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«Faccia a faccia», l’intervista diventa performance

Partenza rock, a tutta velocità: dalla sigla, in verità più jazz, a Born in the Usa, per introdurre gli endorsement al contrario di Bob De Niro versus Donald Trump, e Susan Sarandon, anti Hillary Clinton. Faccia a faccia di Giovanni Minoli si gioca sul ritmo, marchio di fabbrica del conduttore dai tempi di Mixer (La7, domenica ore 20.35, share del 4,11 per cento, di solito a quell’ora non raggiunge il 3). Anche la grafica cita la matrice: schermo bianco e nero diviso in due per simulare il duello tra i protagonisti ripresi in primissimo piano, con i volti che si alternano sullo sfondo. I capelli di Minoli sono più radi, ma il piglio è sempre incalzante. Matteo Renzi è appena uscito dalla settima Leopolda, ma è ancora immerso nella bagarre con la minoranza Pd. Ritmo, dunque, pure troppo. E sintesi nelle risposte, più corte delle domande, perché arriva subito quella successiva. E perché bisogna riconoscere che, in fondo, il giornalismo è l’arte di fare domande. Per esempio: «Lei viene dalla Leopolda. Una Leopolda a cinquant’anni dall’alluvione di Firenze e contemporanea al terremoto. Sembra la foto di un’Italia in cui passato e presente coincidono. La prevenzione si fa o no?». Renzi si barcamena, dice che ha coinvolto Renzo Piano e Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, per la ricostruzione e per la prevenzione «che non è né di destra né di sinistra». Minoli, l’uomo che ha trasformato l’intervista in una performance di velocità e non solo, fa le domande della gente comune. Ma naturalmente è più documentato e più diretto. «Negli ultimi tempi sua moglie è sempre più presente con lei. Ha desiderio di apparire?». Il riferimento è a un presunto consiglio di Obama di mostrarsi in pubblico con lei. L’onda cresce e trascina a valle tutto, dalle elezioni americane al debito pubblico, dal sindaco santo La Pira, a papa Francesco aiuto o intralcio sui migranti, dai campioni del No ai filmati su Facebook. È una raffica dalla quale Renzi si difende come può, ed è già tanto che non si spazientisca. Ma non si ricorda una sua risposta incisiva. Tranne quando ammette di «essere cattivo e impulsivo». Ma è sull’essere cattivo che «devo lavorare di più». E forse anche sul dire la verità. Perché, parlando di terzo settore e società civile, si azzarda a dire che «comunico meno bene di come governo».

Finita l’intervista, c’è lo spazio La storia siamo noi, con una ricostruzione dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli così sincopata da risultare quasi inintelligibile. Arriva Pietrangelo Buttafuoco, un alieno nel contesto, a narrare con un pezzo teatrale la vigilia del voto per la Casa Bianca. Finale in satira con Help dei Beatles rivisitata da Sora Cesira. Faccia a faccia, un programma da servizio pubblico.

 

La Verità, 8 novembre 2016