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Fenomenologia di FF, totem della tv della nazione

Chissà come sarà in autunno veder spuntare Fabio Fazio sul primo canale della Rai radiotelevisione italiana. I modi confezionati, l’aria perbene, la barba pepe e sale. Come reagirà il pubblico abituato ad Amadeus e Carlo Conti? Come lo guarderanno i pensionati, le casalinghe e le famiglie tradizionali, i ceti medi nazionalpopolari in fase d’impoverimento e un po’ meno «riflessivi», della rete ammiraglia?

C’è una lettura pragmatica e minimalista della promozione di Fazio su Rai 1. Questione di agenti e trattative parallele (vere? presunte?). Questione di contratti in scadenza da rinnovare in extremis. Il tutto preparato dalla denuncia delle «ingerenze politiche» e della mancanza di libertà editoriale nella tv di Stato. E poi c’è una lettura più articolata di quella che è una vera ascensione professionale: era il conduttore di un talk show di tendenza su Rai 3, sarà il campione di tutta la Rai, il più pagato e coccolato dall’azienda. Si sono scatenati i politici dell’opposizione. Si sono adombrati i colleghi di rete, causa il suo cachet multimilionario, che hanno disertato a sorpresa la presentazione dei palinsesti aziendali. Una vicenda emblematica. Una parabola esemplare. Lo storytelling rivelatore del momento. Si sa com’è la faccenda: lo spirito del tempo, lo zeitgeist per dirla con quelli che hanno studiato, agisce tramite persone e personaggi in carne e ossa. Un presentatore di moda, FF. Un manager circospetto, Beppe Caschetto. Un politico ambizioso, Matteo Renzi. Un dirigente tv tendente all’enfasi, Monica Maggioni. Cos’è accaduto – che cosa ci siamo persi? – perché il conduttore di Che tempo che fa sia repentinamente diventato imprescindibile, il deus ex machina della tv di Stato per la quale tutti paghiamo una tassa annuale? «Fazio fa parte della storia della Rai», ha premesso qualche giorno fa la presidente Maggioni ai commissari riuniti della Vigilanza. «Vedere passare quel volto e quel format, su cui abbiamo investito, su un’altra emittente avrebbe comportato un forte scossone. Non so se la Rai avrebbe retto in termini di sistema», ha concluso la sua iperbole davanti ai parlamentari più che mai sbigottiti. C’è da capirli. Fazio, ribattezzato Fabio Sazio, terrebbe in vita la Rai «in termini di sistema». Non i suoi tredicimila dipendenti. Non gli uffici di corrispondenza nelle capitali del pianeta. Non le 67 edizioni del Festival di Sanremo. Se FF fosse la pietra angolare della tv pubblica ci sarebbe di che preoccuparsi. Saremmo oltre l’ultima spiaggia, sul bagnasciuga della rottamazione. Non è da escludere.

Monica Maggioni considera Fazio imprescindibile per la Rai

Monica Maggioni considera Fazio imprescindibile per la Rai

Nel marzo 1987 quando Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti traslocarono in blocco a Mediaset, allora Fininvest, nessuno gridò al rischio di sopravvivenza della tv di Stato. La dirigeva un signore che si chiamava Biagio Agnes e che si rimboccò le maniche, chiamando Adriano Celentano a produrre il Fantastico dei record (di ascolti, polemiche e centralità mediatica della Rai). Poi convocò Renzo Arbore, che s’inventò Indietro tutta, altro gioiello ricordato in tutte le classifiche di qualità televisiva. Nell’autunno del 1996 toccò a Michele Santoro migrare nella tv commerciale. E anche allora nessuno si stracciò la grisaglia, anzi. L’allora presidente della Rai, Enzo Siciliano, aveva pronunciato il fatidico «Michele chi?» che aveva causato lo strappo. Ma il servizio pubblico non vacillò.

Per quanto centrali e strategici, i divi passano la Rai resta. Negli anni Ottanta di Baudo e Carrà si era in piena epoca nazionalpopolare, Berlusconi era Sua Emittenza e la discesa in campo di là da venire. Dieci anni dopo, immersi nel bipolarismo, Santoro era il campione della tv detonatore. Inaugurando il suo tempo, Matteo Renzi aveva promesso di cambiare la Rai e di farne la Bbc italiana, lontana dai partiti. Oggi, dopo la raffica di dimissioni dei dirigenti che avevano creduto a quelle promesse, con un’azienda lacerata e priva di visione, Fazio passa da Rai 3 a Rai 1. La campagna elettorale si profila apocalittica. Chi meglio di lui può incarnare la televisione della nazione? Lo show da pensiero unico? Lo spettacolo del politicamente corretto? Viviamo nell’era della società liquida e Fazio è il testimonial perfetto della sinistra light che guarda più alla finanza che al popolo. Della militanza stemperata in buon senso modaiolo. Dell’ipocrisia buonista però griffata. Vuoi vedere che in questa stagione, in cui Renzi si gioca tutto, era proprio il renzismo faziano (o il fazismo renziano) che si voleva far dominare alla Rai? Come testimoniano anche il suo nome e cognome che differiscono per il cambio di una consonante, in lui hanno sempre convissuto un’anima morbida e una tagliente. Una sensibilità goliardica e una tendenza ideologico-moralistica. Un gusto arboriano, in ascesa, e una simpatia savianesca, in ribasso. Un registro popolare e una preferenza elitaria. Un’ambizione intellettuale con ambizioni giornalistiche e un realismo pragmatico, che gli suggerì di cancellarsi dall’Ordine della Liguria davanti alla lucrosa campagna pubblicitaria di un’importante compagnia telefonica. Nel suo salotto sfilano attori e registi di moda, scrittori di tendenza, cantanti emergenti, comici da copertina. Nelle ultime stagioni, segnate da un certo ricambio tra gli autori (non ci sono più gli storici Michele Serra, Pietro Galeotti e Duccio Forzano, mentre hanno un ruolo crescente Veronica Oliva e Francesco Piccolo) tutto è ancor più patinato, carezzato, sussurrato. Mai che si veda uno strappo, qualcosa di ruvido che strida e scardini gli equilibri. La tv della nazione è un pensiero suadente e graduale, un dialogo condiscendente anche se orientato, una recita ruffiana e autocompiaciuta. Un selfie di classe, un’autoreferenza intellettuale, un bon ton esibito, la sopravvalutazione dell’etica.

L'ex premier Matteo Renzi a Che tempo che fa (LaPresse)

L’ex premier Matteo Renzi a Che tempo che fa (LaPresse)

Fazio ha già più volte e con successo frequentato le platee di Rai 1, dal Festival di Sanremo alle serate commemorative di Falcone e Borsellino. Ora ne diventa il top player e la consacrazione sembra a portata di mano. Dietro di lui c’è tutta la sua squadra. E anche Luciana Littizzetto. Che, forse, dovrà limitare gli ammiccamenti e le allusioni genitali che abitualmente infarciscono i suoi monologhi. Eppure, stavolta qualcosa l’ha proiettato troppo in alto. Le interviste, i lamenti, il piedistallo della Maggioni, il supercontratto con troppi zeri. Tutte cose che lo espongono alla rabbia di chi suda, si sbatte e non arriva a fine mese. Gente di cui la sinistra una volta si occupava. Prima che arrivasse Renzi.

 

Panorama, 6 luglio 2017