«A Natale? Vorrei la serie della Dottoressa Giò»

Televisione, radio, cinema, libri, comicità, fiction, intrattenimento, biografie sue e di altri, maschere, personaggi inventati: se c’è uno davvero multitasking è Nino Frassica. L’ultima scia di successo è quella di Indietro tutta trenta e l’ode, rievocazione per il trentennale della leggendaria trasmissione ideata e condotta con Renzo Arbore, che su Rai 2 ha battuto tutti i record di ascolti. Insomma, Frassica: un globetrotter dello spettacolo, un acrobata del surrealismo, un funambolo del linguaggio. Che non teme l’andamento lento né lo stile d’antan. Vincono su tutto la gag, l’ironia e la risata che smontano le rincorse quotidiane, lo strapotere della tecnologia, il dogma della connessione, il ricatto dell’ambizione.

Buongiorno Frassica, solo uno come lei può avere un cellulare ancora numerato con il 337.

«Sono rimasto l’ultimo. Infatti, dopo il 337 rispondo subito senza bisogno di digitare gli altri numeri».

Altra singolarità: è spatentato. Pentito?

«Ma quando mai. Ho la fobia dell’auto, come quelli che ce l’hanno dell’aereo o dell’ascensore… Però guido il camion a rimorchio».

L’ha stupita il successo di Indietro tutta trenta e l’ode?

«Un po’ sì. È un fatto intergenerazionale, come direbbero le persone studiate: un gradimento che ha coinvolto quelli degli anta, che ci seguivano all’epoca, e i millennials – sente come sono moderno? – che ne hanno sentito parlare dai genitori».

Un programma durato tre mesi che sbanca trent’anni dopo.

«Il coraggio e la genialità di Arbore lasciarono il segno, facendoci scoprire che si poteva ridere di tutto, canzonare gli intoccabili. Già l’aveva fatto nell’Altra domenica».

Andrea Delogu, Renzo Arbore e Nino Frassica in «Indietro tutta trenta e l'ode»

Andrea Delogu, Renzo Arbore e Nino Frassica in «Indietro tutta trenta e l’ode»

Cos’ha detto ad Arbore visti gli ascolti?

«La mattina dopo la prima puntata non riuscivo a parlargli. Ero sul set di Don Matteo e avevo il silenzioso. Lui era sempre al telefono, così gli ho mandato un messaggio. Finalmente, all’una e mezza, ci siamo felicitati».

Altri progetti insieme?

«Ne abbiamo troppi per la nostra pigrizia: pensiamo, facciamo… Alla fine rinviamo sempre. Questa non l’abbiamo rinviata perché il trentunnale sarebbe venuto male».

Com’è il Natale in casa Frassica?

«Di riposo. A Roma corro sempre e non mi godo né il successo artistico né quello economico e nemmeno quello umano. Quando scendo a Messina, anzi, a Galati Marina che, come s’intuisce, è sul mare, mi accorgo della vita che faccio. Rivedo qualche registrazione, leggo qualche articolo sfuggito, guardo l’estratto conto della banca. Faccio letture piacevoli, le critiche negative no, le butto. Poi vengono a trovarmi sorelle, fratelli, nipoti, vecchi amici».

Albero o presepio?

«Presepe, ma vivente. La casa è grande, faccio un presepe kolossal con tante comparse per le mie nipotine Greta, Elena e Marta. Insieme al bue e l’asinello ci metto Peppa Pig, i Puffi, gli Jedi di Star Wars, l’Uomo ragno».

Un presepe postmoderno. Panettone o pandoro?

«Panettone».

Una tradizione di casa sua?

«Gioco non stop. Siccome c’è chi vorrebbe giocare a carte e chi a tombola, facciamo la tombola con le carte. Siamo capaci d’iniziare il 24 e di andare avanti fino al 28, stremati».

Cosa si vince?

«Pagine del libro Sani Gesualdi Superstar. Chi fa ambo vince venti pagine, chi fa terno trenta, quaterna quaranta, cinquina cinquanta, chi fa tombola tutto il libro».

Invita qualcuno importante della tv?

«Per esempio?».

Che ne so: Don Matteo, Gigi Marzullo, Roberto Giacobbo, Davide Mengacci, Cristiano Malgioglio?

«Li invito tutti, pure quelli che stanno dietro il telegiornale come Gabriele Paolini, Niki Giusino, ha presente? Qui non ci sono telecamere, però vengono lo stesso».

Giocano anche loro a tombola con le carte?

«No, non li facciamo giocare, ci vendichiamo e li carichiamo di botte».

Per quello che fanno in tv?

«Li puniamo».

Il menù cosa prevede?

«Ci penso da settimane. C’è ancora qualcosa che non mi convince del tutto, ma penso che proporrò una ricetta di carne e pesce misto. Bistecche alla fiorentina con merluzzo, oppure pesce spada con carne tritata; devo decidere».

Se la sente Carlo Cracco…

«Mi scrittura per il suo ristorante».

Nino Frassica e Renzo Arbore in versione natalizia

Nino Frassica e Renzo Arbore in versione natalizia

Regali prediletti?

«Vestiario con la misura più grande perché a Natale s’ingrassa».

Con quel menù. Va alla messa di mezzanotte o fa venire Sani Gesualdi a casa?

«Magari potesse, Sani Gesualdi è morto nel 1777. A mezzanotte fa troppo freddo. Però abbiamo delle messe registrate e le proiettiamo».

Sani Gesualdi le rimprovererebbe il Natale troppo consumistico?

«No, anche a lui piaceva il lusso. L’importante è che sia povero e moderato».

Quindi gioca a tombola con le carte. E io che pensavo passasse la giornata su Instagram…

«Non ce l’ho Instagram, solo Facebook».

Ah, si rifà con Facebook.

«Abbastanza… Poi ascolterò le puntate registrate del Programmone su Radio 2».

Già che fa anche la radio.

«Non mi faccio mancare niente».

In Complimenti per la connessione è stato un maestro Manzi digitale: che rapporto ha con la tecnologia?

«Piano piano ho imparato delle cose, vado lento. Poi però si recupera, basta un click e si trova tutto. Per la Dottoressa Giò però vanno bene anche le videocassette, ho tenuto apposta il videoregistratore».

Ha mai pensato a una sua web tv?

«Veramente no, c’è tutto su Youtube».

La vigilia, oggi che è domenica, guarda Barbara D’Urso o prepara la cena a base di pesce?

«Che domande mi fa? Il mio televisore è sempre sintonizzato su Barbara D’Urso, anche quando stiro. A volte resto incantato e brucio le camicie».

Allora, non guarda per la ventitreesima volta La vita è meravigliosa di Frank Capra?

«Solo se non c’è Barbara D’Urso. Vuole che le sveli un segreto?».

Son qui apposta.

«Guardavo sempre Il Grande fratello quando lo presentava lei. Anzi, dovrebbe tornare così s’incontrano una bella trasmissione e una brava conduttrice. Adesso sto cercando le videocassette della Dottoressa Giò, la serie in cui faceva il medico. Non curava i pazienti, però li intervistava… Intervistava anche i parenti piangenti. Cerco l’intera serie. Sono disposto anche a pagare mille euro a puntata, che per una videocassetta è tanto».

Com’è nata la sua vena comica?

«Al bar, per noia. E dalla disoccupazione, dal non voler studiare».

Dal cazzeggio con gli amici.

«Anche con quelli più grandi. Da ragazzo frequentavo già i quarantenni e i cinquantenni. I coetanei parlavano solo di calcio, invece io ero fissato con la musica. Poi guardavo Cochi e Renato in tv e ascoltavo Alto gradimento di Arbore, con Mario Marenco e Giorgio Bracardi. Ora li ho coinvolti nel Programmone».

Come nascono i personaggi?

«I personaggi cambiano, ma alla fine sono sempre io con la mia faccia. Le battute sono le stesse dall’esordio».

La fonte ispiratrice?

«Alto gradimento, L’Altra domenica».

Stanlio e Ollio o Charlot? Totò o Walter Chiari?

«Stanlio e Ollio e Totò. Stanlio e Ollio interpretavano pompieri, ladri o carabinieri, ma restavano sempre loro. Quello che piace fare anche a me, con le dovute proporzioni. Poi apprezzo pure Walter Chiari e Charlot».

Una perla del libro dice che «Sani Gesualdi ebbe un’infanzia, da piccolo»: lei quando l’ha avuta?

«Anch’io da piccolo, però frequentavo i grandi. Volevo capire prima le cose e iscrivermi subito alla quinta elementare. Mi hanno fatto fare la prima la seconda la terza la quarta e la quinta in un solo anno».

Quindi ha studiato parecchio prima di andare al bar.

«Prima del bar ero curioso. Cercavo l’altro, per rompere la monotonia della vita di provincia. Trovare il diverso è una forma di libertà. Quando passava qualche circo, ambulanti o comici di strada, mi buttavo. Devo aver visto anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Poi sono arrivate radio e televisione».

Altra perla, tra i premi del Music sciò di Scasazza c’è «un quadro astratto e un quadro concreto» e pure «un quadro della situazione»: come le vengono?

«Sono cose che esistono, cose logiche».

La copertina dell'ultimo libro di Sani Gesualdi: anche a lui piaceva il lusso...

La copertina dell’ultimo libro di Sani Gesualdi

«Bellettranghille», «infuntinfunti», «comunchi e perunchi»: Sani Gesualdi ha inventato una lingua?

«Sì, ma è più interessato al suono che alle lettere».

È nel cast di Che tempo che fa, in quello di Don Matteo, ha fatto il trentennale di Indietro tutta, conduce il Programmone su Radio 2, fa cinema, scrive biografie sue e di altri: dimentico qualcosa? Ma soprattutto, come fa?

«Dimentica la seconda stagione di La mafia uccide solo d’estate, dove interpreto Fra’ Giacinto, un frate cattivo ma buffo, secondo lo stile di Pif».

Che sarebbe?

«A volte la messa in ridicolo di certe figure malefiche è la più efficace delle condanne».

Una risata vi seppellirà?

«È il motto anche di Pif».

Ma come fa a fare tutto?

«Mi piacerebbe che la giornata fosse di 36 ore per lavorare meglio e riposarmi di più».

C’è una parte o qualcosa che finora le è sfuggito?

«Ho scritto una sit-com. Come regista non credo di essere in grado, ma come autore e interprete forse sì. Una specie di Soliti ignoti rivisti e corretti con una banda di rubagalline».

E il cast? Magari i compagni del Programmone e Complimenti per la connessione?

«Deciderà il regista, se si farà. Il cast è fondamentale, attori drammatici ce ne sono tanti. Per un film comico ci vogliono proprio quelli giusti».

Il bravo presentatore, Sani Gesualdi, il direttore di Novella bella: quale personaggio la rispecchia di più?

«Lo dicevo prima, sono uno solo: Frassica e basta, senza Nino».

E a Capodanno?

«Sono a Reggio Emilia».

A teatro?

«No, in piazza, col mio gruppo musicale: i Plaggers».

Questa mi mancava.

«Partiamo per il tour 2018-3018».

Repertorio?

«Cantiamo tutte le canzoni del mondo».

Con quel nome l’ispirazione è un attimo.

«Già, mischiamo tutto e facciamo cantare il pubblico che partecipa molto allo sciò».

La Verità, 24 dicembre 2017

«La tv è come l’Aids, se la conosci la eviti»

Al piano terra della palazzina che ospita Striscia la notizia, Antonio Ricci ha fatto realizzare una mostra permanente del programma. Lui lo chiama «il museo» e, in effetti, una rapida visita si rivela significativa. Ci sono un Gabibbo cameraman, un tapiro con le immagini dei 66 conduttori, centinaia di piccoli schermi e le fotografie di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano dietro le quinte: «Essere una vera squadra è il nostro segreto». Soprattutto, ci sono due installazioni che danno l’idea di che cosa sia il programma di punta di Mediaset. La prima è un’intera parete con le riproduzioni delle copertine dell’Espresso con le donnine generosamente discinte affiancate da una gigantografia di Carlo De Benedetti benedicente, il San Carlone. La seconda è un totem in plexiglass alto fino al soffitto contenente le querele collezionate negli anni. Oltre 300 procedimenti giudiziari dai quali il padre del tg satirico di Canale 5 è sempre uscito innocente, con la sola eccezione del fuori onda «Vattimo-Busi», di cui ha vinto il ricorso alla Corte di Strasburgo. Lo si apprende leggendo Me tapiro (Mondadori), l’autobiografia di Ricci con seguente intervista di Luigi Galella, scritta per celebrare le trenta edizioni di Striscia: una miniera di aneddoti, riflessioni e sberleffi da principe degli irregolari. Uno per tutti, in un capitolo intitolato Destra e sinistra che cita Norberto Bobbio, Ricci racconta la fondazione di un movimento antecedente ai 5 stelle chiamato 5S, ovvero «Si può essere di Sinistra Senza Sembrare Stronzi». «Ho ricevuto numerose adesioni nella base, però tra i vip non ho sfondato. Eppure non chiedevo di non essere stronzi, solo di non sembrarlo». Nel mirino finiscono, tra gli altri, la regista Francesca Archibugi, i girotondi e il movimento «Se non ora, quando?», lo sceneggiatore e scrittore Francesco Piccolo, il comico Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Massimo D’Alema, Bianca Berlinguer… Detto questo, Ricci si confessa di sinistra.

Partiamo dal libro: con quella inquietante foto di copertina, il titolo adatto sarebbe stato un altro, vediamo se indovina?

«Non voglio indovinare, sono allergico ai quiz».

La copertina del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

La cover del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

Glielo dico io: Mephisto, scritto con il ph.

«Il titolo non mi appartiene, tapiro non mi sento mai nella vita. Infatti, in origine la t era una croce. Tutto pensato per la tomba: la foto funebre su porcellana e la scritta ottonata con quella t…».

Sulla tomba Mephisto non starebbe bene.

«Ho uno zio prete ultra novantenne che ogni volta che sente i commenti sulle mie diavolerie minaccia un comunicato per dire che sono una brava persona: “No zio, ti prego, non farlo, mi rovini l’immagine”».

Un po’ se l’è rovinata da solo, nel libro affiora una parte buona.

«Non sono riuscito a tenerla nascosta, ma nessuno ci crederà. Se si fa raccontare quello che dicono di me don Luigi Ciotti e don Antonio Mazzi non si stupirà quando verrò assunto in cielo in trenta secondi».

Che delusione. Lei che con Drive in è stato l’ispiratore occulto del bunga bunga…

«Una palla sesquipedale. Dicono che Gad Lerner sia a pezzi. Mi diverto sempre nelle polemiche, ma quella sul corpo delle donne ha fatto il record. Pur di stabilire il collegamento hanno persino allungato la durata di Drive in fino alla vigilia della discesa in campo di Berlusconi. Dopo anni di elogi di Beniamino Placido e Umberto Eco, improvvisamente Drive in era l’origine del male».

Ma lei si divertiva.

«Assolutamente. Ho mandato una velina irriconoscibile alle manifestazioni di “Se non ora, quando?” con le foto dei giornali che esibivano il corpo delle donne discinte. Le partecipanti (Anna Finocchiaro, Serena Dandini, Rosy Bindi…) erano molto arrabbiate: “Non si può, è uno scandalo”. Peccato che si trattasse di pagine di Repubblica».

Cos’ha pensato quando ha sentito Luca Zingaretti ospite di Paolo Bonolis dire: «Con i pacchi quest’uomo ha inventato una fascia oraria televisiva»?

«Che anche il commissario Montalbano sbaglia o che fosse stato fisicamente posseduto da Marilyn Manson in camerino».

Non c’è più religione. Senta, Ricci: perché non ha mai fatto televisione?

«Ho sempre pensato che chi va in video ha una vena di follia che a me manca. Ne ho altre, eh. La tv è una stanza nella quale non ho mai voluto entrare perché poi è difficile uscire. Quando diventi un personaggio televisivo non riesci più a smettere e se devi farlo finisci per pensare che ci sia un complotto contro di te».

La vena di follia è un mix di narcisismo e ottusità?

«Gianni Boncompagni diceva che l’ottusità non è indispensabile, ma serve. Poi devi avere anche grande coscienza di te ed essere pronto a recitare il personaggio».

La tv cambia il modo di percepire la realtà: per strada guardi se gli altri ti riconoscono.

«L’ho visto con Grillo quando dovevamo fare Te lo do io il Brasile. Siccome laggiù non lo riconoscevano entrava in ansia. Raccontano anche che quando Gianni Agnelli era a New York c’era un addetto che chiamava prima il ristorante avvisando dell’arrivo: mi raccomando…».

C’è una rubrica su Striscia dedicata ai nuovi mostri, il materiale abbonda?

«Altro che. I mostri sono l’esasperazione dei personaggi. Per importi devi tirar fuori le tue caratteristiche più mostruose».

Insomma, lei vive di televisione ma la disprezza?

«Vengo da una generazione che era molto allarmata sulla comunicazione televisiva. È una questione di dosi. Con Striscia abbiamo sempre cercato di fornire le istruzioni per l’uso».

Per smontarla.

«Per svelarne i meccanismi».

Disprezza anche chi ci va, li guarda dall’alto in basso?

«Al contrario, li guardo dal basso in alto. Cerco di fargli l’endoscopia».

Li manovra, li guida, o preferisce dire che li smaschera?

«Capita di smascherare una maschera, sotto la quale magari ce n’è ancora un’altra».

Se incontrasse Flavio Insinna in aeroporto cosa gli direbbe?

«Fai la hostess? E come seconda domanda: perché ti vuoi così male?».

Cioè: perché reciti una maschera in tv, o perché sbrocchi dietro le quinte?

«Lui sbroccava perché non si seguiva il copione stabilito. Il gioco dei pacchi funzionava se alla fine c’era l’alternativa tra 500.000 euro e un fagiolo, se hai tre lenticchie e un barattolo di colla la suspense scema. Questa alternativa si costruiva con l’espediente dei numeri fortunati del concorrente. Insinna si è messo in situazioni più grandi di lui. È entrato in una crisi per esondazione, iniziata con quella terribile trasmissione sui Mondiali di calcio, acuita con Dieci cose di Veltroni al sabato sera su Rai 1. Quando Affari tuoi è stato sospeso perché perdeva da Striscia e da Paperissima Sprint è andato dalla Berlinguer a parlare di volontariato e qualcuno lo vedeva già candidato premier della sinistra».

La televisione è incorreggibile?

«È come l’Aids, se la conosci non ti uccide».

Modifica l’identità dei viventi?

«Di quelli che ci lavorano. Sull’immaginario collettivo invece ha influenza ridotta. Chi parla di immaginario è un truffatore. Ha presente: “L’immaginario delle veline ha rovinato l’Italia”? Mi chiedo: che programmi avrà trasmesso Fidel Castro per aver ridotto le ragazze cubane a quel modo?».

Chi vive in tv è praticamente morto, parole sue.

«Mummificandosi in un personaggio si autotumulano, non possono variare. Per questo la tv di sinistra ha i suoi Santisubito: Fabio Fazio, Bianca Berlinguer, Nanni Moretti».

Anche lei pensa molto alla morte, come il suo amico Paolo Villaggio.

«Per Villaggio era una gag. Il mio rapporto con la morte è risolto da molti anni».

Nel senso che?

«Se ho una cosa me la godo finché dura. Quando mi sveglio al mattino sono ben contento di esserci e non mi pongo il problema della morte. Sono molto epicureo: quando ci sono io lei non c’è e se c’è lei non ci sono più io».

Di sicuro la televisione ci sopravvivrà. Piersilvio Berlusconi ha detto che la tv generalista non morirà mai.

«È un profeta. Il profeta di Cologno. Sapevo che ha la sua setta di adepti, adesso sappiamo che è un fior di profeta. C’è anche un pettegolezzo, forse una fake news, che racconta di averlo visto camminare sulle acque di Portofino».

Che cosa pensa dell’idea del reality permanente tutto l’anno?

«Per noi è una pacchia. Però di fronte a certe fiction viene da dire viva i reality. Questo dà l’idea dell’abisso in cui siamo sprofondati».

Il libro comincia con una caramella indigesta da bambino, prosegue con suore indigeste e altre allergie: la sua televisione è un tentativo di digestione postuma?

«Vuol dire un fuoco d’artificio di rutti?».

Voglio dire: la visione del mondo capovolto provocata da sua madre che la mise a testa in giù per farle sputare la caramella, la reazione all’autorità delle suore, il rifiuto del degrado ambientale e civile.

«La mia tv non è fatta solo per distruggere, una prerogativa della Premiata ditta demolizioni di cui peraltro vado fiero, ma anche per dare un aiuto a chi cerca di rammendare questa Italia scalcinata e truffaldina».

Ho scoperto che fate persino del bene, tipo: avete dato la scintilla al Banco alimentare.

«Non solo. Abbiamo fatto la campagna contro l’infibulazione delle donne musulmane. Oppure in difesa della filiera alimentare made in Italy. Alla proclamazione della pizza napoletana patrimonio dell’Unesco il testimonial era il nostro Jimmy Ghione. Poi le campagne contro i maltrattamenti di animali… Ci sono attività visibili e attività nascoste e non sbandierate».

Avevate una segreteria telefonica per le emergenze dei suicidi.

«Ci chiamavano la vigilia di Natale o a Capodanno. Magari noi avevamo registrato e non riuscivamo a intervenire. Una volta abbiamo fermato in tempo una donna con due bambini… Poi le forze dell’ordine ci hanno consigliato di mettere un indirizzo di posta elettronica per le richieste di aiuto. Temevo che potessimo diventare un alibi per il gesto definitivo: non mi hanno ascoltato nemmeno quelli di Striscia».

Ricci con Boldi e Villaggio, con Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Ricci con Massimo Boldi e Paolo Villaggio, con Beppe Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Dopo Drive in e Striscia, gli spin off Veline e Velone hanno avuto successo. Gli altri programmi, tipo Giass e Cultura moderna un po’ meno.

«Veline e Velone hanno sempre battuto la finale di Miss Italia. Cultura moderna è stato un grande successo per le due stagioni che è andata in onda d’estate. È stata anche venduta all’estero. Ne abbiamo fatta un’edizione di alcune puntate in prima serata (Cultura Moderna Slurp) che ha avuto un ottimo riscontro. L’esperimento di piazzarla l’anno scorso su Italia 1, in concorrenza con Striscia, pur avendo raggiunto i risultati prefissati è stato faticosissimo, girando in uno studio fermo da tempo e accumulando ritardi deliranti. Giass è stato un tentativo innovativo, che aveva qualche appesantimento. Ho fatto anche Odiens, Lupo solitario, Matrioska. Quei due sopra il varano, con Lello Arena ed Enzo Iacchetti, ha ancora il record di ascolti per le sit-com. Paperissima Sprint è spesso la trasmissione più vista della giornata. Ho fatto tre edizioni di Fantastico, Te la do io l’America e poi Te lo do io il Brasile…».

Da anni vive in un residence di Milano 2.

«Gliel’ho detto: sono già morto, tumulato. Guardo fuori, vedo il laghetto dei cigni, morti anche loro, e mi sembra lo Stige».

Vorrei vedere cosa c’è nell’appartamento del residence…

«Niente, una valigia. È la tradizione marinaresca della Liguria, gli uomini vanno per mare settimane, mesi. La camera del residence è più accogliente della cabina di una barca».

Anche Carlo Freccero vive in residence: è una perversione di voi savonesi situazionisti? Non è che siete così rompicoglioni perché vivete in residence?

«Probabile».

A proposito di mare, perché c’è l’onda nella grafica di Striscia?

«Il ricciolo dell’onda ricorda il punto interrogativo che simboleggia il dubbio. Il mare è movimento, cambia di continuo, non dà mai certezze».

Quant’è costato il tendone di Striscia che ha fatto tirar su perché si vedesse dalla tangenziale?

«È un atto di ribellione».

A che cosa?

«Al grigiore di questa landa di realismo sovietico dove sembra si fabbrichino brugole. Quando tre anni fa mi è stata consegnata questa palazzina tetra ho cominciato a stressare arredatori e scenografi perché colorassero pareti, sale, androni. Il tendone non so quanto sia costato, senz’altro meno di un’ospitata di qualche star. In più verrà ammortizzato negli anni e non cambieremo scenografia per i prossimi 20. Quando lo toglieremo da qui andrà ad Arcore per l’esibizione finale».

Mi svela una perversione da telespettatore?

«Una volta c’era Luca Giurato. Mi mancano le tv locali. Con quello che riesco a vedere al residence…».

Sarà attrezzato.

«Insomma, non ho Premium. Neanche ad Alassio ce l’ho, vedo solo SkyTg 24. Anzi, voglio chiedere i danni a Murdoch perché sono entrato in un tunnel… Ecco, guardare Agorà su Rai 3 senza riuscire a riconoscere gli ospiti è una discreta perversione. I politici che si credono fighi vanno nei talk della sera. Ad Agorà, da quello che dicono, non riesco neanche a capire di che partito sono».

Tre figlie femmine: che padre è ed è stato Antonio Ricci?

«Come tutti quelli che hanno falsa coscienza dico che ho supplito alla quantità con la qualità del rapporto».

Che cosa pensa d’istinto quando vede Renzi?

«Penso che si sta arrabattando e ha perso la luce negli occhi. Succede quando ti accorgi che quelli che ti dovrebbero supportare sono i primi a pugnalarti e sono quelli in grado di farti più danni».

Di chi parla?

«Di quelli che erano con lui e hanno fatto un altro partitino. Renzi non conosceva l’astio che sono in grado di produrre le vecchie soubrette della politica».

Se vuoi rottamare D’Alema, D’Alema te la giura. Per lei Renzi è più vittima che autolesionista?

«Ha pensato che fosse possibile cambiare verso e ha sottovalutato che quello che manca nel partito ex comunista è proprio il senso della comunità e del bene comune. Per cui ora c’è solo un individualismo parossistico e paralizzato da tutti i distinguo del mondo».

Il suo istinto quando vede Berlusconi, Ercolino sempre in piedi?

«Il mio istinto è che tutte le critiche sull’immaginario edonistico degli italiani e sull’uso delle tv a scopi di potere si sono rivelate la più gigantesca delle fake news. La rinascita di Berlusconi è dovuta non ai suoi conflitti d’interesse, ma alle divisioni e agli autogol della sinistra».

Sempre d’istinto, che cosa le suscita il suo amico Grillo?

«Quando lo vedo in mezzo a quelle folle mi scatta un atteggiamento protettivo: torna a casa, torna a fare spettacolo. L’ha detto più volte… Poi mi rendo conto che, come un blob, da quelle folle trae energia e godimento».

Come andranno le elezioni?

«Bisognerebbe chiederlo al profeta di Cologno».

Andrà a votare?

«Di solito vado, ma devo dire che fanno di tutto per tenermi a casa. Non ho ancora deciso».

Una cosa che avrebbe voluto fare e non le è riuscita?

«Una cosa che avrebbe cambiato il destino dell’Italia. Quando facemmo Te la do io l’America e Te lo do io il Brasile, con Grillo ci eravamo ripromessi che girare il mondo per la tv sarebbe diventata la nostra pensione. Dai 60 ai 70 anni avremmo fatto programmi in esterno, sulle varie nazioni. Prima che morisse Enzo Trapani, Rai 3 aveva già raccolto le due serie, l’America e il Brasile, in un programma dal titolo Grillo turista per caso. Qualche anno dopo, Rai 3 fece fare Turisti per caso a Syusy Blady e Patrizio Roversi, che andarono avanti per molte stagioni. Così saltò la nostra pensione e Grillo è stato costretto a buttarsi in politica».

La Verità, 17 dicembre 2017

 

«Racconto la guerra del denaro del Nordest»

Un avvocato scrittore e uno scrittore avvocato. Si parla tanto dei magistrati romanzieri, che fanno le pulci alle serie tv. Romolo Bugaro, 55 anni, un passato nell’Autonomia operaia di Padova, la sua città, è un legale che si occupa di crisi d’impresa. Nel suo studio ha visto passare fallimenti, bancarotte, scandali finanziari. Con i suicidi di numerosi imprenditori, nel Nordest la crisi economica ha assunto più che altrove i toni della tragedia. Bugaro l’ha raccontata nei suoi romanzi con stile caustico, senza cedere alla rabbia o al vittimismo che hanno spesso condizionato la narrazione del dissesto. Un dissesto economico ed esistenziale.

Che cosa sta scrivendo, adesso?

«Credo molto nel corpo a corpo degli scrittori con il loro tempo. Sto scrivendo un testo teatrale sulla Banca popolare di Vicenza. E un nuovo romanzo, quasi finito».

Ci può anticipare qualcosa?

«Nel Veneto degli ultimi anni si sono verificati due fenomeni giganteschi. Anzitutto la decapitazione dell’élite politica, vedi scandalo del Mose e annessi. Poi la decapitazione delle élite finanziarie. Sto lavorando a un testo per il teatro che dovrebbe essere rappresentato nell’autunno 2018».

La tesi dell’opera?

«Non posso anticipare troppo. È un tentativo di riflessione sulle cause interne ed esterne del dissesto, sul reticolo di rapporti che c’era intorno alla banca e ha prodotto questa sciagura, su quale sia il contraccolpo di questa deflagrazione sulle vite delle persone».

Invece, il romanzo?

«Sono molto legato all’età dell’adolescenza vissuta nella Padova degli anni Settanta. Alcuni amici dell’epoca non esistono più. Altri hanno 50, 55 anni come me. È un romanzo sul tempo».

Toni Negri a processo dopo l'arresto del 7 aprile 1979

Toni Negri a processo dopo l’arresto del 7 aprile 1979

Ecco, appunto: per citare tre maestri dell’epoca, tra Toni Negri, Ferdinando Camon e il cardinale Albino Luciani futuro papa, da ragazzo lei scelse Negri. Ora?

«Sì, scelsi Toni Negri. Subivo, anche in modo superficiale, la fascinazione per l’estremismo e la radicalità. Ero attratto dall’esteriorità di questo pensiero. Che ho approfondito dopo, continuando a trovarlo per alcuni versi interessante. Restando a quelle figure, oggi mi sento molto più illuminato da Camon e dal suo percorso di scrittore eccelso».

Si definirebbe un narratore del Nordest?

«Diciamo che Bea vita! era ambientato qui, Le ragazze del Nordest pure, Effetto domino e il prossimo anche. Sento l’esigenza di raccontare storie e geografie vicine a me».

Il triangolo industriale, il Nordest: sono ancora valide queste categorie dopo la globalizzazione e la crisi del 2008?

«I famosi distretti produttivi sono abbastanza tramontati. Tuttavia resistono vocazioni territoriali: Vicenza rimane una città orafa, Padova e Treviso sono legate alle produzioni della meccanica di precisione. Su queste basi crescono delle novità diagonali, come il conflitto sempre più evidente tra industria e finanza. È un conflitto che causa tensione e strappi. La difficoltà dell’accesso al credito delle nuove industrie è uno degli snodi del nostro modello di sviluppo».

Lei parla un po’ da avvocato e un po’ da scrittore. È più l’avvocato che fornisce storie allo scrittore o più lo scrittore che regala chiavi interpretative all’avvocato?

«Ho sofferto questa professione perché sembrava mi distogliesse dalla scrittura. Ci ho messo vent’anni a capire che era preziosa per l’accesso a una serie d’informazioni e dinamiche altrimenti ignote. Occupandomi di crisi d’impresa e di fallimenti fare l’avvocato mi ha permesso di avvicinarmi al cuore profondo della guerra del nostro tempo».

Guerra?

«Certo. La guerra del denaro che investe milioni di persone. Il denaro è sempre più pervasivo della nostra vita. Siamo sempre più definiti dalla nostra posizione economica, dalla quantità di denaro che possediamo, dalla facilità con cui accediamo ai beni di lusso o dalla difficoltà che abbiamo a pagare le spese condominiali. A ben guardare, il denaro è sempre stato un tema caro alla letteratura. Il romanzo francese dell’Ottocento, da Gustave Flaubert a Honoré de Balzac, ruota tutto attorno al denaro. E quello russo? Di che cosa parla Nikolaj Gogol se non di denaro? Si fantastica sulla libertà dello scrittore, ma i romanzi nascono dalla vita e dal tempo nel quale si è immersi. Senza voler fare paragoni, Mario Rigoni Stern è stato costretto a scrivere della guerra di Russia perché l’ha vissuta. La mia professione mi mette di fronte alle peripezie delle persone per stare a galla, ai conflitti causati del denaro: è un tema molto vivido».

Si parla molto dei magistrati scrittori, ma ci sono anche gli avvocati. In Veneto, oltre a lei, Francesco Maino e l’editore Beppe Cantele: coincidenze?

«Il conflitto è la materia del lavoro legale. Avvocati e magistrati sono spesso a contatto con storie estreme e del limite che possono stimolare la scrittura».

Il Nordest è uno stato economico, sociologico o psicologico?

«Il Nordest è una terra di solitudini. Il piccolo imprenditore si occupa della produzione nel capannone, la moglie sta in ufficio e “fa le banche”, cura l’amministrazione. Quest’uomo e questa donna raramente fanno rete con altre imprese, organizzazioni, cooperative. Quando le cose funzionano questa solitudine è garanzia di libertà; quando non funzionano può diventare terribile».

Come abbiamo visto con certi suicidi di imprenditori dal rituale simbolico: all’alba, soli, nel capannone. Quel momento è superato?

«In Effetto domino c’è proprio un suicidio all’alba… Penso che il picco tragico sia superato perché c’è stata una riorganizzazione produttiva e si sono creati nuovi anticorpi. La crisi si è abbattuta su persone impreparate, che si sono trovate improvvisamente di fronte al crollo degli ordini, alla stretta del credito, alla caduta del lavoro: uno shock tremendo perché veniva dopo anni floridi».

Nordest, terra di outsider?

«Assolutamente. La lista è lunga. Gli imprenditori nelle aziende erano e sono come re nei loro castelli. È il rovescio della moneta: pochi vincoli, molte solitudini, facilità a emergere, fragilità davanti agli ostacoli».

Gianni Zonin, patron di Banca Popolare di Vicenza

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza. Bugaro ha scritto una pièce teatrale

Anche gli scrittori sono outsider solitari?

«Credo che gli scrittori siano animali sociali. Personalmente sono legatissimo a un gruppo di colleghi che frequento da decenni come Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, anche Francesco Maino. Le affinità sono parecchie, poi ognuno batte la propria pista. Ci siamo formati insieme, sentendo il bisogno di stare vicini anche come reazione a una terra poco accogliente verso chi si occupa di letteratura».

In Bea vita! parla del giovane non insediato. Padova, città universitaria, accoglie gli studenti fuori sede, ma quella da lei descritta, più che geografica è una situazione psicologica.

«È un senso d’incompatibilità, con sottili venature ideologiche. Il non insediato vive un’estraneità nei rapporti con le persone, nei rapporti di lavoro. Un po’ non sei d’accordo col mondo com’è fatto, pensi che l’ordine delle cose dovrebbe essere diverso. Un po’ ti senti distante dagli altri».

In alcune pagine descrive le quarantenni che organizzano aperitivi, gite, shopping e i quarantenni che non si rassegnano alla responsabilità adulta. La tragedia che incombe, una malattia, la banca che chiude il fido, è come un tarlo che inizia a minare gli equilibri. Rimedi?

«Mi chiedo che cosa succede davvero alla gente? Tu sei ricco perché hai la tua azienda e lavori bene. Poi, in questo tempo ultra connesso e ultra instabile, nel giro di un’ora accade qualcosa che ribalta la situazione. Il crollo di una banca che ti dava credito, l’arrivo di un competitor online che dimezza il costo del tuo prodotto, una malattia. Il tarlo che produce la sottile ansia nella quale viviamo è questa velocità di trasformazione. I quarantenni che rifiutano la responsabilità: lo stile di vita può essere una scelta fino a un certo punto. A 65 anni puoi vestirti come un ventenne e fare la vita del ventenne. Poi succede che un giorno non ti alzi dal letto perché hai il colpo della strega».

Parliamo delle risposte. Lei ha sperato nella rivolta, ha visto la fragilità del modello del Nordest, la famiglia essere messa in discussione, mentre della Chiesa non parla. Esistono delle ancore di salvezza?

«È una domanda insidiosa. Si sono persi quasi tutti i punti di riferimento tradizionali. Però sono ottimista perché vedo una crescita di consapevolezza riguardo a molte questioni. Il valore della persona, una sana gelosia del proprio tempo e delle proprie energie, l’ambiente, la capacità critica verso la vacuità di certe manifestazioni esteriori e di certi consumi. Per fortuna, gli status symbol, l’auto da 200.000 euro, la giacca firmata da 3.000, la vacanza di lusso non hanno più il potere di fascinazione di qualche anno fa. Non penso che le cose stiano andando sempre peggio, anzi. La botta della crisi è stata un’occasione per ripensare a tante cose».

Per incamminarsi in quale direzione?

«Sono convinto che la questione sia culturale. In questi anni di finanza selvaggia, di trasformazione radicale del lavoro, che ancora non sappiamo se verrà distrutto dall’innovazione tecnologica, dobbiamo ridare tempo e spazio al pensiero».

Non c’è il pericolo che resti un processo appannaggio del ceto intellettuale?

«Forse. Ma i cambiamenti sono repentini e, come abbiamo visto, possono essere travolgenti. Fino a quando la cultura resterà museificata e sotto vetro non troveremo mai la soluzione. Solo rimettendo al centro della scena il pensiero e la riflessione umana saremo protagonisti di queste sfide e riusciremo a governarle».

La Verità, 10 dicembre 2017

 

«La radio libera davvero è quella dei vescovi»

Quando arrivo a InBlu Radio a Milano, lo studio dove Eugenio Finardi registra La musica è ribelle è inondato dalle note della Mahavishnu Orchestra. Si dà il caso che il vinile del live di Between the notinghness & eternity sia stato uno dei miei primi acquisti nel lontano 1973 e, quasi inascoltabile causa fruscio da usura, sia stato rimpiazzato dalla versione in cd, tratta dalla jam session fortunosamente ritrovata, di cui ora sta parlando Finardi. La lunga digressione è per dire l’affinità musicale che mi lega all’irregolare di oggi: milanese, classe 1952, tre figli di cui una affetta dalla sindrome di Down, autore ispirato di una serie di canzoni generazionali, alcune delle quali ripropone il sabato sera sull’emittente della Conferenza episcopale italiana.

«Se una radio è libera, ma libera veramente, mi piace anche di più perché libera la mente»: se l’aspettava di fare il dj nella radio dei vescovi italiani?

«Assolutamente no. Ma il tempo ha una grande ironia e devo dire che questa è l’unica emittente che mi ha concesso totale libertà. La cosa non mi stupisce. La figura di papa Francesco è forse quella che oggi sento idealmente più vicina. Nel 2012, un anno prima della sua nomina, una mia canzone intitolata Nuovo umanesimo toccava i temi dell’etica del lavoro e del rispetto dell’uomo che ricorrono nel suo pontificato. Dico tutto questo da non credente».

Ma non da anticlericale.

«Non lo sono. Ho sempre cercato una dimensione spirituale, senza la quale credo che una vita non possa dirsi compiuta. In questo mi aiuta l’amore per la musica, compresa quella sacra. Dallo Stabat Mater di Pergolesi e da tutta l’opera di Bach promana un bisogno del divino che appartiene a tutti gli uomini».

Tuttavia, sorprende trovarla qui: si è proposto ad altre emittenti?

«La prima proposta mi era arrivata da Radio Italia, ma non è andata in porto. In passato ho lavorato per la Radio della Svizzera italiana, a Radio Milano centrale. Tuttora collaboro con Radio2 Rai a un programma che si chiama Me Anziano You TuberS dove scelgo due pezzi a trasmissione e stop. Con la dittatura della playlist, nessuno mi concede la libertà che ho trovato qui».

Eugenio Finardi nello studio di InBlu Radio, emittente della Conferenza episcopale italiana

Eugenio Finardi nello studio di InBlu Radio, emittente della Conferenza episcopale italiana

A proposito di Youtube, ha senso la radio nell’epoca di internet e dello streaming?

«La radio è il media più prezioso e, a suo modo, poetico. È la voce umana a fare la differenza. Oggi si va di playlist, ma è una formula autoreferenziale, narcisistica. Ogni mia scaletta ha un tema preciso e la musica serve per raccontare storie».

Esempio?

«Prima della puntata sulla fusion ne ho fatta una sui The Swampers, una band di studio di Muscle Shoals, cittadina dell’Alabama dove incidevano i grandi del soul: Aretha Franklin, Wilson Pickett, Etta James. La storia interessante è che erano bianchi, perciò, dopo la musica insieme pranzavano separati».

La radio aiuta la narrazione, si direbbe oggi.

«Libera la mente, innesca l’immaginazione. Il mio scopo è allargare gli orizzonti di chi ascolta. Far capire che la musica è un linguaggio assoluto, legato alla matematica, alla fonica newtoniana. Musicisti che non si capiscono a parole possono suonare facilmente insieme. La musica non ha barriere. Trump può erigere il muro tra America e Messico, ma il tex-mex e, più in generale, la musica latina, sono generi affermati e popolari».

Tra poco saranno cinquant’anni dal 1968. Che cosa si aspetta?

«Di fare molte interviste. Spero ci si ricordi di un’epoca in cui c’erano tante cose che valevano più del denaro. In realtà il Sessantotto è un ventennio, iniziato con le lotte contro la segregazione dei neri. “I have a dream” di Martin Luther King è del 1963. Poi ci sono stati i movimenti delle donne e per la liberazione dal colonialismo. Quell’epoca si è chiusa con Ronald Reagan, Margaret Tatcher e l’affermazione del liberismo. Che, come tutti gli ismi, è una perversione di un’idea giusta, in questo caso quella liberale».

Ideali che sono diventati ideologia, causa di violenza e distruzione.

«Al culmine di quei movimenti, nel ’76, l’anno di Musica ribelle, quando il cambiamento sembrava vicino, sono arrivate le P38 e l’eroina».

Come se lo spiega?

«Nell’uomo c’è qualcosa che tende a corrompere e inquinare. Spiritualità, rispetto, grazia hanno il loro contrario nell’egoismo e nella violenza. Tendiamo al bene, ma restiamo soggiogati dal male».

Come già diceva San Paolo. Voi cantautori dovete fare autocritica?

«Sì, per l’ingenuità, un limite non da poco. Tuttavia, con Extraterrestre sono stato tra i primi ad accorgermi di certe perversioni. Ricordo che mi vergognavo di guadagnare troppi soldi».

Come nacque Extraterrestre?

«Era il momento del riflusso. Molti se ne andavano in India, qualcuno in barca a vela, altri si rifugiavano nelle droghe. Extraterrestre era un’immagine per dire che puoi andare dovunque, ma se non cambi dentro non cresci. Anche il successo è un’illusione».

Tornando al Sessantotto, c’è qualcosa che non rifarebbe o non direbbe?

«In realtà, no. L’unica canzone che non ricanterei è Giai Phong, tratta da un testo di Tiziano Terzani, che inneggiava alla liberazione di Saigon. Qualche anno dopo scoprimmo che anche quella del Fronte di liberazione nazionale era diventata una dittatura militarista».

Musica ribelle si chiudeva con «se ci metteremo insieme a lottare per cambiare nessuno ci potrà fermare». Invece?

«Ci ha fermato la natura umana. Molti hanno scambiato la libertà con la possibilità di abbandonarsi alla violenza, alla prevaricazione, all’istinto. C’è stato il tradimento delle classi dirigenti. La borghesia ha perso il senso di responsabilità. Mio padre, dirigente d’azienda nato nel 1909, sentiva la responsabilità verso le classi più disagiate. L’altro giorno ho saputo di una grande agenzia che organizza vacanze opulente su uno yacht in compagnia di escort, professionisti del sesso, droga libera, cibo fino a scoppiare: il denaro può tutto, è la nuova idolatria».

Lei è anche autore di canzoni d’amore: Non è nel cuore, Patrizia, Un amore diverso… Ha capito da dove viene «la forza dell’amore»?

«È qualcosa che abbiamo dentro, la nostra parte migliore che troppe volte si corrompe. Più che canzoni d’amore ho scritto canzoni sull’amore. Patrizia è dedicata a una donna amata, Amore diverso alla mia prima figlia. L’amore per i figli è quasi doloroso tanto è forte e puro. Come lo è l’amore da vecchi, quando non lo si fa più. Ma lo si vive ugualmente, magari pensando che cosa sarà dell’altro quando tu non ci sarai più».

«Non può esistere l’affetto senza un minimo di rispetto»: è un pensiero più rivoluzionario per i ragazzi di trent’anni fa o per quelli contemporanei?

«È rivoluzionario per i ragazzi di tutte le epoche».

«L’amore è fatto di gioia ma anche di noia»: è non accettare questo che rende solubili tanti matrimoni?

«Anch’io ho divorziato, non per mia volontà. Non so se esiste l’amore eterno. Mi affascina l’idea di un sentimento che duri 50 o 60 anni, ma non è da tutti. Piuttosto, vedo che i ragazzi di oggi si sposano molto tardi. Non ci si impegna fino a 38 anni e poi non si riesce ad avere figli».

«Ti amo perché sei una donna, ma anche un vero uomo, un amico, un socio forte, un maggiordomo, ma ti piaci in uno solo: quello di donna con vicino il suo uomo»: che cosa pensa della confusione dei sessi di questi anni?

«Credo che le donne siano sempre più forti e gli uomini debbano accettare la propria fragilità. La mia compagna è una donna con un carattere deciso, economicamente indipendente. Ho tre figli e ho visto all’asilo bambini che erano già palesemente bambine e bambine che erano già maschi. Come padre di una ragazza disabile non credo esista una normalità astratta. Certo, si parla troppo di omosessualità. Per un anno non abbiamo fatto che parlare di stepchild adoption, dividendo il Paese con un dibattito che riguardava 40 bambini. Intanto la gente non ha lavoro, tanti bambini vivono nella povertà, nei campi ci sono gli schiavi».

Su Youtube dopo la sua Patrizia è spuntata Anna e Marco di Lucio Dalla. Tra i cantautori a chi vorrebbe rubare una canzone e quale?

«Anna e Marco ci sono anche in Musica ribelle, scritta due anni prima. Quando chiesi a Lucio se c’era un nesso mi rispose che erano “uno stereotipo, l’incarnazione di una generazione”. Un brano lo ruberei a Franco Battiato: Centro di gravità permanente o Gli uccelli».

Eugenio Finardi con Lucio Dalla: «Anna e Marco ci sono anche in Musica ribelle»

Eugenio Finardi con Lucio Dalla: «Anna e Marco ci sono anche in Musica ribelle»

Viene da sua madre, cantante lirica, la passione per tutta la musica?

«Sono nato dentro uno strumento musicale. Non so in che momento della gravidanza si sviluppi l’udito nel feto, ma la prima cosa che ho sentito è certamente la voce di mia madre cantare».

Che cosa vuol dire essere padre di una ragazza down?

«All’inizio è stato uno shock. Da astrazione poetica il “mettersi a lottare” di Musica ribelle è diventato impegno quotidiano».

Quanti anni ha e come vive Elettra?

«Ha 35 anni. Da quando ne ha 19 vive in una casa famiglia vicino a me. Percependo la fatica dell’essere “normale”, fu lei a chiedere di andare a stare con altre persone disabili. Elettra è stata una grande sofferenza, ma anche una responsabilità e uno stimolo. Mi ha portato a pensare all’essenza delle cose. Senza di lei forse avrei fatto una vita più superficiale. Pranziamo insieme ogni settimana, è un rito. È una donna piena di iniziative».

Svaniti i sogni di rivoluzione, oggi in che cosa spera?

«Pensando all’ambiente, al futuro del pianeta, al nostro egoismo, non sono ottimista. Inoltre, non sono religioso, non credo alla vita eterna e sto invecchiando. Spero che riusciamo a preservare la bellezza che abbiamo attorno. A vivere con grazia a carità. Lo so, sono concetti cristiani».

La Verità, 3 dicembre 2017

 

Papà, mamma e Bebe Vio: «Ecco la nostra storia»

«Ricordo che arrivati all’ospedale di Padova, quando il medico ci disse che con quella meningite c’era il 3% di possibilità di sopravvivenza e che, anche il quel caso, mia figlia avrebbe subito danni devastanti agli arti e agli organi interni, non volevamo crederci. Non poteva essere vero, poche ore prima Bebe tirava di scherma. Non è possibile, ci dicevamo, questo medico è delira. Mandatecene un altro, vogliamo il primario». Ruggero Vio, papà di Beatrice Maria Adelaide Marzia (nomi delle nonne), detta Bebe, è seduto al tavolo dell’hotel Metropole di Abano Terme per la cena di gala in occasione dell’ottavo compleanno di Art4sport, la onlus che insieme con la moglie Teresa, ha fondato nel 2009 per aiutare bambini e ragazzi portatori di protesi che vivono lo sport come terapia, trasformando la disabilità in una opportunità di crescita (http://www.art4sport.org/). La maggior parte dei 150 ragazzi dell’associazione sono amputati a causa della meningite, qualcuno è nato così e qualcun altro è stato vittima di un incidente stradale. L’idea di art4sport è nata dalla vicenda di Bebe che nel novembre 2008 fu ricoverata al reparto di Terapia intensiva pediatrica dell’ospedale di Padova diretto da Andrea Pettenazzo e ne uscì 104 giorni dopo, amputata sotto i gomiti e le ginocchia.

La copertina di Panorama con la foto di Stefano Benedusi

La copertina di Panorama con la foto di Settimio Benedusi

Com’è vivere vicino a una ragazza così? Che cosa è successo in quella famiglia? Com’è la loro quotidianità? «All’ospedale di Treviso ci avevano già detto che si trattava di meningite», riprende papà Ruggero, ingegnere nautico. «Però, nel dramma, eravamo stati fortunati. In sala d’attesa era passato un infermiere che aveva seguito un caso simile e adesso riconosceva i sintomi. La dottoressa aveva confermato il sospetto e subito somministrato l’antibiotico che blocca l’infezione (meningococco C). Pensavamo che arrivati in ospedale il problema fosse risolto: non sapevamo niente della meningite. Ma Bebe soffriva molto e noi non ci rassegnavamo: com’è possibile che nel 2008 per guarire da una malattia si debbano amputare gli arti? La necrosi avanzava e i medici ci dissero che dovevano fare un controllo sullo stato delle mani. Ma quando uscì dalla sala operatoria non le aveva più. Era stata un’operazione fatta in tempo reale, perché la situazione non peggiorasse. Adesso chi lo dice a Bebe?».

Nel salone dell’hotel il clima è festoso. I ragazzi dell’associazione, chi con le stampelle chi con le lame tipo quelle di Oscar Pistorius, si mescolano agli ospiti per le cure termali. I tavoli sono divisi per discipline: scherma, calcio, atletica… «Sia Bebe che noi genitori eravamo seguiti dagli psicologi, ma il rapporto con loro era complicato», continua il papà. «Dopo due settimane Bebe ne aveva già eliminati un paio. Una volta una era entrata in camera mentre stava guardando la tv. Lei si era girata di tre quarti: “Ha il tempo della pubblicità per dirmi quello che deve”. Questo era… Alla fine ci siamo fatti forza. Io cercavo le parole giuste, ma lei aveva già intuito: “Cos’hai, papà, devi dirmi qualcosa?”. Poi è venuto il momento delle gambe… Almeno, quella volta l’abbiamo saputo prima… “Ma se mi taglio le gambe, poi guarisco? Sì? Allora, facciamolo subito”, insisteva. Ovviamente, c’erano tempi e protocolli da rispettare. Ricordo che la sera prima dell’intervento gli infermieri misero su una festicciola travestendosi da samurai».

Gente giusta per Bebe. Vedendola qui, alla cena di gala, vien da chiedersi dove attinga tanta energia: «Da questi ragazzi spaziali dell’associazione», assicura. «Sono pieni di energia, non si faccia influenzare dalla serata ufficiale, dovrebbe vederli nella normalità, sono delle bestie che spaccano… L’altro giorno con Ephrem, Emanuele e Pietro ci siamo messi le lame, le nostre gambe da corsa, e siamo andati a correre insieme, con tutta la nostra carica». Chissà se è sempre stata così? «Sempre, anche prima della malattia», risponde mamma Teresa, restauratrice di mobili antichi, ora dedita alla onlus. «Io la chiamo “la rompiballe strozzabile”…». Non male come definizione. «Sì, mi ci riconosco», sorride lei. «Ma la mia è una rottura che ha risvolti positivi. Pretendo molto da me stessa e tendo a farlo anche con gli altri. Abbiamo la possibilità di fare un sacco di cose, perciò mi piace che tutti diamo il massimo». Non dev’essere facile tenere il suo ritmo… «Non lo è», riprende la mamma: «Non saprei dire se ha preso più da me o da mio marito. L’indole competitiva è stata ed è la sua salvezza. Lo scoutismo invece gliel’ho trasmesso io e purtroppo a un certo punto abbiamo dovuto convincerla a sospendere. Gli scout non amano lo sport perché i raduni si fanno nei fine settimana, come le gare di scherma. Era arrivata a cambiarsi in auto, tra una trasferta e l’altra. Però la divisa scout la tiene ancora nell’armadio. E lo spirito, quello non lo si perde mai. Bebe ama spendersi per gli altri».

Medaglia d’oro nel fioretto singolare e di bronzo a squadre alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro e fresca campionessa ai Mondiali di Roma in entrambe le specialità, Bebe ha vent’anni e la maturità dei trenta. Vista da qui la crisi della Nazionale di calcio e dello sport italiano è un altro pianeta. Non è strano che i nostri due atleti più vincenti siano Bebe Vio e Alex Zanardi? «Nel mondo paralimpico resistono valori che altrove non ci sono più», risponde Ruggero Vio. «Agli ultimi mondiali di Fiumicino si sono presentate squadre di Paesi minori con carrozzelle tenute su con il filo di ferro. Allora qualche atleta ha prestato le loro per permettere agli avversari di gareggiare meglio ed essere più competitivi. Se la immagina una cosa così nel calcio professionistico? Tutti gli atleti normodotati appartengono a qualche corpo dell’esercito che sostiene attività, gare, trasferte. Anche Bebe fa parte delle Fiamme oro, come Gregorio Paltrinieri. Ma alle premiazioni Paltrinieri indossa la divisa, lei la tuta perché da disabile non può diventare poliziotta. Nel 2013 la nazionale di calcio under 21 la chiamò per motivare i giocatori prima dell’Europeo. Alla fine del suo intervento disse pressappoco: “Voi dovete spaccare, perché la cosa più importante di una gara è vincere”. Arrigo Sacchi, allora coordinatore delle nazionali giovanili, obbiettò: “L’importante è partecipare, non vincere”. “Ma loro devono partecipare per vincere”, replicò lei».

E tu, in gara, cosa pensi? Hai una frase, un mantra segreto? «Niente mantra. Immagino sempre di essere in svantaggio. Se pensi che stai vincendo la prendi facile. Certo, vedo il punteggio ma non lo guardo veramente. Nella gara a squadre, che è quella che mi piace di più, penso a tirare fuori il meglio di me per non mettere in difficoltà le mie compagne, Loredana e Andrea».

L'ultimo libro di Bebe Vio, criticato da Antonio D'Orrico

L’ultimo libro di Bebe Vio, criticato da Antonio D’Orrico

In Se sembra impossibile allora si può fare, titolo del libro della Gazzetta dello sport che fotografa il suo temperamento, Bebe spiega che «le persone con disabilità si dividono fra rancorosi e solari. I rancorosi sono la maggior parte e sono arrabbiati con il mondo per quello che gli è successo. I solari, invece, hanno deciso di viverlo come un’opportunità». Una volta dimessa dall’ospedale ebbe la sua prima vera crisi, durante una medicazione: «Basta, mi voglio suicidare», sbottò. «Sì, e come pensi di fare?», aveva scherzato il papà. «Mi butto dal letto». «Rischi di peggiorare la situazione senza raggiungere lo scopo. Se vuoi ti accompagno alla finestra, se ti butti dal secondo piano magari… Ma smettila! E goditi quello che hai, ché la vita è una figata». Da quello scambio è nato il titolo della trasmissione trasmessa da Rai 1. «Venivamo da un momento difficile», ricorda Ruggero Vio. «Io e mia moglie ci chiedevamo se avremmo ritrovato il sorriso. E che cosa sarebbe stato di Bebe una volta che non ci saremmo più stati. Il futuro ci spaventava. Come si vive senza quattro arti? Abbiamo ricominciato a vivere giorno per giorno: “Adesso ti devo fare le medicazioni, lo so che sono dolorose, ma non c’è altra strada”».

Al Centro protesi Inail di Budrio previdero sei mesi di riabilitazione per imparare a usare le protesi. «Voi scherzate. A Ferragosto devo essere all’Elba»: mancavano due mesi e mezzo. Le vacanze nella casa di Bagnaia erano sacre fin dall’infanzia. «Bebe viveva nel centro di Budrio», racconta il papà. «Tutti i lunedì mattina entrava in palestra, si guardava intorno per individuare il ragazzo più bravo in un singolo esercizio e lo sfidava: “Venerdì ti batto”. E ogni venerdì c’era la garetta… “È un fenomeno, mai vista una così”, ci dissero i fisioterapisti quando la dimisero, il 12 agosto». Insomma, un prodigio di volontà: «Esatto», riprende mamma Teresa, occhi dolci e concetti scolpiti. «Ripiegarsi sulla propria sfortuna e commiserarsi o ripartire è un fatto d’intelligenza. Che altro puoi fare se non accettare ciò che ti è successo? È capitato e ormai non lo puoi cambiare. Quando sento frasi come “era destino che succedesse a lei” mi vengono i brividi. Non serve star lì a domandarsi perché proprio a me, che cosa ho fatto di male… Tempo perso. Il tempo lo puoi guadagnare guardando avanti, trasformando questo fatto in un’occasione. Certo, i momenti di sconforto ci sono e ci saranno. Tutto dipende dal peso che gli vuoi dare». Bebe: «I momenti difficili ci sono stati, ma penso che il peggio sia alle spalle. Quando arrivano cerco sempre il lato positivo e, impegnandomi a trovarlo, in un certo senso, già mi distraggo. Poi, l’ultima cosa che voglio è contagiare con la mia tristezza chi mi sta vicino». Anche sul futuro lo sguardo è positivo: «Il mio sogno è unificare i due comitati olimpici, per normodotati e portatori di disabilità. Se accadesse sarebbe un bel casino, cioè un casino bello. Sarebbe un futuro super impegnato, ma in realtà lo è anche il presente». Altri progetti in tempi più ravvicinati? «A gennaio m’iscriverò all’università John Cabot a Roma. È un anno che non studio e ci sarà da lavorare. Poi farò gli allenamenti con la squadra, non vedo l’ora». Signora, che cosa desidera per sua figlia? «Vorrei che non subisse troppo la pressione dei media. Vorrei che conducesse una vita normale. Per noi la sua condizione è diventata normalità. È nostra figlia e ci dà tanto, come Nico e Sole. Adesso andrà a vivere da sola, a vent’anni è giusto così».

 

Panorama, 30 novembre 2017

 

«Con il colore curo l’ostilità tra arte e pop»

Un artigiano che naviga le acque della globalizzazione. Un intellettuale che ama la cultura pop. Un designer che usa la tecnologia con la cura della bottega rinascimentale. Riccardo Falcinelli ha 44 anni, una laurea in letteratura italiana alla Sapienza di Roma, conseguita dopo aver frequentato il Central Saint Martins of Art and Design di Londra, e una lunga esperienza come art director di case editrici (Minimum fax, Einaudi, Laterza, Zanichelli, Carocci) per le quali ha curato la grafica di oltre 5000 libri. Insegna Psicologia della percezione all’Isia (Istituto superiore per le industrie artistiche) di Roma. A fine settembre ha pubblicato per Stile libero di Einaudi Cromorama, 470 pagine su «come il colore ha cambiato il nostro sguardo». Temperamatite, compasso, fiammifero, scotch e altri attrezzi d’antan disposti sull’homepage del sito della Falcinelli & Co esprimono la filosofia della sua attività, «un piccolo studio di quattro persone».

Cromorama ha richiesto dieci anni di ricerche, tre di scrittura e un altro per la ricerca iconografica. Si prefiggeva di compilare un’enciclopedia del colore?

«Non sono partito per scrivere 500 pagine, mi ci sono trovato. Cromorama è il tentativo di raccontare ai non addetti ai lavori come funziona la comunicazione visiva, nell’arte e nel design. Dalla scarpa da ginnastica ai fumetti alla pubblicità, tutto è fatto di segni e colori. Se si cerca di capire il rapporto tra forme e colore si trovano solo manuali di storia dell’arte, mentre gli oggetti con cui abbiamo a che fare tutti i giorni non li racconta nessuno. Insegnando a ragazzi di 19 anni, ho provato a usare Piet Mondrian o Leonardo Da Vinci per spiegare la colla della cartoleria o il giallo dei Simpson».

Il risultato è una storia dell’umanità attraverso il colore. Un po’ come una storia dell’umanità attraverso il suono: vasto programma.

«Ammetto, ma preciso: una storia dell’umanità da quando si è industrializzata. La molla è stata la schizofrenia diffusa tra ciò che si considera arte, perciò di qualità ed elettiva, e tutto ciò che è commerciale e di massa».

La copertina di Cromorama, una sorta di storia dell'umanità recente attraverso il colore

Cromorama, una storia dell’umanità recente attraverso il colore

Ciò che è commerciale è pop.

«E ciò che ha troppo successo è dozzinale per definizione, il che non sempre è vero. Ho tentato di mostrare che dietro a un barattolino di colla o alla striscia di un fumetto ci sono più studio e lavoro di quanto si creda».

Si può guarire da questa schizofrenia?

«Si può guarire diversificando linguaggi e livelli di comunicazione. Un regista come Alfred Hitchcock ha prodotto un cinema sofisticato che influenzò François Truffaut, ma ebbe enorme successo anche in sala. Creare opere che sappiano parlare a un bambino come a una persona colta dovrebbe essere l’obiettivo di chi fa arte».

Perché oggi prediligiamo le tinte unite? È la velocità delle nostre giornate che ce le fa preferire?

«Questo è certamente uno dei motivi. Ma tinta unita vuol dire anche superficie liscia, non usata, propria di un oggetto nuovo, qualcosa che siamo portati a desiderare. Il nuovo è il motore del nostro tempo. L’industrializzazione e la società di massa ci inducono a comprare cose più economiche più spesso. I nostri nonni compravano cose di maggior valore, ma più raramente».

Se le idee vincenti sono la velocità e il nuovo perché va di moda il vintage?

«Negli ultimi trent’anni abbiamo subito un’intossicazione di elettronica e di futuro digitale. Ora sentiamo il bisogno di fermarci a vedere ciò che ci ha preceduto. Prima dell’industrializzazione diffusa il passato era prestigioso. Adesso rincorriamo parossisticamente il cellulare di ultima generazione, come se solo il nuovo garantisse la felicità. Il vintage è rassicurante perché ci tira fuori da questa frenesia. Anche la scorpacciata di progresso e progressismo ci ha indotto in errore. La storia non è fatta solo di progressi, ma di tanti movimenti. Non possiamo applicare quello che avviene nella medicina e nell’elettronica all’arte o alla cucina. Tra vent’anni non mangeremo dei rigatoni al sugo più buoni di quelli che mangiamo adesso».

Chi è un visual designer?

«Chiunque si occupi dell’aspetto visuale di prodotti che verranno visti su larga scala».

Perché oggi il design è così importante?

«Lo era anche prima, ma veniva chiamato in un altro modo. Chi disegnava scarpe era un esperto calzolaio, oggi è un designer. È un cambio di nomenclatura più che di professione. Il designer lavora per l’industria. Artisti e artigiani lavorano su pochi pezzi o pezzi unici».

Che cosa insegna la psicologia della percezione?

«Che le cose possono essere colte da diversi punti di vista. Ciò che m’interessa trasmettere è un punto di vista critico, per arrivare al quale è necessario studiare».

Che tipo di professore è?

«Piuttosto impegnativo, perché tento di far passare la necessità dell’attenzione al particolare. Viviamo in un’epoca in cui i ragazzi vengono portati a credere che i risultati si raggiungono facilmente. Ecco, questa è un’altra cosa che cerco di insegnare: che bisogna faticare. Ma in fondo per passare dalla sciatteria alla qualità lo sforzo è ridotto».

Nel libro racconta che un suo professore vi fece riempire dei quadrati con tanti neri diversi per una settimana.

«Esatto. Riempire delle campiture di un nero brillante o granuloso o setoso serviva a educare l’occhio. Si impara a guardare le cose. Anche lo sguardo, come il gusto e il talento artistico o sportivo, va educato e allenato».

I suoi studenti come prendono queste lezioni?

«Quando uno mi ha accusato di fissarmi sui particolari ho raccontato che una volta ho fatto 54 telefonate in tutta Italia perché cercavo delle borchiette copritermosifone, ma a Roma le avevano solo in pvc, mentre mi servivano in polivinile. Alla fine ho trovato il rappresentante di una marca gemella, il quale se le è fatte mandare dalla Francia e me le ha lasciate dal suo portiere a Frosinone dove sono passato a prenderle».

Cinquantaquattro telefonate: e i suoi studenti?

«Hanno ascoltato la morale. Primo: le cose belle chiedono di saper trasformare le nevrosi in qualità. Secondo: se il mondo ti sta bene così com’è perché dovresti ambire all’eccellenza o fare le cose con cura? Terzo: se non t’interessano i dettagli forse il design non fa per te».

Lei lavora principalmente nel campo dell’editoria: un perfezionista come tollera la mediazione con il committente?

«Mi piace essere al servizio del committente se mi fa lavorare con accuratezza».

Qual è il settore dove il design è più all’avanguardia?

«Non saprei dare una risposta univoca. Se parliamo di avanguardia in senso stretto, probabilmente quello medico. Oggi esistono delle protesi ortopediche molto curate dal punto di vista estetico che vent’anni fa non erano ipotizzabili. Nell’editoria, invece, l’avvento dell’e-book ha accelerato il rinnovamento del libro di carta, innescando una cura dell’oggetto, dalla copertina alla grafica, prima inesistente».

Qual è l’oggetto più moderno e seducente degli ultimi anni?

«Nell’ambito dell’elettronica la Apple ha cambiato il mondo, trasformando oggetti burocratici come i calcolatori in oggetti d’arredamento. Il primo smartphone ha modificato il modo di relazionarci agli altri. Va reso merito a Steve Jobs».

Lei è art director di Pagina 99: che cosa pensa della grafica dei giornali?

«I giornali sono sempre stati al passo. Il progetto del Corriere della Sera, soprattutto l’inserto della Lettura, ha una grafica elegante grazie al carattere solferino. La nuova Repubblica mi ha divertito molto. La scena grafica dei quotidiani è molto vitale».

Come giudica i disegni dei volti dei rubrichisti e delle grandi firme?

«Sono un portato della tradizione anglosassone che avvicina il quotidiano a ciò che erano il magazine e la rivista. Nei quotidiani cerchiamo commenti e opinioni autorevoli perché i fatti ci arrivano sul cellulare, e la firma riconoscibile rafforza l’identificazione».

I Simpson. Falcinelli ha provato a spiegare quanto studio ci sia dietro la scelta di un colore

I Simpson. Falcinelli ha provato a spiegare quanto studio ci sia dietro la scelta dei colori

Che rapporto ha con il cinema e la televisione?

«Ringrazio il computer che mi permette di guardare la televisione quando decido io. Penso che parte del successo delle serie tv sia dovuto alla visione in streaming sui computer».

Quali sono i prodotti tv che hanno determinato una svolta significativa dal punto di vista del design?

«A livello internazionale con Lost e Desperate housewives il telefilm è diventato cinema a tutti gli effetti. In Italia il cambio di paradigma è avvenuto qualche anno dopo con Romanzo criminale, che ha mostrato una cura del colore, della fotografia e del design inediti».

Ho letto sul suo profilo Facebook un dialogo in cui confidava a un collega di accingersi a modificare a mano 350 immagini per portarle da una definizione del 99.97% al 100%. Un lavoro immane per una differenza impercettibile. Che cos’è per lei la perfezione?

«È un’ideale rassicurante, è l’amore per le cose fatte bene. Nel lavoro si cerca di fare bene le cose come compensazione o risarcimento del fatto che la vita ha troppi problemi per essere perfetta».

C’è qualcosa o qualcuno, un autore, un artista anche del passato a cui si ispira o a cui attinge per la sua professione?

«Niente di particolare. Le fonti d’ispirazione sono quotidiane e molteplici. Ciò che conta è la mia, la nostra, predisposizione: la curiosità con cui entriamo al supermercato o in un museo, ascoltiamo un’opera lirica o guardiamo uno spot, studiamo la grafica di una bottiglia di un succo di frutta o visitiamo una mostra ecologica. Il segreto è in noi, nella nostra passione».

 

La Verità, 26 novembre 2017

«I romanzi di Veltroni e Franceschini? Libroidi»

Da giovane, Francesco Permunian fumava le Muratti: sugli ampi spazi bianchi del pacchetto poteva annotare appunti, ritrattini, spigolature. Scrittore rapsodico e ribollente di ossessioni, per quasi quarant’anni bibliotecario a Desenzano, nativo di Cavarzere (Polesine) nel 1951 della grande alluvione, Permunian vive appartato e fiero del suo sguardo periferico che gli permette una certa ironia sulle contraddizioni dell’industria culturale e non solo. Dai pacchetti di Muratti, quelle note finirono in un grosso faldone, «un vero e proprio incubatoio letterario», si legge nei «Pensieri e parole ai bordi della notte» che accompagnano Costellazioni del crepuscolo, il volume nel quale Il Saggiatore ha raccolto in una nuova veste Cronache di un servo felice e Camminando nell’aria della sera. «Quando lo aprivo e ne squadernavo per terra o sul tavolo il contenuto, la mia stanza si trasformava in una sorta di falegnameria artigianale, col pavimento cosparso di trucioli di prose e diversi altri materiali alquanto improbabili e inclassificabili… tutta roba che poi piano piano si agglutinava e modellava fino a dar vita» a quei romanzi visionari, allucinati, crudi.

Il primo dei quali, Cronache di un servo felice, s’imbatté in 32 rifiuti prima di approdare in libreria. Complimenti per la tenacia.

«Sarà stata la forza della disperazione. In quel decennio di fine secolo dominava il minimalismo alla Raymond Carver e le mie sinfonie lugubri non interessavano nessuno. Giuseppe Pontiggia, capo della Mondadori, lo lesse, gli piacque e venne a Desenzano per dirmi, però, che era un unico blocco di tenebre e ghiaccio e non poteva pubblicarlo. Subivo rifiuti e intanto lo limavo e aggiustavo. Finché scoprii che a Padova Meridiano Zero, piccola casa neonata, aveva una collana di noir. Marco Vicentini lo prese al volo e in venti giorni eravamo in libreria, spacciandolo per un romanzo gotico, cosa che non era. Poi mandò sessanta copie in giro per le redazioni e tutto cominciò».

Anno 1999, crepuscolo del millennio.

«Io di anni ne avevo già 49. Era passato un sacco di tempo da quando mi ero iscritto a Lettere a Padova, arrivando dal paesello. Per Silvio Ramat e Giorgio Pullini, miei professori, la poesia e non la prosa era la regina della letteratura. Le stelle polari erano Andrea Zanzotto, che viveva a Pieve di Soligo, e Diego Valeri, originario di Piove di Sacco. M’illudevo di essere un poeta anch’io. Ma dopo la morte prima di una figlia e poi di mia moglie, per sposare la quale ero venuto a vivere a Desenzano, la poesia non bastava più».

Erano crollati anche gli ideali della politica.

«C’era il deserto. Le istanze del Sessantotto si erano dissolte. Anche la fede cigolava: come fa a esserci un Dio se colpisce persone inermi e innocenti? Ne parlavo con Sergio Quinzio e Davide Turoldo, gente eretica. Avevo anche una seconda figlia da crescere. Senza la scrittura ci sarebbe stato il vuoto totale».

Che cosa accadde?

«Continuavo a mandare i miei scritti a Zanzotto che una volta mi convocò a casa sua: “Non devi scrivere con le lacrime”, mi disse, “perché bagnano il foglio e vien fora un spotacio. Ma con il ricordo delle lacrime”. Mi mise in mano Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e mi consigliò di trasformare “questi componimenti in frammenti di prosa, poi mandali a Maria Corti, una mia amica”. Così feci. Lì c’erano le prime figure di Cronache di un servo felice».

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Un campionario di folli, poveri cristi, erotomani… Non era prevedibile che faticasse a trovare la strada della libreria?

«Lo era, ma non potevo cambiarlo e cambiarmi. Cronache di un servo felice è un catalogo dell’infamia e della malinconia scritto con la penna intinta in un calamaio di crudeltà e amarezza. Ma è un catalogo pervaso di compassione. Che genera situazioni al limite della decenza. E alla fine, come un’ombra che aleggia su tutto e tutti, ecco salire l’orchestra dei morti che tutto avvolge e acquieta nel nulla infinito».

Una letteratura nichilista e grottesca.

«Secondo Milan Kundera, il romanzo è “un’arte nata come eco della risata di Dio” dopo che si accorge del lato grottesco del mondo che ha creato».

Da dove viene una letteratura così?

«Dall’inferno del Veneto poverissimo, il Polesine degli anni Cinquanta. Sono nato in un posto che si chiamava Lezze, quattro case al confine tra le province di Venezia e Rovigo vicino al ramo morto dell’Adige. Senza tv e radio ci si radunava nella stalla per ascoltare i racconti dei vecchi come si è visto nell’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. O come ha raccontato Nikolaj Gogol’ nelle Veglie della fattoria presso Dinkan’ka nelle quali mescolava streghe, demoni e contadini, storie di campi e storie magiche».

Per fortuna c’è anche la parte meno infernale di Camminando nell’aria della sera.

«Il volume del Saggiatore, che ha deciso di ripubblicare i miei romanzi introvabili, è un dittico. Che, oltre all’inferno del Polesine, comprende il purgatorio della vita qui sul Garda, protagonista un vecchio medico condotto che segue la sua comunità dalla finestra di casa e passeggia in riva al lago nella malinconia della sera. I due romanzi sono come ante della stessa porta, unite dalla cerniera dei famosi appunti sui pacchetti di sigarette».

I suoi riferimenti letterari sono i grandi autori del Veneto e della Mitteleuropa?

«Tutta la mia opera nasce “sotto stelle autunnali”, come dice il poeta austriaco Georg Trakl. Ma sulla scrivania tengo anche una frase un vademecum della buona scrittura di Giorgio Manganelli: “Oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo – o del risibile”».

C’è anche qualcosa che ricorda Ferdinando Camon, un altro grande veneto che si definisce un cantore della fine della civiltà contadina.

«Io sono l’estremo lembo di quello stesso mondo contadino. Non sarò mai uno scrittore metropolitano. Non me ne importa niente di ciò che viene prodotto nelle città. Un altro scrittore che stimo è Vitaliano Trevisan, narratore delle solitudini del nord est, una bolla che però io non conosco».

Altre letture predilette?

«In questi giorni sto leggendo due libri di giornalisti culturali: Vampiri conosciuti di persona di Roberto Barbolini (La nave di Teseo) e Insperati incontri di Silvio Perella (Gaffi editore). Siccome detesto viaggiare, mi consolo con questi giornalisti che fanno letteratura senza avere la prosopopea del letterato di professione».

Diceva che non sarà mai uno scrittore metropolitano. La provincia è una scelta o un obbligo?

«Prima è stato un obbligo, causa la scomparsa di mia moglie. Poi una scelta. Ora è quasi uno stemma nobiliare, un’appartenenza. Che ti dà la giusta distanza per non farti assorbire dalle mode di plastica. Nel mondo di internet non esiste più la provincia nel senso di realtà minoritaria. È più provinciale Milano che sembra un quartiere di Tokio, di Desenzano. Zanzotto è rimasto a Pieve di Soligo, Mario Rigoni Stern sull’Altopiano di Asiago. È questione di apertura mentale».

Ho letto che per lei questa terra è una specie di Catalogna.

«Nel senso culturale del termine. L’unità è nella lingua veneta. A volte, la sera, quando vado sulle colline di Salò e vedo le luci accendersi sui paesini del lago, penso alle parole usate dalle persone che sono dentro quelle luci. È come un grande campiello goldoniano, dove c’è il dialetto trentino, quello bresciano, mantovano, veronese. Per di qua sono passati Catullo, Goethe, D’Annunzio, Mussolini, è un grande poema umano. Capisce perché non posso scrivere in italiano standard?».

Quindi il Garda e il Veneto come la Catalogna italiana. Ha votato al referendum per l’autonomia?

«Non ho votato, anche se credo molto nell’autonomia e nella necessità di un’amministrazione diversa delle tasse. Ma in questo referendum sono entrate troppo la politica».

L'ultima fatica «letteraria» di Veltroni

L’ultima fatica «letteraria» di Walter Veltroni

Il libro di Dario Franceschini

Gli strumenti sono sempre perfettibili. Senza politica, le resta solo la scrittura?

«La scrittura è la mia terapia. Un vero scrittore nasce da un’impavida solitudine, unica compagna in grado di garantire quello sguardo lancinante sul mondo non ancora inquinato dal potere e dal successo mediatico».

Che rapporto ha con il mondo editoriale, i premi letterari e i festival?

«Non ho un agente letterario, non tengo un blog, vivo isolato. Ogni tanto qualche editore mi invita e mi chiede un libro. In trent’anni che scrivo, un giro di alcune migliaia di lettori si è creato. Preferisco avere un editore medio o piccolo ma di qualità, che mi segue personalmente, come il Saggiatore che ha un progetto chiaro».

Cosa pensa delle fusioni editoriali?

«Non m’interessano molto. Credo di più nei progetti di Adelphi, Saggiatore, Minimum Fax, Nutrimenti, una decina di editori in tutto. Oggi l’80% di ciò che viene pubblicato, libri di cantanti, comici, politici, cabarettisti è fuffa di cui non resterà niente. Sulle copertine dei libri di Dario Franceschini, Piero Fassino, Walter Veltroni c’è scritto romanzo. Ma cosa c’entrano con la letteratura? Non è questa la strada per combattere la crisi dell’editoria. Siamo in piena decadenza, tutto si sta sfarinando, corrompendo. E arrivano i barbari che scrivono libroidi, non libri».

La Verità, 19 novembre 2017

 

Marco D’Amore: «La fatica di essere Ciro»

Che roba, gli attori. Sollevi la maschera dei ruoli in cui li hai catalogati e trovi tutt’altra materia. Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio di Gomorra, il 14 e 15 novembre i primi episodi in 300 cinema e dal 17 su Sky Atlantic, è un ragazzo saggio, mite e innamorato di due cose: il teatro e la sua terra, Napoli e Caserta. È anche uno che dice che la gioventù serve a preparare la vecchiaia. Lo incontro a Verona, in una pausa delle riprese del film che sta girando. Mi guarda dritto, con occhi verdi che trapassano i baffi da hipster e la cuffia di lana che nasconde una chioma bionda «alla Nino D’Angelo». La maschera del nuovo film.

La copertina del numero di novembre di GQ Italia

La copertina del numero di novembre di GQ Italia

Tra pochi giorni parte la terza stagione, siete rimasti in due: tu e Genny.

«No dai, ci sono anche Scianel e Patrizia. E qualcuno di nuovo arriverà».

Tu sei l’Immortale.

«Il soprannome è quello».

Anche i fatti sono quelli.

«Questo soprannome è una condanna per il mio personaggio. L’immortalità è il desiderio di tutti. Per lui, con il senso di colpa che si porta dentro, sopravvivere è drammatico».

Con Genny, boss per genealogia, il dualismo c’è tutto.

«Per Ciro non c’è consanguineità diretta, altra condanna. Eppure nessuno meglio di lui potrebbe essere il boss. Sa di essere il migliore, ma c’è sempre qualcuno davanti a lui. Nella terza stagione questa ambizione si ridimensiona ’nu poco. Ha pagato uno scotto troppo alto, ha ucciso la moglie… Sarà interessante capire che ruolo si ritaglierà nei nuovi equilibri».

Qual è il pregio maggiore di Gomorra?

«Il profilo internazionale. Non ci sono altri progetti, film o serie, che abbiano un respiro così alto, in grado di scavalcare le reticenze anglofone. Lo dico a cinque anni dall’inizio».

Dimmi tre motivi di questo successo planetario.

«Il primo è che in ogni settore, non solo nel reparto artistico, si cercano i migliori. Il secondo è la scelta di lavorare con più registi e sceneggiatori, coinvolgendoli nel processo creativo. Il terzo è narrativo: Gomorra è una storia unica, che accade a Napoli, ma si fa universale. Situazioni così esistono in ogni angolo del mondo».

Chi è Ciro Di Marzio?

«È un essere umano, non un extraterrestre. Noi l’abbiamo conosciuto ragazzo, probabilmente è stato un bambino cui non è stata data possibilità di scelta. Oggi è un uomo che ha visto sfiorire tutta la bellezza della gioventù che aveva sul viso, perché ha dovuto fare i conti con il dolore causato negli altri. Un dolore che ora gli punge nel cuore».

Che cos’è il male per lui?

«Fino a poco tempo fa non ne aveva nessuna percezione perché lo infliggeva agli altri. Ora ne sta prendendo coscienza. Quello che per noi è chiaro, per certe persone non lo è. Per chi vive dentro microcosmi come questi c’è un diverso confine tra bene e male. Quello di Ciro non è un calcolo, ma una disperazione shakespeariana. Tutto ciò che regola questo racconto è il potere. Oltre il rapporto tra moglie e marito, o tra padre e figlio come nel caso di Genny. Ciro, come gli altri, mette il potere davanti ai sentimenti. In questo senso ci vedo la rappresentazione di ciò che avviene nel nostro Paese».

La terza stagione è la migliore delle tre?

«Ne ho il sentore, ma preferisco dirlo dopo averla vista tutta. La prima stagione ha raccontato il macromondo camorrista, la seconda è stata una discesa nella psicologia dei personaggi, la terza è una somma di questi due processi. I protagonisti sono sempre più in rilievo e scavati. E ce n’è uno nuovo e importante che è Napoli».

È meno gangster movie e più…

«Per me è sempre un war movie. Ci sono le macerie della distruzione, la famiglia Savastano non esiste più, ce n’è una nuova che nasce. È un racconto di cani sciolti che ha molto a che fare con il presente».

Suburra, Sotto copertura, Operazione Mafia capitale: Gomorra è molto, troppo, imitata?

«Ci sono due cose da dire. La prima è che il fascino nero che offre Napoli nessun altro luogo in Italia riesce a riproporlo. Anche dal punto di vista artistico: Paolo Sorrentino, Mario Martone, Toni Servillo, i Teatri Uniti, film come Indivisibili è tutta roba che viene da lì. Sarà il disagio che si vive, sarà il modo di riscattarlo… Il secondo discorso riguarda Gomorra, un progetto unico con il quale non è giusto fare paragoni e che si situa dentro il filone narrativo del crime a livello mondiale. Un filone di moda, pensa a Narcos, film, serie, sequel…».

Claudio Cupellini che ti ha diretto al cinema e in Gomorra dice che sei uno da «buona la prima», che non sbagli le battute nemmeno in bulgaro, terzo episodio.

«Non è virtuosismo, arrivo preparato per sopperire alle mie lacune».

Studi molto?

«Parecchio. Mi piace farlo perché se hai l’ansia della battuta non riesci a far respirare la scena, a darle libertà. Poi una certa strafottenza mi aiuta».

La strafottenza non si sposa con l’umiltà di studiare.

«Ma io sono dei gemelli, tengo insieme due anime».

Sempre Cupellini dice che dal cinema hai avuto meno di quanto meriti.

«Sono in pace con me stesso. Sinceramente, non ho grandi velleità come interprete, mi interessano di più le storie. In Brutti e cattivi, sebbene fossi stato il primo attore scelto, ho interpretato un piccolo ruolo».

Adesso che film stai girando?

«Con Vinicio Marchioni stiamo finendo le riprese di Drive me home. È una storia di fratellanza tra due amici che si ritrovano trentenni dopo molti anni, basata sull’idea di casa, tema molto attuale in un momento di giovani che lasciano l’Italia e di altri che vi arrivano. È un’opera prima di Simone Catania, con un budget risicatissimo per un road movie in cui si recita in cinque lingue. Speriamo che qualche festival lo prenda».

Temi che Ciro Di Marzio condizionerà la tua carriera?

«È un problema che non avverto, mi sento così distante da lui… Non volevo neanche fare il provino. Senza Stefano Sollima non sarei qui».

Non ti muovi da Caserta, come Servillo.

«È la mia scuola, ho cominciato con lui a 18 anni. Ogni tanto ci troviamo alla Reggia a camminare».

Marco D'Amore e Toni Servillo in Una vita tranquilla di Claudio Cupellini

Marco D’Amore e Toni Servillo in Una vita tranquilla di Claudio Cupellini

E cosa vi dite?

«Parliamo di musica, di cibo. Raramente di lavoro, che ci piace tenere lontano dalla vita quotidiana».

Cos’altro ti ha dato Servillo?

«È quello che vorrei diventare. Un uomo interessato a tanti ambiti apparentemente distanti dal nostro mondo che invece sono linfa vitale. È un maestro involontario. Ripete di aver imparato facendo lo spettatore, guardando centinaia di film. Il contrario di quello che domina oggi, la paranoia dei selfie, lo schermo è girato verso di noi. Ci fotografiamo davanti a un grande museo, ma in primo piano ci siamo noi».

Chi è Marco D’Amore?

«Che domanda… Una persona tranquilla, mediamente equilibrata, con grandi sogni che si moltiplicano e che non riguardano solo il lavoro».

Sentiamo.

«Il primo è l’ambizione di lasciare un segno in questo pezzo di cammino che mi è dato come uomo. Lasciare una buona eredità umana alla mia famiglia e ai miei affetti. Poi sogno d’invecchiare».

Spiega.

«Da giovane Eduardo De Filippo si scriveva i ruoli da vecchio perché, diceva, la gioventù passerà in fretta, così a cinquanta o sessant’anni avrebbe potuto interpretare le sue commedie. La maturazione di un attore arriva dopo tante ore di volo. Come se questa gioventù scapestrata e veloce fosse una preparazione a quello che verrà dopo».

Non ti facevo così saggio. Cosa c’era nella tua casa di ragazzo?

«Due genitori appassionati di cinema, teatro, musica. Mio padre amava il cinema americano, il western, mia madre preferiva gli autori italiani. Mi hanno fatto conoscere Sergio Leone, Francesco Rosi, Elio Petri. Tuttora sono i miei primi censori».

Per esempio, cosa ti dicono?

«Mia madre spera sempre che interpreti una commedia che la faccia divertire e la tiri su di morale. Mio padre scandaglia ogni scena per pizzicare appena eccedo e vado in over acting. Insomma, ’na rottura».

E tuo nonno?

«Era un personaggio un po’ strano. Era impiegato alla Sip. Ma è riuscito a recitare nella compagnia di Nino Taranto e in tanti sceneggiati, a fare lo speaker in Rai, a vincere La Corrida alla radio, a lavorare con Nanni Loy e Rosi. Ogni tanto spariva».

Sei mai stato sfiorato dai clan?

«No. Negli anni Novanta i Casalesi avevano in mano Caserta. Ma i miei non mi hanno vietato la strada. Dietro la porta di casa sono stati un grande filtro, un contraltare che mi ha preservato».

Per te il teatro è stato l’alternativa al crimine. Ma se un ragazzo non ha talento? Un meccanico o un imbianchino possono sfuggire alla camorra?

«Se il meccanico e l’imbianchino amano il loro mestiere e riescono a vivere di quello non c’è possibilità che vengano abbagliati. Il problema si pone se non riescono a portare avanti la loro vita. Per me non c’è differenza tra un imbianchino e un attore. Conosco quasi più attori depressi che imbianchini insoddisfatti».

Il  cast della terza stagione di Gomorra all'anteprima all'Ex Dogana di Roma

Il cast della terza stagione di Gomorra all’anteprima all’Ex Dogana di Roma

Che rapporto hai con Roberto Saviano?

«Prima ero un suo lettore, ora siamo amici. Io sono l’amico scemo che manda messaggini divertenti provando ad alleggerire il carico di quello che vive».

Altri maestri?

«La frequentazione dell’Accademia Paolo Grassi a Milano. La lunga tournée con La Trilogia della villeggiatura di Toni. Da quando ho 18 anni vivo da nomade».

Condizione impegnativa per chi ti è vicino.

«Ho una compagna molto intelligente, che conosce i sacrifici che ci sono dietro certe scelte. E sa che senza il mio lavoro sarei un uomo spento. Cerchiamo un equilibrio e lo troviamo per merito suo. Anche perché fa un lavoro normale e aiuta anche me a stare lontano dalla mondanità».

Chi sono i tuoi amici?

«Quelli con cui ho condiviso l’infanzia. Poi ci sono mio fratello, mio alter ego, e Francesco Ghiaccio, compagno della Paolo Grassi, mio partner in crime, come dicono gli americani».

Cosa fai con loro? Avete un rito comune?

«Il cambiamento della mia vita ha pregiudicato anche la loro. Ora il covo è casa mia, una casa molto bella, dove me li ritrovo ogni volta che torno. Diciamo che c’è il rito dell’attesa».

Finito di girare Drive me home?

«Nei giorni di uscita di Gomorra riprenderò la tournée con American Buffalo, uno spettacolo di David Mamet di cui firmo anche la regia. È una storia che si svolge nel negozio di un rigattiere dove un vecchio compra una monetina che poi si scopre essere di gran valore. Mentre prende corpo il piano per rubargliela, si dipanano le storie di tre balordi. Una storia da sogno americano ambientata a Napoli».

Il film che sogni di fare?

«Un film di racconto e denuncia che riesca a far riflettere sullo stato del Paese. Attraverso una storia piccola vorrei provare a rendere in modo paradigmatico il baratro in cui siamo caduti. Un po’ come abbiamo provato a fare con Un posto sicuro sulla tragedia della Eternit di Casale Monferrato».

Che cos’è il bene per Marco D’Amore?

«Spostarsi un po’ da sé. Per aiutare chi ti sta vicino a desiderare qualcosa di diverso».

 

GQ, novembre 2017

«Con The Place svelo la nostra anima nera»

Un regista romano, cinquantaduenne, fuori da giri e girotondi chic. Paolo Genovese ha nel curriculum una laurea in economia e commercio e una militanza di sinistra. Abbandonate entrambi. Nel 2016, dopo aver vinto tutti i premi italiani e qualcuno anche all’estero, il suo Perfetti sconosciuti chissà perché non è stato candidato all’Oscar. Questo per dire come gira il fumo nelle stanze del cinema che conta. Ora è appena uscito The Place (prodotto da Marco Belardi e Medusa), una commedia dal retrogusto amaro, con un cast notevole, una sceneggiatura solida e un protagonista enigmatico fino alla fine, interpretato da un grande Valerio Mastandrea. Forse uno psicologo. O la coscienza, il destino, un guru. O il diavolo, probabilmente, a cui si rivolgono i vari Alessandro Borghi, Rocco Papaleo, Giulia Lazzarini (e numerosi altri) per soddisfare il desiderio sinonimo di felicità: ritrovare la vista, trascorrere una notte con la pin up del calendario, veder guarire il marito dall’Alzheimer…

Qualcuno ha scritto di capolavoro, altri prevedono un nuovo successo.

«Non sono affatto sicuro che The Place sarà un successo. Dopo Perfetti sconosciuti ho scelto una storia diversa. A volte ci si adagia, si va sul sicuro, si fa il sequel. Io ho preferito rischiare per ripagare la fiducia del pubblico, reinvestendo il credito accumulato. I fratelli Taviani dicono che si può dare al pubblico non ciò che di sicuro gli piacerà, ma ciò che ancora non sa che potrebbe piacergli».

Facciamo un passo indietro. Lei è laureato in economia e commercio: poi cos’è successo?

«Non vengo da una famiglia cinematografica e il regista non è un lavoro in cui è scontato farcela. Come tanti ragazzi ho avuto bisogno di lavorare. Ho studiato per avere un piano B, ma mentre ero all’università scrivevo cortometraggi, avevo una piccola compagnia teatrale. Dopo il primo impiego in una multinazionale americana ho avuto la fortuna di entrare in McCann Erickson, una grande agenzia pubblicitaria dove ho fatto i primi spot. Girai un corto che ebbe successo e fu notato da Amedeo Pagani, Andrea Occhipinti e Gianluca Arcopinto che ci diedero l’opportunità di fare il primo film».

Ha lavorato a lungo con Luca Miniero: poi cos’è successo?

«Abbiamo cominciato per gioco e fatto tre film insieme. Quando il cinema è diventato una cosa seria abbiamo sentito l’esigenza di raccontare ognuno le proprie storie».

Era militante di estrema sinistra: poi cos’è successo?

«Essendo nato nel 1966 appartengo alla generazione che non ha fatto né il ’68 né il ’77. In università credevamo nella sinistra, seppure con un pizzico d’ironia. Piano piano l’ideologia di riferimento si è disgregata, non sapevamo più dove trovare la sinistra. Ci sentivamo come quando perdi le chiavi di casa. Poco alla volta ho smesso di interessarmi di politica e ho cominciato a impegnarmi nel volontariato, dove non c’era bisogno di colori e bandiere».

Anche nel suo cinema non c’è traccia di ideologie: «Le persone al centro della scena», ha detto in una intervista.

«Sentir dire “il mio cinema” mi fa sorridere. Faccio questo lavoro perché mi è sempre piaciuto raccontare storie. Anche da bambino tenevo diari, scrivevo… Allora non sapevo che quello del regista era un lavoro che poteva incarnare questa passione. Sì, le persone con i loro sentimenti sono al centro. Spero che i miei film facciano emozionare. Sono commedie in cui si ride e sorride, ma più importante è l’elemento drammatico».

Tre motivi per cui The Place dovrebbe funzionare.

«Ha un cast strepitoso. Tratta un tema devastante, una grande metafora: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? È un’occasione per una riflessione che forse non vorremmo fare durante la pizza post cinema».

Il cast di The Place: «La nazionale degli attori», dice Genovese

Il cast di The Place: «La nazionale degli attori», dice Genovese

La sceneggiatura innanzitutto: come nascono le idee?

«Cerco sempre una chiave inedita. Dal tempo dei fratelli Lumière tutto è già stato raccontato. Perciò bisogna cambiare la lente d’ingrandimento per rendere la storia interessante agli occhi del pubblico. In Perfetti sconosciuti dai cellulari che hanno stravolto le nostre vite affiorano segreti, tradimenti, cose indicibili. Per The Place ho tratto ispirazione da una piccola serie americana a sfondo etico in cui un demiurgo può tutto».

Che cosa legge e che cosa guarda?

«Guardo tutto il cinema italiano perché mi piace e m’interessa. Per cercare nuovi attori, studiare nuove tecniche. Ai festival internazionali seguo le cinematografie minori, non solo i blockbuster americani. Poi seguo la serialità. Trovo che il livello di scrittura e la profondità dei dialoghi raggiunto dalle serie sia da scuola. La lettura, purtroppo, è finalizzata alla ricerca di storie per il cinema».

Come ha scoperto The Booth at the End che ha ispirato The Place?

«Una notte vagando nei meandri di Netflix ho trovato questa serie nata per il web fatta di episodi di 15 minuti».

E da lì?

«L’ho segnalata a Mastandrea, siamo amici. Dopo qualche giorno mi ha detto: io faccio lui».

E lei?

«Era perfetto. Il suo personaggio non ha storia e rimane avvolto nel mistero, serviva un attore che avesse capacità di recitare per sottrazione».

Anche qui come in Perfetti sconosciuti i protagonisti hanno un lato oscuro. L’uomo è diviso, ha due vite?

«In Perfetti sconosciuti mi chiedevo quanto poco conosciamo gli altri, in The Place quanto poco conosciamo noi stessi. Lì non volevano svelarsi, qui andare in profondità ci fa paura. Molti di noi non sono costretti a scoprire la propria anima nera e, come dice il personaggio di Giulia Lazzarini, chi non deve farlo è fortunato. Se mi trovassi in una di quelle situazioni l’asticella della mia moralità si abbasserebbe o si alzerebbe?».

Situazioni al bivio tra bene e male.

«Negli ultimi tempi, pensando all’evoluzione dei social, mi sono accorto che siamo diventati tutti molto giudicanti, pronti a puntare il dito per gli scandali politici, economici e di costume. Allora un film che ci costringesse a giudicare noi stessi mi sembrava interessante. Non esistono il male e il bene assoluti, ma percorsi che non sempre ci pongono degli aut aut. Dostoevskij diceva: ≤Non c’è niente di più facile che criticare il male, molto più difficile è comprenderlo≥. Nella nostra coscienza siamo soli e agiamo senza condizionamenti e senza considerare le conseguenze che le nostre scelte hanno sugli altri».

Perché il nostro cinema fatica a raccontare questo tempo?

«Penso che la difficoltà di questi ultimi anni sia la profonda trasformazione delle classi. Fino all’epoca dei miei genitori le classi erano differenziate da comportamenti definiti. Trent’anni fa, per dire, non c’era il divorzio. Il mutamento delle classi, l’avvento delle famiglie allargate, il ruolo assunto dalle donne, l’accettazione del diverso: tutti questi cambiamenti non sono ancora rifluiti nel cinema. In tanti film si coglie la forma e non la sostanza di questi mutamenti. Se il pubblico non si riconosce e non si immedesima significa che usiamo strumenti sbagliati per conoscere e raccontare l’animo umano».

È rimasto male quando Perfetti sconosciuti non è stato candidato come film italiano all’Oscar?

«Sì. È brutto che lo dica io, ma mi è spiaciuto molto. Pensavo che un film che aveva vinto tutti i premi italiani e il Tribeca festival avesse qualche possibilità sulla strada per l’Oscar. In fondo, prima della Grande bellezza di Paolo Sorrentino l’avevano vinto due commedie come Mediterraneo e La vita e bella. Invece è stato curiosamente ricandidato un documentario che già lo era nella sua categoria (Fuocoammare, ndr)».

Una scena di Perfetti sconosciuti. Genovese: «Ancora non mi spiego perché non fu candidato all'Oscar»

Genovese: «Ancora non mi spiego perché Perfetti sconosciuti non fu candidato all’Oscar»

Che spiegazione si è dato? Forse non appartiene alle consorterie giuste?

«Non lo so. Non ho trovato spiegazioni. Dopo che Paolo Virzì aveva spontaneamente ritirato dalla corsa La pazza gioia sembrava quasi scontata la candidatura del mio film. Per questo ci sono rimasto male. Il fatto che avrebbe avuto qualche chance è stato confermato dal successivo apprezzamento internazionale».

Il suo scopo è ridare alla commedia profondità d’autore?

«Il cinema che riconosciamo come migliore, quello di Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli, era fatto di commedie che si rivolgevano a tutti eppure avevano grande profondità. Quando sei in una sala di Mosca o di Detroit capisci se il tuo lavoro è autoreferenziale o interessa anche lì. Allora puoi girare un film tutto dentro una stanza. Immaturi, per esempio, non aveva questo respiro».

Lei sembra avere uno sguardo diverso da quello che domina il cinema intellettuale.

«Mi ritengo un intellettuale nel senso che lavoro con l’intelletto. Le mie storie appaiono diverse perché le scelgo, anche in modo viscerale, in base a ciò che mi diverte raccontare. Altri partono dall’impegno, dalla denuncia».

Sta già lavorando al prossimo film?

«Dovrebbe intitolarsi Il primo giorno della mia vita: parla dell’opportunità di ricominciare dopo che si è toccato il fondo. È una sceneggiatura originale, probabilmente sarà girato in America, in inglese».

A proposito di anima nera, ha scoperto la sua?

«Alla domanda su cosa sono disposto a fare per diventare regista ho risposto a 24 anni buttando nel cesso una laurea e un posto fisso in una multinazionale americana. Ma in questo non c’è nulla di moralmente dubbio. Quanto alla mia anima nera, l’ho scoperta, ma non è argomento di interviste. Posso dire che come limite mi sono sempre messo il rispetto degli altri. Cioè, vorrei che l’eventuale compromesso con me stesso non danneggiasse altre persone».

Se volesse vincere l’Oscar e io, come Mastandrea, le dicessi: si può fare, ma dopo dovrebbe cambiare mestiere, come risponderebbe?

«Risponderei di no. Non potrei pensare di vivere senza la possibilità di raccontare storie».

La Verità, 12 novembre 2017

 

«I social network creano tanti egomostri»

È il più controverso opinionista del momento. Irriducibile agli schemi consolidati. Ha innescato la verve di Giampiero Mughini, il disappunto di Flavio Briatore, le critiche del Foglio e quelle di Antonio Di Pietro dicendo che «Mani pulite fu un colpo di Stato», gli attacchi di Wired, Linkiesta, Minimaetmoralia e siti vari. Pur essendo filosofo di professione, Diego Fusaro, 34 anni, nativo di Torino, autore Einaudi e Bompiani, molto presente sui social oltre che in tv, non trascende mai. Marxista e anticapitalista convinto ma al contempo sostenitore della famiglia tradizionale, è accusato di essere un intellettuale della supercazzola, depositario di tesi abborracciate. Alcuni suoi post sono fulminanti: «Hallowen, festa mondialista»; «E tutto divenne merce, anche l’utero in affitto»; «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

Un altro felice aforisma è «I selfie della gleba e i nuovi egomostri». Anche lei quanto a ego non scherza.

«Spero di non essere anch’io un egomostro come coloro che critico. Credo in quello che dico e ci metto sempre la faccia, in un’epoca di pavidi che si nascondono dietro pseudonimi o frasi fatte».

 

Fusaro: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Fusaro e la cultura del narcisismo: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Si definirebbe marxista conservatore o reazionario marxiano?

«Se proprio devo farlo, mi definisco allievo indipendente di Hegel e di Marx. Secondo Hegel, il rivoluzionario è colui che supera conservando o conserva superando».

Come nasce Diego Fusaro?

«Nasco a Torino da una famiglia di umili origini. I nonni paterni erano emigrati dal Veneto per lavorare alla Fiat, i nonni materni contadini. I miei genitori fanno tutt’altro rispetto a me. Decisiva è stata la scoperta della filosofia al liceo. L’incontro con Costanzo Preve mi ha permesso di avviare una rilettura che tenesse insieme Hegel, Marx e i Greci. Vivo a Milano, dove insegno allo Iassp (Istituto alti studi strategici e politici). Ho fondato Interesse nazionale, un’associazione il cui motto è “Né mondialisti né nazionalisti”, che pubblica una rivista e gestisce una scuola filosofica».

Da Marx e Hegel ha preso l’anticapitalismo.

«La mia coscienza infelice di anticapitalista ha idee di sinistra e valori di destra».

Può dettagliare?

«Idee di sinistra: lavoro, diritti sociali, comunità solidale, attenzione per gli oppressi, uguaglianza. Valori di destra: identità, nazione, patria, famiglia, lealtà, religione. Tutte quelle cose che fanno sì che a destra dicano che sei comunista e a sinistra che sei fascista».

Il superamento delle categorie novecentesche la rende difficilmente incasellabile. Potrebbe essere una strategia: si diverte?

«Non ho mai voluto farmi incasellare in uno schema o in un partito. Non è per divertimento, ma perché amo pensare con la mia testa».

 Certe sue argomentazioni sembrano pagare un tributo al complottismo.

«Complottismo è il modo di classificare qualsiasi lettura divergente da quella dominante. In quest’ottica Socrate, Marx e tutta la filosofia che cerca l’essenza dietro l’apparenza sono complottisti».

L’origine del disastro dove va cercata?

«Nel capitalismo che dal 1989 non ha più alcun limite morale né geopolitico. L’89 è l’anno orribile della storia recente».

È l’anno in cui la democrazia si è estesa e il benessere è diventato una possibilità per tutti.

«Questa è la narrazione dell’1% di ricchi che anche il 99% ha accettato come vera. Non mi pare che il benessere sia stato messo a disposizione di tutti. Negli ex Paesi comunisti la povertà è aumentata a dismisura».

Auspica un ritorno al mondo diviso tra Est e Ovest e alla cortina di ferro?

«Ragiono dialetticamente. Non penso di ripristinare quello che è andato perduto, la polis e il comunismo. La storia procede e conviene adoperarsi per migliorare il presente, affinché l’uomo non sia vittima del mercato e ritrovi il suo posto nel mondo».

Nell’89 è finito l’inganno comunista ed è nata l’Europa, che per lei è una sciagura.

«Finito il comunismo, al capitalismo sfrenato mancava disintegrare gli stati, ultimi baluardi della difesa del bene comune. L’Europa è servita a questo».

Vorrebbe l’espansione dei sovranisti?

«Io non parteggio. Penso che la sovranità sia ineludibile per una politica democratica a sostegno anche delle classi più deboli. Senza sovranità vince il libero mercato, la competitività e quindi il più forte».

Come si sconfigge l’idolatria del mercato?

«Intanto riconoscendo che è una vera religione che minaccia tutte le altre, pretendendo d’imporre universalmente i suoi simboli. Siamo nell’epoca in cui non si possono esporre crocifissi o veli islamici, ma solo merci di qualsiasi tipo e in modo selvaggio».

Nel suo libro Pensare altrimenti scrive che «il dissenso come rifiuto dell’autorità e del potere costituisce il fondamento della civiltà occidentale». Poi è arrivata la globalizzazione. Cos’è andato storto?

«Siamo entrati nel totalitarismo perfetto che fa apparire come imperfetti tutti quelli passati».

Perché più pervasivo, più scientifico o più seducente?

«Perché riesce a colonizzare le coscienze e devitalizza la possibilità del costituirsi del dissenso, dilatando il pensiero unico».

Che si affermerebbe grazie alla dittatura del mercato alla quale servono gli «atomi seriali». Ce ne fa l’identikit?

«È il profilo antropologico dell’uomo in balia del capitalismo contemporaneo. Un tempo il dominato era il proletario di fabbrica, che aveva una sua coscienza di classe, una stabilità territoriale, dei valori e una capacità rivendicativa come raffigurato nel Quarto stato. Oggi in luogo del proletariato c’è il precariato. Una massa amorfa di atomi erranti, flessibili, senza identità, coscienza di classe e progettualità».

Ai quali vengono contestate le certezze esistenziali e psicologiche, la famiglia e le altre appartenenze.

«Sono individui sradicati, permanentemente mobili e sciolti da ogni solido legame comunitario, dalla famiglia allo stato nazionale. La famiglia è il primo bersaglio. È la comunità delle comunità, come diceva Aristotele: colpire quella per arrivare alle altre. Se hai radici sei meno gestibile dal potere».

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Cito: «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

«Nella mia concezione la sinistra doveva essere agente della trasformazione verso una società emancipata. Invece il progresso cui assistiamo è quello del capitale che trasforma tutto per rinsaldare sé stesso. Ci sarà un motivo se negli ultimi trent’anni tutte le conquiste della sinistra sono state contro le classi più deboli».

Esemplifichi.

«Il pacchetto Treu con la precarizzazione del lavoro, le liberalizzazioni del governo D’Alema, il jobs act del governo Renzi. Se la sinistra smette di interessarsi a Gramsci e Marx, allora conviene smettere d’interessarsi alla sinistra».

Imputa al M5s di non avere un collegamento con il mondo intellettuale.

«Il Pd ha gli intellettuali e non ha il popolo, i 5 stelle hanno il popolo ma non gli intellettuali. Questa è la tragedia della politica italiana».

E il terzo sesso? Perché attacca anche l’ideologia gender?

«Perché non è altro che la distruzione dell’identità e l’imposizione dello sradicamento sul piano della sessualità. Il tutto a beneficio del capitalismo flessibile contemporaneo che non vuole uomini, donne, famiglie e prole, ma solo atomi unisex che nell’ambito erotico danno luogo al godimento deregolamentato. Esattamente come deregolamentato è il mercato, con competitor individualizzati e senza vincoli solidali».

Facesse il consigliere politico chi sceglierebbe tra i leader in circolazione?

«Credo che se tornasse in vita anche Machiavelli faticherebbe a trovare un principe».

Se lo trovasse, per rilanciare l’Italia da dove lo farebbe cominciare?

«Dalla cultura. Che è il fondamento del nostro Paese ed è ciò che abbiamo dimenticato. Rilancerei il liceo e gli studi classici».

Come si diventa personaggio televisivo?

«Non credo di esserlo, sono uno studioso che viene talvolta interpellato in tv».

Il suo apparire antipatico sembra una scelta.

«Non credo di esserlo, lo sono?».

Arriva una certa alterigia…

«Credo nelle cose che dico perché studio. Procedo con la docile forza della ragione, non sarò trovato ad alzare il tono della voce. Mi spiace se risulto antipatico. Tra tanti personaggi buffi, mi piace non corrispondere a questo canone».

In un’epoca in cui si esulta per la fine delle ideologie, otto anni dopo riscriverebbe Bentornato Marx?

«Lo scriverei tale e quale perché le analisi di Marx continuano a essere imprescindibili per capire le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Solo con Marx si è miopi, senza Marx si è ciechi».

Ha letto l’intervento su Studi cattolici di suor Monica Della Volpe, nipote del grande filosofo marxista Galvano, a proposito degli ultimi giorni di suo zio? Le chiese di dettarle le riflessioni finali di un libro perché molto malato: «Alla fine non c’è più né Marx né Engels, c’è solo Gesù Cristo».

«È una questione interessante che aveva già colto Pasolini. Il contrario del comunismo non e la religione perché il comunismo stesso lo è. Il contrario della religione è il capitalismo ateo, materialista, cinico e individualista. Non c’è da stupirsi se dei comunisti guardano con rispetto a Cristo. Il dramma è quando certi comunisti aderiscono al capitalismo rinnegando Marx e Cristo. Si potrebbe fare un lungo elenco, che risparmiamo per carità di patria».

Ritenendo il dissenso la genesi della civiltà occidentale, Gesù Cristo sarebbe fuori perché fece dell’unità con l’autorità la sua forza.

«C’è un unico momento nel vangelo in cui Cristo si adira, dissente e diventa quasi violento: la cacciata dei mercanti dal tempio. Di questo oggi c’è più che mai bisogno».

C’è qualcosa che le trasmette ottimismo?

«Nulla. Nelle tendenze obiettive non vedo nulla di positivo. Sono ottimista con la volontà, come lo era Gramsci».

La Verità, 5 novembre 2017