strategy e Media), ideatore e curatore, tra mille altre cose, dello spot con il ballerino Sven Otten che ci ha stregato prima durante e dopo il Festival di Sanremo? Forse intuendo i miei impacci, parte lui da quand’era bambino, promessa del nuoto a Genova, due allenamenti e una ventina di chilometri al dì, genitori socialisti nella città dove nacque il Psi e si andava al cinema nella Sala Sivori, luogo della fondazione. Il padre Giuseppe insegna Statica delle navi all’università e, per capire il tipo, a un tal Lelekis fa ripetere l’esame 32 volte. La madre è giudice minorile, poi preside di una scuola privata. Il più ignorante del casato ha tre lauree. L’unica a non aver studiato è nonna Margherita, discendente di Marco Antonio Bragadin, ammiraglio della Serenissima che resistette agli Ottomani nell’assedio a Famagosta (Cipro), poi catturato e scorticato vivo perché rifiutò di convertirsi all’islam. La nonna gli ripete questa storia, ma lui alla fine s’iscrive all’università. Ma siccome, nel frattempo, la passione politica ha scalzato il nuoto, studia a Genova e va alle riunioni dei giovani socialisti a Roma, dormendo in treno. Tre volte la settimana per tre anni, questa è la tigna. Più che un grande irregolare, Josi è una presenza che smuove il senso di colpa collettivo nei confronti di Craxi. Si definisce un «salmone orfano»: salmone perché essere craxiano dal 1992 al 2000 è piuttosto controcorrente, orfano perché nel frattempo il Psi è scomparso. A Roma poi esplode la passione per la storia dell’arte. Tuttora viva al punto che, entrato nel Cda della Fondazione di Telecom, chiamato dal presidente Giuseppe Recchi, si butta nel piano di ripristino del Mausoleo di Augusto a Roma («il più grande monumento sepolcrale del mondo dopo le piramidi, che consegneremo alla cittadinanza in meno di due anni»). Una volta in Telecom, complici altri cambiamenti, nell’aprile 2016 l’ad Flavio Cattaneo gli affida la responsabilità della comunicazione. Nel frattempo è tornato anche l’amore per il nuoto e, a 50 anni, Josi fa ancora i 100 stile libero in un tempo inferiore al minuto.

Dunque, cominciamo dalla fine. Com’è nato questo spot così magnetico, contagioso, virale?

«È nato nella mia famiglia allargata; tra figlie, figli e la mia amatissima compagna Allegra: la persona con cui guardo e condivido meglio il mondo. In casa, anche noi, siamo tenaci navigatori della rete, tutti frequentatori di questo straordinario modo di viaggiare da fermi».

Uscendo dalla metafora?

«A settembre ci siamo ricordati di quel ballerino che avevamo visto qualche tempo prima. Per la nostra comunicazione cercavo qualcosa di semplice nella sua ripetitività – una legge, un mantra, per chi viene dall’avere lavorato coi format – e il ballo di Sven era perfetto. Lo era già nel suo video autoprodotto in bianco e nero, con quelle inquadrature pulite e quel continuo volteggiare degli arti che sembravano indicare i quattro angoli dello schermo lasciato vuoto per poterci inserire le nostre parole».

E la musica?

«C’era già. Sven infatti ballava nella sua camera su All Night di Parov Stelar. Abbiamo preso il binomio completo. Loro due nemmeno si conoscevano. Sven è tedesco, ha 29 anni e una storia perfetta da raccontare: era un programmatore di computer, che per la tendenza ad appesantirsi, con conseguenti problemi alla schiena, aveva deciso di dimagrire e gli era venuta l’idea del ballo. Da autodidatta aveva cominciato a scaricarsi dei tutorial dalla rete per imparare i primi passi, poi si era appassionato a questa musica al punto d’inventarsi un ballo per interpretarla».

Adesso quando la senti nelle sigle della Serie A, nella testa vedi Sven che balla…

«È l’elettro-swing. Lo swing è nato negli anni Trenta e ha rappresentato una reazione, fisica, alla depressione economica. Da lì vengono una serie di sonorità e danze nuove, più spensierate e positive. Nel 2012, Stelar, ha creato questo brano, una versione elettro dello swing. E così, ci siamo ritrovati tra le mani questa chicca».

Un brano che sprigiona energia.

«Come tutto ciò che tira fuori il meglio di noi, regala qualche secondo di allegria, un sorriso e un po’ di buon umore. Questa campagna è diventata precocemente virale. Non era ancora partito il concorso per le reinterpretazioni del ballo rivolto sia ai singoli consumatori che possono mandare un video autoprodotto che ai dipendenti delle aziende che possono proporlo con tanto di marchio del gruppo – su www.ballacontim.it online da mercoledì – che lo spot aveva già prodotto più di 200 imitazioni e una ventina di parodie. Tutte nate spontaneamente; il sogno di ogni pubblicitario».

Rischio di sovraesposizione?

«Sono quei rischi che ognuno si augura sempre di dover gestire».

Quindi, spot stupendo: ma il prodotto è stato comunicato in modo efficace?

«Esistono un’infinità di casi di pubblicità famose per qualità delle immagini e dei suoni che si sono rivelate di scarsa efficacia per il prodotto di cui erano ambasciatrici. Noi abbiamo avuto un risultato eccellente in tutte le sue declinazioni. Al di là della piacevolezza, quella musica e quel modo di portare le parole dell’offerta è talmente semplice che lo spettatore ricorda con precisione il contenuto della proposta commerciale».

È la prima volta che c’è uno sponsor unico al Festival di Sanremo. Come l’avete deciso?

«Ricordiamo la leadership del gruppo presidiando gli eventi e i fenomeni principali della nostra società come la Serie A del calcio o la scuderia Ducati. Ci siamo chiesti quindi quale fosse il Superbowl italiano e la risposta era senza dubbio il Festival di Sanremo che realizza ascolti irriproducibili».

Avrete stanziato un super budget.

«Se intende sugli investimenti pubblicitari la risposta è no. Abbiamo riscontrato però che la percezione, anche da parte degli addetti ai lavori, è stata quella di un investimento infinitamente superiore a quello reale. Il che significa che abbiamo speso molto molto bene i nostri soldi per la resa che hanno avuto. La tempesta perfetta si è vericata a Sanremo dove si sono incontrati l’evento più evento del panorama italiano e lo spot del momento. Quando il nitro incontra la glicerina scaturisce qualcosa di esplosivo».

A proposito di super budget, com’è arrivata Mina?

«Come una cosa bella. A Sanremo ci siamo chiesti: perché le telepromozioni devono essere percepite come un prodotto minore della comunicazione? Così ci è venuta l’idea di creare uno spettacolo nello spettacolo, provando a immaginare un piccolo musical in stile bollywoodiano derivato dallo spot. Recchi e Cattaneo hanno sposato l’idea e sono stati i primi veri sponsor di questa campagna. Si è innescata una sorta d’isteria produttiva: abbiamo avuto il via libera il 15 gennaio e abbiamo iniziato a girare i filmati a Cinecittà il martedì precedente all’inizio del Festival».

E Mina?

«Ho la fortuna di averla amica. Lei ha avuto fiducia nell’idea che le ho proposto. Ed è successo quello che avete visto e ascoltato. La mia più grande preoccupazione era di realizzare qualcosa che fosse rispettoso del suo mito. Mina, che come tutte le persone di genio vive della sua curiosità imprevedibile, ancora una volta ha trovato il modo di divertirsi, stupire e reinventarsi. L’idea di cantare “Tim Tim Tim” è sua. Un guizzo mozartiano di un personaggio dal talento inesauribile».

Da quanto tempo esiste questo rapporto con Mina?

«Siamo amici, ci conosciamo da anni e, appunto, se devo immaginarmi il genio o spiegarlo, penso a lei e a pochi altri. Sono quelle intelligenze carsiche delle quali non riesci mai a capire come costruiscano i passaggi che le portano a intuizioni, a sintesi, che altri producono, faticosamente, dopo percorsi lunghi, concatenati (sempre che le producano). Il genio, invece, all’improvviso ti dà un’intuizione che con istinto animale ti spiazza. È come se fosse già in possesso di una soluzione che agli altri mancava, quello che si definisce “nascere imparato”. Mina è così, una persona imparata in tutte le situazioni, mai fuori luogo, non s’identifica con una stagione attraversandole tutte da protagonista».

C’è un episodio, una frase, una situazione che l’ha particolarmente colpita in questa amicizia?

«Le amicizie e i sentimenti privati si definiscono tali proprio perché lo restino».

Questa campagna della Tim è il suo ritorno pubblico nel mondo della comunicazione. Una sorta di rinascita dopo anni difficili?

«Per rinascere bisogna morire. Vengo da una famiglia di trattori, gente ligure che, se china il capo, vuol dire che sta prendendo la rincorsa per tirarti una testata. Negli anni della tv ho vinto cinque Telegatti, prodotto migliaia di ore del primetime televisivo, organizzato il Live8 del 2 luglio 2005 (il più grande evento musicale italiano). Ho incontrato poi momenti cattivi concepiti da personaggi peggiori (non sono credente, ma credo che convenga anche a questi tizi che Dio non esista). Mi hanno aiutato oltre alla mia famiglia, meravigliosa, poche persone e devo a loro se sono qui. Non sono stati anni facili, ma sono cresciuto con mia nonna paterna che al posto delle favole mi raccontava la storia dell’avo Marco Antonio Bragadin; qualcosa di diverso da Biancaneve. Da parte di mia madre, nelle mezze parole liguri, ascoltavo invece quella del tenente Piero Borrotzu, che a 22 anni si consegnò ai nazisti per scambiare la sua vita con quella dei cittadini di Chiusola. Non c’è un grammo di retorica in questi ricordi: erano uomini come noi, come me; persone che hanno affrontato prove assolute, con coraggio, forza e senso del dovere che riduce a un pizzicotto ognuno dei miei mostri».

A proposito di quei tizi mi permetto di dire che devono sperare nell’esistenza di Dio, perché Lui perdona… Comunque, l’esperienza di produttore tv è la sua seconda vita, la prima è stata la politica. Quando parlava dell’intelligenza di Mina, mi chiedevo come classificasse quella di Craxi.

«Anche di Craxi non si capiva come arrivasse alla sintesi, all’idea finale. Andreotti raccontava spesso che quando andavano insieme a qualche meeting politico, lui impiegava il tempo del viaggio a studiare i dossier, mentre Craxi si sdraiava e dormiva per poi rinvenire quando l’aereo iniziava la discesa. A quel punto, scartabellava velocemente il plico immergendosi in silenzio in quelle carte; una volta raggiunto il tavolo del consesso era però sempre lui quello che poneva il pallino al centro della conversazione focalizzando l’aspetto strategico della questione. E Andreotti lo ricordava con un filo d’ironica invidia».

Lei come lo ricorda?

«Come il mio miglio amico e il mio leader».

Oggi che rapporto ha con il mondo della politica?

«Protetto. Guardo la tv e vedo che c’è un sacco di gente che ne parla, che ne discute; probabilmente, da qualche parte, ce ne sarà qualcuno anche capace di farla. In generale, mi sembrano tempi eunuchi, pieni di personalità calviniste con il prossimo e cattoliche con sé stesse».

Può esemplificare? C’è qualcuno che l’ha particolarmente delusa e, al contrario, qualcuno che le suscita un briciolo di speranza?

«La politica necessita di un fondo di ottusità: quella di sentirsi indispensabili all’umanità. Alcuni, se non lo sono per davvero, risultano almeno utili; l’altra gran parte, sono rinunciabili o interscambiabili. Però la politica è imprescindibile perché dovrebbe servire a reagire alle ingiustizie e alle prepotenze. Perché si occupa della vita di ognuno di noi e se tu non affronti i problemi loro troveranno te e avrai solo perso tempo. Da noi il coraggio e l’impegno ci si immagina abbiano effetti retroattivi. Sopraggiungono dopo sperando che abbiano effetto sulle codardie e le negligenze del prima».

Piercamillo Davigo, presidente dell'Anm (Franesco Garufi)

Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm (Franesco Garufi)

Di recente Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, ha detto che a 25 anni da Mani pulite la politica è ancora più corrotta. Concorda?

«È probabile. In un certo senso Tangentopoli somiglia a una terapia antibiotica interrotta anzitempo, che ha rafforzato la malattia. Craxi fu l’unico ad autodenunciarsi in Parlamento per il problema del finanziamento illecito ai partiti. Tacquero tutti. Non era il: “Tutti colpevoli, nessun colpevole”, ma il tutti colpevoli e basta. Nel frattempo la mitragliatrice di Tangentopoli aveva esaurito il nastro delle sue munizioni e fu così che resistettero i nani e le ballerine. I primi avvantaggiati dall’altezza e le seconde dalla mobilità».

 

Cosa la fece diventare craxiano proprio mentre prendeva corpo l’azione di Mani pulite?

«Sono stato l’ultimo segretario dei giovani del Psi di Craxi. Ci siamo messi a difendere una storia non nostra perché sapevamo ci sarebbe ricaduta in testa. E soprattutto perché pensavo che se fossimo stati così pessimisti da non voler difendere il nostro futuro non potevamo essere, contemporaneamente, così ottimisti da sperare che qualcuno lo facesse al posto nostro. Perché alla fine appare sempre che sono i buoni a vincere. E non perché lo siano per davvero, ma perché vincendo, e scrivendosi la storia, lo diventano».

Si sente un irregolare?

«Un carattere nazionale è ormai diventato il galleggiamento. Io preferisco nuotare e penso, come scriveva Ignazio Silone, che il destino sia un’invenzione della gente fiacca e rassegnata».

Per tornare al punto dal quale abbiamo iniziato: quali sono i grandi progetti su cui sta lavorando il terzetto Tim, Josi, Mina?

«Molti, ma non le rovinerò la sorpresa».

 

La Verità, 5 marzo 2017

Delle Piane: «Solo sul set le mie fobie spariscono»

Più che a lui, l’intervista andrebbe fatta ad Anna Crispino, la donna di 36 anni più giovane che lo accompagna e lo assiste in tutto e per tutto da quando lo conobbe, casualmente, alle prove di uno spettacolo al Parco Santa Maria della Pietà di Roma. Lei cantante, lui il suo attore preferito. Incontrai Carlo Delle Piane, sei anni fa, era appena uscita la sua autobiografia (Signori e signore, Carlo Delle Piane; edizioni Testepiene) e Anna era una «grande amica e donna paziente». Ora sono marito e moglie. Vivere insieme, però, no. Abitano vicini e lei gli porta da mangiare tutti i giorni, lo cura, lo accompagna dovunque, ne condivide attività e impegni e sopporta le sue fisime, infinite, con pazienza ma anche con la veracità tipica di una donna napoletana. «Ho una figlia di 14 anni», racconta Anna mentre Carlo si allontana per le sue abluzioni. «I miei rapporti col mondo maschile non sono stati buoni. Ho scelto di dedicarmi a lui. Avevo un padre fragile, pieno di paure, so cosa vuol dire. Ma è dura. Carlo lo sa, e se perdo la pazienza, si spaventa e mi rimprovera».

Ottantun anni compiuti giovedì scorso – «ma li festeggio domenica con pochi amici, Antonio e Pupi Avati» – e 104 film all’attivo, Delle Piane è il più longevo attore italiano avendo esordito nel 1948, quando di anni ne aveva dodici, scelto da Duilio Coletti e Vittorio De Sica a un casting nelle scuole, per il ruolo di Garoffi in Cuore. Da allora ha attraversato tutte le stagioni del cinema, dalle commedie del dopoguerra ai musicarelli, dal neorealismo alle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani. Diretto da Totò, Eduardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Roman Polanski, Steno, Mario Monicelli, Sergio Corbucci, fino a diventare, per qualche anno, l’attore feticcio di Pupi Avati. Ha recitato per Ermanno Olmi, Luca Miniero e Paolo Genovese ed è Il bello del cinema italiano del documentario di Giuseppe Aquino (presto su Rai 5). Uno dei suoi maggiori rimpianti è non aver potuto accogliere l’invito di Jean Jacques Annaud, venuto apposta a Roma per convincerlo a interpretare un frate in Il nome della rosa. «Mi avrebbe messo a disposizione i migliori insegnanti per imparare le battute in inglese. Ma dopo una notte insonne gli dissi di no: non potevo recitare senza capire che cosa mi dicevano gli altri. Io ho imparato da De Sica, quasi un mio secondo padre. Si parla sempre del metodo Stanislavskij e dell’Actor Studio. Io dovrei parlare di De Sica». Il padre naturale di Carlo, sarto in casa sempre oberato di lavoro per mantenere tre figli maschi, era invece uno che recitava inventando continui infortuni per giustificare i ritardi nella consegna degli abiti. La madre Olga, casalinga, allergica al contatto fisico, aveva perennemente in mano uno straccio per spolverare. In mano Carlo ha sempre un fazzoletto di carta che lo protegge dalle maniglie. Fu dopo il risveglio da un mese di coma in seguito a un incidente stradale che, certe fobie latenti, s’impadronirono di lui. Non dà la mano per salutare o fare conoscenza con qualcuno, incarta il cappellino quando se lo toglie per evitare che tocchi una superficie estranea, al ristorante o in auto siede sopra un asciugamano. A un certo punto, salendo dei gradini stava perdendo l’equilibrio e io ho allungato un braccio per sorreggerlo: arrivati al ristorante ha strofinato a lungo la giacca nel punto dove l’avevo toccata. «È una prigione», dice Anna, «ma non ci può fare niente. Le fobie sono il rovescio della depressione. Non prende e non vuole prendere farmaci, avrebbe dovuto iniziare molto tempo fa».

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Due anni fa ha avuto un’emorragia cerebrale, ma oggi la trovo più vivace di quando ci vedemmo nel 2011. Mi ha anche risposto al cellulare…

«Allora non ce l’avevo. Ho dovuto comprarlo quando sono stato a casa di Anna dopo l’emorragia. Lei non possedeva il telefono fisso».

Resta il fatto che mi sembra più dinamico e protagonista.

«Miglioro invecchiando, come il vino. Scherzi a parte, forse è perché ho ripreso a recitare e sono in attesa dell’uscita di un film di cui però non posso anticipare nulla».

Nemmeno il titolo o cast?

«Nulla».

Da spettatore, invece, come lo vive il cinema?

«Non entro nelle sale. Ma credo di non perdermi molto. Amo troppo il cinema per intristirmi con le solite commediole. Forse sono diventato troppo esigente e soprattutto il cinema italiano, così provinciale, mi appare di una semplicità disarmante».

Non salva nulla?

«Poche eccezioni. I film di Paolo Sorrentino, di Ferzan Ozpetek e di Paolo Genovese».

E del cinema straniero, magari visto in tv?

«Mi piace quello di Clint Eastwood, le sue regie così asciutte e personali. Penso a Million Dollar Baby e a Gran Torino. Non era facile prevederlo cineasta quando lo si vedeva nei panni di un cowboy. Mi piace anche Martin Scorsese. Andando indietro amo molto John Ford e Orson Welles: le nuove tecniche della regia e del montaggio sono nate con Quarto Potere e L’infernale Quinlan. E poi Billy Wilder, il più grande di tutti nelle commedie».

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

E tra gli attori?

«Marlon Brando è stato il vero innovatore, libero di inventare e aggiungere i suoi tic. La recitazione moderna è nata con lui, prima erano tutti così misurati. Senza Marlon Brando non ci sarebbe stato Robert De Niro. E anche Gene Hackman, grandissimo in La conversazione di Coppola».

Se dovesse scegliere i tre migliori film del cinema mondiale?

«Una cosa da niente. Metterei Fronte del porto… poi Il Padrino e forse qualcosa di Stanley Kubrick».

C’era una volta in America?

«Non amo molto il cinema di Sergio Leone. Lo trovo un po’ ricercato, troppi primi piani».

Quentin Tarantino?

«Grande regista. Diciamo che il suo cinema, così frenetico, non è il mio. Però ne riconosco il talento».

Tra i suoi film, se dovesse premiarne solo tre?

«Direi Una gita scolastica e Regalo di Natale. E il prossimo di cui non dico nulla, ma di cui sentirete parlare presto».

Il cinema è anche una gioia da condividere: scambia commenti e giudizi con qualche amico?

«Al massimo qualche telefonata. Avevo qualche rapporto negli anni in cui lavoravo con Pupi. Non esco molto e non coltivo le relazioni. Quando lo faccio devo sempre sapere dove vado e cosa trovo, perciò finisco sempre nei soliti posti, dove mi conoscono».

Segue la politica?

«Ne sono totalmente disgustato: vedo solo ipocrisie, false promesse per accaparrarsi i voti, sempre più politici indagati».

Ha sperato in una ripresa con il Movimento 5 stelle, anche qui a Roma?

«Da tempo non spero più».

E quindi non vota?

«Da parecchi anni».

Che cosa la turba di più?

«Penso a che cosa lasceremo ai bambini di oggi. Mi preoccupano lo sfascio dell’ambiente, il degrado delle nostre città, il menefreghismo, l’economia in crisi perenne. Su YouTube si trova anche una mia canzone intitolata Bambini».

Ha un’idea di che cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione?

«Come ho detto, non credo più nella politica. E i miei limiti sono palesi. Alcuni anni fa ho avviato l’adozione a distanza di una bambina del Bangladesh, che è proseguita fino a quando si è sposata. Così, mi hanno scritto che non aveva più bisogno. Ho iniziato ad aiutare altre tre femminucce che hanno dieci anni per portarle alla fine degli studi: una etiope, una colombiana e una brasiliana. Sono sempre in contatto con la Caritas. Faccio i bonifici, mi mandano le foto, le lettere, le pagelle scolastiche».

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Dev’essere una soddisfazione. Diceva che trasmetteremo ai bambini un ambiente e delle città deturpate. Anche un’etica nichilista?

«Dominano l’egoismo e l’arrivismo. Si pensa solo ad arricchirsi e al proprio tornaconto. Anche nei rapporti umani è sempre il calcolo a comandare: se si dà qualcosa è per avere qualcos’altro in cambio».

Com’è la sua giornata?

«Anna, hai sentito che domanda mi ha fatto (ride)? La mia giornata… scrivo continuamente. Trascorro mattinate ad appuntarmi tutto quello che devo fare (estrae un foglietto con una grafia minuta). Per esempio: “Devo dire al giornalista che non parleremo del nuovo film”. Me lo sono scritto, dopo che al telefono gliel’ho detto non so quante volte. È una forma di ansia, un bisogno di controllo ossessivo, anche delle cose minime».

Ha mai pensato di scrivere un diario?

«Mi sarebbbe piaciuto. Non l’ho mai fatto e ne sono pentito perché avrei avuto molto da raccontare. Ma ho una grande pigrizia mentale. Per esempio: ho duemila vinili, molti sono ancora incellophanati. Anche a leggere, mi stanco dopo poche pagine. Ha capito che razza di vita? Se non avessi conosciuto Anna non so come sarebbe finita. Dopo l’emorragia sono ancora più pauroso. Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Recitare è come andare in terapia. Solo che invece di spendere, guadagno. Quando recito posso fare tutto, do la mano, abbraccio, sto in poltrona senza stendere un fazzoletto sul sedile».

La finzione la rende libero?

«È così. Divento il personaggio che interpreto».

È un processo mentale per cui cambia identità o rimuove la sua psiche?

«È come se mi sdoppiassi. Scindo la mia identità da quella del personaggio e le mie fobie scompaiono. A volte ironizzo su queste mie manie e dico ad Anna: quando morirò ricordati di far pulire bene la bara».

Alla fine si può dire che la sua vera vita è il cinema, quando fa cinema…

«Ho vissuto tutte le stagioni, dalla fanciullezza alla vecchiaia passando per la gioventù e la maturità. E ho recitato in tutte le età, dall’esordio a 12 anni a questo nuovo film che mi ha coinvolto dopo anni in cui mancavo. Credo non ci sia nessun attore italiano che abbia una storia così lunga».

C’è qualcosa o qualcuno che la fa sorridere, Anna a parte?

«Ho un pronipote di otto mesi, figlio di un figlio di mio fratello. Si chiama Francesco e quando lo vedo mi dà sempre grande gioia. E anche un po’ di preoccupazione…».

La Verità, 5 febbraio 2017

Borgna: «La salvezza del web? La vera rete è la Chiesa»

Genio gentile, oltre che nel nome, Eugenio Borgna ha il genio nell’anima. La sua, innanzitutto. E in quella delle persone, di cui ha imparato a conoscere le profondità più remote in una lunga carriera di psichiatra. Ottantacinque anni e un dinamismo invidiabile, primario emerito dell’ospedale di Novara, docente di clinica delle malattie nervose, autore Einaudi per la quale ha appena pubblicato Le parole che ci salvano, sorta di trilogia della parola (La fragilità che è in noi; Parlarsi; Responsabilità e speranza), fautore di una psichiatria fenomenologica, basata sull’ascolto e il dialogo più che sui farmaci, Borgna ha una gentilezza d’altri tempi. Tutti i colleghi che lo hanno intervistato negli ultimi tempi hanno sottolineato questo tratto di nobiltà. Nel mio caso ha accolto con entusiasmo l’idea di incontrarci da un giorno all’altro, trasferendosi dalla casa di Borgomanero, dove aveva in agenda alcune visite, a quella di Novara per abbreviare il mio tratto di strada.

Professore, di che cosa è malata la società contemporanea?

«La nostra è una società sempre più autistica, una società nella quale vengono meno gli ideali che favoriscono l’aggregazione e la vita comunitaria. È una società non sociale. Si vive isolati, staccati. Manca quel cemento che un tempo collegava il nostro destino a quello degli altri. Lo abbiamo visto paradossalmente esemplificato anche in questi giorni di tragedie: c’è chi soffre isolato e chi prova a gettare dei ponti per intervenire, superando la tentazione crescente a vivere solo delle proprie cose. Per favorire le relazioni si deve andare controcorrente».

Concorda con il fatto che ciò che manca di più oggi è la capacità di ascolto? Fa anche lei l’esperienza di parlare vedendo, dopo pochi secondi, gli occhi assenti dell’interlocutore?

«La carenza di ascolto è un tema su cui scrivo, inascoltato, da diversi anni. L’ascolto è fatto di tante componenti. La prima è l’attenzione all’altro, una disposizione che Simone Weil assimilava alla preghiera. Non è solo rispetto per non interrompere. Il vero ascolto, tanto più nella cura psichiatrica, implica la capacità di cogliere il nocciolo profondo dell’intimo e dell’indicibile. Sappiamo che sincerità non significa dire tutto. Ascolto vuol dire immedesimazione nell’altro e capacità ermeneutica per interpretare il detto e il non detto».

Prendendo a prestito il vangelo di Luca, oggi siamo tutti distratti come Marta che si agita e si affanna per molte cose, mentre una sola è quella che conta?

«In ciascuno di noi convivono l’attitudine contemplativa e quella pragmatica. O meglio, dovrebbero convivere. Invece, finiamo per privilegiare la seconda, costruendo cattedrali nel deserto, spesso dissociate dalla nostra interiorità. A volte ascoltare noi stessi è ancora più difficile che ascoltare gli altri. Nietzsche diceva che rifiutiamo di ascoltare l’interiorità perché temiamo di essere risucchiati nei nostri abissi. Più in positivo Sant’Agostino invita a “non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità”. Quante persone intelligenti conosco che faticano a guardare dentro di sé perché pensano di perdere tempo».

Marta e Maria con Gesù

Marta e Maria con Gesù (vangelo di Luca, capitolo 10)

Non crede che l’ascolto manchi perché questa società narcisista ha cancellato l’altro da sé, il tu, e vive solo dell’io. O meglio: dell’ego?

«La relazione è l’opposto dell’autismo. Noi siamo in quanto relazione, come si vede nella nascita, nell’esperienza della maternità e della paternità, nel rapporto tra uomo e donna, nella vita religiosa. La società autistica è composta di individui sganciati, che vivono rapporti superficiali privilegiando gli interessi individuali. L’uomo contemporaneo ha idolatrato se stesso, è una monade dominata dai propri impulsi. Una comunione di destini invece parte dal sentire le esigenze degli altri come nostre».

Secondo lei tra i trentenni e i sessantenni c’è la stessa distanza che c’è tra la mia generazione e la sua? Che cosa si è rotto nel rapporto tra i padri e i cosiddetti millennials?

«C’è stata di mezzo la rivoluzione digitale. Le nuove forme di comunicazione hanno finito paradossalmente per esasperare quella tendenza autistica. Chiusi in una stanza ci illudiamo di essere in relazione con gli altri. Ma un conto è parlarsi guardandosi negli occhi, cogliere le espressioni e le emozioni, un altro è stare davanti a uno schermo. Ha cominciato la televisione a complicare la comunicazione nelle famiglie. Il linguaggio si è impoverito ed è diventato gridato. Poi i social network hanno esasperato la tendenza all’isolamento, come fossimo padroni del mondo, chiusi in una stanza senza avvertire il bisogno del contatto con la realtà, di incontrare, sperimentare, toccare».

Eppure le parole chiave di questa rivoluzione sono connessione, condivisione, community…

«Sono parole che restano in superficie. Espressioni individuali che si trasmettono attraverso uno schermo freddo, anonimo. Non colgono comunità reali. Anche la Chiesa, se vogliamo, è una rete. Ma implica una comunione di destini, la condivisione di significati profondi. Solo appartenendo a una comunità di destini posso interpretare il mondo in modo rivoluzionario. Se un libro può cambiarmi la vita, mi pare difficile lo possano fare una trasmissione tv o un messaggio sui social. Nel primo caso c’è un’elaborazione, un confronto con la propria interiorità e il proprio retroterra. Nel secondo, solitamente si resta in superficie».

Conosce il fenomeno degli hikikomori nato in Giappone e ora diffuso anche in Italia, di ragazzi che non escono mai dalla loro camera e si fanno depositare il cibo fuori alla porta?

«È un’esasperazione di quell’autismo di cui parlavamo prima. Si sostituisce il reale con il virtuale, una dimensione nella quale ci si illude di ottenere tutto. Si crede di realizzare quello che nella vita vera ci sfugge. In alcuni casi questo isolamento può essere una forma di ribellione a una società che si percepisce ingiusta e impregnata di male. Come una forma moderna di eremitaggio: mi chiudo in un mondo di solitudine per salvare il bene e non cedere a compromessi. Ma non regge».

Rappresentazione grafica di un hikikomori (Alberto Rossetti)

Rappresentazione grafica di un hikikomori (Alberto Rossetti)

La rivoluzione tecnologica ha dato l’illusione dell’onnipotenza, in altri casi ha instaurato una dimensione parallela. Torniamo al rapporto tra generazioni: che cosa pensa della parola rottamazione?

«Penso che si tratti di una parola infelice. Attraverso la rottamazione l’altro viene privato della propria soggettività e trasformato in oggetto. È la semantica a spiegarcelo. Si rottama un’auto, un apparecchio elettronico. Rottamare una persona vuol dire trasformarlo da essere vivente a cosa. È un processo di reificazione. Di una persona posso apprezzare o no i valori e il pensiero. Ma sostanzialmente è un mio pari e lo rispetto. Rottamarlo significa degradarlo pubblicamente. Facendo le dovute proporzioni, il Terzo Reich trattava come oggetti i pazienti psichici, li considerava indegni di vivere. Rottamo non chi è simile a me, ma chi ritengo diverso e più debole, senza pensare a ciò che provoco in lui».

Anche i media favoriscono il processo di cosificazione della persona?

«Continuamente. Per Heidegger il linguaggio è la casa dell’essere. Wittgenstein diceva che cambiando le parole si cambia il mondo in cui viviamo. La rottamazione ha operato questo passaggio. Non possiamo non vedere l’aggressività e la violenza narcisistica che si esercita sul più debole. La rottamazione è espressione della cultura del bullismo. I media ne sono pieni. E anche la scuola: l’allievo più debole viene portato fuori dal corso normale di studi. Si può capire che i giovani vogliano togliere di mezzo gli anziani: non credo che in loro ci sia la percezione del processo di cancellazione dell’identità dell’altro; c’è semplicemente l’ambizione a occupare posti di rilievo nella società e nel mercato. Ma quando questo avviene tra adulti è sempre una forma di prevaricazione».

«La rottamazione trasforma il soggetto in oggetto»

«La rottamazione trasforma il soggetto in oggetto»

A proposito della tendenza dei giovani a togliere di mezzo gli adulti che cosa pensa del parricidio e matricidio di Ferrara?

«Ho visto che molti hanno parlato di follia, ma qui siamo di fronte a un gesto pianificato e realizzato scientificamente. La follia è una forma di fragilità impulsiva che può esprimersi come reazione a un’offesa, non attraverso una strategia razionale, la più feroce e spaventosa. Come tanti piccoli e silenti fiocchi di neve provocano una valanga, così tante piccole violenze quotidiane si sommano di continuo e possono esplodere improvvisamente in forme inaudite. Se questi ragazzi fossero tossicodipendenti, forse potrebbero avere una responsabilità minore. Ho notato che il loro scopo era impossessarsi di cifre consistenti di denaro. Partirei da qui, dall’idolatria del denaro universalmente proposto come mezzo di affermazione sociale, come certificazione del successo. Un successo che innesca l’invidia sognante di chi non ne dispone. Un soggetto debole, privo di valori verificati, sottoposto al bombardamento dei vantaggi della ricchezza può arrivare a utilizzare anche l’omicidio, persino quello dei genitori, come strumento per procurarsela».

La scuola ha abdicato al suo compito educativo, la famiglia è un soggetto sempre più fragile e i genitori sono incapaci a dire dei no. Così, quando si parla di disagio giovanile si ricorre agli psicologi piuttosto che agli educatori, a Freud anziché a don Bosco. È così?

«È così per quanto riguarda il disagio in generale e l’assenza di proposte per i giovani. Ma nel caso di Ferrara, non si possono ricercare le cause di quel gesto in qualche errore dei genitori. C’è un salto troppo grande. Se un padre sbaglia o se i professori esaltano gli allievi più bravi dimenticando gli altri, l’esito può essere una certa sofferenza che può trasformarsi in depressione, non in parricidio e matricidio. In questo caso c’è un salto dal male come problema al male come mistero, ben identificato da Fëdor Dostoevskij. Il male vive in tutti, ma assume questa incandescenza in pochi. Tutto ciò è ancora più facile in un contesto autistico e scristianizzato, in un mondo privo di ascolto e di ricerca interiore. Uno sguardo e una prospettiva di fede potrebbero cambiare il cuore delle persone. Ma è un lavoro lungo».

C’è qualcosa o qualcuno in cui confida per una possibilità di guarigione?

«Papa Francesco ha realizzato una piccola rivoluzione nelle forme della Chiesa, trasformando la magnificenza esteriore in ricerca interiore. In lui ritrovo qualcosa della tenerezza di papa Pacelli. Anche le figure di madre Teresa di Calcutta o di Massimiliano Kolbe illuminano questa possibilità. E, andando indietro, penso a Sant’Agostino e a Santa Teresa di Lisieux. Questi torrenti di grazia stanno confluendo nel presente».

Molti osservano che Francesco sia politicamente corretto e influenzato dall’obamismo.

«L’ombra ci accompagna sempre, non ci sono persone fatte di sola luce. Qualche ombra c’era anche in Sant’Agostino e in San Paolo. Tuttavia, credo che il tratto vincente di Francesco sia la testimonianza e l’invito a guardare dentro di noi, alla ricerca del significato di ciò che siamo e di ciò che facciamo».

La Verità, 29 gennaio 2017

Papà «Nino» Sgarbi, rivelatosi grande scrittore a 96 anni

È una storia curiosa quella di Giuseppe «Nino» Sgarbi. Una vicenda singolare. In una famiglia di persone iperattive e tempestose come il figlio Vittorio (critico d’arte, politico, polemista e tutto il resto), la figlia Elisabetta (regista, editrice, fondatrice di La Nave di Teseo e anima della Milanesiana) e la moglie Caterina «Rina» Cavallini dalla quale discendono quei temperamenti vulcanici, lui amava la pesca e la poesia. Il capostipite è uno spirito contemplativo e mite, un uomo tenero e pacato. All’alba dei 93 si è scoperto scrittore e ora che, oggi 15 gennaio, di primavere ne compie 96, si sta godendo il successo del suo terzo libro, Lei mi parla ancora (Skira), lunga e struggente lettera alla moglie morta un anno e mezzo fa. Giuseppe Cesaro che, a causa della cecità incipiente, glieli scrive sotto dettatura, dice che Nino Sgarbi gli fa venire in mente George Harrison, il Beatle che non riusciva a convincere Lennon e McCartney a incidere un suo brano. Appena la band si sciolse, però, pubblicò da solista All Things Must Pass, un triplo che riscattava le canzoni rimaste troppo a lungo nel cassetto. Nessuno ha compresso la vena letteraria di papà Sgarbi – il contrario – ma la sua trilogia sulla famiglia di farmacisti che in realtà sono critici, editori e scrittori è perfetta per trarne un film o una fiction (avrei anche il nome del regista adatto). Anche le location si presterebbero. Nella casa di Ro Ferrarese, paesino addossato all’argine del Po, la vecchia farmacia confina con il salotto dalle pareti foderate di quadri e dipinti e dai tavoli affollati di sculture, busti, volti, statue. In totale 4.000 opere che abitano e riempiono una trentina di stanze, appartenenti alla Fondazione Cavallini Sgarbi, molte delle quali vanno e vengono di continuo dalle mostre. Sulle porte, invece, sono incorniciati gli articoli e le interviste di Vittorio ed Elisabetta. Qui c’è quella travolgente fame di vita della madre e di Vittorio, che percorre la prosa rarefatta ed elegante di Nino. La seconda casa di questa saga, nel centro storico di Ferrara, dove Nino Sgarbi e Rina Cavallini si sono conosciuti e amati, ha invece il carattere di Elisabetta. Che l’ha, per così dire, «rieditata» con targhe in ottone, suddividendola in quattro appartamenti intitolati ognuno a un componente della famiglia, intestandoli complessivamente «Le case Cavallini Sgarbi».

Giuseppe «Nino» Sgarbi con la figlia Elisabetta e la moglie «Rina» nella farmacia di Ro Ferrarese

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta e la moglie «Rina» nella farmacia di Ro Ferrarese

Dottor Sgarbi, Lei mi parla ancora sarà il suo ultimo libro o la saga continua?

«Guardi che io non sono mica uno scrittore… E, comunque, non vorrei scrivere più niente. Proverò a resistere agli inviti a continuare».

Da dove le arrivano?

«Da Vittorio. Vorrebbe che scrivessi un libro su Gnocca, che è un paese qui vicino, sul Po, dove andavo a pescare con il fratello della Rina. Ci sono tre paesi attaccati, prima c’è Oca, poi Gnocca e infine Donzella. Vedremo. Però non ho tanta voglia».

Il titolo è… stimolante. Suo padre e anche Vittorio hanno sempre frequentato la bellezza femminile.

«Le belle donne ci sono sempre piaciute, a cominciare da mio padre che ha avuto una vita piuttosto attiva in questo senso. Mia madre era una santa donna, oltre che molto bella. A Stienta avevamo il mulino e una volta toccò a lei portare un campione di frumento da esaminare a mio padre. Lui prese il grano e trovò moglie».

E lei ha mai fatto ingelosire la Rina?

«Non era gelosa se apprezzavo qualche bella donna. Mi lasciava dire, senza irrigidirsi. Non credo di averla mai fatta indispettire. Era una donna di notevole intelligenza e cultura. Si era laureata in farmacia con 110 e quando partecipò a un concorso a Milano con 90 candidati per sei farmacie ne vinse una. All’esame trovò anche il modo di correggere il professore di matematica che aveva commesso un errore. Così per molti anni abbiamo avuto due farmacie, questa di Ro e quella di Milano. La Rina stava lì, io andavo ad aiutarla qualche giorno e poi tornavo qui».

Parlando del vostro rapporto ha scritto: «Ci univa la differenza, non l’identità».

«Se si è uguali si può andare meno d’accordo. Io mi occupavo della farmacia e m’interessavo di caccia e pesca. Lei si dedicava ai figli e seguiva le attività artistiche di Vittorio, soprattutto partecipando alle aste. Però se un’opera le piaceva era pronta a superare il limite massimo che lui le aveva dato».

Diceva che si è interessato di caccia e pesca…

«Mio padre era un gran cacciatore. Possedeva bellissimi fucili per il tiro al piccione. Da ragazzo lo seguivo e mi sono appassionato. Poi, quando conobbi la Rina, suo fratello mi iniziò alla pesca e tradii la caccia. La pesca è una passione che ti seduce e conquista. Ti entra nel cervello… Poi qui siamo addosso al Po, può ben immaginare quante occasioni».

Com’è accaduto che si è scoperto scrittore a 93 anni?

«Da tanto tempo Elisabetta insisteva perché scrivessi qualcosa sulla mia vita. Detto oggi e ridetto domani, ho provato. Il risultato è piaciuto molto a lei e anche a Vittorio finché l’hanno fatto pubblicare».

Quando e come scrive?

«Lo sa che non ci vedo quasi più? Dètto i miei pensieri a un amico paziente».

Com’è la sua giornata?

«La mattina mi alzo piuttosto tardi. Poi vado al cimitero a Stienta, 25 chilometri da qui. Nella tomba di famiglia sono sepolti mio nonno e mia nonna, i miei genitori, le mie sorelle e mia moglie. Quando torno, pranzo e poi vado a dormire un paio d’ore. Dopo cena sto alzato fino a molto tardi, guardo la televisione, spesso c’è Vittorio».

Giuseppe Sgarbi con il figlio Vittorio: «Vuole che continui a scrivere, proverò a resistergli»

Giuseppe Sgarbi con Vittorio: «Vuole che continui a scrivere, vedremo»

Segue la politica?

«No. Di politici di valore non ne abbiamo più. Io ho visto De Gasperi e Andreotti. In televisione guardo soprattutto Rai Storia, sono appassionato delle cose della guerra. Ho fatto la campagna di Grecia, a Giannina. Siccome ero cacciatore mi misero al mortaio. Mi sono congedato col grado di sottotenente. Qualche volta, alla sera, Edera, la mia infermiera, mi fa vedere dei filmati su quella tavoletta, come si chiama… Vede che sto perdendo anche la memoria?».

Il tablet.

«Ecco sì, un oggetto portentoso. L’ho conosciuto da poco…».

L’altra sua passione è la poesia?

«Leopardi, soprattutto. “Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai silenziosa luna? Sorgi la sera e vai…” E La vispa Teresa la conosce? Da giovane ho letto tanto. Anche i libri che Mussolini proibiva. Anatole France era uno dei miei preferiti: “La nostra vita è un viaggio nell’inverno e nella notte. Noi cerchiamo il nostro passaggio nel cielo, dove niente risplende”».

A proposito di memoria: vorrei essere come lei a 96 anni…

«La ringrazio. Mi restano in mente molti versi, credo che l’espressione in poesia sia una delle più perfette che esistano. Poi ricordo L’Idillio dell’Orlando di Ariosto che incontra una donna che l’amerebbe se lui “a Macon credesse” e lui “si diede e per un bacio rinnegò la fede”. Questi versi son cari a chi crede poco. Me li insegnò l’ingegner Orengo che dopo la guerra s’innamorò di mia zia Eliduina. Molti anni dopo scoprii che Ariosto era nipote di Brunoro Ariosti, l’antico proprietario della casa di via Giuoco del pallone dove conobbi la Rina».

Come avvenne?

«Avevo prestato dei libri di chimica a un amico che li affidò a sua volta a una ragazza. Quel giorno incrociai quella ragazza all’università, la quale mi disse che sarebbe andata a studiare a casa di una sua amica e li avrebbe lasciati lì. Mi presentai in via Giuoco del pallone e la vidi».

In quella casa è sbocciato il vostro amore.

«Ci incontravamo lì per studiare, nella sala del grande camino. A Rina bastava leggere una volta il testo ed era in grado di ripeterlo. Io avevo bisogno di più tempo, perciò qualche volta restavo a ripassare a casa mia per non annoiarla. Studiavamo fianco a fianco, i gomiti si sfioravano, si toccavano, lei non si ritraeva. Quando ebbi la certezza che ricambiava la mia passione scrissi una lettera di commiato alla fidanzata di allora, un’insegnante di Bergamo, amica di mia sorella. Lei comprese e accettò. Suo padre meno, e venne fino a Stienta per biasimare il mio comportamento. Non aveva tutti i torti, ma non potevo farci nulla. La prima volta che avevo visto la Rina, quando mi aprì la porta di casa in quel pomeriggio, capii che il mio futuro sarebbe dipeso dai suoi occhi».

Giuseppe e Rina Sgarbi si sposarono nel 1950: «Vado a trovarla tutti i giorni al cimitero»

Giuseppe e Rina Sgarbi si sposarono nel 1950: «Vado a trovarla tutti i giorni al cimitero»

Così lei ha avuto tre grandi passioni: due contemplative come la pesca e la poesia e una travolgente come la Rina. È così?

«È così. La Rina ha riempito la mia vita, era una donna speciale, di una bellezza speciale, piena di idee e iniziative. L’anima della famiglia».

Una famiglia di farmacisti che in realtà sono tutti artisti.

«Sì, un paradosso. La Rina seguiva Vittorio nella sua attività, a volte era lei che dettava i suoi articoli ai giornali. Elisabetta ha fatto l’editrice, ha fondato La Nave di Teseo, fa la regista».

E adesso è arrivato lo scrittore. Va tutti i giorni al cimitero?

«Sì, tutte le mattine. Quando, nel fine settimana, viene anche Elisabetta qualche volta leggiamo alla Rina un articolo di Vittorio. Lui invece capita qui di notte, lancia qualche idea, parla con Alessandro delle mostre e riparte. Lì, a Stienta, abbiamo una cappellina. Se non fa troppo freddo, come in questi giorni, entro e mi fermo una decina di minuti. Chiamo al telefono Elisabetta e recitiamo insieme un Padre nostro e un’Ave Maria. Poi torno a casa».

La Verità, 15 gennaio 2017

Avati: «Conosco solo il Natale della tradizione cristiana»

Quest’anno è il trentesimo di Regalo di Natale. Se dovesse fare una graduatoria dei suoi film, lei che è un regista seriale, cioè di film in serie, a quale posto lo classificherebbe?

«Sicuramente tra i primi cinque».

E dei suoi attori che classifica farebbe? In quel film c’erano Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Diego Abatantuono, Alessandro Haber e George Eastman.

«Regalo di Natale vinse la Coppa Volpi per Carlo Delle Piane. Ma quella volta la giuria commise un errore clamoroso perché doveva assegnarla a tutti cinque, tanto la recitazione era corale. Raramente un gruppo di attori mi ha dato tanto nel suo insieme. Non farei classifiche, sono tutti sullo stesso piano».

Una scena di «Regalo di Natale», di cui ricorre il trentesimo dell'uscita al cinema

Una scena di «Regalo di Natale», di cui ricorre il trentesimo dell’uscita al cinema

Lei è notoriamente un invent-attori e un reinvent-attori. Di quale invenzione va più fiero?

«Potrei citarne tanti, da Delle Piane di Una gita scolastica ad Abatantuono di Regalo di Natale, da Neri Marcorè di Un cuore altrove a Katia Ricciarelli e Antonio Albanese nella Seconda notte di nozze…».

Lei, per Natale, che regalo si fa? Ha un rito, una tradizione che identifica con la festa della nascita del Salvatore?

«Fra il Natale della mia infanzia e quello di oggi fortunatamente le differenze restano minime. I miei genitori non ci sono più, ma ci possiamo permettere la riunione famigliare con figli e nipoti tra i quali non c’è chi non partecipi al pranzo, non vada a messa e non alimenti lo scambio di regali. Nessuno di noi contesta ciò che appartiene alla tradizione e non credo che il Natale possa essere qualcosa di diverso. In queste circostanze sono fortemente tradizionalista perché ho sperimentato che il punto di forza della mia vicenda umana sia l’avere rispettato la lezione impartita dai miei genitori, i quali, a loro volta, hanno seguito quella che veniva dai loro. Così, mi auguro avvenga per i miei figli e i miei nipoti. Anche qua non vedo alternative: il buon senso e l’esperienza di un uomo di 78 anni difficilmente possono essere smentiti da chi candida atteggiamenti modernisti o alternativi».

Quanto le manca Lucio Dalla?

«Mi manca molto. Anche se lo sento abbastanza presente, nel senso che il suo andarsene è inverosimile. Lo rifiuto. Quando penso che Lucio non c’è più non ci credo. Come per Federico Fellini. Di loro non mi mancano le musiche o i film, ma loro stessi, la loro ironia, la capacità di confidarsi, di stabilire un rapporto di profondissima intimità».

Pupi Avati con Lucio Dalla, grandi amici e compagni di jazz e di fede

Pupi Avati con Lucio Dalla, grandi amici e compagni di jazz e di fede

La possibilità di fare qualcosa insieme?

«Mi mancano le telefonate notturne di Lucio, nelle quali parlavamo non di musica, ma della vita. Lui era un nottambulo, io no. Ma condividevamo l’atteggiamento verso la sacralità. Era credente e praticante, mi chiedeva sempre se ero andato a messa. E io lo chiedevo a lui. Era più giovane di me di cinque anni, ma entrambi avevamo davanti il baratro della vecchiaia. Cercavamo di rassicurarci a vicenda. Per uno che sale su un palco a cantare, suonare, ballare avere 70 anni non era così semplice. Ci promettevamo reciprocamente che la nostra vecchiaia sarebbe stata ricca di creatività, di inventiva e di occasioni che forse finora non avevamo ancora avuto. Era un rapporto bello e confortante. Erano telefonate d’amore tra amici».

Il cinema è il suo secondo amore, il primo è il jazz. Ma come nel jazz c’è il giro armonico sul quale s’innesta l’improvvisazione anche nel suo cinema c’è una storia tra persone increspata da un limite, una malattia, un vizio, il peccato. Ha un’idea pessimista dell’esistenza?

«Non ho un’idea pessimista, ma una grande conoscenza della vita. Ho vissuto 78 anni pieni di eventi straordinari e se guardo indietro mi accorgo di essere un privilegiato, avendo visto realizzarsi sogni che 40 o 50 anni fa erano destinati a rimanere tali. Quando vendevo i bastoncini di pesce della Findus sognavo di fare un mio film. Invece, ne ho fatti quasi 50. Non posso certo lamentarmi della mia vita».

Non c’è nulla che le manca?

«Ho la consapevolezza di non aver realizzato il film della mia vita».

Intende il film sulla sua vita o il film della vita?

«Apparirò presuntuoso, ma penso di avere un talento smisurato per la narrazione. Tuttavia, fino a oggi credo di non essere stato capace di sintetizzarlo in un film. Il film che mi appaga e mi fa dire: “Ecco, qui c’è tutto, mi fermo”. Ma forse è meglio non averlo fatto, perché così continuo a provarci».

Da due anni non gira un film per il cinema (in febbraio la Rai trasmetterà Il fulgore di Dony): c’è un motivo particolare di questa pausa più lunga del solito?

«Vengo dal grande insuccesso di Un ragazzo d’oro con Sharon Stone e Riccardo Scamarcio. La gioia che ha prodotto nell’ambiente questo mio insuccesso mi ha traumatizzato. Così mi sono rivolto alla televisione. Ci sono miei colleghi che hanno avuto disastri al botteghino peggiori del mio e li hanno metabolizzati in pochi mesi. Io ho stentato molto a farmene una ragione. Oggi si sono create le condizioni di astinenza tali per cui presto tornerò al cinema».

Ci può anticipare qualcosa?

«Sto girando un film gotico, nero, una storia ambientata nella laguna veneta. Tornando ad alcune atmosfere del mio cinema horror di qualche anno fa».

Ha lavorato molto per la Rai. Che rapporto ha con i nuovi dirigenti?

«Con i dirigenti precedenti agli attuali ho avuto un rapporto incoraggiante. Infatti, riuscimmo a realizzare una saga famigliare, la storia dei miei genitori e del io matrimonio che dura da 52 anni. S’intitolava semplicemente Un matrimonio e fu ben accolta anche dal pubblico. Ricordo che quando incontrai il primo dirigente per proporgli la storia di un matrimonio durato 50 anni mi disse: “Allora, è un film in costume”; come se i matrimoni di mezzo secolo appartenessero a un lontano passato. A quella miniserie speravo che, con i nuovi dirigenti, seguissero altre storie. Diciamo che siamo andati avanti con una qualche fatica, non trovando davanti quelle praterie che sono riservate ad altre produzioni».

È difficile lavorare nell’industria del cinema per una società che non ha alle spalle Rai, Mediaset o Sky?

«È impossibile. Una piccola azienda come la nostra, che vanta 70 – 80 film nei quali abbiamo fatto debuttare tanti giovani, che lavora da 35 anni senza l’incoraggiamento di nessuno, è esposta alle politiche del mercato, della globalizzazione e del potere delle major. In Italia le piccole e medie imprese sono penalizzate. Una realtà minore che ha dimostrato di saper resistere al variare delle mode meriterebbe l’incoraggiamento dello Stato anziché la diffidenza con cui è guardata».

Lei che cinema ama? Cosa va a vedere?

«Non guardo niente. Il cinema lo faccio tutti i giorni, giro, mixo, monto, la sera mi dedico a un libro o alla musica».

Davvero?

«Diciamo che guardo i film che non si possono non vedere per potere avere un’opinione sulle tendenze. Quindi sono abbastanza aggiornato sui titoli di punta, ma non vado più al cinema a vedere tutto come una volta. Anche perché molti dei film che si fanno adesso, ti basta un trailer per capire che non sono ciò che vorresti vedere. È più interessante la serialità televisiva che viene da oltre oceano. La produzione seriale americana spazia nei generi con una disinvoltura e una scioltezza invidiabili e il piacere di raccontare una storia in senso spettacolare e senza vincoli si trasmette nella fantasia e nella varietà dei prodotti. La nostra narrazione è vincolata allo schema camera-cucina. Mi chiedo perché la nostra televisione non produca i generi».

A proposito di generi inediti, quest’anno si è imposto Lo chiamavano Jeeg Robot. C’è un film italiano che ha apprezzato più di altri?

«Per rispetto nei confronti del pubblico, per qualità degli interpreti e della scrittura direi Perfetti sconosciuti».

Invece dalla serialità italiana non estrae nemmeno un’eccezione positiva?

«La serialità italiana è asfittica, le tematiche sono sempre le stesse. Quando vuole cimentarsi con l’avventura si occupa di mafia o di camorra. Oppure tratta tematiche a sfondo sociale. Se lei guarda quella americana ha un’ampiezza a 360 gradi, dalla storia all’avventura alla commedia sentimentale. Il pubblico televisivo ha diritto di avere tutti i generi. Perché in Italia non produciamo serie fantasy o di paura?».

Ha visto Gomorra o The Young Pope?

«Sky fa storia a sé. Può mettere in atto una cura per il prodotto particolare, dettata dal fatto di rivolgersi a una platea mondiale. Permettendosi investimenti preclusi alla tv italiana. Al di là del fatto che sia piaciuto o no, il budget di The Young Pope è la metà del budget annuale di Rai Fiction».

Paolo Conte. Di lui Pupi Avati dice: «Non è mai sceso a compromessi. È anche un grande poeta»

Paolo Conte. Dice Pupi Avati: «Non è mai sceso a compromessi, è un grande poeta»

C’è un regista, uno scrittore, una figura contemporanea di cui non si perde un’opera?

«Paolo Conte. Fra gli artisti e gli uomini creativi è uno dei più coerenti. Non ha mai ceduto a compromessi. È anche un grande poeta, che dovremmo far conoscere di più ai giovani».

Che cosa manca di più alla società del terzo millennio?

«La capacità d’includere le persone di esperienza. Si crede che la modernità derivi dall’assegnare una corsia preferenziale ai giovani. Invece, le grandi culture classiche, quella greca e quella romana, si basavano sull’ascolto degli anziani e dei saggi. Oggi essere anziani vuol dire essere fuori gioco. Avere una certa vita alle spalle significa conoscere le problematiche e magari anche le soluzioni, che invece, anche solo per ragioni anagrafiche, possono sfuggire ai trentenni rampanti. Il giovanilismo imperante lo avverto muscolare oltre che un tantino presuntuoso. Credo che, senza escludere nessuno, avremmo tutti un guadagno nel lavorare insieme».

 

La Verità, 24 dicembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

D’Avenia: «Come ho trasformato Leopardi in una star»

Giacomo Leopardi, una rockstar del Terzo milllennio. Roba da non credere. Proprio lui, il poeta del «pessimismo cosmico», il gobbo di Recanati, l’incarnazione dello sfigato per eccellenza. Trasformato in un grande amico dei giovani. In un leader ideale, un confidente segreto, una guida. Protagonista di questa palingenesi culturale ed esistenziale è Alessandro D’Avenia, 39 anni, palermitano, di professione insegnante di liceo a Milano, scrittore. Andate a vedervi il suo blog Prof 2.0, un mare in cui è dolce naufragare, tra video, post fulminanti, citazioni. Oppure, infilatevi, se ci riuscite, in qualcuno dei suoi – come chiamarli? spettacoli, show, reading – incontri e vedete quanto dura la firma delle copie con dedica e come ne escono i ragazzi (il prossimo è il 22 gennaio al Teatro Gran Guardia di Verona, seguiranno Bologna, Genova e altre città). O andate a compulsare la top ten dei libri, per scoprire che L’arte di essere fragili – Come Leopardi può salvarti la vita, uscito il 31 ottobre da Mondadori, superata la soglia delle centomila copie vendute ora veleggia verso le 200.000 e, dopo cinque settimane al primo posto, è secondo dietro Roberto Saviano e davanti a Harry Potter. (Anch’io ho avuto un professore più o meno così, tipo John Keating de L’attimo fuggente – «Capitano, mio capitano!» – e potete perdonare un po’ di immedesimazione). Se ci fosse un dirigente televisivo avveduto e davvero laico, cioè non legato a pregiudizi e schieramenti, gli darebbe una trasmissione in un orario importante, per farne il maestro Manzi 2.0. Ma per come vanno le cose in Italia, ora potrebbe risultare difficile dopo che, l’altro giorno, D’Avenia ha scritto su Facebook: «Domanda senza intento polemico, di pura razionalità e buon senso. Perché per tenere una classe di 20 ragazzi devo avere nel mio curriculum: maturità, laurea, Tfa e vincere un concorso, mentre per diventare ministro di tutte le classi d’Italia (scolastiche e universitarie) posso non aver conseguito nessuno di questi titoli?».

Un ritratto di Giacomo Leopardi

Un ritratto di Giacomo Leopardi

Professor D’Avenia, come si trasforma Giacomo Leopardi in una rockstar del Terzo millennio?

«Era quello che voleva lui quando scrisse Lettera a un giovane del ventesimo secolo. Sapeva che sarebbe stato la star di quest’epoca. Vedendo in anticipo le parole che i loro contemporanei stanno perdendo, i poeti sono estemporanei, ma arriva il momento in cui diventano contemporanei. Io non ho inventato nulla, è lui che mi ha richiamato all’ordine. Faccio solo il postino: porto le sue parole ai giovani d’oggi. Leopardi aveva colto da subito la dimensione eroica della ricerca dell’infinito che è sempre oltre il colle, ma comincia già nella siepe. Uno sguardo rivoluzionario per il nostro presente, un tempo in cui ci si illude di non avere limiti».

Nell’immaginario scolastico e nella pubblicistica corrente il poeta dell’Infinito è un gobbo sfigato.

«Noi insegnanti siamo complici di queste semplificazioni in formule di autori molto più complessi e frastagliati. Così abbiamo ingabbiato Leopardi nel pessimismo suddiviso in tre stagioni. Invece, è paradossale accorgersi che è una sorta di talismano che aiuta gli adolescenti ad abitare le loro stanze. A scuola lo si affronta nell’anno della maturità, cosicché può diventare il patrono di questo rito di passaggio. Quando avevo 17 anni, per introdurci alla sua figura, il professore di lettere non ci raccontò la sua vita, ma recitò a memoria il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e ce lo presentò come un poeta pienamente moderno. Uno che non forniva le soluzioni ma ci lanciava la sfida di diventare dei lottatori, di imparare ad abitare “la terra del forse”, dove bisogna tenere insieme la spina nel cuore dell’essere fatti per l’infinito pur riconoscendo con la ragione che siamo votati alla morte. La poesia è un grande strumento di aiuto per vivere questa contraddizione».

Il suo libro s’intitola L’arte di essere fragili. Pensando ai ragazzi la fragilità è spesso la porta d’ingresso alla dissoluzione e all’autodistruzione: come può essere anche un’arte?

«La fragilità è propria dell’essere in quanto destinato a morire. Leopardi cambia una consonante e trasforma questa condizione in una sfida, altro che sfiga. In un’epoca in cui tutto si basa sulla prestazione, sull’efficienza, sul rendimento e sulla velocità ridare dignità alla propria fragilità significa farne la molla di una ricerca, la spinta ad affrontare le domande fondamentali che siamo abituati a rimuovere. Significa superare la tentazione dell’autocommiserazione che subiscono tanti ragazzi che cercano consolazioni artificiali. Leopardi non ha mai fatto della propria sventura fisica un alibi per ritirarsi dalla vita, ma l’ha trasformata in un nutrimento per creare qualcosa di bello. Senza che questo sia la ricerca del consenso o dell’applauso pubblico come scrive nello Zibaldone (“Rileggerò poesie che ho scritto con la gioia di aver fatto qualcosa di bello al mondo, riconosciuto sia o no per tale da altrui”)».

La copertina del libro di Alessandro D'Avenia, al secondo posto delle vendite

La copertina del libro di Alessandro D’Avenia, al secondo posto delle vendite

Nel suo libro scrive che la biblioteca di Leopardi non appaga la sua ricerca, come la Rete non risolve il desiderio dei giovani di oggi mentre illude di farlo. Come Leopardi può salvare la vita ai millennials?

«I millenials sono quelli che stanno comprando questo libro di carta. Noi usiamo la parola “salvare” per i supporti informatici. Mentre ci danniamo se perdiamo un file. Leopardi può aiutare i ragazzi di oggi a connettersi con la loro vita interiore, uno spazio in cui ritrovarsi, entro cui possedersi e grazie al quale donarsi al mondo. Se non coltivi la tua interiorità sei in balia di scelte altrui, del così fan tutti. Questo può provocare un dolore difficile da sopportare. Leopardi sa che l’adolescenza e la prima giovinezza sono un’età fatta per l’eroismo. Ma se ci si distacca da sé, se non si trovano le risposte, si usa questo eroismo per autodistruggersi. Guardiamo i corpi di questi ragazzi: vent’anni fa l’anoressia era una malattia ben più che rara, inesistente. Noi adulti, che scansiamo le domande fondamentali, portiamo una responsabilità enorme. Il sociologo Pierpaolo Donati dice che “abbiamo generato biologicamente ma non simbolicamente i nostri figli”. Cioè, non abbiamo fornito loro un’ipotesi di vita credibile. I ragazzi che vengono alle mie serate mi ringraziano per averli inseriti nel dialogo tra la mia vita interiore e quella di Leopardi».

Nel Canto notturno il poeta si chiede «ed io che sono», non «chi sono». Un interrogativo sbagliato può portare al ripiegamento psicologico o al narcisismo?

«Leopardi dialoga con la luna e il gregge, inconsapevoli della loro condizione e dell’incombenza della morte a causa della quale, nell’uomo, il “tedio assale”. Credo che, per fuggire il narcisismo di cui la nostra epoca trabocca, dobbiamo ridare dignità spirituale alla malinconia come spina dell’infinito. O prendiamo sul serio il desiderio che abbiamo (de-sidera, dal latino distanza dalle stelle), oppure la sua mancanza porta al disastro (dis-astro, dal greco assenza di stelle). Aristotele diceva che la meraviglia e lo stupore nascono da un cielo stellato. Ma se stiamo sempre piegati davanti a uno schermo…».

Ha visto Il giovane favoloso nel quale Mario Martone insinua un rapporto omosessuale tra Leopardi e l’amico Antonio Ranieri?

«Non l’ho visto perché stavo lavorando a questo libro e, conoscendo la forza del cinema, non volevo esserne influenzato. Negli ultimi sette anni Leopardi era quasi cieco e trovò in Ranieri un amico in grado di aituarlo a superare la depressione. Chi è stato vicino a una persona depressa sa che chi ne soffre può legarsi profondamente a chi lo aiuta. Ma questo ha a che fare con l’amicizia più che con l’omosessualità. Peraltro, Ranieri gli portò via l’amata Fanny Targioni Tozzetti…».

Don Luigi Giussani: recitava una poesia di Giacomo leopardi dopo aver ricevuto la comunione

Don Luigi Giussani: recitava una poesia di Leopardi ogni giorno dopo la comunione

In Cara beltà don Luigi Giussani scrive che, avendo imparato a memoria tutte le poesie di Leopardi, per anni ne ha recitata una dopo aver ricevuto la Comunione.

«La fragilità è la possibilità di riconoscere di ricevere tutto dal Padre, di sentirsi pienamente creatura, cioè colui che l’essere non se l’è dato da solo. Charles Baudelaire diceva che l’unico problema dell’uomo è il peccato originale, cioè riconoscere di avere una ferita nel cuore che deriva dal fatto di essere chiamati alla felicità, ma al contempo, di trovare nella realtà qualcosa che sempre ci sfugge. Credo che in Leopardi ci sia il territorio per un incontro tra credenti e non credenti. L’infinito è già nella ginestra, non si raggiunge superando il limite, ma accettandolo. Con i suoi cespugli la ginestra consola, profuma e fa fiorire il deserto. È l’idea potentissima di trasformare la fragilità in consolazione per gli altri. Fragilità deriva dal latino frangibilitate, qualcosa che va in mille pezzi, come il pane della Comunione».

Lei parla della scuola come luogo di iniziazione alla bellezza. Quanto, nella realtà, è distante da questa idea?

«Il dialogo con Leopardi esemplifica la mia idea di scuola: farsi aiutare dagli scienziati della parola per cogliere cosa c’è di profondamente umano nell’uomo. E questo perché la poesia ci aiuti a vivere, non per un esercizio estetico. La scuola di oggi ha, perlopiù, una tendenza museale. Prende delle reliquie dalle sue teche, le analizza e le ripone. È il contrario dell’amicizia con questi grandi spiriti che può aiutare a buttarsi nella vita, ad accettarne le sfide condividendo sogni e progetti di tutti i giorni».

La Verità, 18 dicembre 2016