«Vorrei tornare all’Ariston da direttore artistico»

Lui il primo Festival di Sanremo l’ha presentato a 28 anni. Era il 1980, preistoria. L’alba di un decennio di svolta. Irripetibile. Visto da qui, dall’Ufficio rotondo, Milano zona San Siro, tutt’altro che archeologia. È presente, attualità, nella storia di Claudio Cecchetto: dj, talent scout, fondatore di radio, produttore musicale, manager dello spettacolo, autore e conduttore televisivo. 65 anni, nativo di Ceggia, paesino della provincia di Venezia, figlio di un camionista. Una discreta parabola. Condurre la più importante manifestazione italiana a quell’età è da vertigini. Un sogno che si avvera ancor prima di essere sognato. Come si fa a non montarsi la testa? A iniziare a guardare tutti dall’alto? E soprattutto: dopo, che si fa? Si presenta il secondo e il terzo, in rapida successione. Senza fermarsi a pensare che sei andato più veloce del tempo. Che hai preso il destino in contropiede. E che a trent’anni hai già vinto tutto, come Beppe Bergomi campione del mondo a 19 anni, nel 1982. Cose che succedevano a quei tempi.

Nella sua biografia, parlando della proposta di condurre Sanremo, scrive: «Nella mia carriera ho sempre avuto l’impressione che quando c’era qualcosa da cambiare chiamassero me».  

«È così. Poi bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Gianni Ravera mi aveva visto a Discoring e voleva rinnovare il Festival reduce da un’edizione un po’ così. Era il momento delle radio libere. Sono stato fortunato a essere il rappresentante del cambiamento. Non ero io il cambiamento, ci ero dentro. Peraltro, c’era anche un problema. Che mi guardai bene dal sollevare».

Cioè?

«Era il Festival della canzone italiana, ma io conoscevo quasi solo musica straniera. Nelle radio si mettevano dischi d’importazione, dance, new wave, rock. Ma non volevo certo porre dubbi. E siccome la fortuna aiuta gli audaci, un mese dopo seppi che, oltre all’attrice Olimpia Carlisi, nella serata finale ci sarebbe stato anche Roberto Benigni».

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Come ricorda quei momenti? Oggi sarebbero possibili?

«Negli anni Ottanta si osava molto più di adesso. Sì, stava nascendo la tv commerciale, ma si poteva ancora sperimentare. Per me era tutto un regalo, non volevo diventare un personaggio televisivo. Il mio sogno era la radio. Avevo l’incoscienza dell’età: più che per l’opportunità professionale, ero contento che mi vedessero mio padre e mia madre».

Le è piaciuto il Festival di Claudio Baglioni?

«Mi è piaciuto, sì. Sono abituato ad aspettare prima di dare giudizi: se una proposta è diversa dalle tue aspettative non significa che sia brutta, diamole una chance. Dopo la seconda serata ho mandato questo sms a Baglioni: “Volevo farti i complimenti per Sanremo. La tua presenza in video rende piacevole tutti i contenuti del festival e grazie a te emerge anche il talento delle persone che hai scelto. Grande, un abbraccio. Ps. Mai visto il pubblico in sala a Sanremo così contento”. Questo è quello che penso».

Non c’è stato solo Fiorello.

«Perciò ho aspettato la seconda serata. Fiorello è una forza della natura, il divario è così evidente. Invece, guardando meglio, mi sono accorto che aspettavo riapparisse Baglioni. La sua presenza metteva a posto le cose, dava le misure. Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sono entrambi bravi e professionali, ma è stato Baglioni la ricchezza del Festival».

Il «dittatore artistico» che ha inserito tanti artisti della Friends & Partners, la società che lo produce.

«Queste sono cattiverie per i titoli dei giornali. Se devi fare un bel Festival chiami chi fa squadra. E magari così riesci a spendere meno. Poi ci sono anche gli altri, i Negramaro non erano di Friends & Partners. Anche quando conducevo il Festivalbar dicevano: Cecchetto fa cantare i suoi, Sandy Marton, Tracy Spencer… Ma era gente affermata a livello internazionale. Conta che il pubblico sia contento e mi pare lo sia stato».

Cosa fa quando c’è Fiorello in tv? Vi sentite prima e dopo?

«Ci siamo sentiti, era contento. Fiorello non è un Robocop. Ha bisogno di avvertire affetto attorno a sé. Quando è salito all’improvviso sul palco quell’uomo, lui ci avrebbe fatto mezza serata. È un’anima sorridente, un cuore allegro, diverso da un comico».

Però fa divertire.

«Che non è solo far ridere. Ha la comicità della nostra gang, che ricorda i vecchi caffè degli artisti, dove si discuteva e si cresceva. Il posto favorisce le contaminazioni: Jovanotti che incontra Fiorello che incontra Gerry Scotti che incontra Fabio Volo che incontra Max Pezzali. Una catena del talento».

Fiorello è stato presentato come lo scaldapubblico.

«È riduttivo. Fiorello garantisce una partenza positiva. È uno generoso, preferisce essere all’inizio delle cose. Non dice: prima voglio vedere se funziona. Piuttosto, la sua partecipazione alza l’asticella per quelli che arrivano dopo».

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Baglioni e Michelle Hunziker

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Claudio Baglioni e Michelle Hunziker

Come fa un ragazzo nato a Ceggia, seimila anime, a diventare Claudio Cecchetto?

«Culo. Volevo intitolare Che culo il mio libro. Sottotitolo: quello che ho avuto e quello che mi sono fatto».

Ha un’immagine di questa storia?

«Ci dev’essere qualcuno lassù che ha pensato a me. Io ho cercato sempre di farmi trovare pronto e nello stesso tempo di non montarmi la testa. Ho cercato di trasmettere questa semplicità anche ai ragazzi. Quando vedevo il rischio, partiva il discorso preventivo: ricordiamoci sempre da dove veniamo, che la nostra è una condizione fortunata e non dovuta. Ringraziamo il cielo che ci sia, ma quello che abbiamo ottenuto è gratis. Ho sempre pensato che se fai bene le cose prima o poi i risultati arrivano».

Da ragazzino voleva fare il batterista. Un giorno di riposo della band andò nello studio per cambiare le pelli dei tamburi e vi trovò i suoi compagni che suonavano con un altro batterista.

«Da ragazzi si pensa che la batteria permetta di non studiare la musica. A me piaceva il ritmo. Mi piace sentire suonare bene la batteria; ma se io non la suono bene non piace neanche a me. Volevo stare in quella band, ma dopo il primo momento di stupore, mi accorsi che quel ragazzo suonava meglio. Lì è scoccata la scintilla del talent scout. Se trovo uno che sa fare bene una cosa e collaboriamo affinché si affermi, in qualche modo mi affermo con lui».

Dice Jovanotti che «il mondo di Claudio Cecchetto è un posto dove un ragazzo che mixa i dischi diventa un cantante che scrive le sue canzoni, il commesso di un panettiere diventa lo scrittore che vende di più e un animatore di villaggi diventa il più grande showman in circolazione». Scoprire e valorizzare i talenti degli altri è il talento dei talenti?

«Certamente è un talento. Bisogna vedere le persone, intravederle. Fabio Volo venne a Radio Capital per convincermi a trasmettere un suo disco. Rimanemmo mezz’ora a parlare: “Cosa ti piace fare?”. “Leggo molti libri”. Gli proposi un baratto: “Ti metto il disco a patto che tu venga a trasmettere da me”. Ero pieno di dj che sapevano solo di musica, finalmente uno che legge. Fiorello arrivò a Radio Deejay con Bernardo Cherubini, fratello di Lorenzo, che gli aveva detto che lì era pieno di ragazze. Andammo a cena e vidi subito quell’energia, un po’ grezza, ma esplosiva e incontenibile. Peraltro, lui imitava cantanti italiani e Deejay trasmetteva solo musica inglese. Poco alla volta ci siamo integrati, modernizzati, ognuno rimanendo sé stesso».

Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, Amadeus, Gerry Scotti, Leonardo Pieraccioni, Fabio Volo, Dj Francesco, Sandy Marton. Si parla poco di Sabrina Salerno…

«Ho prodotto il suo primo album che conteneva Boys boys boys, ma non faceva parte della mia organizzazione. Ha camminato con le sue gambe. È una figura legata agli anni Ottanta e Novanta, anche se mi risulta abbia ancora seguito in Spagna».

Sanremo e Fantastico, poi il lancio di Radio Deejay: erano gli anni delle ideologie, gli anni di piombo. Non è mai stato sfiorato dalla politica?

«Avevo così tanto da fare… Finivo un progetto ed entravo direttamente in un altro».

C’era la guerra in Italia.

«Pensavo a creare un mondo migliore con i miei mezzi. Mia sorella è psicologa e si occupa di far star bene chi soffre. Anch’io mi sono sempre occupato del benessere delle persone. Sono figlio degli anni Settanta, ero partito dagli ideali: ci sono i problemi, i conflitti, ma possiamo anche divertirci. Non mi spiegavo come mai se i giovani partono sempre di sinistra, alla fine la sinistra perdeva lo stesso. Vorrei vedere più giovani in politica. Ma non come i giovani di Sanremo, che sono istruiti dai vecchi e fanno le stesse cose dei vecchi».

È uno dei pochi ad aver lavorato in Rai, in Mediaset e con il Gruppo Espresso: come se lo spiega?

«Avevo un prodotto di successo, che per loro era un business. La radio volevo venderla a Berlusconi, ma Adriano Galliani disse che non erano interessati. Glielo dissi quando Berlusconi mi chiese: “Perché non l’hai venduta a me?”. Se volevo che Deejay crescesse dovevo associarmi a un grande marchio. Nonostante tutto, il Gruppo Espresso ha usato Deejay per la musica non come veicolo politico».

Adesso che cosa sta facendo?

«Faccio il Cecchetto, come al solito, mille cose insieme».

Ok, il progetto principale?

«Sto seguendo il tour di Max Pezzali, Nek e Francesco Renga. Era un’idea buona, ma vogliamo creare un evento musicale che vada oltre la somma dei fan dei tre artisti».

Che rapporto ha con il web?

«È la nuova frontiera del talent scout. Radio e tv sono sature e hanno tempi sempre più stretti. Internet è il pianeta dove trovare gli artisti del futuro. Con Stefano Longoni cerchiamo ragazzi da lanciare attraverso un format che abbiamo chiamato Starcube e che è il contrario di The Voice. Dentro un cubo vedo l’artista muoversi e ballare con l’audio abbassato: dev’essere la sua presenza a farmi venir voglia di alzare il volume. È il mio metodo di lavoro: non ho mai fatto provini sulla voce, è il contatto con la persona a svelarne il talento. Se mi fossi basato sull’estensione vocale forse non avrei lanciato Jovanotti».

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due degli artisti da lui lanciati

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due dei tanti artisti da lui lanciati

Accoglienza finora?

«Tiepida, ma non demordo. Oggi i dirigenti tv producono solo format garantiti. Io non voglio sostituire prodotti già in voga, ma aggiungere un’alternativa. Prima o poi produrrò una puntata pilota».

Cosa pensa dei talent show?

«Sono il matrimonio giusto tra tv e discografia. La tv ha suggerito alla discografia di fare spettacolo e non solo musica. Il primo talent show fu Castrocaro. Gli artisti di successo possono emergere anche altrove, non è colpa dei talent se non esce l’artista».

Qualcuno che le piace di più di questi anni?

«Marco Mengoni ha buone possibilità di diventare un artista storico. Del livello di Tiziano Ferro, Cesare Cremonini, Negramaro, Max Pezzali, Biagio Antonacci. L’X Factor che produce più artisti è quello inglese perché c’è Simon Cowell, un talent scout. Per un cantante è difficile giudicare un altro cantante».

Mara Maionchi?

«È una discografica, un’animale televisivo. Un piacere sentirla su qualsiasi argomento».

Il momento che ricorda con più piacere della sua carriera?

«Il Festival del 1981. Uscendo alla fine della finale, il mondo mi era cambiato davanti. La gente mi voleva abbracciare, le ragazze m’infilavano il numero di telefono in tasca, scene di fanatismo. Quella volta ho pensato ai Beatles».

E quello che le provoca dispiacere?

«Ognuno ha qualche rimpianto. Ma con la fortuna che ho avuto non è proprio il caso di lamentarsi».

Un progetto ancora da realizzare?

«Ho avuto due nascite, quella naturale a Ceggia, e quella artistica, a Sanremo. Per questo, mi piacerebbe tornare a Sanremo da direttore artistico».

In un libro sul lavoro Primo Levi scrive che si avvicina alla felicità l’uomo che riesce a far coincidere la sua passione con il mestiere.

«Le prime volte che andavo in radio non c’era lo stipendio, si mangiava gratis al ristorante in cambio della pubblicità. Non mi mancava nulla, non pensavo a guadagnare. La felicità di svegliarsi ogni giorno sapendo di fare la cosa che mi piaceva di più era appagante. Se poi ti pagano anche, è il massimo».

Non c’è il rischio che la vita coincida con il lavoro?

«Solo così si hanno grandi risultati. Una passione non prevede il part time. Per esempio, in discoteca mi annoiavo. O mettevo i dischi o niente».

Va in vacanza?

«All’Elba. Sono amico del padrone dell’hotel. Organizzo la serata di Ferragosto. Metto i dischi, li scelgo, preparo la scaletta. Una settimana di preparativi. Spotify, I-tunes, un’ora in spiaggia al giorno. Dal 16 mi annoio. Quando mi chiedono che musica metto in sottofondo, rispondo: in sottofondo non esiste, quello che faccio è in sottofondo. Per questo non posso fare l’amore con la musica».

Il genere musicale del futuro?

«La musica trap. Quella di Ghali e Sfera Ebbasta».

Come talent scout su chi scommetterebbe?

«Su Oel, quello delle Focaccine dell’Esselunga».

Diciamo che non deve fare molta strada.

«Diciamo che lo conosco bene».

Che cos’è la gratitudine?

«È un sentimento ambivalente, che serve al gratificato e al gratificante. Si deve anche stare attenti a non pretendere una gratitudine maggiore di quella che ci si merita. Quando lanci un artista è come un figlio: dev’essere libero di andare e sbagliare, senza pensare di doverti ringraziare tutta la vita. L’artista ha la sua strada, lo sa che sei suo padre. Bisogna avere le palle per essere grati. I miei artisti le hanno».

La Verità, 11 febbraio 2018

«Paolo VI e Donato Bilancia mi dissero…»

«Si accomodi lì, è il posto dei pazienti», sorride Vittorino Andreoli. «Pronto per essere analizzato», annuisco. Lo studio del professore veronese, psichiatra di fama internazionale e autore di perizie sui casi di cronaca nera che hanno segnato gli ultimi trent’anni di storia, è nel bellissimo salone di una dimora del Cinquecento. Ci sono una grande scrivania, un inginocchiatoio, stucchi e affreschi. «Non è casa mia, io amo la campagna», precisa. «Questo è uno dei due palazzi veneziani rimasti di quella che fu una dominazione tremenda. Qui hanno comandato austriaci, francesi e la Serenissima, la peggiore. I veronesi non amano i veneziani. Della ventina di leoni di San Marco che arredavano piazze e monumenti, poco alla volta ne è rimasto uno solo perché si faceva a gara per toglierli. Sa come sono i veronesi…».

No, mi fa l’identikit?

«Gran lavoratori, molto centrati su di sé, poco amanti della cultura. Parlo anche di me, s’intende. I veneziani invece non lavorano. Veneziani gran signori, vicentini magna gati, veronesi tuti mati».

Da psichiatra ha giocato in casa.

«Noi veronesi siamo così. Amavamo re Teodorico che se ne stava nella sua rocca e, racconta la leggenda, morì rincorrendo un cervo d’oro. Delirava, ma i veronesi lo adoravano malgrado fosse barbaro, invasore e pazzoide. La pearà, una salsa particolare che accompagna il bollito, è diventata il piatto veronese per definizione perché era il suo preferito».

Insisto: l’indole dei locali c’entra con la sua professione?

«Mettiamola così: conosco la lingua madre e questo aiuta. Faccio il mio lavoro con il dialetto. Nel raptus non si dice: “Guarda, c’è il demonio che ti mangia”, ma: “Varda, gh’è el demonio che te magna”. Ho lavorato anche negli Stati Uniti, ma i matti veronesi sono i miei preferiti. Come uno che predilige le donne modenesi».

Settantasette anni, statura, chioma e sopracciglia da scienziato istrione, frequente ospite di salotti tv sul disastro antropologico contemporaneo, prolifico saggista e autore di narrativa, nell’ultimo libro intitolato Il silenzio delle pietre (Rizzoli), Andreoli racconta di un uomo che nel 2028 fugge dalla sua città e si ritira nel Sutherland, alta Scozia, territorio con «un abitante per chilometro quadrato, la più bassa concentrazione umana di tutto il pianeta, deserto compreso».

Il nuovo romanzo con parti autobiografiche di Vittorino Andreoli

Il nuovo romanzo con parti autobiografiche di Vittorino Andreoli

Siamo in via XX settembre 35, lo stesso indirizzo del protagonista del romanzo. È mai stato a Inverkirkaig?

«15 anni fa ho fatto sistemare da un architetto una casa di pescatori davanti a una baia sull’Oceano. Adesso ci vado meno perché è troppo isolata, ma ho sempre amato la Scozia. Per un anno ho studiato a Cambridge e quando potevo scappavo lassù. Ci ho trascorso molte estati. Anche se lì, come si dice, le stagioni le puoi vivere tutte in un giorno».

Ci andava per immergersi nella natura?

«Per ridurre la paura dell’uomo. Penso che chiunque voglia fuggire dalla città immagini un posto così».

Quindi è un libro con parti autobiografiche?

«Ci sono esperienze, sentimenti, pensieri personali».

Anche sul rapporto con la sua città?

«Ho un ottimo rapporto con Verona. Mi muovo, vado all’estero, ma ho sempre voglia di tornarci. La città non va abbandonata, ma ripensata allo scopo di renderla vivibile per tutti».

A fine anni Novanta poteva farlo candidandosi come sindaco.

«Alcuni cittadini avevano fatto il mio nome. La gente mi vuole bene. Non me ne vogliono giornalisti e professionisti».

Perché uno psichiatra scrive romanzi, in parte autobiografici?

«Lo psichiatra non è un fisico che studia le particelle in modo distaccato, con i suoi pazienti si mette in gioco. Scrivere romanzi è l’unico modo per esprimere i miei sentimenti, per immedesimarmi».

La storia del suo personaggio senza nome contiene un dilemma antropologico: meglio la vita nella metropoli o nella natura?

«Il mio personaggio è stanco del mondo metropolitano, pensa a un mondo che si è fermato al quinto giorno del libro della Genesi».

Dicevamo del dilemma antropologico.

«Se è per questo ci sono tutti i dualismi: silenzio e rumore, isolamento e ressa, solitudine e compagnia, animali e uomo».

Scrive che forse sarebbe stato meglio si fosse occupato di zoologia anziché di psichiatria. Le prime 80 pagine sono descrizioni di uccelli marini.

«Li osservo senza pretese scientifiche. All’inizio, sembra che la natura sia l’eden, invece poco alla volta il protagonista scopre che anche gli uccelli sono pericolosi, come nel film di Alfred Hitchcock. Anche in riva all’oceano c’è bisogno dell’uomo. Questo è l’approdo dello psichiatra: senza l’altro, l’io non esiste».

Lei ha seguito i casi più tragici della storia criminale recente, da Pietro Maso a Donato Bilancia a Luigi Chiatti. Che cosa ne ha tratto?

«Quando iniziai a fare lo psichiatra si pensava che il matto fosse una summa di devianze: irrazionalità, immoralità, impulsività, rapporto alterato col reale. Io mi son sempre chiesto: che cos’ha di umano questa persona? Cosa c’è di positivo nella follia? Lo schizofrenico veronese Carlo Zinelli, mio paziente, è diventato un grande pittore: al Guggenheim di Venezia per vedere le sue opere ho pagato un biglietto d’ingresso. Donato Bilancia è stato il più grande criminale del Novecento italiano. Ha commesso 17 omicidi in sei mesi. Un giorno mi disse: “Ci sono due persone che godono della mia massima stima. La prima è chi mi ha insegnato a rubare, la seconda è lei”. Ho sempre rispettato l’uomo nel paziente. Lo vedevo ogni giorno, mi aveva raccontato tutto. “Che cosa posso raccontarle che non le abbia già detto? Non le ho mai parlato di quelli a cui è andata bene”. Capisce il grado di fiducia?».

Crede nell’esistenza del demonio?

«Nel 1972 scrissi un libro intitolato Demonologia e schizofrenia. Il cardinale di Milano Giovanni Colombo mi telefonò per chiedermi se ero disposto a incontrare Palo VI. Lo vidi due volte. La prima mi chiese se avessi mai avuto un paziente il cui comportamento fosse collegabile alla possessione. Risposi che mi ero imbattuto nei limiti della conoscenza, ma mai avevo pensato alla necessità di un’entità esterna all’uomo. Per noi il male è nell’uomo e nella società. Mi chiese ancora se la psichiatria avesse mai rilevato casi di possessione. Mi presi del tempo. Quando ci rivedemmo dopo un mese gli dissi che i dubbi della psichiatria non riguardano il trascendente, bensì la funzionalità dell’uomo da solo e in mezzo agli altri uomini. Mentre, prendendomi sotto braccio mi accompagnò alla porta, continuava a ripetere: “Il male c’è, professore; il male c’è”. Qualche tempo dopo scrisse la famosa lettera sull’esistenza del maligno e “il fumo di Satana entrato nella Chiesa”».

Papa Paolo VI, che Andreoli incontrò due volte per parlare dell'esistenza del demonio

Papa Paolo VI, che Andreoli incontrò due volte per parlare dell’esistenza del demonio

La società del 2028 che descrive nel romanzo è un mondo in cui la trasgressione è il principale strumento di successo e chi è stanco di vivere si può ammazzare. Pensa che tutto precipiterà così rapidamente o è fantascienza?

«Tutto fuorché fantascienza. Estremizzo fatti che già accadono. Se avessi traslato il racconto di un secolo sarebbe stata fantascienza. In dieci anni il declino può diventare precipizio. Se non cambierà qualcosa, in un decennio l’uomo pulsionale che agisce in base ai sensi – voglio, mi piace, lo prendo – avrà vinto».

Qual è la causa di questa deriva?

«Con Tangentopoli scoprimmo che un gruppo di persone usava il denaro per appropriarsi di tutto, potere, vantaggi, donne. Nel mio studio vennero a chiedere aiuto politici e ministri. Non dormivano, vivevano nel terrore. Sembrava che si dovessero correggere le abitudini di una fetta di popolazione. Invece, la corruzione è diventata di massa. Una volta gli avvisi di garanzia spaventavano. Oggi sono relativizzati. Si dice che bisogna essere flessibili, adeguarsi. È la banalità della corruzione. Il verbo rubare è stato cancellato».

Da psichiatra cosa pensa delle baby gang e di ciò che avviene nelle nostre scuole?

«Non ci sono più educazione e principio di autorità. Non c’è più differenza tra bene e male. I genitori ricorrono al Tar perché il figlio ha preso nove anziché dieci. Un alunno di 17 anni sfregia l’insegnante con un coltello perché vuole interrogarlo. Educare è insegnare a vivere. Purtroppo non vedo i maestri. La risposta alle baby gang è mandare 100 militari in più a Napoli?».

La soluzione?

«Leggi che rispondano ai principi, i quali appartengono alla natura dell’uomo. La consapevolezza della propria fragilità, che è una conquista perché ci fa capire di aver bisogno dell’altro, il rispetto della donna che può diventare madre, l’amore e il dono di sé».

Da dove cominciare?

«Mi sono attribuito l’ambizione di completare la massima socratica: “Conosci te stesso”. Aggiungerei: per vivere meglio con l’altro».

Che consiglio darebbe ai politici in vista delle elezioni?

«Di farsi aiutare – da soli non ce la fanno – a scoprire se il loro impegno è motivato dalla ricerca di una gratificazione dell’ego, o da un reale servizio alla comunità. Politico deriva da polis, città: siamo sempre lì. Purtroppo, non vedo nessuno con questo spirito».

Perciò non andrà a votare?

«Non glielo dico. Amo la democrazia, non quella mascherata delle sette».

Ha mai pensato di entrare in politica?

«Mi è stato proposto in due occasioni molto importanti, ma ho declinato. Il mio sogno sarebbe andare 15 giorni a Palazzo Chigi o a Montecitorio. Ma non mi vogliono».

Per analizzare i politici?

«Per curarli. Sono maghi nel fregare la fiducia delle persone. Con l’occhio clinico vedo subito quando qualcuno recita. Il potere è una malattia sociale gravissima, si crede di curarla aumentandolo».

Crede in Dio?

«Se non credo in Dio devo credere al caso. Nel nostro cervello ci sono 85 miliardi di cellule organizzate in una rete a cui si legano idee, parole, gesti, fantasia, desideri. Come si fa a non credere che esista un Creatore? Più difficile è credere in un Dio che regola la morale. Molti miei amici lo hanno incontrato, io spero visiti anche me».

La Verità, 4 febbraio 2017

«Nel populista Grillo rivedo il primo Mussolini»

«Sì, certo, il Vittoriale è una grande avventura. E spero di presiederlo ancora diversi anni, c’è tanto da fare. Tuttavia, non vorrei che fosse come quei ruoli, pur molto amati, dai quali certi attori non riescono a emanciparsi». Giordano Bruno Guerri non è solo il manager culturale che ha trasformato la dimora di Gabriele D’Annunzio, un sito dall’immagine polverosa ferma alla Prima guerra mondiale, in un’istituzione innovativa al centro di una miriade d’iniziative, eventi, festival. Storico, studioso del fascismo, autore di inchieste rumorose, già direttore editoriale della Mondadori, direttore di giornali e riviste, editorialista, avrebbe potuto starsene a Roma a firmare documenti salvo qualche trasferta una tantum. Invece, si è stabilito sul Garda con la famiglia per dedicarsi senza riserve. Ora, mentre lui tiene la posizione, la moglie Paola e i figli Nicola Giordano e Pietro Tancredi, si sono spostati a Lanzarote, Canarie, «dove ho trovato un’ottima scuola per i ragazzi, la vita costa poco e io li posso raggiungere in 4 ore di volo low coast da Bergamo».

L'ingresso del Vittoriale degli italiani di cui Guerri è presidente: nel 2017 258.000 visitatori

L’ingresso del Vittoriale degli italiani di cui Guerri è presidente: nel 2017 258.000 visitatori

L’inizio è obbligato, Guerri: il nome è un programma?

«Ho diffuso molte leggende. La verità è che un nonno voleva chiamarmi Bruno e l’altro Giordano, così è saltato fuori questo nome doppio. Ma non sapevano chi fosse Giordano Bruno, tant’è vero che mi hanno battezzato. Però è stata una fortuna, quel nome sembra uno spot».

Il prodotto ne mantiene le promesse?

«Ho avuto un’educazione religiosa, ho fatto il chierichetto e frequentato l’oratorio. Fino all’abituale crisi religiosa adolescenziale. Non sono anticlericale, nel clero ci sono bravissime persone. Da libertario nutro diffidenza verso una religione che dipende da un testo sacro. Per di più, avendo scritto Gli italiani sotto la Chiesa, conosco gli effetti benefici, ma anche quelli malefici che ha causato al nostro Paese».

Ha scritto anche Io ti assolvo, registrando i preti nei confessionali.

«Fu un gesto maleducato, ma indispensabile. Era l’unico modo per sapere cosa dice la Chiesa ai penitenti».

E scoprì che i preti erano cupi moralisti.

«Il primo pensiero era la morale sessuale. Lo spunto era venuto dai vescovi olandesi, per i quali non era giusto che i bambini facessero la confessione non essendo in grado di capirla».

Lei non poteva fingersi bambino.

«Ma ricordavo bene quanto il mio prete, un salesiano, rompesse le scatole sul sesso: “Dovete confessare tutto”, ammoniva, “se no quando l’ostia si poserà sulla lingua diventerà un tizzone ardente”. Siccome avevo già deciso di non raccontargli i fatti miei, passai giorni di terrore in attesa della prima comunione».

Con papa Francesco è tutto superato?

«Con il catechismo olandese sono convinto che i bambini non debbano accedere alla confessione prima degli 11 anni. Non mi pare che questa regola sia stata applicata».

Le piace Bergoglio?

«È un innovatore e mi sembra che vada nella direzione di una maggiore apertura della Chiesa».

Libertario, anarchico, anticlericale: come si definirebbe?

«Anarchico, come ateo, è una definizione assoluta nella quale non mi ritrovo. Mi considero antireligioso perché la religione è il non pensiero. O meglio, è un pensiero preconfezionato».

Antireligioso vuol dire anticristiano?

«Tutt’altro, non posso non dirmi cristiano. Per fortuna il cristianesimo ha vinto e imposto i suoi valori. Uno dei bersagli di Cristo era il sacro. Il cattolicesimo, invece, è il trionfo del sacro».

Forse per chi lo identifica con la morale.

«E con che cosa va identificato? In concreto: insegno ai miei figli il senso dello stare insieme e del volersi bene. Però contesto le feste come momento strumentale ed evito di imbottirgli la testa con troppe pippe sul Natale, la Pasqua e la famiglia tradizionale».

Il cristianesimo è qualcosa di più, è credere che Gesù Cristo è il salvatore. Dio avrebbe potuto salvarci schioccando le dita, invece ha fatto diventare il suo unico figlio uno di noi: non c’è in nessuna religione.

«Se si crede in questo… Per me Cristo è un grande rivoluzionario. Anche la storia dell’unico figlio, sai che roba: Dio poteva mandarne cento di figli».

Complicato serializzare l’immacolata concezione.

«Anche l’immacolata concezione regge poco».

È il modo attraverso il quale Cristo è uomo e Dio perché concepito senza peccato.

«Guardi, l’ho risolta così: un creatore che ama la vita avendola creata sarà contento di incontrarmi perché anch’io l’ho molto amata e onorata. E quando mi vedrà, allargando le braccia, dirà: “Finalmente”».

Non ne dubito. Le piace di più il lavoro di manager culturale o di storico?

«Faccio ancora lo storico, per fortuna. A maggio uscirà per La nave di Teseo il seguito dell’Antistoria degli italiani, da Romolo a Giovanni Paolo II: 150 pagine col nuovo sottotitolo: da Romolo a Grillo».

La sua biografia di Gianni Agnelli è stata bloccata?

«La biografia di 700 pagine è terminata e nessuno l’ha bloccata. Deve uscire in contemporanea nei Paesi per i quali è in fase di traduzione in sette lingue».

C’è una data?

«Il 2019, verosimilmente la seconda metà».

Come ha fatto a togliere a D’Annunzio l’alone di intellettuale protofascista?

«Questa è stata la vera impresa. Peraltro, non ancora completata. Abbiamo riscoperto D’Annunzio in tutta la sua grandezza di genio rinascimentale piantato nei nostri tempi».

Oltre alle esposizioni D’Annunzio eroe e D’Annunzio segreto, all’Automobile è femmina, al ripristino del laghetto, del canile, all’aumento dei visitatori, alle donazioni di Martino Zanetti, dello scultore Velasco Vitali, della biblioteca di Ida Magli, all’illuminazione serale e tutto il resto, colpisce la rinuncia ai finanziamenti statali, mentre tutti li bramano.

«È stata una scelta di gestione. In cambio ho ottenuto un consiglio d’amministrazione agile e maggiore libertà di manovra. Se il Vittoriale non fosse stato privatizzato dovrebbe fare entrare gratis i visitatori ogni prima domenica del mese, come fanno, giustamente, i musei statali. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha annunciato per il 2017 50 milioni di visitatori e 200 milioni d’incassi, ovvero 4 euro a biglietto. Al Vittoriale l’ingresso costa 11 euro. È come se avesse totalizzato un fatturato di 750.000 visitatori e non di 260.000, che pure sono un record».

Che cosa pensa della scelta di Franceschini di affidare la direzione di importanti musei a direttori stranieri?

«Ha fatto benissimo, ha indetto un concorso internazionale. Con il patrimonio artistico di cui disponiamo dobbiamo avere i manager migliori».

Lei diventò direttore di Storia illustrata senza essere giornalista: cos’era successo?

«La Mondadori mi chiamò dopo il successo del libro su Maria Goretti. Avvertii che non avevo mai messo piede in un giornale. Però presi confidenza con il nostro strano mondo fin dal primo giorno quando trovai sulla scrivania la lettera che dovevo firmare e spedire all’Ordine dei giornalisti: “Io sottoscritto Giordano Bruno Guerri, direttore di Storia illustrata, dichiaro che il signor Giordano Bruno Guerri sta svolgendo il praticantato sotto la mia direzione”».

È vero che da ragazzo ha chiesto l’elemosina?

«Vero, nella stazione della metropolitana di Cordusio e girando l’Europa in autostop. Lo facevamo sull’esempio dei Beatnik e dei Provos: uno sberleffo di cui non mi vergogno affatto».

Era anche un gran libertino: mi dice l’esperienza più trasgressiva pubblicabile su un giornale?

«Che ne so, sono stato con quattro donne insieme. Ma erano cose normali, situazioni che capitavano negli anni Settanta in epoca pre Aids e di liberazione sessuale a tutti i costi. Non si aveva l’idea di compiere chissà quale performance. Era un lusso: complicato, faticoso e non cercato. Dove si finiva più che altro per ridere. Soprattutto se si presentava la quinta».

Che cosa pensa della vicenda delle molestie, della subalternità delle donne e delle rivelazioni a scoppio ritardato?

«Che è giustissimo sollevare il problema, soprattutto in certi ambienti e per certe professioni. Solo che il problema delle attrici si sta riverberando ovunque. Non penso che mettere una mano sul ginocchio di una signora nell’intento di corteggiarla vada considerata una molestia. Può dire “no, grazie” e tutto finisce. È un atto che sta nel rapporto tra uomo e donna, l’intraprendenza da una parte, il rifiuto dall’altra».

Si definisce liberale, liberista, libertario: che cosa l’ha fatta diventare ex libertino?

«Mia moglie. Essermi innamorato di una donna straordinaria mi rende talmente felice e soddisfatto da non avere altri desideri. Mi posso vantare di dodici anni di fedeltà assoluta, spontanea e gioiosa. L’unica volta che ebbi un incarico politico, nel comune di Soveria Mannelli, in Calabria, scelsi di fare l’assessore al “Dissolvimento dell’ovvio” per andare contro la cultura imperante e la standardizzazione. Oggi sceglierei la carica di assessore al “Ripristino dell’ovvio”: fedeltà, lavoro regolare, attenzione agli altri».

Giordano Bruno Guerri con la moglie, la scrittrice Paola Veneto: «Da 12 anni sono felicemente fedele»

Giordano Bruno Guerri con la moglie Paola Veneto: «Da 12 anni sono felicemente fedele»

Sua moglie Paola Veneto ha fatto il miracolo. Come l’ha conosciuta?

«Venne a farmi un’intervista su Pier Paolo Pasolini e siccome godevo di cattiva fama si presentò accompagnata da un signore alto due metri. È un’autrice teatrale che parla quattro lingue e fa traduzioni».

Aldo Busi ed Eva Robin’s, amicizie che le mancano?

«Aldo Busi sì perché gli voglio molto bene. È un grande scrittore oltre che un uomo buono che temo soffra molto di solitudine. Eva Robin’s è una simpatica amica».

E Leonardo Mondadori?

«Era un grande amico con il quale litigai per quel libro sui confessionali. Per fortuna ci siamo rappacificati prima della sua morte prematura».

Altri rapporti che rimpiange?

«Per lo più quelli con persone scomparse, Pier Vittorio Tondelli, Moana Pozzi. La perdita maggiore è stata Ida Magli, aveva più di novant’anni. Avvicinando questi tre nomi ammetto una certa irregolarità».

Chi è il giornalista più stimolante e intelligente con cui ha lavorato?

«Me stesso».

Se dovesse scegliere un’idea da imprimere nel cuore dei suoi figli?

«Libertà. Soprattutto di pensiero e di comportamento».

Nel film di prossima uscita Sono tornato Mussolini dice: «Eravate un popolo di analfabeti, dopo ottant’anni torno e vi ritrovo ancora un popolo di analfabeti». Ha ragione?

«Forse sì, i dati sulla lettura non sono incoraggianti. Il primo fascismo era un movimento populista. Se Mussolini fosse nato negli anni Sessanta non avrebbe fatto le camicie nere, le leggi razziali, le guerre. Era un uomo che mirava a trasformare la società, usando gli strumenti e i bisogni dell’epoca. Oggi farebbe tutt’altro. La figura più simile è Grillo non perché sia fascista, ma perché ha trovato gli strumenti, la chiave inglese del numero giusto, per provare a intervenire nel presente».

Non nel senso che Grillo è un potenziale dittatore.

«Esatto».

Voterà per il M5s?

«No, perché il M5s è un movimento di massa e io non mi riconosco nella massa. Un giorno un importantissimo uomo politico di cui non le dirò il nome mi disse: “Lei è un uomo partito, deve fondare un partito”. Sono economicamente di destra, liberalismo e mercato, e socialmente di sinistra, eutanasia e diritti civili. In questo, mi sento un anarchico di destra. Tant’è vero che fino a quando c’era Marco Pannella votavo radicale».

Adesso Emma Bonino è affiliata al Pd.

«Affiliata al Pd e con il simbolo di Bruno Tabacci. Ma a parte questo dettaglio tecnico e la Bonino che è persona stimabile, mi pare che i radicali siano più divisi del lecito e abbiano perso forza d’impatto nella società».

Il presidente Sergio Mattarella ha detto che il fascismo non ha meriti.

«È una visione parziale. A titolo di storia: la scolarizzazione massiccia, la frenesia di opere pubbliche, le bonifiche, la lotta alla tubercolosi, l’avvio della previdenza sociale…».

Vede il pericolo del ritorno del fascismo?

«La rete dell’Europa e della globalizzazione non lo consentirebbero mai. Non parliamo del fascismo con gli stivali, ma neanche delle forme più soft. A meno che non si verifichino drammatiche crisi economiche».

Di Casa Pound cosa dice?

«Che so’ ragazzi».

Gene Gnocchi su La7 durante la copertina delle polemiche

Gene Gnocchi su La7 durante la copertina delle polemiche

Quanto ha sbagliato Gene Gnocchi su Claretta Petacci?

«Una volgarità di una ingiustizia umana e storiografica indicibile».

Ma lei era davvero una donna senza macchia che si è immolata per amore?

«Aveva un fratello stronzo, ma amava Mussolini. Innamorata e per di più fascista: immagini che cosa rappresentasse per lei quell’uomo».

C’è spazio per una destra autorevole, credibile, colta? O la destra è solo quella dei cinepanettoni?

«Lo spazio c’è, ma resta da vedere se c’è quella destra credibile, autorevole e colta. Forse è scarsamente rappresentata e allora acquistano rilevanza fenomeni come Casa Pound. L’intellettuale di sinistra è più portato alla conciliazione. Quelli di destra è difficile che si mettano a lavorare a uno scopo comune. Credendo molto nell’individuo, sono individualisti».

La Verità, 28 gennaio 2017

Nino Sgarbi, quanta vita dentro placide acque

Tenerezza, mitezza, timidezza. Sono le parole che mi girano dentro da quando ho saputo della morte di Giuseppe Sgarbi, papà di Elisabetta e Vittorio. Tenerezza, soprattutto. Perché «Nino» Sgarbi era una persona dolce, di quella dolcezza non mielosa, ma sapida, ironica e dal sorriso trattenuto. Come trattenuti erano i sentimenti, coltivati nella contemplazione, la passione per la poesia e la pesca. Lo incontrai poco più di un anno fa, nella casa di Ro Ferrarese, metà farmacia e metà, anzi, ben di più, museo strabordante di opere, sculture, dipinti, oggetti d’arte accumulati con lo spirito tumultuoso che era proprio della moglie Rina e di Vittorio. Era da poco uscito il terzo libro, Lei mi parla ancora (Skira), struggente lettera rivolta alla donna della sua vita. Vulcanica e irrequieta lei, pacato e riflessivo lui. Mite e timido, scopertosi scrittore a 93 anni, dotato di sensibilità e trasparenze che non arrivano sulla pagina se non vivono nel cuore, epicentro dell’io. Nino era come quegli specchi d’acqua placidi in superficie, ma pieni di movimenti e correnti in profondità, i fiumi che traversano le terre narrate nei primi tre libri e ora nel quarto, Il canale dei cuori, di imminente uscita. Ha aspettato a lungo per farle sommessamente affiorare, quelle correnti, incoraggiato da Elisabetta e Vittorio. Ha aspettato che ci fosse lo spazio giusto per farle tracimare nei campi della letteratura. Gli siamo tutti grati per averlo fatto.

Di seguito, l’intervista uscita sulla Verità il 15 gennaio 2017, giorno del suo novantaseiesimo compleanno.

 

È una storia curiosa quella di Giuseppe «Nino» Sgarbi. Una vicenda singolare. In una famiglia di persone iperattive e tempestose come il figlio Vittorio (critico d’arte, politico, polemista e tutto il resto), la figlia Elisabetta (regista, editrice, fondatrice di La nave di Teseo e anima della Milanesiana) e la moglie Caterina «Rina» Cavallini dalla quale discendono quei temperamenti vulcanici, lui amava la pesca e la poesia. Il capostipite è uno spirito contemplativo e mite, un uomo tenero e pacato. All’alba dei 93 si è scoperto scrittore e ora che, oggi 15 gennaio, di primavere ne compie 96, si sta godendo il successo del suo terzo libro, Lei mi parla ancora (Skira), lunga e struggente lettera alla moglie morta un anno e mezzo fa. Giuseppe Cesaro che, a causa della cecità incipiente, glieli scrive sotto dettatura, dice che Nino Sgarbi gli fa venire in mente George Harrison, il Beatle che non riusciva a convincere John Lennon e Paul McCartney a incidere un suo brano. Appena la band si sciolse, però, pubblicò da solista All Things Must Pass, un triplo che riscattava le canzoni rimaste troppo a lungo nel cassetto. Nessuno ha compresso la vena letteraria di papà Sgarbi – il contrario – ma la sua trilogia sulla famiglia di farmacisti che in realtà sono critici, editori e scrittori è perfetta per trarne un film o una fiction (avrei anche il nome del regista adatto). Anche le location si presterebbero. Nella casa di Ro Ferrarese, paesino addossato all’argine del Po, la vecchia farmacia confina con il salotto dalle pareti foderate di quadri e dipinti e dai tavoli affollati di sculture, busti, volti, statue. In totale 4.000 opere che abitano e riempiono una trentina di stanze, appartenenti alla Fondazione Cavallini Sgarbi, molte delle quali vanno e vengono di continuo dalle mostre. Sulle porte, invece, sono incorniciati gli articoli e le interviste di Vittorio ed Elisabetta. Qui c’è quella travolgente fame di vita della madre e di Vittorio, che percorre la prosa rarefatta ed elegante di Nino. La seconda casa di questa saga, nel centro storico di Ferrara, dove Nino Sgarbi e Rina Cavallini si sono conosciuti e amati, ha invece il carattere di Elisabetta. Che l’ha, per così dire, «rieditata» con targhe in ottone, suddividendola in quattro appartamenti intitolati ognuno a un componente della famiglia, intestandoli complessivamente «Le case Cavallini Sgarbi».

Giuseppe «Nino» Sgarbi con la figlia Elisabetta e la moglie «Rina» nella farmacia di Ro Ferrarese

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta e la moglie «Rina» nella farmacia di Ro Ferrarese

Dottor Sgarbi, Lei mi parla ancora sarà il suo ultimo libro o la saga continua?

«Guardi che io non sono mica uno scrittore… E, comunque, non vorrei scrivere più niente. Proverò a resistere agli inviti a continuare».

Da dove le arrivano?

«Da Vittorio. Vorrebbe che scrivessi un libro su Gnocca, che è un paese qui vicino, sul Po, dove andavo a pescare con il fratello della Rina. Ci sono tre paesi attaccati, prima c’è Oca, poi Gnocca e infine Donzella. Vedremo. Però non ho tanta voglia».

Il titolo è… stimolante. Suo padre e anche Vittorio hanno sempre frequentato la bellezza femminile.

«Le belle donne ci sono sempre piaciute, a cominciare da mio padre che ha avuto una vita piuttosto attiva in questo senso. Mia madre era una santa donna, oltre che molto bella. A Stienta avevamo il mulino e una volta toccò a lei portare un campione di frumento da esaminare a mio padre. Lui prese il grano e trovò moglie».

E lei ha mai fatto ingelosire la Rina?

«Non era gelosa se apprezzavo qualche bella donna. Mi lasciava dire, senza irrigidirsi. Non credo di averla mai fatta indispettire. Era una donna di notevole intelligenza e cultura. Si era laureata in farmacia con 110 e quando partecipò a un concorso a Milano con 90 candidati per sei farmacie ne vinse una. All’esame trovò anche il modo di correggere il professore di matematica che aveva commesso un errore. Così per molti anni abbiamo avuto due farmacie, questa di Ro e quella di Milano. La Rina stava lì, io andavo ad aiutarla qualche giorno e poi tornavo qui».

Parlando del vostro rapporto ha scritto: «Ci univa la differenza, non l’identità».

«Se si è uguali si può andare meno d’accordo. Io mi occupavo della farmacia e m’interessavo di caccia e pesca. Lei si dedicava ai figli e seguiva le attività artistiche di Vittorio, soprattutto partecipando alle aste. Però se un’opera le piaceva era pronta a superare il limite massimo che lui le aveva dato».

Diceva che si è interessato di caccia e pesca…

«Mio padre era un gran cacciatore. Possedeva bellissimi fucili per il tiro al piccione. Da ragazzo lo seguivo e mi sono appassionato. Poi, quando conobbi la Rina, suo fratello mi iniziò alla pesca e tradii la caccia. La pesca è una passione che ti seduce e conquista. Ti entra nel cervello… Poi qui siamo addosso al Po, può ben immaginare quante occasioni».

Com’è accaduto che si è scoperto scrittore a 93 anni?

«Da tanto tempo Elisabetta insisteva perché scrivessi qualcosa sulla mia vita. Detto oggi e ridetto domani, ho provato. Il risultato è piaciuto molto a lei e anche a Vittorio finché l’hanno fatto pubblicare».

Quando e come scrive?

«Lo sa che non ci vedo quasi più? Dètto i miei pensieri a un amico paziente».

Com’è la sua giornata?

«La mattina mi alzo piuttosto tardi. Poi vado al cimitero a Stienta, 25 chilometri da qui. Nella tomba di famiglia sono sepolti mio nonno e mia nonna, i miei genitori, le mie sorelle e mia moglie. Quando torno, pranzo e poi vado a dormire un paio d’ore. Dopo cena sto alzato fino a molto tardi, guardo la televisione, spesso c’è Vittorio».

Giuseppe Sgarbi con il figlio Vittorio: «Vuole che continui a scrivere, proverò a resistergli»

Giuseppe Sgarbi con Vittorio: «Vuole che continui a scrivere, vedremo»

Segue la politica?

«No. Di politici di valore non ne abbiamo più. Io ho visto De Gasperi e Andreotti. In televisione guardo soprattutto Rai Storia, sono appassionato delle cose della guerra. Ho fatto la campagna di Grecia, a Giannina. Siccome ero cacciatore mi misero al mortaio. Mi sono congedato col grado di sottotenente. Qualche volta, alla sera, Edera, la mia infermiera, mi fa vedere dei filmati su quella tavoletta, come si chiama… Vede che sto perdendo anche la memoria?».

Il tablet.

«Ecco sì, un oggetto portentoso. L’ho conosciuto da poco…».

L’altra sua passione è la poesia?

«Leopardi, soprattutto. “Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai silenziosa luna? Sorgi la sera e vai…” E La vispa Teresa la conosce? Da giovane ho letto tanto. Anche i libri che Mussolini proibiva. Anatole France era uno dei miei preferiti: “La nostra vita è un viaggio nell’inverno e nella notte. Noi cerchiamo il nostro passaggio nel cielo, dove niente risplende”».

A proposito di memoria: vorrei essere come lei a 96 anni…

«La ringrazio. Mi restano in mente molti versi, credo che l’espressione in poesia sia una delle più perfette che esistano. Poi ricordo L’Idillio dell’Orlando di Ariosto che incontra una donna che l’amerebbe se lui “a Macon credesse” e lui “si diede e per un bacio rinnegò la fede”. Questi versi son cari a chi crede poco. Me li insegnò l’ingegner Orengo che dopo la guerra s’innamorò di mia zia Eliduina. Molti anni dopo scoprii che Ariosto era nipote di Brunoro Ariosti, l’antico proprietario della casa di via Giuoco del pallone dove conobbi la Rina».

Come avvenne?

«Avevo prestato dei libri di chimica a un amico che li affidò a sua volta a una ragazza. Quel giorno incrociai quella ragazza all’università, la quale mi disse che sarebbe andata a studiare a casa di una sua amica e li avrebbe lasciati lì. Mi presentai in via Giuoco del pallone e la vidi».

In quella casa è sbocciato il vostro amore.

«Ci incontravamo lì per studiare, nella sala del grande camino. A Rina bastava leggere una volta il testo ed era in grado di ripeterlo. Io avevo bisogno di più tempo, perciò qualche volta restavo a ripassare a casa mia per non annoiarla. Studiavamo fianco a fianco, i gomiti si sfioravano, si toccavano, lei non si ritraeva. Quando ebbi la certezza che ricambiava la mia passione scrissi una lettera di commiato alla fidanzata di allora, un’insegnante di Bergamo, amica di mia sorella. Lei comprese e accettò. Suo padre meno, e venne fino a Stienta per biasimare il mio comportamento. Non aveva tutti i torti, ma non potevo farci nulla. La prima volta che avevo visto la Rina, quando mi aprì la porta di casa in quel pomeriggio, capii che il mio futuro sarebbe dipeso dai suoi occhi».

Giuseppe e Rina Sgarbi si sposarono nel 1950: «Vado a trovarla tutti i giorni al cimitero»

Giuseppe e Rina Sgarbi si sposarono nel 1950: «Vado a trovarla tutti i giorni al cimitero»

Così lei ha avuto tre grandi passioni: due contemplative come la pesca e la poesia e una travolgente come la Rina. È così?

«È così. La Rina ha riempito la mia vita, era una donna speciale, di una bellezza speciale, piena di idee e iniziative. L’anima della famiglia».

Una famiglia di farmacisti che in realtà sono tutti artisti.

«Sì, un paradosso. La Rina seguiva Vittorio nella sua attività, a volte era lei che dettava i suoi articoli ai giornali. Elisabetta ha fatto l’editrice, ha fondato La nave di Teseo, fa la regista».

E adesso è arrivato lo scrittore. Va tutti i giorni al cimitero?

«Sì, tutte le mattine. Quando, nel fine settimana, viene anche Elisabetta qualche volta leggiamo alla Rina un articolo di Vittorio. Lui invece capita qui di notte, lancia qualche idea, parla con Alessandro delle mostre e riparte. Lì, a Stienta, abbiamo una cappellina. Se non fa troppo freddo, come in questi giorni, entro e mi fermo una decina di minuti. Chiamo al telefono Elisabetta e recitiamo insieme un Padre nostro e un’Ave Maria. Poi torno a casa».

 

«Cristo ci ha stravolto la vita e il rock»

Entri nella casa di Francesco Lorenzi, sulle colline sopra Marostica, e sei in un altro mondo. Già l’esterno, interamente bordeaux, promette bene. Dentro sei circondato da legno di rovere e ardesia, davanti a un’enorme parete di vetro che domina la valle a sud. Se l’è progettata e costruita con l’aiuto di un geometra e alcuni artigiani. Al piano superiore living e zona notte, al piano inferiore studio e sala di registrazione. «Ci ho messo un po’, ma ce l’ho fatta. Trovare il terreno e avere i permessi sono state le cose più difficili. Volevo un posto silenzioso, nella natura, in faccia al sole». 35 anni, viso aperto e parlata schietta, Francesco Lorenzi è il leader (autore, cantante e chitarrista) dei The Sun, la band composta con altri tre ragazzi vicentini che a dicembre ha festeggiato vent’anni con un doppio album, 20 appunto. In due decenni il cambiamento è stato profondo: sono diventati cristiani. Il sole però c’entrava anche quando si chiamavano Sun eats hours, traduzione inglese del detto contadino el sol magna ’e ore: il sole mangia le ore, presto fa buio. Solo che per un gruppo punk era una citazione dark.

Dal punk al rock, dall’agnosticismo al cristianesimo: cos’è successo?

«È successo che a un certo punto ho cominciato a guardarmi attorno. Avevo sempre sognato in grande e mi ritrovavo senza pace, armonia, allegria. Privo di un significato di quello che facevo. La musica doveva essere garanzia di una vita speciale, invece… Che cosa mi rende davvero libero, aldilà di una piacevolezza fuggevole?».

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Francesco Lorenzi, leader dei The Sun, durante un concerto

Di solito a questo punto le band si sciolgono.

«Io e Ricky, il batterista, fondatori del gruppo, avevamo deciso di non suonare più insieme. Eravamo prigionieri dei cliché, lui anche dell’alcol. A Matteo, il bassista, invece andava bene così».

Che cosa successe?

«Non riuscivo a scrivere il nuovo album che doveva portarci negli Stati Uniti. Ero incupito. All’epoca convivevo con una ragazza spagnola e la sera del 10 dicembre 2007, quando andai a cena dai miei genitori, persone solide e realizzate, mia madre mi mostrò il volantino che proponeva un incontro di riflessione in una parrocchia: “Magari dicono qualcosa che ti può interessare”, suggerì. La curiosità è che i miei non erano assidui praticanti».

E lei ci andò…

«Pensavo di trovare preti e anziani, invece l’incontro era tenuto da ragazzi della mia età che raccontavano la vita di Gesù attraverso il vangelo di Giovanni. Lo facevano con un tale entusiasmo che ne fui rapito. Mi dicevo: questi ragazzi di lunedì sera si trovano a parlare di Gesù Cristo… Che cos’hanno trovato che io non ho visto?».

Poi?

«La notte ho cominciato a leggere il vangelo e la sera dopo sono tornato perché quel primo incontro era parte di un corso. Vedevo persone luminose…».

La faccenda si faceva seria.

«In una cappellina di quella parrocchia da 22 anni si fa l’adorazione eucaristica 24 ore su 24: persone sostano in contemplazione davanti al tabernacolo. Don Lino Cecchetto – il mio Cecchetto – mi propose di partecipare. Scegliemmo l’ora dall’una alle due del mercoledì notte. Pian piano quel momento ha influenzato il resto della vita».

La sua conversione ha trascinato quella degli altri, sembra una storia un po’ automatica.

«Quasi tutti mi consigliavano di andare avanti come solista. Io pensavo che quello che avevo trovato serviva a poco se non lo condividevo con gli amici di sempre. Ognuno di loro aveva problematiche particolari. Scelsi di affrontare l’argomento prima con Matteo, poi con Gianluca, l’altro chitarrista, infine con Riccardo. All’inizio i miei argomenti risultavano debolucci, poi cominciò a nascere anche in loro qualche domanda. Hanno avuto il merito di fidarsi senza fermarsi alle apparenze. Ora Ricky fa l’adorazione con me».

Il libro in cui Francesco racconta la sua storia con prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Il libro di Francesco, prefazione del cardinal Gianfranco Ravasi

Come risuona una conversione in note?

«La musica non poteva più essere puro intrattenimento. Sentivamo l’urgenza di essere costruttivi e vitali, nel senso nobile del termine. Volevamo aiutare le persone a incontrare la bellezza che c’è in ognuno di noi. Certo, tra capirlo e farlo c’è un abisso».

Citando il modo di guardare agli idoli del passato: chiedi chi erano i Beatles; oppure: volevamo essere gli U2. Come sono cambiati i vostri modelli di riferimento?

«I punti di riferimento erano le band della scena punk come gli Offsprings, i Green day, i Bad religion. Avendo suonato insieme ad alcune di loro, cominciavamo a coglierne la debolezza. Quella della rockstar era una parte da recitare: trovata la formula del successo, la si ripete. Ma a vent’anni non sei lo stesso di quando ne hai 50. Fu una delusione. Pensavo che la musica doveva rispecchiare quello che avevamo incontrato. Avevamo una strada nuova davanti, senza idoli da imitare. Era tutto da inventare. Ed era una sensazione di grande libertà».

Come hanno reagito i fan storici?

«Erano incazzati, si sentivano traditi».

E le case discografiche, la critica?

«Con la Rude records, un’ottima etichetta, ci fu il divorzio. Li capisco: aspettavano il quinto album in inglese e io mi sono presentato in ritardo con i pezzi scritti in italiano. Niente disco e tournée saltata: l’incontro con Cristo ci aveva rivoluzionato la vita e la musica, ma si era rivelato un cataclisma professionale. Universal, Emi, Warner si ritirarono: “Queste canzoni sono troppo positive”. Dicendola secca: quello che fa vendere è tirar merda. Non è stato facile non scendere a compromessi, anche perché ci sono argomenti molto convincenti».

Avete tentennato?

«Abbiamo creduto che avremmo trovato spazio. Sarò sempre grato a Roberto Rossi, il direttore artistico della Sony che, non conoscendo la nostra musica precedente, ha avuto più facilità ad accorgersi che la nostra proposta riempiva un vuoto. Sony pubblicò Lo spirito del sole senza toccare una virgola».

Saranno cambiati anche i circuiti dei tour?

«Prima suonavamo nei festival rock, oggi nelle piazze, nei campi profughi, nelle basiliche, nei cinema, nei teatri, negli ospedali, nelle zone di guerra: la musica può circolare ovunque. Abbiamo suonato davanti a papa Benedetto XVI, a papa Francesco, in Terra santa».

Siete una band di christian rock?

«È avvilente che per esigenze giornalistiche ci abbiano affibbiato questo nickname. La nostra musica non ha nulla da invidiare agli artisti che ascoltiamo massicciamente nei network. Stiamo provando a far capire che siamo dei cristiani che fanno rock. Spero sia concesso».

Ne dubita?

«Dobbiamo dimostrare due volte quello che valiamo. In un certo senso è una spinta a dare il meglio di noi. Ma se qualche giornalista scopre la nostra musica perché il figlio viene al concerto, e vuole parlarne in tv o scriverne, quando emerge la nostra storia ed entra in campo il caporedattore, tutto si complica».

I vostri testi si sono riempiti di «luce», «sole», «amore», «scelta», la parola più ricorrente è «destino». Sentite troppo la preoccupazione del messaggio?

«Accetto la provocazione. Sento la responsabilità di trasmettere quello che ho incontrato perché vedo il vuoto esistenziale che deriva dalle produzioni di moda. È più difficile scrivere canzoni con un messaggio costruttivo che distruttivo».

Forse si può entrare nell’attualità con un giudizio, come avete fatto in Le case di Mosul.

«Ci sono canzoni con tonalità più scure come Le case di Mosul, L’alchimista o Dentro di me. Per noi è importante testimoniare che anche dentro esperienze di dolore può esserci una luce».

Le radio vi trasmettono?

«Difficilmente. La musica che passa nelle radio è frutto di accordi editoriali che non sempre considerano la qualità. Se cedi una parte dei diritti d’autore allora il network ti lancia, altrimenti no. Anche le tv premiano talenti prevalentemente estetici. Cantautori come Francesco De Gregori, Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Fabrizio de André oggi non esisterebbero».

Che rapporto avete con i social?

«Su Facebook c’è una community di 60.000 fan che s’informa sulla nostra attività. Per il resto, il nostro pubblico non sta moltissimo online».

Avete provato a partecipare a Sanremo?

«La Sony ci ha proposto nel 2010 con Antonella Clerici e nel 2011 con Gianni Morandi, ma alla selezione finale ci siamo fermati. Forse è stato meglio così perché nel frattempo siamo cresciuti. Magari l’anno prossimo, se Claudio Baglioni resterà, ci riproveremo. Si vede dalle decisioni che ha preso sul minutaggio e le eliminazioni che è un musicista».

Ha seguito X Factor?

«Un po’, anche se non è il mio mondo. I Maneskin hanno capito l’importanza della dimensione live, prima di uscire avevano già la tournée organizzata. Che approvi quello stile, no. Ma professionalmente devo riconoscere la qualità del prodotto».

Il cristianesimo coincide con i valori non negoziabili?

«In parte: ci sono argomenti non ritrattabili. La catastrofe del nostro tempo è il relativismo».

Un concetto caro a papa Ratzinger.

«Che amo profondamente. Credo sia giusto ripristinare un pensiero che riconosce l’esistenza del bene e del male, e dove ogni ruolo non sia intercambiabile. L’universo ci racconta un ordine, mentre l’uomo relativista gioca con questo ordine».

È questo il nucleo del cristianesimo?

«Questo ci aiuta a evitare che la confusione ci domini».

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un'udienza in piazza San Pietro

Francesco Lorenzi saluta papa Francesco ad un’udienza in piazza San Pietro

Più papa Benedetto XVI che papa Francesco?

«Anche papa Francesco comunica verità necessarie. La Laudato sii è una grande enciclica. Sbaglia chi la riduce a un testo ecologico. Bergoglio ha dato testimonianza prendendo posizione contro i poteri forti come i nostri politici non riescono più a fare».

Come guardate alla politica?

«Con grande interesse e grande dolore. Manca una proposta unitaria che rappresenti la sensibilità cattolica. È uno degli aspetti su cui diverse persone mi sollecitano a lavorare».

Il 4 marzo per chi voterà?

«Non ho ancora deciso. M’imbarazza vedere come i politici passino più tempo a criticare gli avversari che a dimostrare la qualità delle loro idee».

 

La Verità, 14 gennaio 2018

«L’ictus di Daniela ci ha fatti rinnamorare»

Volto sorridente, capello morbido, occhi cerulei che incantano il pubblico femminile, Mimì Augello è il poliziotto più invidiato da quello maschile perché le indagini del Commissario Montalbano non gli precludono una vivace frequentazione del gentil sesso. Cesare Bocci, però, non è solo un investigatore playboy: tra i due episodi di una stagione e quelli della successiva, fa cinema, teatro, altra tv e si dedica alla compagna Daniela Spada e alla figlia Mia. Ora, al sabato sera su Tv2000, conduce Segreti – I misteri della storia, collana di biografie di grandi personaggi che ne svelano qualche tratto inedito. Anche lui ha una storia tosta e poco nota da raccontare. Lo incontro a Roma, nella scuola di cucina aperta da Daniela.

Cosa ci fa Mimì Augello nella tv dei vescovi?

«Più che propormi io sono loro ad avermi accettato. Il programma è un’idea di Fabio Andriola e Alessandra Gigante subito accolta dal direttore Paolo Ruffini. Insieme hanno pensato a un volto riconoscibile per lo studio e sono arrivati a me. Su Rai 3 avevo già condotto Il giallo e il nero che si occupava di grandi delitti irrisolti».

Qui si parla di storia.

«La storia mi è sempre piaciuta anche se non sono un divoratore di trattati. M’incuriosisce indagare nella vita delle persone. Segreti – I misteri della storia è una serie di biografie oltre le nozioni e le etichette che ci hanno consegnato i testi scolastici, il cinema e la pubblicistica. A volte si scoprono lati inediti di personalità che abbiamo catalogato in modo sbrigativo».

Per esempio?

«Per me è stata una scoperta apprendere che, dietro i suoi occhialetti, Camillo Benso conte di Cavour era un giocatore d’azzardo al quale piacevano le donnine e che in casa non riusciva a gestire un centesimo perché comandava il fratello. Oppure che la principessa Sissi, la romantica Elisabetta di Baviera interpretata da Romy Schneider, era prigioniera di ossessioni al punto da dormire ricoperta di carne cruda per nutrire la pelle con le sue proteine. Insomma, ci sono la storia ufficiale e la storia più minuta, ma più vera».

Lo stesso schema si può applicare anche a lei: il pubblico la conosce per quella parte nel Commissario Montalbano, mentre la sua vita è stata segnata dall’ictus post parto della sua compagna.

«L’abbiamo raccontato nel libro Pesce d’aprile – Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti (Sperling & Kupfer, ndr). Era la prima domenica a casa dopo che Dany aveva partorito Mia, quando un fortissimo dolore le attraversò la testa: un embolo era arrivato fino al cervelletto. Al risveglio dal coma, dopo venti giorni, non mi riconobbe né ricordava di essere diventata mamma».

Bisognava ricominciare da zero.

«C’era una montagna da scalare. Era appena nata nostra figlia e dovevamo imparare a fare i genitori, ma adesso dovevamo imparare a farlo con questo handicap. Con l’aiuto di amici e persone care non ci siamo arresi. Una volta cadevo io, un’altra si scoraggiava lei, ma siamo andati avanti. Poco alla volta la nostra vita è ricominciata e ora, con tutte le fatiche, siamo felici. Ci siamo innamorati per la seconda volta».

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Cesare Bocci con la compagna Daniela Spada e uno dei loro cani

Dove avete trovato il punto di resistenza?

«Dany dice che l’ha aiutata l’incoscienza. Uscita dall’ospedale ci ha messo un po’ per rendersi conto del suo stato di salute e delle sue limitazioni. Pensi al rapporto con una bimba di poche settimane: non poteva allattarla, soccorrerla, dedicarsi a lei. Nel libro scrive: “Sono una delle poche madri che ha imparato a camminare dopo sua figlia”».

La fede aiuta in questi casi?

«Dany è credente».

Nel dormiveglia in ospedale bisbigliava la messa in latino.

«La memoria è come un puzzle, questi infortuni hanno l’effetto di buttare all’aria il mosaico e ogni tanto una tessera ricade, ma non dove si trovava prima. Così, mentre si pensa che riguardi un fatto recente, magari risale a qualche decennio prima, come nel caso della messa in latino che Dany aveva ascoltato, bambina, dalle suore».

Dicevamo della fede…

«Lei è stata aiutata… Io mi ritengo cristiano nel modo di relazionarmi agli altri. Gli stessi pazienti sono persone prima che malati. Questo ci ha spinto a batterci per il rispetto della dignità e delle condizioni negli ospedali. E ci ha convinto a raccontare tutta la storia, per metterla a disposizione di altri che possono trovarsi in situazioni analoghe».

Come ha influito questa esperienza nella sua professione?

«Anche se la voglia di affermarmi ce l’avevo come tutti, essere figlio di gente di campagna mi ha sempre fatto tenere i piedi per terra. Ricordo che quando mi richiamarono per una serie volevo rifiutare: “Sei l’unico che lavora in famiglia, vai che io in qualche modo me la cavo”, sentenziò Dany. Quando mi trovai in camerino avvertii una calma improvvisa, niente a che vedere con la solita ansia da prestazione. Da queste cose o vieni sopraffatto o cresci e affronti le sfide successive con più realismo».

La sua carriera sarà segnata da Mimì Augello?

«È un personaggio che mi accompagna da vent’anni, nella serie più longeva d’Italia, in grado di ottenere ascolti che nessun’altra fiction ha mai fatto. Non posso che essere grato ai produttori e al regista Alberto Sironi. Proprio poco fa un passante si è congratulato per la parte del principe Raimondo Lanza di Trabia in Volare, la miniserie su Domenico Modugno. Anche Adesso tocca a me su Paolo Borsellino mi ha dato molta soddisfazione. Poi c’è il teatro, che mi fa uscire dagli schermi, piccolo e grande».

Cesare Bocci è stato un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me» su Rai 1

Cesare Bocci, un credibile Paolo Borsellino in «Adesso tocca a me»

Permaloso, scansafatiche, spiazzato dagli eventi: quanto ha Augello del suo carattere?

«Permaloso lo è di più Montalbano. Scansafatiche no, ho sempre fatto lavori manuali. Spiazzato dagli eventi… diciamo che sono un po’ distratto».

Che rapporto avete sul set?

«Ormai siamo fratelli. Sironi, un lombardo che sa raccontare la Sicilia alla grande tanto che i siciliani lo adorano, ha scelto dall’inizio questo gruppo di attori. Quando è un po’ che non ci vediamo cominciamo a fremere e a mandarci messaggi. La Sicilia poi è fantastica da tutti i punti di vista, compreso quello del cibo».

Perciò Montalbano va molto al ristorante?

«Sì, e cazzia Augello perché metterebbe il parmigiano sugli spaghetti alle vongole. Girammo quella scena un mattino alle nove: “Dobbiamo mangiare sul serio la pasta a quest’ora?”, ci lamentammo. “Certo che dovete mangiarla”, sbraitò il regista. Cominciammo controvoglia, ma poi il sole, il mare, una forchettata dopo l’altra, facemmo pure il bis».

Andrea Camilleri?

«Quando comincia a raccontare resti a bocca aperta. Dopo un episodio incentrato su un traffico di organi di bambini con una discussione tra me e Luca, ci raggiunse a pranzo. Io lo salutai e lui borbottò: “Ieri sera tu hai fatto piangere me e mia moglie”; una frase che conservo come un complimento».

Figlio di una famiglia contadina, come le è venuto di fare l’attore?

«Mio padre era veterinario e negli anni Settanta, quando le campagne si spopolavano, comprò un terreno. I miei amici se la spassavano e io stavo su quel terreno. Che odiavo, ma che m’insegnò molte cose. A 22 anni, un amico invitò al cineforum dell’università Saverio Marconi che aveva aperto una scuola di recitazione. A Tolentino eravamo tutti attori. Mia madre, maestra della scuola, preparava i costumi, le storie, io stesso ero già salito sul palco. Finalmente m’iscrissi alla scuola di Marconi. Eravamo quattro ragazzi squattrinati, ma fondammo la Compagnia della Rancia e recitammo nei primi musical: Arlecchino innamorato, La piccola bottega degli orrori, A chorus line…».

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e il regista Alberto Sironi sul set del «Commissario Montalbano»

Cesare Bocci con Luca Zingaretti, Peppino Mazzotta e Alberto Sironi sul set di Montalbano

Suo padre come prese l’idea di fare l’attore?

«Come magni? mi chiese in marchigiano. Tornavo a casa tardissimo e lo trovavo a fare le parole crociate. Non poteva dirmi che era fiero di me, ma ritagliava le recensioni del Resto del carlino. Per una prima a Tolentino gli prenotai un posto. La notte lo trovai con le solite parole crociate e gli chiesi un giudizio. La musica era un po’ alta, la scenografia insomma… “E io, papà?”. “Tu sei molto bravo, ma in quella scena così, in quell’altra colà”: una recensione in piena regola».

Pur di recitare ha fatto l’attaccatore di numeri civici.

«Era stata decisa la revisione toponomastica del paese, un amico vinse l’appalto e mi chiamò: staccavamo i vecchi numeri e attaccavamo i nuovi andando porta a porta, conoscevamo tutti. Ho fatto il cameriere, il fabbro, l’imbianchino, il noleggiatore d’auto, il tecnico delle luci ai concerti di Ron, Mietta, Biagio Antonacci. Ho conosciuto Frank Sinatra al concerto di Pompei. Da capotecnico ero l’unico autorizzato a stare sul palco. Quando lo vidi entrare non mi trattenni e cominciai ad applaudire: una cazzata… Mi sorrise dietro il bicchiere di whisky».

Che cosa le piace e cosa no della nostra televisione?

«Mi piacerebbe che, come nei paesi anglosassoni, ci fosse più servizio pubblico. Se c’è un argomento importante vorrei che venisse trattato comunque, senza inseguire l’audience».

E dell’Italia di oggi?

«Non mi piace la distanza dalla politica che si è creata negli ultimi anni. Non mi piacciono l’anarchia, gli inciuci elettorali, la vittoria basata sull’attacco personale anziché sul programma. Non mi piace che i giovani non riescano a entrare nelle decisioni riguardanti il loro futuro. Che di fronte alle ingiustizie sul lavoro prevalga la rassegnazione del tirare a campare. E non mi piace che l’Italia sia fuori dai Mondiali».

E qualcosa che le piace e la fa essere ottimista sul futuro?

«Mia ora è adolescente e con lei mi accorgo che i giovani cominciano a farsi delle domande. C’è un piccolo risveglio, anche determinato dal Movimento 5 stelle che ha dato una scossa a tutto l’ambiente, a prescindere dal fatto di approvare i loro contenuti. L’abolizione dei vitalizi però era giusta, peccato».

La Verità, 7 gennaio 2018

«La crisi del Nordest nasce dall’italietto»

Dopo una settimana di cellulare «non raggiungibile», di mail senza risposta e di editori e amici rassegnati, Francesco Maino risponde inopinatamente all’ennesima chiamata a fondo perduto. Eccoci nella piazza di San Donà di Piave, «Venetorientale, un bidè di provincia chiamato bassopiave», come scrive lui stesso, avvocato quarantacinquenne, nel suo Cartongesso (Einaudi, 2014) vincitore del Premio Calvino per le opere prime. È una suite di 240 pagine, flusso continuo senza capitoli, protagonista un penalista con tendenze suicide che fa l’elastico tra le bettole dell’entroterra e il tribunale di Venezia, occupandosi d’immigrati, disoccupati, poveri diavoli. Romanzo autobiografico e di feroce denuncia di un modello considerato vincente, invece descritto come falso, posticcio, meschino e sregolato, patria d’individualismo, evasione e alcolismo. E reso con scrittura scorretta, scomposta, torrenziale, gorgogliante, provocatoria, furiosa.

Un libro dal quale è dura liberarsi?

«Durissima. Racchiude 40 anni della mia vita, di cui otto impiegati per scriverlo. Ci hanno fatto tesi di laurea, l’università di Venezia ha organizzato un seminario con gli architetti… Non che non abbia più scritto nulla. Prima Ratatuja, per uno spettacolo con un trio di jazzisti, poi L’Inferno indolore, un racconto per il Festival Dante 2021 di Ravenna. Per disintossicarmi… Era una storia terminale».

Non è solo il classico blocco del secondo libro?

«Mi è venuto su come un conato, io stesso ne sono ossessionato. C’è tutta la frustrazione di sapere di essere uno scrittore e non farcela… Erano i giorni dello scandalo del Mose, andavo in tribunale a Rialto, vedevo la città che smottava e me che facevo e faccio un mestiere che mi ripugna.  Poi le carceri veneziane, altro incubo. Dovevo trovare una lingua. Quando mi chiamano, anche adesso, si aspettano altre invettive, altra ferocia. Goffredo Parise diceva che per scrivere ci vogliono una carica vitale e un registro stilistico personale, riconoscibile. La carica vitale temo di averla riversata lì. Preferisco stare a casa, con tutto il bello che c’è da leggere».

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

Ha il dubbio di aver detto tutto?

«Mi dicono: “Tu sei destinato a durare”. Invece, può succedere che la scrittura non venga più a visitarmi. Mai avrei pensato di essere pubblicato da Einaudi. Avevo questo testo nel cassetto; Romolo Bugaro, un amico prima che uno scrittore, mi ha incoraggiato. Un’importante agenzia letteraria mi aveva detto che era bello, ma impubblicabile. “Mandalo al Premio Calvino”, ha insistito lui. Mio padre è un professore di lettere, 3000 volumi negli scaffali con Carlo Emilio Gadda, Luigi Meneghello, tutti i grandi. Gli ho detto: “Non occorre che lo esponi”. L’ha messo vicino all’Airone di Giorgio Bassani. Potrei anche fermarmi qui, no?».

Invece, cosa sta scrivendo?

«Nella mia testa so che il prossimo libro sarà una tragedia. Come un Euripide del 2018 vorrei creare dei miti, qui, in questa terra, come fosse Tebe. Presto o tardi lo farò. Sto lavorando su una lingua geometrica, ossea, senza midollo, solo struttura e cassa toracica. Un conto è avere come protagonista una voce esondante, straparlante che ti tiene in bilico sul cavo d’acciaio per 250 pagine, un altro è progettare un libro in cui l’io scompare e, in un mondo spettrale, ci sono solo ossa che camminano. Però, per farlo devo isolarmi e leggere».

Il Veneto in cui vive è davvero solo libertà, nero e ombre?

«Avevo bisogno di calcare, di addentrarmi nel grottesco per tentare un rilancio impossibile. M’interessava sovvertire. La letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare, rassicurare, deve aprire la pancia e guardare cosa c’è dentro, come diceva Giuseppe Berto. È stato un esordio psicotico, visionario, da non prendere alla lettera. Il protagonista è un puteo baùco (bambino stupido, minchione ndr) che, tra le tante cose, può infilare anche qualche verità. Hanno preso questo libro come un paradigma di tutta la regione. Ma non sono un sociologo, mi sono limitato a raccontare quello che vedevo con il mio sguardo bipolare. Dopodiché se la gente si accapiglia, bene».

Il cartongesso è simbolo di falsità, di fragilità apparentemente solida.

«C’entra molto il linguaggio. Si parla del territorio, della città diffusa. “Dobbiamo ascoltare il territorio…”, capisce? Non il popolo. Siamo dentro questo impasto di formule: “La locomotiva del Nordest deve tornare a correre”. Avevo in mente una riflessione sulla memoria, sull’essere senza passato e perciò senza futuro. Mi veniva dal gergo avvocatesco: dobbiamo “depositare la memoria, sennò il tempo scade”. Che cosa vuol dire “depositare la memoria”? Siamo prigionieri dell’eterno presente e ci schianteremo. Poi ho conosciuto un imprenditore fallito, pronto alla galera: “Ma sì”, mi ha detto, “per tremila euro mi metto a buttar su un po’ di cartongessi e il gioco è fatto”. Il cartongesso è una polpa mista, una cosa finta. Il cartone è il materiale delle baracche del dopoguerra nelle campagne povere. Il gesso è la farina, la polvere, persino la coca. Una roba falsa, posticcia e senza fondamenta. Come noi».

Diceva della necessità di una lingua.

«L’estraneità è innanzitutto linguistica. Oggi basta un suffisso, tipo bio o eco, per nobilitare qualcosa di banale. È il gergo della pubblicistica promozionale: villaggio residenziale sta per oscena periferia, crema al mais vuol dire polenta. Provo a raccontare uno smarrimento collettivo, senza fare sconti nemmeno a me stesso. Dopo la stagione di Goffredo Parise, Guido Piovene, Giuseppe Berto, Dino Buzzati, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto c’è un’altra generazione che prova a raccontare la trasformazione irreversibile di questa terra».

Ripesca dal passato parole dimenticate, altre le crea con la rabbia. E si scaglia contro il dialetto edulcorato che fa folclore, «il grezzo», un misto di italiano e dialetto che potremmo chiamare «italietto»: falso come il cartongesso?

«Domina una lingua prolassata, la parolina stucchevole tra un prosecco e l’altro. È una lingua che si sposa al techno british dei piccoli imprenditori con il Suv a rate. Ogni tre parole senti “start up” e “smart”. Per essere moderno diventi ruffiano. I marchesati farlocchi dell’export hanno coniato un gergo buono per il luogo comune del Veneto regione più turistica d’Italia. Poi vai a Roma e quasi non sanno dov’è. E dove mi vedono come uno scrittore esotico. Voglio dare dignità alla nostra lingua antica, timida, modesta, povera, la lingua del dolore e del sacrificio che usava mia nonna. Un italiano dosato, che non ha curve perché va all’essenza. Una lingua sacra e solenne. Quella di Zanzotto, Biagio Marin e Giacomo Noventa. Di recente mi è capitato di ascoltare i discorsi pronunciati da Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi nel loro italiano sicuro, dignitoso, non una lingua all’antica, ma una lingua antica. Che ha fatto rinascere l’Italia».

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Cos’è la «nientitudine»?

«È una forzatura che descrive la disperazione dettata dal vuoto, dalla rinuncia a spiegare le cose, affidandosi agli slogan giornalistici, economici, legali, politichesi: “la dichiarazione choc, la tobin tax, la civiltà dei consumi, la nuova campagna elettorale, ce lo chiede l’Europa, l’ennesima carretta del mare avvistata davanti alle coste di Lampedusa, l’ennesimo barcone di migranti…”. Niente ha più peso, sostanza. La nientitudine è anche nei rapporti. La facilità delle separazioni, il divorzio breve, i matrimoni che si sfaldano per niente».

Lei «fa» l’avvocato ma, precisa, non «sono avvocato». Poi scrive e ha anche un terzo lavoro, «tenere al guinzaglio la morte», e un quarto, «trovare persone che mi salvino la vita».

«Penso alla morte e ho paura. Sono sempre in bilico. Cerco persone che mi aiutino a stare in equilibrio in questo mistero della vita. Per fortuna, oltre alla mia compagna, ho amici molto cari. Mi basta la loro presenza. Tenderei a sentirmi fuori posto, fuori tempo, anche nell’editoria. Non mi piacciono i libri di successo, i circuiti obbligati, il frastuono. Nel 2017 siamo capaci di costruire una città senza ricorrere a Renzo Piano? O di produrre dei libri con una storia nostra? Mi chiedo come si comporterebbe Calamandrei all’Ipercoop. O Pertini. Provo a credere alla possibilità dell’uomo di essere gentile, sensibile, poeta. Ma non so se basterà. Come diceva Pier Paolo Pasolini: non avendo fede, non credendo in niente, mi batto per qualcosa».

Poste queste problematiche recriminerebbe anche se vivesse in Toscana o in Piemonte.

«È vero. C’è un disagio che non è solo paesaggistico o geografico. È una rabbia che ci sarebbe anche se vivessi in Olanda. Chi scrive è sempre in cerca di luoghi ed equilibri introvabili. Come fossi un pesce costretto in una prateria, come fossi anch’io un asilante. Per questo la lingua è centrale. Ho un’idea di bellezza che non si ritrova nel Veneto, nell’Europa della Brexit, negli indipendentisti della Catalogna, nelle primavere arabe. Abbiamo visto morire Enrico Berlinguer e la Repubblica accartocciarsi in quello che è adesso, persa nella raccolta differenziata. Senza prospettiva, senza orizzonte, senza…».

Mi accennava a qualcosa di lieto che sta per accadere nella sua vita.

«Sì, sta per nascere la mia prima figlia. Si chiamerà Anna, come Anna Karenina, e già mi sta sconvolgendo la vita. Passo dalla condizione di figlio a quella di padre. Ho anche un po’ di paura. Nasce una bambina e mi accorgo di essere generativo. In una visione in cui non si salva nessuno, succede un fatto così… Aspetto. Non potrò che scrivere diversamente».

La Verità, 31 dicembre 2017

«A Natale? Vorrei la serie della Dottoressa Giò»

Televisione, radio, cinema, libri, comicità, fiction, intrattenimento, biografie sue e di altri, maschere, personaggi inventati: se c’è uno davvero multitasking è Nino Frassica. L’ultima scia di successo è quella di Indietro tutta trenta e l’ode, rievocazione per il trentennale della leggendaria trasmissione ideata e condotta con Renzo Arbore, che su Rai 2 ha battuto tutti i record di ascolti. Insomma, Frassica: un globetrotter dello spettacolo, un acrobata del surrealismo, un funambolo del linguaggio. Che non teme l’andamento lento né lo stile d’antan. Vincono su tutto la gag, l’ironia e la risata che smontano le rincorse quotidiane, lo strapotere della tecnologia, il dogma della connessione, il ricatto dell’ambizione.

Buongiorno Frassica, solo uno come lei può avere un cellulare ancora numerato con il 337.

«Sono rimasto l’ultimo. Infatti, dopo il 337 rispondo subito senza bisogno di digitare gli altri numeri».

Altra singolarità: è spatentato. Pentito?

«Ma quando mai. Ho la fobia dell’auto, come quelli che ce l’hanno dell’aereo o dell’ascensore… Però guido il camion a rimorchio».

L’ha stupita il successo di Indietro tutta trenta e l’ode?

«Un po’ sì. È un fatto intergenerazionale, come direbbero le persone studiate: un gradimento che ha coinvolto quelli degli anta, che ci seguivano all’epoca, e i millennials – sente come sono moderno? – che ne hanno sentito parlare dai genitori».

Un programma durato tre mesi che sbanca trent’anni dopo.

«Il coraggio e la genialità di Arbore lasciarono il segno, facendoci scoprire che si poteva ridere di tutto, canzonare gli intoccabili. Già l’aveva fatto nell’Altra domenica».

Andrea Delogu, Renzo Arbore e Nino Frassica in «Indietro tutta trenta e l'ode»

Andrea Delogu, Renzo Arbore e Nino Frassica in «Indietro tutta trenta e l’ode»

Cos’ha detto ad Arbore visti gli ascolti?

«La mattina dopo la prima puntata non riuscivo a parlargli. Ero sul set di Don Matteo e avevo il silenzioso. Lui era sempre al telefono, così gli ho mandato un messaggio. Finalmente, all’una e mezza, ci siamo felicitati».

Altri progetti insieme?

«Ne abbiamo troppi per la nostra pigrizia: pensiamo, facciamo… Alla fine rinviamo sempre. Questa non l’abbiamo rinviata perché il trentunnale sarebbe venuto male».

Com’è il Natale in casa Frassica?

«Di riposo. A Roma corro sempre e non mi godo né il successo artistico né quello economico e nemmeno quello umano. Quando scendo a Messina, anzi, a Galati Marina che, come s’intuisce, è sul mare, mi accorgo della vita che faccio. Rivedo qualche registrazione, leggo qualche articolo sfuggito, guardo l’estratto conto della banca. Faccio letture piacevoli, le critiche negative no, le butto. Poi vengono a trovarmi sorelle, fratelli, nipoti, vecchi amici».

Albero o presepio?

«Presepe, ma vivente. La casa è grande, faccio un presepe kolossal con tante comparse per le mie nipotine Greta, Elena e Marta. Insieme al bue e l’asinello ci metto Peppa Pig, i Puffi, gli Jedi di Star Wars, l’Uomo ragno».

Un presepe postmoderno. Panettone o pandoro?

«Panettone».

Una tradizione di casa sua?

«Gioco non stop. Siccome c’è chi vorrebbe giocare a carte e chi a tombola, facciamo la tombola con le carte. Siamo capaci d’iniziare il 24 e di andare avanti fino al 28, stremati».

Cosa si vince?

«Pagine del libro Sani Gesualdi Superstar. Chi fa ambo vince venti pagine, chi fa terno trenta, quaterna quaranta, cinquina cinquanta, chi fa tombola tutto il libro».

Invita qualcuno importante della tv?

«Per esempio?».

Che ne so: Don Matteo, Gigi Marzullo, Roberto Giacobbo, Davide Mengacci, Cristiano Malgioglio?

«Li invito tutti, pure quelli che stanno dietro il telegiornale come Gabriele Paolini, Niki Giusino, ha presente? Qui non ci sono telecamere, però vengono lo stesso».

Giocano anche loro a tombola con le carte?

«No, non li facciamo giocare, ci vendichiamo e li carichiamo di botte».

Per quello che fanno in tv?

«Li puniamo».

Il menù cosa prevede?

«Ci penso da settimane. C’è ancora qualcosa che non mi convince del tutto, ma penso che proporrò una ricetta di carne e pesce misto. Bistecche alla fiorentina con merluzzo, oppure pesce spada con carne tritata; devo decidere».

Se la sente Carlo Cracco…

«Mi scrittura per il suo ristorante».

Nino Frassica e Renzo Arbore in versione natalizia

Nino Frassica e Renzo Arbore in versione natalizia

Regali prediletti?

«Vestiario con la misura più grande perché a Natale s’ingrassa».

Con quel menù. Va alla messa di mezzanotte o fa venire Sani Gesualdi a casa?

«Magari potesse, Sani Gesualdi è morto nel 1777. A mezzanotte fa troppo freddo. Però abbiamo delle messe registrate e le proiettiamo».

Sani Gesualdi le rimprovererebbe il Natale troppo consumistico?

«No, anche a lui piaceva il lusso. L’importante è che sia povero e moderato».

Quindi gioca a tombola con le carte. E io che pensavo passasse la giornata su Instagram…

«Non ce l’ho Instagram, solo Facebook».

Ah, si rifà con Facebook.

«Abbastanza… Poi ascolterò le puntate registrate del Programmone su Radio 2».

Già che fa anche la radio.

«Non mi faccio mancare niente».

In Complimenti per la connessione è stato un maestro Manzi digitale: che rapporto ha con la tecnologia?

«Piano piano ho imparato delle cose, vado lento. Poi però si recupera, basta un click e si trova tutto. Per la Dottoressa Giò però vanno bene anche le videocassette, ho tenuto apposta il videoregistratore».

Ha mai pensato a una sua web tv?

«Veramente no, c’è tutto su Youtube».

La vigilia, oggi che è domenica, guarda Barbara D’Urso o prepara la cena a base di pesce?

«Che domande mi fa? Il mio televisore è sempre sintonizzato su Barbara D’Urso, anche quando stiro. A volte resto incantato e brucio le camicie».

Allora, non guarda per la ventitreesima volta La vita è meravigliosa di Frank Capra?

«Solo se non c’è Barbara D’Urso. Vuole che le sveli un segreto?».

Son qui apposta.

«Guardavo sempre Il Grande fratello quando lo presentava lei. Anzi, dovrebbe tornare così s’incontrano una bella trasmissione e una brava conduttrice. Adesso sto cercando le videocassette della Dottoressa Giò, la serie in cui faceva il medico. Non curava i pazienti, però li intervistava… Intervistava anche i parenti piangenti. Cerco l’intera serie. Sono disposto anche a pagare mille euro a puntata, che per una videocassetta è tanto».

Com’è nata la sua vena comica?

«Al bar, per noia. E dalla disoccupazione, dal non voler studiare».

Dal cazzeggio con gli amici.

«Anche con quelli più grandi. Da ragazzo frequentavo già i quarantenni e i cinquantenni. I coetanei parlavano solo di calcio, invece io ero fissato con la musica. Poi guardavo Cochi e Renato in tv e ascoltavo Alto gradimento di Arbore, con Mario Marenco e Giorgio Bracardi. Ora li ho coinvolti nel Programmone».

Come nascono i personaggi?

«I personaggi cambiano, ma alla fine sono sempre io con la mia faccia. Le battute sono le stesse dall’esordio».

La fonte ispiratrice?

«Alto gradimento, L’Altra domenica».

Stanlio e Ollio o Charlot? Totò o Walter Chiari?

«Stanlio e Ollio e Totò. Stanlio e Ollio interpretavano pompieri, ladri o carabinieri, ma restavano sempre loro. Quello che piace fare anche a me, con le dovute proporzioni. Poi apprezzo pure Walter Chiari e Charlot».

Una perla del libro dice che «Sani Gesualdi ebbe un’infanzia, da piccolo»: lei quando l’ha avuta?

«Anch’io da piccolo, però frequentavo i grandi. Volevo capire prima le cose e iscrivermi subito alla quinta elementare. Mi hanno fatto fare la prima la seconda la terza la quarta e la quinta in un solo anno».

Quindi ha studiato parecchio prima di andare al bar.

«Prima del bar ero curioso. Cercavo l’altro, per rompere la monotonia della vita di provincia. Trovare il diverso è una forma di libertà. Quando passava qualche circo, ambulanti o comici di strada, mi buttavo. Devo aver visto anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Poi sono arrivate radio e televisione».

Altra perla, tra i premi del Music sciò di Scasazza c’è «un quadro astratto e un quadro concreto» e pure «un quadro della situazione»: come le vengono?

«Sono cose che esistono, cose logiche».

La copertina dell'ultimo libro di Sani Gesualdi: anche a lui piaceva il lusso...

La copertina dell’ultimo libro di Sani Gesualdi

«Bellettranghille», «infuntinfunti», «comunchi e perunchi»: Sani Gesualdi ha inventato una lingua?

«Sì, ma è più interessato al suono che alle lettere».

È nel cast di Che tempo che fa, in quello di Don Matteo, ha fatto il trentennale di Indietro tutta, conduce il Programmone su Radio 2, fa cinema, scrive biografie sue e di altri: dimentico qualcosa? Ma soprattutto, come fa?

«Dimentica la seconda stagione di La mafia uccide solo d’estate, dove interpreto Fra’ Giacinto, un frate cattivo ma buffo, secondo lo stile di Pif».

Che sarebbe?

«A volte la messa in ridicolo di certe figure malefiche è la più efficace delle condanne».

Una risata vi seppellirà?

«È il motto anche di Pif».

Ma come fa a fare tutto?

«Mi piacerebbe che la giornata fosse di 36 ore per lavorare meglio e riposarmi di più».

C’è una parte o qualcosa che finora le è sfuggito?

«Ho scritto una sit-com. Come regista non credo di essere in grado, ma come autore e interprete forse sì. Una specie di Soliti ignoti rivisti e corretti con una banda di rubagalline».

E il cast? Magari i compagni del Programmone e Complimenti per la connessione?

«Deciderà il regista, se si farà. Il cast è fondamentale, attori drammatici ce ne sono tanti. Per un film comico ci vogliono proprio quelli giusti».

Il bravo presentatore, Sani Gesualdi, il direttore di Novella bella: quale personaggio la rispecchia di più?

«Lo dicevo prima, sono uno solo: Frassica e basta, senza Nino».

E a Capodanno?

«Sono a Reggio Emilia».

A teatro?

«No, in piazza, col mio gruppo musicale: i Plaggers».

Questa mi mancava.

«Partiamo per il tour 2018-3018».

Repertorio?

«Cantiamo tutte le canzoni del mondo».

Con quel nome l’ispirazione è un attimo.

«Già, mischiamo tutto e facciamo cantare il pubblico che partecipa molto allo sciò».

La Verità, 24 dicembre 2017

«La tv è come l’Aids, se la conosci la eviti»

Al piano terra della palazzina che ospita Striscia la notizia, Antonio Ricci ha fatto realizzare una mostra permanente del programma. Lui lo chiama «il museo» e, in effetti, una rapida visita si rivela significativa. Ci sono un Gabibbo cameraman, un tapiro con le immagini dei 66 conduttori, centinaia di piccoli schermi e le fotografie di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano dietro le quinte: «Essere una vera squadra è il nostro segreto». Soprattutto, ci sono due installazioni che danno l’idea di che cosa sia il programma di punta di Mediaset. La prima è un’intera parete con le riproduzioni delle copertine dell’Espresso con le donnine generosamente discinte affiancate da una gigantografia di Carlo De Benedetti benedicente, il San Carlone. La seconda è un totem in plexiglass alto fino al soffitto contenente le querele collezionate negli anni. Oltre 300 procedimenti giudiziari dai quali il padre del tg satirico di Canale 5 è sempre uscito innocente, con la sola eccezione del fuori onda «Vattimo-Busi», di cui ha vinto il ricorso alla Corte di Strasburgo. Lo si apprende leggendo Me tapiro (Mondadori), l’autobiografia di Ricci con seguente intervista di Luigi Galella, scritta per celebrare le trenta edizioni di Striscia: una miniera di aneddoti, riflessioni e sberleffi da principe degli irregolari. Uno per tutti, in un capitolo intitolato Destra e sinistra che cita Norberto Bobbio, Ricci racconta la fondazione di un movimento antecedente ai 5 stelle chiamato 5S, ovvero «Si può essere di Sinistra Senza Sembrare Stronzi». «Ho ricevuto numerose adesioni nella base, però tra i vip non ho sfondato. Eppure non chiedevo di non essere stronzi, solo di non sembrarlo». Nel mirino finiscono, tra gli altri, la regista Francesca Archibugi, i girotondi e il movimento «Se non ora, quando?», lo sceneggiatore e scrittore Francesco Piccolo, il comico Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Massimo D’Alema, Bianca Berlinguer… Detto questo, Ricci si confessa di sinistra.

Partiamo dal libro: con quella inquietante foto di copertina, il titolo adatto sarebbe stato un altro, vediamo se indovina?

«Non voglio indovinare, sono allergico ai quiz».

La copertina del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

La cover del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

Glielo dico io: Mephisto, scritto con il ph.

«Il titolo non mi appartiene, tapiro non mi sento mai nella vita. Infatti, in origine la t era una croce. Tutto pensato per la tomba: la foto funebre su porcellana e la scritta ottonata con quella t…».

Sulla tomba Mephisto non starebbe bene.

«Ho uno zio prete ultra novantenne che ogni volta che sente i commenti sulle mie diavolerie minaccia un comunicato per dire che sono una brava persona: “No zio, ti prego, non farlo, mi rovini l’immagine”».

Un po’ se l’è rovinata da solo, nel libro affiora una parte buona.

«Non sono riuscito a tenerla nascosta, ma nessuno ci crederà. Se si fa raccontare quello che dicono di me don Luigi Ciotti e don Antonio Mazzi non si stupirà quando verrò assunto in cielo in trenta secondi».

Che delusione. Lei che con Drive in è stato l’ispiratore occulto del bunga bunga…

«Una palla sesquipedale. Dicono che Gad Lerner sia a pezzi. Mi diverto sempre nelle polemiche, ma quella sul corpo delle donne ha fatto il record. Pur di stabilire il collegamento hanno persino allungato la durata di Drive in fino alla vigilia della discesa in campo di Berlusconi. Dopo anni di elogi di Beniamino Placido e Umberto Eco, improvvisamente Drive in era l’origine del male».

Ma lei si divertiva.

«Assolutamente. Ho mandato una velina irriconoscibile alle manifestazioni di “Se non ora, quando?” con le foto dei giornali che esibivano il corpo delle donne discinte. Le partecipanti (Anna Finocchiaro, Serena Dandini, Rosy Bindi…) erano molto arrabbiate: “Non si può, è uno scandalo”. Peccato che si trattasse di pagine di Repubblica».

Cos’ha pensato quando ha sentito Luca Zingaretti ospite di Paolo Bonolis dire: «Con i pacchi quest’uomo ha inventato una fascia oraria televisiva»?

«Che anche il commissario Montalbano sbaglia o che fosse stato fisicamente posseduto da Marilyn Manson in camerino».

Non c’è più religione. Senta, Ricci: perché non ha mai fatto televisione?

«Ho sempre pensato che chi va in video ha una vena di follia che a me manca. Ne ho altre, eh. La tv è una stanza nella quale non ho mai voluto entrare perché poi è difficile uscire. Quando diventi un personaggio televisivo non riesci più a smettere e se devi farlo finisci per pensare che ci sia un complotto contro di te».

La vena di follia è un mix di narcisismo e ottusità?

«Gianni Boncompagni diceva che l’ottusità non è indispensabile, ma serve. Poi devi avere anche grande coscienza di te ed essere pronto a recitare il personaggio».

La tv cambia il modo di percepire la realtà: per strada guardi se gli altri ti riconoscono.

«L’ho visto con Grillo quando dovevamo fare Te lo do io il Brasile. Siccome laggiù non lo riconoscevano entrava in ansia. Raccontano anche che quando Gianni Agnelli era a New York c’era un addetto che chiamava prima il ristorante avvisando dell’arrivo: mi raccomando…».

C’è una rubrica su Striscia dedicata ai nuovi mostri, il materiale abbonda?

«Altro che. I mostri sono l’esasperazione dei personaggi. Per importi devi tirar fuori le tue caratteristiche più mostruose».

Insomma, lei vive di televisione ma la disprezza?

«Vengo da una generazione che era molto allarmata sulla comunicazione televisiva. È una questione di dosi. Con Striscia abbiamo sempre cercato di fornire le istruzioni per l’uso».

Per smontarla.

«Per svelarne i meccanismi».

Disprezza anche chi ci va, li guarda dall’alto in basso?

«Al contrario, li guardo dal basso in alto. Cerco di fargli l’endoscopia».

Li manovra, li guida, o preferisce dire che li smaschera?

«Capita di smascherare una maschera, sotto la quale magari ce n’è ancora un’altra».

Se incontrasse Flavio Insinna in aeroporto cosa gli direbbe?

«Fai la hostess? E come seconda domanda: perché ti vuoi così male?».

Cioè: perché reciti una maschera in tv, o perché sbrocchi dietro le quinte?

«Lui sbroccava perché non si seguiva il copione stabilito. Il gioco dei pacchi funzionava se alla fine c’era l’alternativa tra 500.000 euro e un fagiolo, se hai tre lenticchie e un barattolo di colla la suspense scema. Questa alternativa si costruiva con l’espediente dei numeri fortunati del concorrente. Insinna si è messo in situazioni più grandi di lui. È entrato in una crisi per esondazione, iniziata con quella terribile trasmissione sui Mondiali di calcio, acuita con Dieci cose di Veltroni al sabato sera su Rai 1. Quando Affari tuoi è stato sospeso perché perdeva da Striscia e da Paperissima Sprint è andato dalla Berlinguer a parlare di volontariato e qualcuno lo vedeva già candidato premier della sinistra».

La televisione è incorreggibile?

«È come l’Aids, se la conosci non ti uccide».

Modifica l’identità dei viventi?

«Di quelli che ci lavorano. Sull’immaginario collettivo invece ha influenza ridotta. Chi parla di immaginario è un truffatore. Ha presente: “L’immaginario delle veline ha rovinato l’Italia”? Mi chiedo: che programmi avrà trasmesso Fidel Castro per aver ridotto le ragazze cubane a quel modo?».

Chi vive in tv è praticamente morto, parole sue.

«Mummificandosi in un personaggio si autotumulano, non possono variare. Per questo la tv di sinistra ha i suoi Santisubito: Fabio Fazio, Bianca Berlinguer, Nanni Moretti».

Anche lei pensa molto alla morte, come il suo amico Paolo Villaggio.

«Per Villaggio era una gag. Il mio rapporto con la morte è risolto da molti anni».

Nel senso che?

«Se ho una cosa me la godo finché dura. Quando mi sveglio al mattino sono ben contento di esserci e non mi pongo il problema della morte. Sono molto epicureo: quando ci sono io lei non c’è e se c’è lei non ci sono più io».

Di sicuro la televisione ci sopravvivrà. Piersilvio Berlusconi ha detto che la tv generalista non morirà mai.

«È un profeta. Il profeta di Cologno. Sapevo che ha la sua setta di adepti, adesso sappiamo che è un fior di profeta. C’è anche un pettegolezzo, forse una fake news, che racconta di averlo visto camminare sulle acque di Portofino».

Che cosa pensa dell’idea del reality permanente tutto l’anno?

«Per noi è una pacchia. Però di fronte a certe fiction viene da dire viva i reality. Questo dà l’idea dell’abisso in cui siamo sprofondati».

Il libro comincia con una caramella indigesta da bambino, prosegue con suore indigeste e altre allergie: la sua televisione è un tentativo di digestione postuma?

«Vuol dire un fuoco d’artificio di rutti?».

Voglio dire: la visione del mondo capovolto provocata da sua madre che la mise a testa in giù per farle sputare la caramella, la reazione all’autorità delle suore, il rifiuto del degrado ambientale e civile.

«La mia tv non è fatta solo per distruggere, una prerogativa della Premiata ditta demolizioni di cui peraltro vado fiero, ma anche per dare un aiuto a chi cerca di rammendare questa Italia scalcinata e truffaldina».

Ho scoperto che fate persino del bene, tipo: avete dato la scintilla al Banco alimentare.

«Non solo. Abbiamo fatto la campagna contro l’infibulazione delle donne musulmane. Oppure in difesa della filiera alimentare made in Italy. Alla proclamazione della pizza napoletana patrimonio dell’Unesco il testimonial era il nostro Jimmy Ghione. Poi le campagne contro i maltrattamenti di animali… Ci sono attività visibili e attività nascoste e non sbandierate».

Avevate una segreteria telefonica per le emergenze dei suicidi.

«Ci chiamavano la vigilia di Natale o a Capodanno. Magari noi avevamo registrato e non riuscivamo a intervenire. Una volta abbiamo fermato in tempo una donna con due bambini… Poi le forze dell’ordine ci hanno consigliato di mettere un indirizzo di posta elettronica per le richieste di aiuto. Temevo che potessimo diventare un alibi per il gesto definitivo: non mi hanno ascoltato nemmeno quelli di Striscia».

Ricci con Boldi e Villaggio, con Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Ricci con Massimo Boldi e Paolo Villaggio, con Beppe Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Dopo Drive in e Striscia, gli spin off Veline e Velone hanno avuto successo. Gli altri programmi, tipo Giass e Cultura moderna un po’ meno.

«Veline e Velone hanno sempre battuto la finale di Miss Italia. Cultura moderna è stato un grande successo per le due stagioni che è andata in onda d’estate. È stata anche venduta all’estero. Ne abbiamo fatta un’edizione di alcune puntate in prima serata (Cultura Moderna Slurp) che ha avuto un ottimo riscontro. L’esperimento di piazzarla l’anno scorso su Italia 1, in concorrenza con Striscia, pur avendo raggiunto i risultati prefissati è stato faticosissimo, girando in uno studio fermo da tempo e accumulando ritardi deliranti. Giass è stato un tentativo innovativo, che aveva qualche appesantimento. Ho fatto anche Odiens, Lupo solitario, Matrioska. Quei due sopra il varano, con Lello Arena ed Enzo Iacchetti, ha ancora il record di ascolti per le sit-com. Paperissima Sprint è spesso la trasmissione più vista della giornata. Ho fatto tre edizioni di Fantastico, Te la do io l’America e poi Te lo do io il Brasile…».

Da anni vive in un residence di Milano 2.

«Gliel’ho detto: sono già morto, tumulato. Guardo fuori, vedo il laghetto dei cigni, morti anche loro, e mi sembra lo Stige».

Vorrei vedere cosa c’è nell’appartamento del residence…

«Niente, una valigia. È la tradizione marinaresca della Liguria, gli uomini vanno per mare settimane, mesi. La camera del residence è più accogliente della cabina di una barca».

Anche Carlo Freccero vive in residence: è una perversione di voi savonesi situazionisti? Non è che siete così rompicoglioni perché vivete in residence?

«Probabile».

A proposito di mare, perché c’è l’onda nella grafica di Striscia?

«Il ricciolo dell’onda ricorda il punto interrogativo che simboleggia il dubbio. Il mare è movimento, cambia di continuo, non dà mai certezze».

Quant’è costato il tendone di Striscia che ha fatto tirar su perché si vedesse dalla tangenziale?

«È un atto di ribellione».

A che cosa?

«Al grigiore di questa landa di realismo sovietico dove sembra si fabbrichino brugole. Quando tre anni fa mi è stata consegnata questa palazzina tetra ho cominciato a stressare arredatori e scenografi perché colorassero pareti, sale, androni. Il tendone non so quanto sia costato, senz’altro meno di un’ospitata di qualche star. In più verrà ammortizzato negli anni e non cambieremo scenografia per i prossimi 20. Quando lo toglieremo da qui andrà ad Arcore per l’esibizione finale».

Mi svela una perversione da telespettatore?

«Una volta c’era Luca Giurato. Mi mancano le tv locali. Con quello che riesco a vedere al residence…».

Sarà attrezzato.

«Insomma, non ho Premium. Neanche ad Alassio ce l’ho, vedo solo SkyTg 24. Anzi, voglio chiedere i danni a Murdoch perché sono entrato in un tunnel… Ecco, guardare Agorà su Rai 3 senza riuscire a riconoscere gli ospiti è una discreta perversione. I politici che si credono fighi vanno nei talk della sera. Ad Agorà, da quello che dicono, non riesco neanche a capire di che partito sono».

Tre figlie femmine: che padre è ed è stato Antonio Ricci?

«Come tutti quelli che hanno falsa coscienza dico che ho supplito alla quantità con la qualità del rapporto».

Che cosa pensa d’istinto quando vede Renzi?

«Penso che si sta arrabattando e ha perso la luce negli occhi. Succede quando ti accorgi che quelli che ti dovrebbero supportare sono i primi a pugnalarti e sono quelli in grado di farti più danni».

Di chi parla?

«Di quelli che erano con lui e hanno fatto un altro partitino. Renzi non conosceva l’astio che sono in grado di produrre le vecchie soubrette della politica».

Se vuoi rottamare D’Alema, D’Alema te la giura. Per lei Renzi è più vittima che autolesionista?

«Ha pensato che fosse possibile cambiare verso e ha sottovalutato che quello che manca nel partito ex comunista è proprio il senso della comunità e del bene comune. Per cui ora c’è solo un individualismo parossistico e paralizzato da tutti i distinguo del mondo».

Il suo istinto quando vede Berlusconi, Ercolino sempre in piedi?

«Il mio istinto è che tutte le critiche sull’immaginario edonistico degli italiani e sull’uso delle tv a scopi di potere si sono rivelate la più gigantesca delle fake news. La rinascita di Berlusconi è dovuta non ai suoi conflitti d’interesse, ma alle divisioni e agli autogol della sinistra».

Sempre d’istinto, che cosa le suscita il suo amico Grillo?

«Quando lo vedo in mezzo a quelle folle mi scatta un atteggiamento protettivo: torna a casa, torna a fare spettacolo. L’ha detto più volte… Poi mi rendo conto che, come un blob, da quelle folle trae energia e godimento».

Come andranno le elezioni?

«Bisognerebbe chiederlo al profeta di Cologno».

Andrà a votare?

«Di solito vado, ma devo dire che fanno di tutto per tenermi a casa. Non ho ancora deciso».

Una cosa che avrebbe voluto fare e non le è riuscita?

«Una cosa che avrebbe cambiato il destino dell’Italia. Quando facemmo Te la do io l’America e Te lo do io il Brasile, con Grillo ci eravamo ripromessi che girare il mondo per la tv sarebbe diventata la nostra pensione. Dai 60 ai 70 anni avremmo fatto programmi in esterno, sulle varie nazioni. Prima che morisse Enzo Trapani, Rai 3 aveva già raccolto le due serie, l’America e il Brasile, in un programma dal titolo Grillo turista per caso. Qualche anno dopo, Rai 3 fece fare Turisti per caso a Syusy Blady e Patrizio Roversi, che andarono avanti per molte stagioni. Così saltò la nostra pensione e Grillo è stato costretto a buttarsi in politica».

La Verità, 17 dicembre 2017

 

«Racconto la guerra del denaro del Nordest»

Un avvocato scrittore e uno scrittore avvocato. Si parla tanto dei magistrati romanzieri, che fanno le pulci alle serie tv. Romolo Bugaro, 55 anni, un passato nell’Autonomia operaia di Padova, la sua città, è un legale che si occupa di crisi d’impresa. Nel suo studio ha visto passare fallimenti, bancarotte, scandali finanziari. Con i suicidi di numerosi imprenditori, nel Nordest la crisi economica ha assunto più che altrove i toni della tragedia. Bugaro l’ha raccontata nei suoi romanzi con stile caustico, senza cedere alla rabbia o al vittimismo che hanno spesso condizionato la narrazione del dissesto. Un dissesto economico ed esistenziale.

Che cosa sta scrivendo, adesso?

«Credo molto nel corpo a corpo degli scrittori con il loro tempo. Sto scrivendo un testo teatrale sulla Banca popolare di Vicenza. E un nuovo romanzo, quasi finito».

Ci può anticipare qualcosa?

«Nel Veneto degli ultimi anni si sono verificati due fenomeni giganteschi. Anzitutto la decapitazione dell’élite politica, vedi scandalo del Mose e annessi. Poi la decapitazione delle élite finanziarie. Sto lavorando a un testo per il teatro che dovrebbe essere rappresentato nell’autunno 2018».

La tesi dell’opera?

«Non posso anticipare troppo. È un tentativo di riflessione sulle cause interne ed esterne del dissesto, sul reticolo di rapporti che c’era intorno alla banca e ha prodotto questa sciagura, su quale sia il contraccolpo di questa deflagrazione sulle vite delle persone».

Invece, il romanzo?

«Sono molto legato all’età dell’adolescenza vissuta nella Padova degli anni Settanta. Alcuni amici dell’epoca non esistono più. Altri hanno 50, 55 anni come me. È un romanzo sul tempo».

Toni Negri a processo dopo l'arresto del 7 aprile 1979

Toni Negri a processo dopo l’arresto del 7 aprile 1979

Ecco, appunto: per citare tre maestri dell’epoca, tra Toni Negri, Ferdinando Camon e il cardinale Albino Luciani futuro papa, da ragazzo lei scelse Negri. Ora?

«Sì, scelsi Toni Negri. Subivo, anche in modo superficiale, la fascinazione per l’estremismo e la radicalità. Ero attratto dall’esteriorità di questo pensiero. Che ho approfondito dopo, continuando a trovarlo per alcuni versi interessante. Restando a quelle figure, oggi mi sento molto più illuminato da Camon e dal suo percorso di scrittore eccelso».

Si definirebbe un narratore del Nordest?

«Diciamo che Bea vita! era ambientato qui, Le ragazze del Nordest pure, Effetto domino e il prossimo anche. Sento l’esigenza di raccontare storie e geografie vicine a me».

Il triangolo industriale, il Nordest: sono ancora valide queste categorie dopo la globalizzazione e la crisi del 2008?

«I famosi distretti produttivi sono abbastanza tramontati. Tuttavia resistono vocazioni territoriali: Vicenza rimane una città orafa, Padova e Treviso sono legate alle produzioni della meccanica di precisione. Su queste basi crescono delle novità diagonali, come il conflitto sempre più evidente tra industria e finanza. È un conflitto che causa tensione e strappi. La difficoltà dell’accesso al credito delle nuove industrie è uno degli snodi del nostro modello di sviluppo».

Lei parla un po’ da avvocato e un po’ da scrittore. È più l’avvocato che fornisce storie allo scrittore o più lo scrittore che regala chiavi interpretative all’avvocato?

«Ho sofferto questa professione perché sembrava mi distogliesse dalla scrittura. Ci ho messo vent’anni a capire che era preziosa per l’accesso a una serie d’informazioni e dinamiche altrimenti ignote. Occupandomi di crisi d’impresa e di fallimenti fare l’avvocato mi ha permesso di avvicinarmi al cuore profondo della guerra del nostro tempo».

Guerra?

«Certo. La guerra del denaro che investe milioni di persone. Il denaro è sempre più pervasivo della nostra vita. Siamo sempre più definiti dalla nostra posizione economica, dalla quantità di denaro che possediamo, dalla facilità con cui accediamo ai beni di lusso o dalla difficoltà che abbiamo a pagare le spese condominiali. A ben guardare, il denaro è sempre stato un tema caro alla letteratura. Il romanzo francese dell’Ottocento, da Gustave Flaubert a Honoré de Balzac, ruota tutto attorno al denaro. E quello russo? Di che cosa parla Nikolaj Gogol se non di denaro? Si fantastica sulla libertà dello scrittore, ma i romanzi nascono dalla vita e dal tempo nel quale si è immersi. Senza voler fare paragoni, Mario Rigoni Stern è stato costretto a scrivere della guerra di Russia perché l’ha vissuta. La mia professione mi mette di fronte alle peripezie delle persone per stare a galla, ai conflitti causati del denaro: è un tema molto vivido».

Si parla molto dei magistrati scrittori, ma ci sono anche gli avvocati. In Veneto, oltre a lei, Francesco Maino e l’editore Beppe Cantele: coincidenze?

«Il conflitto è la materia del lavoro legale. Avvocati e magistrati sono spesso a contatto con storie estreme e del limite che possono stimolare la scrittura».

Il Nordest è uno stato economico, sociologico o psicologico?

«Il Nordest è una terra di solitudini. Il piccolo imprenditore si occupa della produzione nel capannone, la moglie sta in ufficio e “fa le banche”, cura l’amministrazione. Quest’uomo e questa donna raramente fanno rete con altre imprese, organizzazioni, cooperative. Quando le cose funzionano questa solitudine è garanzia di libertà; quando non funzionano può diventare terribile».

Come abbiamo visto con certi suicidi di imprenditori dal rituale simbolico: all’alba, soli, nel capannone. Quel momento è superato?

«In Effetto domino c’è proprio un suicidio all’alba… Penso che il picco tragico sia superato perché c’è stata una riorganizzazione produttiva e si sono creati nuovi anticorpi. La crisi si è abbattuta su persone impreparate, che si sono trovate improvvisamente di fronte al crollo degli ordini, alla stretta del credito, alla caduta del lavoro: uno shock tremendo perché veniva dopo anni floridi».

Nordest, terra di outsider?

«Assolutamente. La lista è lunga. Gli imprenditori nelle aziende erano e sono come re nei loro castelli. È il rovescio della moneta: pochi vincoli, molte solitudini, facilità a emergere, fragilità davanti agli ostacoli».

Gianni Zonin, patron di Banca Popolare di Vicenza

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza. Bugaro ha scritto una pièce teatrale

Anche gli scrittori sono outsider solitari?

«Credo che gli scrittori siano animali sociali. Personalmente sono legatissimo a un gruppo di colleghi che frequento da decenni come Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, anche Francesco Maino. Le affinità sono parecchie, poi ognuno batte la propria pista. Ci siamo formati insieme, sentendo il bisogno di stare vicini anche come reazione a una terra poco accogliente verso chi si occupa di letteratura».

In Bea vita! parla del giovane non insediato. Padova, città universitaria, accoglie gli studenti fuori sede, ma quella da lei descritta, più che geografica è una situazione psicologica.

«È un senso d’incompatibilità, con sottili venature ideologiche. Il non insediato vive un’estraneità nei rapporti con le persone, nei rapporti di lavoro. Un po’ non sei d’accordo col mondo com’è fatto, pensi che l’ordine delle cose dovrebbe essere diverso. Un po’ ti senti distante dagli altri».

In alcune pagine descrive le quarantenni che organizzano aperitivi, gite, shopping e i quarantenni che non si rassegnano alla responsabilità adulta. La tragedia che incombe, una malattia, la banca che chiude il fido, è come un tarlo che inizia a minare gli equilibri. Rimedi?

«Mi chiedo che cosa succede davvero alla gente? Tu sei ricco perché hai la tua azienda e lavori bene. Poi, in questo tempo ultra connesso e ultra instabile, nel giro di un’ora accade qualcosa che ribalta la situazione. Il crollo di una banca che ti dava credito, l’arrivo di un competitor online che dimezza il costo del tuo prodotto, una malattia. Il tarlo che produce la sottile ansia nella quale viviamo è questa velocità di trasformazione. I quarantenni che rifiutano la responsabilità: lo stile di vita può essere una scelta fino a un certo punto. A 65 anni puoi vestirti come un ventenne e fare la vita del ventenne. Poi succede che un giorno non ti alzi dal letto perché hai il colpo della strega».

Parliamo delle risposte. Lei ha sperato nella rivolta, ha visto la fragilità del modello del Nordest, la famiglia essere messa in discussione, mentre della Chiesa non parla. Esistono delle ancore di salvezza?

«È una domanda insidiosa. Si sono persi quasi tutti i punti di riferimento tradizionali. Però sono ottimista perché vedo una crescita di consapevolezza riguardo a molte questioni. Il valore della persona, una sana gelosia del proprio tempo e delle proprie energie, l’ambiente, la capacità critica verso la vacuità di certe manifestazioni esteriori e di certi consumi. Per fortuna, gli status symbol, l’auto da 200.000 euro, la giacca firmata da 3.000, la vacanza di lusso non hanno più il potere di fascinazione di qualche anno fa. Non penso che le cose stiano andando sempre peggio, anzi. La botta della crisi è stata un’occasione per ripensare a tante cose».

Per incamminarsi in quale direzione?

«Sono convinto che la questione sia culturale. In questi anni di finanza selvaggia, di trasformazione radicale del lavoro, che ancora non sappiamo se verrà distrutto dall’innovazione tecnologica, dobbiamo ridare tempo e spazio al pensiero».

Non c’è il pericolo che resti un processo appannaggio del ceto intellettuale?

«Forse. Ma i cambiamenti sono repentini e, come abbiamo visto, possono essere travolgenti. Fino a quando la cultura resterà museificata e sotto vetro non troveremo mai la soluzione. Solo rimettendo al centro della scena il pensiero e la riflessione umana saremo protagonisti di queste sfide e riusciremo a governarle».

La Verità, 10 dicembre 201