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«Così la leucemia (e la fede) mi hanno cambiato»

Il re del gossip. Se ce n’è uno in Italia, è lui: Alfonso Signorini. Un giornalista curioso, superinformato, arguto, leggero, tagliente, giocoso, malizioso, manovriero, influente. Ma «il Signorini», dal titolo di un suo libro di qualche anno fa, è anche molto altro. Opinionista, conduttore radiofonico e televisivo, regista di opere liriche, musicologo, biografo di Maria Callas, romanziere, già insegnante di greco e latino grazie a una laurea in Lettere classiche. Sta per partire per Tbilisi dove firmerà la regia del Simon Boccanegra. Eccoci nel suo ufficio di direttore di Chi, in Mondadori, tappezzato di copertine, manifesti, libri, gadget, targhe di premi giornalistici.

Come si diventa Signorini cominciando dalla Provincia di Como?

«Bella domanda. Sono partito da lì. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato, nessuno che potesse facilitarmi. Ma avevo il pallino della musica. Studiavo, suonavo e leggevo le recensioni. La mattina andavo in piazza Cavour e salivo tutti i piani del palazzo dei giornali, Il Giorno, La Stampa, La Notte… Qualche volta scrivevo delle brevi, ma non c’era futuro. Allora, mi proposi come corrispondente alla Provincia. Mandavo brevi critiche sui concerti della Scala e dei festival. 7.000 lire a pezzo».

Qualche anno dopo la troviamo direttore di due settimanali di grande tiratura, Chi e Tv Sorrisi e canzoni. In più conducevi un programma quotidiano su Radio Monte Carlo, in tv aveva Verissimo, Kalispéra!, il Grande Fratello e trovava il tempo per scrivere libri…

«Un periodo da overbooking. Mi bastano poche ore di sonno e durante la notte lavoro bene. Peraltro, in quel periodo, mia madre si era ammalata. La sera, fuori di qui, andavo a Mediaset per registrare Verissimo, mangiavo qualcosa e andavo ad assisterla in ospedale. Al mattino facevo una doccia e preparavo il programma di Radio Monte Carlo. Per fortuna mi avevano montato lo studio in casa e potevo condurlo da lì. Poi venivo in redazione…».

Tra La Provincia di Como e l’overbooking c’era stato l’insegnamento?

«Sette anni. Lettere alle medie e italiano, latino e greco al liceo dei gesuiti. Il Leone XIII è stata una scuola di vita. Una volta al mese il cardinale Carlo Maria Martini teneva una riflessione agli insegnanti. Ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo, sulle questioni professionali e sulla mia vita privata. Sono andato a trovarlo a Gerusalemme e ho mantenuto una corrispondenza con lui».

Com’è passato da professore a giornalista?

«Insegnavo e facevo il corrispondente della Provincia. Ma la vena del gossip era innata. Da ragazzo origliavo le telefonate di mia sorella ai fidanzati. Da professore il primo tema che commissionavo era: parlami della tua famiglia. Così venivo a sapere tante cose della borghesia radical chic milanese. Tra queste, scoprii che un mio alunno era figlio di Pierluigi Ronchetti, vicedirettore di Gigi Vesigna a Tv Sorrisi e canzoni. Lo faccio o non lo faccio, mi chiedevo. Siccome il ragazzo se la cavava alla grande e non aveva bisogno di aiuto, ruppi gli indugi, chiesi di parlare con i genitori e proposi al padre una rubrica di musica classica. Due settimane dopo era in pagina».

Poi che cosa accadde?

«Erano gli anni dei primi Pavarotti and Friends e siccome ero amico di Luciano, Vesigna m’incaricò di seguirlo. Qualche anno dopo, fondò un nuovo settimanale e mi propose di diventare giornalista a tempo pieno. Mia madre piangeva, mio padre mi sconsigliava, io trascorsi la notte di don Abbondio. Il giornale andò malissimo e dopo un anno chiuse, ma io avevo trovato la strada».

A chi è professionalmente più grato? Piero Chiambretti, Silvio Berlusconi, Piersilvio Berlusconi, Gigi Vesigna…

«Per il giornalismo cartaceo devo molto a Silvana Giacobini, direttore di Chi quand’ero inviato speciale. Una donna tenace e talentuosa. Poi sono grato a Carlo Rossella, che mi ripescò dopo che avevo sbattuto la porta in Mondadori».

Cos’era accaduto?

«Pippo Baudo tornava in tivù dopo qualche anno e mi aveva chiesto di fare l’autore di Novecento su Rai 3. Dovevo aiutarlo per la prima serata e per la striscia quotidiana con Giancarlo Magalli. Era inevitabile lasciare il giornale. “Se esci da quella porta non rientrerai più”, minacciò la Giacobini. “Ricordati che sei Signorini di Chi”. “Sono Signorini e basta”, ribattei. Non potevo rifiutare l’invito di Baudo, anche economicamente vantaggioso».

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