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Ferdinando Camon più radicale di McCarthy

Fuggendo da Troia in fiamme, senza Anchise sulle spalle Enea avrebbe corso di sicuro più veloce», mi dice Ferdinando Camon commentando l’uscita del nuovo libro. «Eppure si caricò il vecchio padre sulla schiena, mettendo a rischio anche la sua stessa salvezza». È l’immagine che lo scrittore veneto, una delle ultime coscienze anticonformiste del nostro panorama culturale, rimugina da quando è scoppiata la pandemia e ha scoperto che i medici selezionano chi tentare di salvare e chi abbandonare al proprio destino. Ne scrisse per primo sulla Stampa già a fine febbraio, esordi del Covid-19, e da allora quel rovello non l’ha più lasciato. Perché in questa selezione tra esistenze di vecchi ed esistenze di giovani Camon vede una sconfitta grande e tragica. Uno smottamento etico e simbolico. La resa non solo della medicina, ma di una cultura, della civiltà tutta.

Sei mesi dopo quel primo allarme, l’autore di Un altare per la madre manda in libreria il pamphlet di denuncia A ottant’anni se non muori t’ammazzano (Apogeo editore, collana èstra narrativa diretta da Daniela Rossi). E il titolo può esser letto anche come una radicalizzazione di Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy, l’autore al quale Camon è stato a volte accostato, non solo perché nel romanzo dello scrittore americano il padre costruisce un innaffiatoio da lasciare in eredità al paese come fa il papà di Camon con il memorabile Altare per la madre. Ma in questo pamphlet di una novantina di pagine, l’amarezza è ben più densa perché legata al senso d’impotenza e rassegnazione per la fine di un intero mondo, di un’epoca nella quale i vecchi erano ancora coessenziali alla vita di tutti. «Virgilio», prosegue lo scrittore padovano, «chiama continuamente Enea pius, cioè pio. Per la stessa ragione, la nostra medicina che abbandona le vite fragili degli anziani, è empia. E lo sono non solo i medici, ma la nostra civiltà che li giustifica in base a criteri economici. Perché prodigarsi per mantenere in vita un vecchio che non produce, costa di più che tentare di salvare un giovane che promette».

La letteratura di Camon nasce da sempre dalla capacità di guardare oltre l’apparenza della quotidianità, cogliendo dalle cronache le ombre e i peccati del nostro essere uomini fragili e ambigui. Qui, lungi dal cedere al relativismo della società liquida, egli pronuncia il suo «non ci sto» nella prosa terragna, fatta di parole solide e a volte ruvide che gli conosciamo, scolpite nella formazione giovanile contadina durante i decenni scabri del dopoguerra. «Mi aspettavo che altri esprimessero questo dissenso, ma forse mi ero illuso», ammette al telefono lo scrittore. Ma non è certo un caso che l’abbia fatto lui.

Un uomo di 48 anni è ricoverato con i sintomi del coronavirus insieme al padre di 72. Appena entrati in ospedale li separano, lui in un reparto il padre in un altro. Ma due giorni dopo il medico entra per porgere al più giovane le condoglianze, «suo padre non ce l’ha fatta». L’epidemia si espande e dalle cronache trapela un’altra verità. Quando arrivano le chiamate nei pronti soccorsi il personale chiede l’età del paziente: se è avanzata, l’ambulanza nemmeno parte. La scelta tra salvare o abbandonare una vita non avviene in ospedale, ma al centralino, non la fa il medico, ma un infermiere o un volontario. Mancano i mezzi, mancano i respiratori, la responsabilità è dello Stato e del sistema sanitario, non dei singoli. Ma Camon non si rassegna, non si acquieta. I questionari ai quali il personale ospedaliero sottopone i familiari dei pazienti sono volti a selezionare, a escludere quelli che hanno meno probabilità di resistenza, a conoscere se hanno patologie pregresse che li rendono più vulnerabili, per non gravare su un sistema carente. È una selezione cinica. «Un sopravvissuto ricorda quando fu il momento in cui doveva morire e non è morto, perché un altro è morto per lui…», scrive l’autore. Era ricoverato insieme ad altri trenta pazienti in un ospedale civile, una lavanderia trasformata in reparto anti-Covid. Respiravano a fatica, con sole tre bombole a ossigeno a disposizione. Accanto a lui un ottantenne che dormiva sul fianco respirava bene perché collegato a una bombola tutta sua. Arriva un’infermiera, stacca il collegamento al paziente ottantenne e la collega a lui che si sente immediatamente rinascere. Da allora, annota Camon, «gli capita spesso di pensare a quell’anziano, piange e prega per lui».

Il diario della pandemia si conclude con la fine del lockdown e il salvifico ritorno alle relazioni con gli amici sopravvissuti. E soprattutto i nipoti, «vera reincarnazione dei nonni», più ancora dei figli. Al contrario di ciò che sosteneva Jean Paul Sartre, «tu da solo sei la malattia, gli altri sono la medicina», la possibilità di vincere la solitudine e di metabolizzare la morte. E, forse, anche la possibilità di lenire quell’amarezza provocata da una civiltà che – con l’eccezione della Chiesa, unica a combattere «la cultura dello scarto» – si dimostra sempre più incapace di caricarsi sulle spalle i vecchi, custodi della storia, depositari della memoria, ricchezza di tutti.

 

Panorama, 2 settembre 2020