«L’Arena» fa ascolti e utili, perciò la chiudono

Tutti, giustamente, concentrati su Fabio Sazio. E sul suo nuovo, faraonico contratto: 11,2 milioni in quattro anni. (A proposito: da quando si fanno contratti a così lunga scadenza? Di solito non si fanno di due in due, con eventuale opzione?) Però, che ne dite se, per un momento, parliamo del caso Giletti? Che, anche se potrebbe sembrarlo, non è uno scherzo. Il Consiglio d’amministrazione di Viale Mazzini riunito sotto la regia di Monica Maggioni e con la partecipazione ordinaria del neodirettore generale Mario Orfeo, ha deciso di chiudere L’Arena di Rai 1. Così, d’emblée, senza farsi troppe remore. Il suo conduttore è stato dirottato al sabato sera per dodici show musicali. Si sa, la presentazione dei palinsesti incombe (mercoledì a Milano). E quindi giornalisti e presentatori rimbalzano da una rete all’altra, da un pomeriggio festivo a una prima serata feriale, da un programma giornalistico di comprovato successo a uno show d’intrattenimento da inventare. Il tutto, com’è accaduto a Massimo Giletti, senza una discussione o un coinvolgimento decisionale. Anche tra i volti storici della Rai ci sono figli e figliastri. C’è chi è super coccolato e accontentato. E chi viene spostato da una casella all’altra senza essere consultato. Con il risultato di apprendere del nuovo impiego da qualche indiscrezione via Internet o dei giornali. Del resto, se la buona educazione non la si impara da piccoli, difficile la si sappia esercitare una volta seduti sul cavallo di Viale Mazzini.

Modi a parte, la vicenda dell’Arena è significativa per parecchi altri motivi. Ideato e condotto da Giletti e giunto alla dodicesima stagione, il programma può vantare una media di ascolti superiore al 20% di share, quasi 4 milioni di telespettatori, che lo ha reso sempre vincente sulla concorrenza. Da rubrica di Domenica In e interamente prodotto in Rai, il talk show è progressivamente cresciuto, fino a conquistare piena autonomia dal contenitore domenicale, di cui, occupando le prime due ore del pomeriggio, è divenuto addirittura il traino. Non a caso, in questi anni, il conduttore dell’Arena è rimasto lo stesso, mentre quelli di Domenica In sono cambiati. Nell’ultima stagione, grazie agli introiti pubblicitari provenienti da una quarantina di spot, il talk ha prodotto un utile di 7 milioni di euro. Basterebbero questi numeri per mettere L’Arena tra i titoli intoccabili appartenenti al patrimonio del servizio pubblico.

Berlusconi all'Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Berlusconi all’Arena, quando stava per abbandonare lo studio

Al conto economico attivo, va poi aggiunto il valore editoriale del programma, ripreso spesso dai media per i suoi colpi giornalistici. In questi anni Giletti ha condotto numerose inchieste contro la casta, smascherando scandali come i ritardi nella ricostruzione del terremoto in Umbria, il riciclaggio del denaro proveniente dalla vendita della casa di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, l’esorbitante numero di guardie forestali nelle regioni del Sud, l’abusivismo in Sicilia… Ha intervistato i politici di tutti gli schieramenti senza mai farli sentire troppo a loro agio, da Mario Capanna a Matteo Renzi a Silvio Berlusconi, il quale mancò poco che abbandonasse lo studio a causa delle domande poco compiacenti. Insomma, pur privo di sponsorizzazioni griffate perché non iscritto al megapartito del politicamente corretto, L’Arena è un esempio di giornalismo anarchico e restio ai diktat del Palazzo, chiunque sia il suo principale inquilino.

Quando è stato nominato direttore generale, si temeva che il sonno di Orfeo sarebbe calato sull’informazione della tv pubblica, peraltro pagata dai cittadini di tutti gli orientamenti e quindi tutti detentori del diritto di essere rappresentati. Invece, ai palinsesti si applica la tecnica del «panino» in auge nei tg governativi, dove il sottile lo strato dell’opposizione è schiacciato tra la fetta di Palazzo Chigi e quella della maggioranza di governo. Fonti beninformate riportano che, per giustificare la chiusura dell’Arena, il dg abbia parlato del bisogno «di tranquillità e di serenità» del pubblico nel dì di festa. Chissà perché è un bisogno che spunta sempre quando ci sono di mezzo programmi dissonanti rispetto alla voce del padrone. Per dire, un anno dopo, la soppressione di un talk di approfondimento come Virus non ha ancora trovato una motivazione plausibile. E l’avvicendamento alla direzione del Tg3 di Bianca Berlinguer con Luca Mazzà e la scelta di Ida Colucci al Tg2 ha, per la prima volta nella storia Rai, uniformato tutti tre i telegiornali generalisti alla linea della maggioranza di governo.

Con la soppressione dell’Arena l’omologazione si espande ulteriormente (si salva solo Porta a Porta). Forse, l’unica pecca di Giletti è stata, lo scorso autunno, aver battuto con Viva Mogol un programma di Maria De Filippi, solitamente incontrastata dominatrice del sabato sera. Un successo che si è trasformato in un boomerang per il giornalista. Sul contratto del quale non sono circolate cifre, a differenza di quello predisposto per il conduttore di Che tempo che fa. A questo proposito, non si fermano le polemiche. Michele Anzaldi, responsabile della comunicazione del Pd, ha presentato un esposto a Corte dei Conti e Anac, mentre il grillino Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza, ha detto: «Quando era stato preventivato di toccare lo stipendio a Fazio, classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra, voleva scappare in un’altra tv». Tuttavia, non è detto che la lievitazione del cachet funzionerebbe con Giletti (già in passato segnalato vicino a Mediaset). Il quale, più che al portafoglio, tiene alla sua creatura televisiva. Che invece è stata soppressa.

È vero, avrebbe tutte le caratteristiche per sembrare uno scherzo. Invece.

La Verità, 25 giugno 2017

Tutto chiaro, sulle notizie cala il sonno di Orfeo

Diradata la foschia, il capo del tg più allineato è diventato direttore generale della Rai. Più chiaro di così? La nomina di Mario Orfeo (a proposito: sarà dg o ad?) è la chiusura del cerchio, la prova del nove, la pistola fumante del pasticciaccio brutto di Viale Mazzini. Orfeo era dal primo momento il candidato dell’inner circle renziano: da Matteo Renzi a Maria Elena Boschi, passando per Luigi Lotti. Mai una lamentela, mai un problema da loro. Anzi, canali lubrificati e connessioni rapide. Gestione perfetta della campagna referendaria con sordina messa agli esponenti del No. Ridimensionamento dello scandalo Consip. Nell’agenda del neodg non mancano buoni rapporti anche con settori del centrodestra, tanto che la nomina è stata condivisa anche in cda, con l’eccezione di Carlo Freccero.

Antonio Campo Dall’Orto ha lavorato due anni per trasformare un’azienda di comunicazione obsoleta in media company. Ha commesso qualche errore, chi non ne fa? Ma si era fatto la balzana idea che la Rai andasse riformata e portata nel Terzo millennio. Pittoresco, quel Campo Dall’Orto. Di tutto ciò alla politica non fregava una beata mazza. C’era il referendum costituzionale e ora si avvicinano a grandi passi le elezioni, con la legge che si riuscirà ad arrangiare senza il concorso dei grillini. Complice, non si sa quanto consapevole, Monica Maggioni, che ora si vede scavalcata dalla scelta di un ex direttore del Tg2 e del Tg1, ha vinto la linea di Michele Anzaldi, il pasdaran renziano che un giorno sì e l’altro pure seppelliva sotto gragnuole di ultimatum giornalisti e conduttori non allineati al verbo del capo.

Tre indizi facevano già la prova. Prima il clamoroso flop di Politics di Gianluca Semprini con il recupero dell’irrequieta Bianca Berlinguer (rimossa dal Tg3) aveva molto innervosito gli ambienti renziani. Poi la bocciatura del piano per le news di Carlo Verdelli, senza possibilità d’illustrarlo in cda, aveva costretto alle dimissioni l’autore. Infine il semaforo rosso allo stesso piano riveduto con la scabrosa proposta di nominare Milena Gabanelli alla direzione del portale Rainews.it è stato il colpo di grazia su CDO. Poche chiacchiere, lo scoglio era il controllo dell’informazione. Altro che la media company, gli stipendi degli artisti e balle varie. Ora di indizi ce ne sono addirittura quattro e tutto è lapalissiano. La nomina di Orfeo, il normalizzatore inviso ai 5 Stelle, quadra il cerchio. La copertura si completerà con la promozione di Antonio Di Bella al Tg1 (o di Andrea Montanari). Per una volta il «solito ignoto» è stato scoperto rapidamente. Si sa, quando si avvicinano le elezioni… «Mario Orfeo, è lei che gestirà la Rai per conto del Pd renziano e della nuova Forza Italia durante la campagna elettorale?». Sì, è lui. Fine delle trasmissioni.

Flop Juve? Allegri senza piano B e presunzione

La finale di Champions League con il Real Madrid l’ha persa soprattutto Massimiliano Allegri e Antonio Conte avrà goduto, non si sa quanto in segreto. L’allenatore bianconero non è stato capace di capire che cosa stava davvero succedendo e di cambiare la partita in corso d’opera. Alla fine, tutte le domande degli osservatori si sono appuntate sul calo della Juventus tra il primo e il secondo tempo. Ma risposte convincenti non ne sono arrivate. Sono stati bravi loro (Sacchi); gli episodi sono girati male (Buffon); Pjanic aveva un problema a un ginocchio (Allegri).

Le cose sono un tantino più serie. Da diversi mesi, cioè da quando è passata al 4-2-3-1, ovvero al cosiddetto modulo «a 5 stelle» (Higuan, Dybala, Madzukic, Dani Alves o Cuadrado, Pjanic), la Juventus ha sempre giocato per andare in vantaggio nella prima mezz’ora. Di un gol o possibilmente di due. Il segreto era dominare subito il match, schiacciando l’avversario nella propria metà campo, attraverso il pressing alto che può essere prodotto con efficacia da una squadra farcita di punte e mezze punte. Una volta conquistato il vantaggio di uno o due gol, a mezz’ora dalla fine Allegri provvedeva puntualmente a coprirsi, togliendo qualcuna delle stelle e innestando Marchisio o Lemina o Rincon. Una squadra così sbilanciata, infatti, non può reggere 90 minuti senza sfilacciarsi.

Massimiliano Allegri non ci ha capito niente

Massimiliano Allegri non ci ha capito niente

Con il Real Madrid il piano A non è riuscito. La Juventus prima è andata sotto, poi ha recuperato con un gol bellissimo ma irripetibile di Madzukic. Nell’azione precedente il Real aveva mancato il raddoppio perché Isco è incespicato sulla palla al limite dell’area. Commentando il match, sia Allegri che Buffon hanno sottolineato di non esser riusciti a chiudere in vantaggio il primo tempo come, a loro avviso, meritavano. Nel secondo tempo non è scattato il piano B e non si può gettare la croce addosso a Higuain e Dybala che in tutta la seconda frazione di gioco non hanno mai visto palla. È stato il Real ad attuare il pressing alto, recuperando subito il pallone in uscita, il terzo gol di Ronaldo con l’incursione di Modric è esemplare. I quattro centrocampisti di Zidane (Kroos, Casemiro, Modric e Isco) hanno sovrastato il reparto juventino (Pjanic e Kedhira con Dani Alves a fluttuare sulla fascia). Tardivo e inutile l’ingresso di Cuadrado, quando il gioco girava sempre dalle parti di Modric e Kroos.

Alle motivazioni tecniche ne va aggiunta una di tipo umano, che ha concorso in misura non trascurabile alla disfatta. Ed è la presunzione, una certa sicumèra che nei giorni precedenti ha alimentato la convinzione di essere superiori, la sensazione che «il primo triplete» non poteva sfuggire e nemmeno poteva farlo il Pallone d’oro a Gianluigi Buffon. La pressione è lievitata con i troppi proclami, un’arietta da trionfo scontato, la presunzione di essere favoriti, l’obbligo di vincere.

Il Real, più abituato a questo genere di partite, ha giocato più tranquillo e sornione. Fine della storia.

A commento del risultato, Andrea Agnelli ha detto: «L’anno prossimo dobbiamo essere più cattivi».

Tredici, serie sui ragazzi che processa gli adulti

Mica facile convivere con la fragilità senza infrangersi. Soprattutto se si è adolescenti, si è vittime di bullismo e gli adulti latitano. Ho finalmente completato la visione di Tredici, la serie di Netflix sulla storia di una ragazza suicida che, etichettata ingiustamente come «ragazza facile», incide e fa diffondere post mortem 13 audiocassette, ognuna dedicata a conoscenti, amici o potenziali tali, nessuno dei quali è riuscito a colmare il suo vuoto. Anzi, forse l’ha creato o allargato. Ognuno di loro costituisce una ragione del suo gesto tragico. Il titolo originale della serie è 13 Reasons Why ed è tratta dall’omonimo romanzo scritto da Jay Asher che anche in Italia sta rapidamente scalando le classifiche di vendite.

Dal punto di vista televisivo, Tredici è una delle opere meglio realizzate degli ultimi anni. Ben scritta, ben recitata, magistralmente diretta, con i personaggi e gli interpreti giusti. Asciutta ed equilibrata anche nel racconto. È una di quelle storie da cui non ci si riesce a staccare. Che s’insinua dentro e non ti molla. Accade anche con Gomorra e con The Bridge – L’originale. Anche queste serie ti portano dentro mondi poco conosciuti. I clan della camorra con le loro logiche spietate e irredimibili. Oppure la civiltà scandinava con la sua pretesa di perfezione, e che invece si rivela una fucina di solitudini e perversioni. Se possibile, Tredici è ancora più forte, più struggente, perché ci introduce nel mondo degli adolescenti. Anch’esso un universo lontano, poco esplorato. Un mondo di persone fragili, immerse nella stagione più delicata e drammatica dell’esistenza. Persone che sono i nostri figli.

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

Clay Jensen ascolta le audiocassette di Hannah Baker

È stato scritto che è una serie sul bullismo. Certo, ci sono diversi episodi di umiliazione e di violenza psicologica che colpiscono Hannah Baker (l’attrice Katherine Langford). Ci sono omissioni, gesti non compiuti, parole non dette. Mancanze gravi anche queste. Che la allontanano progressivamente da chi sembrava un’amica o da chi poteva essere un fidanzato. La serie racconta tutto questo, calibrando sfumature di sentimenti e di psicologie alle prese con la solitudine, l’indifferenza, la distanza dagli altri, il deserto affettivo, l’assenza di contenuti e proposte vitali. Descrive la volubilità dei rapporti tra ragazzi, le invidie, le rivalità, una schiuma di relazioni effimere, foriere di delusioni.

Ma Tredici è anche, e forse soprattutto, una serie sull’impotenza del mondo adulto. Esortato dalla madre che, vedendo il figlio diciassettenne (Clay Jensen) turbato per un motivo ignoto, lo invita a parlare per farsi aiutare, il coprotagonista della storia risponde: «Mamma, anche se parlassi, tu non mi puoi aiutare». È una serie su questa impossibilità, su questa incomunicabilità tra ragazzi e adulti. Sull’incapacità di noi genitori, professori, educatori, professionisti di essere una proposta, un’ipotesi percorribile, una presenza. Di essere una ragione positiva per vivere. Un esempio, come si diceva una volta: parola rimossa. È una serie che, in un certo senso, fa l’esame di coscienza (altra espressione considerata vetusta) al mondo adulto. Alessandro D’Avenia, che di licei e di «fragilità» giovanile si intende parecchio avendoci dedicato anche l’ultimo libro (L’arte di essere fragili, Mondadori), ha scritto di «un assordante vuoto d’amore» nella serie. In realtà, più che l’assenza di amore, che invece traspare dai genitori di Hannah e di Clay Jensen, per conto mio ciò che latita sono i contenuti, le proposte vitali, un’idea che dia senso all’esistenza. Con l’eccezione di un professore, tutti gli adulti che lavorano o gravitano attorno al liceo in cui è ambientata la storia sono persone rispettabili, armate delle migliori intenzioni. Ma solo l’ultima cassetta di Hannah Baker è dedicata a una di loro. È lo psicologo della scuola, al quale si rivolge come ultima speranza, dicendogli che la sua vita non vale niente. Ma lui, con tutta la sua buona volontà, non riesce a superare il confine del ruolo. La decisione è presa.

Prigionieri dei nostri ruoli, noi adulti non riusciamo a capire, a entrare nel loro mondo. Non per curiosare, per sapere tutto. È giusto che i ragazzi abbiano margini di autonomia. Non riusciamo a entrare perché non siamo abbastanza credibili, affascinanti, non siamo un’ipotesi da verificare. Non siamo ragioni per cui valga la pena vivere. Il risultato è che, mentre il mondo degli adolescenti ci resta estraneo, ogni tanto, anzi, sempre più spesso, ci svegliamo di fronte a qualche tragica notizia di cronaca. Avete presente Blu Whale, il gioco online che guida gli adepti a cimentarsi in prove di coraggio sempre più pericolose e che sta facendo lievitare il numero di morti tra i ragazzi. L’ultima prova è buttarsi dal cornicione di un condominio o di un grattacielo. Nell’età della fragilità, nel vuoto di proposte, il nichilismo esercita una seduzione difficile da vincere. Se la scuola, i rapporti, le amicizie fanno schifo, se tutta la vita fa schifo tanto vale porle fine. Tanto vale lanciarsi davvero nel vuoto.

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Hannah Baker, protagonista di Tredici

Anche prendendola dalla parte delle parole e del linguaggio, la società contemporanea, così moderna e avanzata, esce bocciata alla prova degli adolescenti. La loro fragilità avrebbe bisogno di confrontarsi con solidità, consistenza, sostanza, realtà. Invece, e qui saltano fuori le nostre responsabilità, infoiati dalla rivoluzione digitale e dalla globalizzazione, professori, filosofi, sociologi, intellettuali in genere, in tutti questi anni abbiamo continuato a esaltare l’esatto opposto di cui quella fragilità necessita: il pensiero debole, la società liquida, la realtà virtuale, la sessualità fluida cantata da Michele Bravi, nuovo idolo della nextgen. Dimenticandoci del cuore dell’uomo, delle sue domande fondamentali, del suo bisogno di significato.

E i più fragili s’infrangono.

La Verità, 1 giugno 2017

 

I 4 motivi del declino di Campo Dall’Orto

L‘ennesimo tentativo di mettere «i partiti fuori dalla Rai» è finito nel solito modo. Stavolta la resa è ancora più clamorosa perché, per riformarla, proprio la politica nella persona dell’ex premier Matteo Renzi, aveva, con un’apposita legge, trasformato il direttore generale in amministratore delegato. Salvo poi pentirsene, appena constatato che l’uomo incaricato voleva davvero lasciare i partiti fuori dalla porta. È la prima volta che un leader politico silura il manager prescelto. Tanto più in un momento in cui i numeri dell’azienda, ascolti e introiti pubblicitari, risultano positivi. Teoricamente tutto potrebbe raddrizzarsi dopo l’incontro di Antonio Campo Dall’Orto e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Ma la sensazione è che i margini di manovra del Superdirettore resterebbero minimi. Difficile che lo spirito zen basti a resistere.

Ecco una breve lista dei motivi che, dopo la resa di Carlo Verdelli, hanno determinato anche il tramonto di CDO. Con relativa percentuale.

Michele Anzaldi, portavoce di Matteo Renzi

Michele Anzaldi, portavoce di Matteo Renzi

  • Arroganza della politica. Cioè, nella fattispecie, dei renziani. Lo si è già detto e scritto a ripetizione: la maggiore indipendenza della Rai equivale al suicidio dei politici. Gli uomini del Palazzo sono abituati a spadroneggiare, decidere nomine, fare e disfare direttori e conduttori. Nel caso specifico, Michele Anzaldi e i suoi soci in Vigilanza e nel Cda non hanno tollerato soprattutto la gestione di Rai 3. Lo spazio conquistato da Bianca Berlinguer dopo il flop di Gianluca Semprini a Politics; l’autonomia di Report, libero di fare giornalismo d’inchiesta senza riverenze; il progetto di affidare a Milena Gabanelli la direzione della nuova testata d’informazione sul web. Indipendenza? Autonomia? Non scherziamo. È un caso che il capolinea arrivi quando si deve votare sulle news e alla vigilia di elezioni molto incerte? La verità è che Campo Dall’Orto non era abbastanza asservito. Oltre l’ultima spiaggia. 50%
  • Ambizioni del presidente. Dopo aver determinato l’isolamento di Carlo Verdelli, costretto alle dimissioni in seguito alla bocciatura del suo piano dell’informazione (che non ha potuto illustrare in Cda), Monica Maggioni ha votato contro anche la versione prodotta da Campo Dall’Orto. Bocciata anche la scelta di Milena Gabanelli alla direzione della testata web. La presidente-giornalista voleva farlo lei il piano per le news? Dark lady. 20%
Monica Maggioni, presidente della Rai

Monica Maggioni, presidente della Rai

  • Gestione confusa e ostacolata. Probabilmente, al di là dei suoi interessi di portafoglio, ha ragione Fabio Fazio a lamentare che mai come in questo periodo l’attacco della politica è stato pesante. Prima la bomba dei compensi per dirigenti e artisti (nemmeno alla Bbc le star hanno il tetto), poi quella delle troppe assunzioni esterne, infine quella della pubblicità contingentata per fasce orarie. Non era facile sciogliere tutti questi nodi. Groviglio inestricabile. 15%
  • Ingenuità di Campo Dall’Orto. In questa situazione serviva fare squadra, tessere alleanze interne, soprattutto nel Cda. Non averlo fatto per un difetto di sagacia è stato il principale errore del dg. Troppo educato, troppo per bene, per resistere e governare la nave nella tempesta, in mezzo a troppi giochi di potere. Campo Dall’Orto parlava di media company, i pasdaran renziani controllavano i troppi ospiti non allineati dei talk show. Tecnico, non politico. 15%

Raifiction, Cotroneo e i cattivoni del Family day

Fulmine a ciel sereno, l’implicazione ideologica della storia scocca in chiusura del quinto episodio. È il colpo di scena, il cambio di passo. Fino a quel momento tutto è innocuo. Un intrigo giallo rosa, con sconfinamenti nel mistery. Una trama che prende. Su Rai 1, Sorelle, serie in sei episodi, sta mietendo successi di ascolti (share medio oltre il 27%) e di critica. Successo meritato, attori bravi, ingredienti ben mixati. Però le indagini per scoprire l’assassino di Elena (Anna Caterina Morariu) si sono arenate e anche il sospirato ritorno di passione tra Chiara e Roberto è giunto a un punto morto. Improvviso, il colpo di scena sblocca i filoni paralleli che catalizzano i telespettatori dall’inizio della storia.

La protagonista femminile è Chiara, interpretata da Anna Valle, ex miss Italia, una certezza della fiction Rai, con i suoi occhi verdi scandagliati in decine di primi piani e riflessi su maglioncini e camicette intonate. Quello maschile, invece, è il personaggio di Giorgio Reggiani, fidanzato di lei finché l’enigmatica sorella Elena glielo porta via per farci tre figli (anzi due, il terzo è frutto di un’altra relazione). Dopo la separazione e la scomparsa, Elena viene trovata morta vicino a un malloppo di 5000 euro. I protagonisti di contorno, tutt’altro che secondari, sono i tre ragazzini ciclicamente abbandonati dalla madre (molto ben interpretati), la nonna svaporata dall’Alzheimer incombente (Loretta Goggi) e la città di Matera, scenario perfetto per una vicenda dal retrogusto gotico.

Però siamo fermi.

Fino a quando Chiara si adagia nella vasca e il vapore che riempie la stanza da bagno, inumidendo lo specchio, evidenzia un nome ancora inedito: Martino. Chi sarà mai?

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

Ivan Cotroneo, scrittore, regista, sceneggiatore di molta fiction Rai

È qui la genialata degli sceneggiatori, Ivan Cotroneo e Monica Rametta, collaudata coppia della serialità della tv pubblica (oltre che del cinema). Hanno firmato insieme Tutti pazzi per amore, Una grande famiglia e È arrivata la felicità. Successi riconosciuti, ottimi cast, storie sentimentali di famiglie allargate, con misteriose sparizioni, doppie vite mimetizzate e sempre una certa gaiezza strisciante, leggera, vincente. Nella Grande famiglia, per dire, il personaggio più intelligente e trasparente era Nicolò Fulvi (Luca Peracino), il ragazzino gay che si dava da fare per inserire l’amico in azienda. Cotroneo non ha mai nascosto il suo orientamento sessuale. Scrittore, traduttore di Hanif Kureishi e Michael Cunninghum, regista cinematografico e autore televisivo. Napoletano riservato, sofisticato, attento al fatto che nelle fiction si parli come si mangia ma non troppo, da traduttore soffre l’uso del pronome singolare maschile («digli cosa vuoi») anche quando ci si rivolge a una donna o a una pluralità di persone («“le” e “a loro”, ahimé, non si usano più»). È l’autore televisivo e cinematografico più cool degli ultimi anni. In tv, dall’Ottavo nano di Corrado Guzzanti e Serena Dandini a Parla con me fino a Stasera casa Mika, non si limita alla fiction, ma frequenta con successo i talk e gli show. Schivo e dedito a lettura e scrittura, è super richiesto nelle terrazze veltroniane. Per il cinema ha firmato l’adattamento di Vita breve di Luca Flores, biografia del jazzista siciliano suicida scritta dall’ex segretario Pd. Per Ferzan Özpetek, Pappi Corsicato e Luca Guadagnino ha scritto sceneggiature più spensierate e sgargianti, spesso mischiando elementi musical e inserti ballati. Per Maria Sole Tognazzi ha firmato Io e lei,  storia di omosessualità femminile tra Sabrina Ferilli e Margherita Buy. Poi ci sono i libri, La kryptonite nella borsa e Un bacio, che ruotano attorno al tema dell’omosessualità. Il primo, con probabili riferimenti autobiografici, è un invito a prendere coscienza e valorizzare la propria diversità. Il secondo è la storia di una risposta a un’esperienza di bullismo. Da entrambi, Cotroneo ha tratto il film firmandone la regia (il secondo è in prima tv in questi giorni su Sky Cinema).

Manca solo un episodio all’epilogo di Sorelle, ma finora non sono comparse vicende omosessuali. Anzi, quel Martino che avevamo lasciato scritto sullo specchio di Anna Valle, indiziatissimo come assassino di Elena, è sposato e padre di tre figli. Oltre che, a quanto sembra, del più piccolo di lei. Di cognome fa Siniscalchi, di professione il vicesindaco a Potenza e di orientamento politico, ecco la trovata, l’attivista del Family day. Che coincidenza, lo era anche il losco sindaco di Vigata di Come voleva la prassi, uno dei due nuovi episodi del Commissario Montalbano. Chissà se il pubblico di Rai 1 sarà felice? Nell’incertezza, adesso la storia delle sorelle di Matera può riprendere a correre verso l’atteso finale.

La Verità, 8 aprile 2017

Riusciranno mai i politici a riformare la Rai?

Eh sì, bisognerebbe riformare la Rai. Mettere fine allo scempio, allo spreco. Bisognerebbe modernizzare la tv di Stato, residuato della Prima Repubblica, pagata con i nostri soldi che finiscono nelle tasche delle star viziate che hanno bottega su Rai 1 e Rai 3, 4 e 5. Bisognerebbe farlo, una volta per tutte. Per sanare l’anomalia di un servizio pubblico che vive per un terzo di pubblicità. Per risolvere la contraddizione della «prima azienda culturale italiana» che compete sul mercato. Ovvero nella gara degli ascolti e, di conseguenza, nella contesa a suon di milioni degli artisti più popolari. Bisognerebbe riformarla questa Rai. Per sanare il vulnus di un’azienda il cui non più direttore generale ma amministratore delegato, alla maniera delle grandi imprese private, è nominato dal ministero dell’Economia, cioè dal governo. Il quale, amministratore delegato, nomina a sua volta i direttori delle reti e dei telegiornali, della fiction, del cinema, della radio, dello sport e della pubblicità-tà-tà-tà. Indi per cui si sospetta, ma è solo un sospetto, che anche l’informazione, i mezzibusti, i conduttori dei talk show, le ospitate nei salotti di approfondimento (o sprofondamento?), i tenutari di rubriche di viaggi e salute, i metereologi e i presentatori e direttori artistici dei Festival della canzone siano, come dire, determinati dalla politica.

Detto banalmente, da buon ligure Fabio Fazio se n’è accorto ora che il tetto di 240.000 euro l’anno ha rischiato di planare anche sulla sua dichiarazione dei redditi. Non fosse stato per il parere dell’Avvocatura di Stato… Anzi, la Rai bisognerebbe riformarla per passare la spugna pure sui pareri degli avvocati dello Stato, che poi devono tornare in Cda, per poi essere rilanciati in Parlamento, per poi… Già che ci siamo la spugna andrebbe passata sui contratti di convenzione di servizio pubblico, da rinnovare ogni tot anni, previo psicodramma nelle aule di Palazzo San Macuto. E ancora, per abolire il canone di abbonamento e la sua evasione, nonostante il pagamento nella bolletta elettrica.

Riformerò la Rai, aveva annunciato Matteo Renzi contestualmente alla salita a Palazzo Chigi. S’è visto com’è andata. Non è detto sia cattiveria, ma un fatto strutturale, di com’è fatto il nostro sistema istituzionale e di divisione dei poteri. La riprova: l’avevano promesso i governi di tutte le repubbliche, seconda, prima e prima della prima. Risultato identico. Il fatto è che la Rai è la riserva di caccia della politica, la prateria dove far pascolare portaborse, onorevoli, gregari di palazzo, ministri e sottosegretari mancanti, garantendo loro un po’ del potere che non riescono a esercitare in prima linea. Per tenerli buoni. Privatizzarla sarebbe come segare il ramo su cui la politica sta seduta. Ricordate Francesco Storace, Michele Bonatesta, e venendo più vicini al presente, Maurizio Gasparri e Renato Brunetta? Ministri delle Telecomunicazioni, riformatori, vigilanti di Stato. Privatizzare la Rai servirebbe pure a spianare la Commissione di Vigilanza. Basterebbe da solo, come motivo. Pensate che vita, senza le invettive quotidiane di Michele Anzaldi. Solo che a lui e a quelli come lui bisognerebbe trovare un altro lavoro.

Bignardi, un anno vissuto pericolosamente per Rai3

È un momento un po’ così per Daria Bignardi. Tutto sembra congiurare contro di lei. Le performance dei suoi pupilli. I buoni ascolti di #cartabianca di Bianca Berlinguer (anche se nella sovrapposizione vince di poco DiMartedì). Pure l’Academy di Los Angeles si è messa contro. Possibile ce l’abbiano tutti con lei? L’Auditel, i telespettatori italiani, i membri dell’augusto consesso che assegna gli Oscar del cinema. I bene informati raccontano che in Viale Mazzini la si vede di rado. Tiene famiglia con figli adolescenti a Milano e, comprensibilmente, le dispiace doversi allontanare. Da quando, poco più di un anno fa, è sorprendentemente divenuta direttore di Rai 3, ha consapevolmente scelto di ridurre gli impegni superflui, non perdendo più tempo per la tinta dal parrucchiere. Non andando più in video, trucco e parrucco sono quasi azzerati. «Non sono mai stata affezionata alla mia immagine», ha dichiarato. E poi, «sono anomala», qualsiasi cosa voglia dire. Anche quando scende a Roma, però, si narra che se ne stia chiusa nel suo ufficio molto zen, aromi e luci soft. Alla linea editoriale della rete, secondo certi osservatori, pensano in successione: il supermanager Beppe Caschetto, ex agente di Daria e attuale di Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Fabio Volo, Lucia Annunziata, Pif, Geppi Cucciari, Miriam Leone, Enrico Bertolino, tutti in servizio alla rete; Paolo Mieli, autore e conduttore di importanti programmi di storia, segnalato da Dagospia in frequenti colloqui con Fazio; il deputato renziano Michele Anzaldi, censore della Rai e amico storico, da quando debuttarono insieme nella Milano, Italia di Gad Lerner. Alla macchina invece pensa il vicedirettore Alessandro Lostia, ex Stand by me (società di Simona Ercolani, quella di Sfide e I ragazzi del Bambino Gesù) ed ex Fremantlemedia (società di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, quella di Un posto al sole, Un selfie con il Papa e Non uccidere).

Bianca Berlinguer durante la parodia della Bignardi di Gabriella Germani

Bianca Berlinguer durante la parodia della Bignardi di Gabriella Germani

Lei riflette, tiene i rapporti con Antonio Campo Dall’Orto, presenzia, a volte da lontano, alle conferenze stampa. All’ultima, quella per il lancio di #cartabianca, il programma che, dopo la disastrosa esperienza di Politics – Tutto è politica, deve far cambiare passo a Rai 3 negli approfondimenti e nella difficile competizione con DiMartedì di Giovanni Floris, Bignardi ha partecipato collegandosi da Milano. Ma quando ha sottolineato l’importanza di «#cartabianca a colori» alla quale, anche se non si sarebbe detto, la rete crede molto, è stata corretta dalla Berlinguer: sei poco informata, Daria, il programma s’intitola solo #cartabianca. Una volta partito, la direttora è diventata bersaglio delle gag di Gabriella Germani nel camerino della conduttrice. Nella puntata d’esordio, mentre lei era al trucco, la finta Bignardi la esortava a fare un buon lavoro, altrimenti il programma avrebbe sempre potuto condurlo lei; e comunque, di sbrigarsi ad andare in onda, perché lei doveva correre a vedere il talk dell’amico Floris che stava per cominciare su La7. Nella seconda puntata l’imitata era, invece, Maria De Filippi, pronta a consigliare la conduttrice sul titolo (Amici di Bianca Berlinguer) e sugli ospiti (Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo), forte del nuovo incarico perché la direzione di Rai 3 rientrava «nel pacchetto Sanremo».

Il senso delle punture da fuoco amico, difficili da stigmatizzare senza passare per permalosi, è che la rete ha una direzione poco autorevole se non proprio latitante. Del resto, la Bignardi si è sempre proclamata più scrittrice che autore e dirigente tv. In una delle ultime interviste ha rivelato di aver rinviato la pubblicazione di un libro già pronto perché non le pareva «carino andare in giro a presentarlo visto il ruolo che ricopro. È come avere una creatura che non puoi partorire. E questo mi pesa un po’», ha confidato.

Chissà se e quanto le pesano i flop firmati finora dal 17 febbraio 2016, quando fu nominata. L’acquisto fortemente voluto (a 150.000 euro lordi l’anno) di Gianluca Semprini da SkyTg24 per l’annunciata rivoluzione del talk show politico e ora finito alla rassegna stampa notturna di Rainews 24. L’improvvisa e inusitata sostituzione di Barbara De Rossi con Asia Argento alla conduzione di Amore criminale, passato dall’8 al 3% di share, prima di essere spostato dal venerdì al lunedì. Le polemiche scatenate dalla programmazione di Stato civile – L’amore è uguale per tutti , il programma sulle unioni gay, in orario di fascia protetta.

«Fuocoammare» trasmesso a ripetizione su Rai 3

«Fuocoammare» trasmesso a ripetizione su Rai 3

A eccezione di qualche ritocco di palinsesto, come le pillole in daytime di Chi l’ha visto? o la trasformazione in striscia preserale di Gazebo social news, il bilancio dell’anno di direzione Bignardi è lastricato d’insuccessi e polemiche. L’ultima in ordine di tempo è l’assegnazione della supervisione di Tutta salute a Elsa Di Gati, moglie di Claudio Rizza, portavoce di Beatrice Lorenzin, ministro della Salute. Quanto alle scelte squisitamente editoriali, invece, l’ultima trovata è stata la ri-trasmissione di Fuocoammare, venerdì scorso. Il film di Gianfranco Rosi era stato programmato in prima tv in occasione della candidatura italiana come miglior lungometraggio in lingua straniera. Ma dopo esser stato rapidamente scartato dall’Academy, era rimasto in lizza nella categoria dei documentari. Perciò, nuova messa in onda in vista della Notte degli Oscar. Forse auspicando la vittoria o, verosimilmente, essendone convinti. Ma soprattutto per ribadirne preventivamente il marchio. Invece, si sa come vanno queste cose e, ahinoi, Fuocoammare non ha vinto. Povera Daria, tutti contro…

La Verità, 3 marzo 2017

Il Paese crolla e il Pd si spacca. Non ci resta che ridere

Intervistato da Giovanni Minoli domenica sera nel consueto Faccia a Faccia di La7 Andrea Orlando, candidato segretario della terza via che dovrebbe salvare capra e cavoli di renziani e minoranza Pd, si è arrampicato sugli specchi. Come spesso capita con Minoli, la domanda era quella che tutti, in modo più confuso, ci poniamo: «Che cosa porta la politica a chiudersi in problemi così interni a se stessa, difficilissimi da capire per le persone normali, mentre tutto il mondo cambia all’intorno?». «Lo spiegava Gramsci, la chiamava irrequietezza… le categorie non sono più sufficienti, non sei più in grado d’interpretare le cose e ti chiudi nell’immobilismo», ha replicato Orlando mentre si sentiva lo stridore delle unghie sul vetro. La sinistra, anche quella illuminata, è così: autoreferenziale, tutta protesa a spaccare il capello su questioni di principio, a palleggiarsi torti, veti, ricatti e responsabilità. Ancora Minoli: «Com’è possibile pensare che il futuro del Pd, il partito centrale della politica italiana, dipenda dalla data del congresso, un mese prima o un mese dopo?». Orlando: «Infatti, non l’ho capito nemmeno io».

Del Paese alla deriva, dei ragazzi che non trovano lavoro, di quelli che si suicidano, delle città divenute piazze di spaccio, della scuola senza insegnanti, dell’immigrazione ingestibile e tutto il resto: chissenefrega. Tutta questa situazione ha dell’incredibile. È uno spettacolo deprimente, che istiga la rabbia dei ceti più colpiti dalla crisi che, in giro per il mondo, si allontanano dalla sinistra dell’establishment. Verosimilmente, anche in Italia i conti saranno aggiornati alle prossime elezioni, quando si faranno. Nel frattempo, tutta la vicenda del maggior partito nostrano sta finendo in burla. Col Tapiro consegnato a Renzi da Valerio Staffelli di Striscia la notizia. E con Enrico Lucci che si presenta all’assemblea del Pd travestito da Stalin con baffoni e colbacco. Respinto da Bersani e invece accolto da Enrico Mentana nel suo Tg speciale. Tutt’altra reazione rispetto a quella di Michele Serra, già direttore di Cuore, che sulla sua «Amaca» ha invitato a distinguere «tra gentiluomini e no». Sulla scissione del Pd, insomma, bisogna fare giornalismo serio, compunto. È un dramma vero, da maneggiare con cura. Invece no, caro Serra, niente moralismi, niente guanti bianchi e trattamenti di favore. Perché, guardando a tutto quello che succede là fuori, mentre il Pd s’incarta nelle sue beghe e nei suoi distinguo e nei suoi congressi perenni, verrebbe solo da piangere. E allora, proprio per non abbandonarsi alla depressione o alla rabbia (che sarebbe pure peggio), non ci resta che ridere…

Sofia Viscardi, una teen ager che può far paura

Mi spiace, ma sto con Giampiero Mughini. E con le 80 copie di Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti, piuttosto che con i 2 milioni e oltre di seguaci nei vari social di Sofia Viscardi, intervistata con grande risalto dal Corriere della Sera. Sto con Mughini non per un vezzo snobistico, per una vezzosa scelta in favore delle minoranze di qualità alla Nanni Moretti in Caro diario. È che le folle mi fanno paura. Anzi, non è neanche questo. Dipende dalla qualità delle folle, da che cosa le mette insieme e le fa essere. In realtà, non mi convince proprio il mondo che diffonde Sofia Viscardi. Non tanto i social e il web, tout court. Quanti vantaggi portano, quanta velocità ci regalano, quanto apprendimento, a volerli sfruttare con intelligenza. Non mi convincono la mentalità, la cultura, il mood della social star. Sofia Viscardi ha concesso un’intervista ad Aldo Cazzullo di una paginata, intitolata: «Vi spiego chi sono i vostri figli». I miei hanno qualche anno di più dei suoi 19, ma lo stesso il titolo mi ha attirato. Ho letto e mi son detto: boh? Cos’è questo mondo orizzontale? Questa massa di follower? Conquisto «la loro attenzione, mica la loro anima», si è difesa lei. E meno male.

Su Dagospia Giampiero Mughini ha criticato il dialogo Giorello-Viscardi

Su Dagospia Giampiero Mughini ha criticato il dialogo Giorello-Viscardi

Perché su questo io sto con lo psichiatra Eugenio Borgna che ritiene condivisione, connessione e community, simboli della rivoluzione digitale, «parole che restano in superficie, che non colgono comunità reali». Chissà quanto ne ha coscienza la social star che snocciola meet-up interrotti dai carabinieri per eccesso di assembramenti e visualizzazioni a milionate. Andando avanti a leggere si trova una lunga serie di esperienze accumulate, di citazioni virtuali, di teen-scrittori, youtuber, Chiara Ferragni (che è la fidanzata di Fedez, in caso sfuggisse, lanciata da sua madre), di posti visitati. A 19 anni non ancora compiuti è stata in Marocco a Essaouira e Marrakech, conosce le Cicladi maggiori, le «spiagge ventose della Spagna e del Portogallo per fare kitesurf», Amsterdam. Una volta, con espressione oggi desueta, si sarebbe detto: una ragazzina viziata. Che ha cambiato quattro o cinque scuole superiori perché «rispondevo; e questo ai professori non piace». Che con la sua famiglia, per la morte del nonno, anziché celebrare il funerale ha fatto «un aperitivo con un po’ di musica: lui aveva voluto così».

A parte immaginare il classico «aborro» di Mughini, non sono principalmente spaventato da tutto questo apparato, da tutta questa liturgia radical chic. Anche, s’intende, ma solo in parte. Di più mi spaventa l’assenza di una domanda, di un cruccio, di una ferita, qualcosa di mancante, un moto di rabbia. Nel mondo pieno di esperienze e di precocità ma ultimamente piatto che trasuda dall’intervista latitano verticalità e profondità. Non c’è una sofferenza, un dolore, qualcosa d’inspiegato. Una surfista della parola. Una surfista dei social. Non c’è nulla di quello che Alessandro D’Avenia, da mesi ai primissimi posti della top ten con il suo saggio-romanzo su Giacomo Leopardi, chiamerebbe fragilità. Non so voi, ma io a una diciannovenne senza fragilità stento a credere. A ben guardare non è colpa sua se a milioni la seguono. È la fotografia del nostro tempo. Ma dobbiamo farci spiegare da una ragazza così chi sono i nostri figli? Non scherziamo.

Alessandro D'Avenia alla Gran Guardia di Verona (Anto/Fotoland)

Alessandro D’Avenia alla Gran Guardia di Verona (Anto/Fotoland)

Sono andato a rileggermi altre cose di Sofia Viscardi, scoprendo che nel giugno scorso, in occasione dell’uscita di Succede, titolo vagamente saccente del suo primo romanzo, il Corriere della Sera ha dedicato una lunga conversazione sulla Lettura tra lei e Giulio Giorello, nientemeno. Ciò che suscitò la reazione di Mughini di cui sopra. E certo, a pensarci: quante domande sull’impiego delle nostre energie migliori e sulla consapevolezza del ruolo educativo di noi adulti.

C’è solo un punto dove Sofia Viscardi lascia trapelare qualcosa, ed è dove risponde alla domanda se «crede nella vita dopo la morte». «Credo che ci sono cose che non possiamo sapere», ammette. Ma è un punto che sfila via perché subito dopo dice di non essere religiosa. Invece, riconoscere che esistono cose che «non possiamo sapere» è l’atto più razionale della ragione: ammettere la possibilità di qualcosa che non si riesce a misurare e controllare. Proprio questa umiltà della ragione è l’inizio del senso religioso, del porsi le domande sul perché della vita e della morte… Ecco: che oltre due milioni di persone seguano una ragazza così, mi fa pensare. E preoccupa.

Sto con Mughini, Borgna e D’Avenia, gente più fragile di Sofia Viscardi. Alla quale, peraltro, auguro tutto il meglio possibile.