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Trinità e i giustizieri della troppa telepolitica

I giustizieri della telepolitica si annidano nel magazzino film di Rete 4. Forti del loro curriculum, se ne stanno lì, scialli e schisci. Ma pronti a uscire allo scoperto allorché i sapientoni del dibattito cominciano a menarla troppo. Don Camillo, Trinità e Rambo sfangano le stagioni tv senza darsi pena. Borbottano, mangiano fagioli, lustrano il mitragliatore. Quando l’approfondimento si eleva troppo, ecco che li richiamano in servizio come vecchi poliziotti in pensione che sanno dove mettere le mani. Loro si tirano su, inarcano la schiena, e si rimettono a fare il loro sporco lavoro.

L’altra sera è toccato al pistolero poltrone di Terence Hill. Su SkyTg24, in chiaro e sul satellite, e su Tv8, andava in onda Il Confronto tra i candidati alle primarie del Pd, Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. Un’esclusiva meritoria: roba da servizio pubblico che la Rai non riesce più a fare. Lo share complessivo è stato del 2.58% con 675.000 telespettatori. Su Rete 4 Lo chiamavano Trinità alla miliardesima replica ha conquistato il 7.2% (quasi 1,8 milioni di telespettatori, uniformemente distribuiti tra Nord, Centro e Sud, maggiore concentrazione nel pubblico maschile con l’eccezione della fascia tra 25 e 34 anni), classificando la rete al quarto posto, dietro Rai 1, Canale 5 e Italia 1.

Il Confronto a SkyTg24 con i candidati alle primarie Pd

Il Confronto a SkyTg24 con i candidati alle primarie Pd

Personalmente, ho guardato il confronto per le primarie, occasione unica per misurare i tre candidati in lizza, che Sky ha promosso anche con la strategica quanto rara ospitata del direttore Sarah Varetto a Otto e mezzo (su La7 insisteva il logo di SkyTg24HD a fianco di Varetto, collegata dal suo studio milanese), concluso a mo’ di staffetta con passaggio del testimone via telecomando. Finito Il Confronto, e iniziate le sue dotte decodifiche, anch’io sono cascato dentro Lo chiamavano Trinità incapace di riemergere dalle sabbie mobili di una storia che so a menadito.

Una cosa simile era accaduta anche qualche giorno prima. Rai 2 e La7 avevano proposto l’approfondimento sul primo turno delle presidenziali francesi e il pretaccio di Fernandel era stato riesumato dall’archivio delle pellicole. Risultato: con il 4,5% Don Camillo (1.1 milioni di telespettatori) aveva surclassato lo Speciale del Tg2 e la Maratona Mentana, entrambi 3,4%.

Fernandel nei panni di Don Camillo, regia di Julien Duvivier

Fernandel nei panni di Don Camillo, regia di Julien Duvivier

Andrea Montanari di Italia Oggi ha animato su Twitter un piccolo dibattito la cui conclusione è stata: delle presidenziali francesi interessavano soprattutto i nomi dei candidati al ballottaggio. Le analisi e le chiacchiere meno, non se la prendano conduttori e commentatori. Qualcuno, lì su Twitter, lamentava che Don Camillo è un film in bianco e nero del 1952. Vero, ma sotto sotto, soprattutto in provincia e nei ceti meno istruiti, l’Italia rimane bipolare, desiderosa di identificarsi e di identificare il torto e la ragione. E di vedere che, se non altrove, nei film i buoni possono vincere. Ma, almeno dal punto di vista degli osservatori, il successo dei giustizieri della telepolitica non si esaurisce nella voglia di evasione. C’è la piramide demografica rovesciata, la popolazione anziana che si estende a scapito di quella giovane. E c’è l’amaro disincanto nei confronti della Casta politico-mediatica. È un’Italia che i giornali sottovalutano. E che i nostri politici spesso dimenticano. Salvo scoprirne l’esistenza alle urne, con sorpresa.

Ricordate quando l’allora premier Renzi sottolineava che «la replica numero 107 di Rambo» batteva i talk show che si limitavano «a un racconto pigro e mediocre della realtà»? I programmi erano DiMartedì e Ballarò, condotti dai nemici Giovanni Floris e Massimo Giannini. L’altra sera la vendetta dei giustizieri si è abbattuta su di lui. Il tempo passa per tutti, tranne che per Don Camillo, Rambo e Trinità.