La condanna di Fiorello e la nostra gratitudine

È da giorni che ci penso. Da lunedì mattina, quando ho incontrato per la prima volta Fiorello. Pochi minuti, una cosa schietta, con una confidenza spontanea che mi continua a frullare in testa. Mi sono deciso a scriverne adesso perché non volevo essere insensibile. Però mi sembra importante.

Sono andato all’esordio di Edicola Fiore, Bar Ambassador, Via Flaminia Nuova 251, Roma. C’era Lorenzo Jovanotti, ospite di giornata, con una felpa di Rio de Janeiro, chissà perché. C’erano i capi di Sky. E c’era la solita euforia contagiata da lui, Fiorello. A un certo punto, mentre Jovanotti cantava davanti al bancone del bar, siccome alle sue spalle non c’era nessuno, mi hanno indicato in corsa di fare da comparsa, di occupare lo sfondo bevendo un caffè. Alla fine, terminato lo show, siccome il taxi non arrivava, ho pensato che era la volta buona per strappare un selfie o un autografo e far contenta anche mia moglie. Così mi sono avvicinato all’assembramento, ma sempre con una certa ritrosia.

Fiorello con Stefano Meloccaro e la squadra di «Edicola Fiore», tutte le mattine su Sky Uno e Tv 8

Fiorello con Stefano Meloccaro e la squadra di «Edicola Fiore», tutte le mattine su Sky Uno e Tv 8

Me ne stavo lì, in attesa, quando Fiorello mi ha chiamato: «Caverzan, che ci fai qui?». Ero basito: sebbene abbia seguito qualche suo show dal vivo, Fiorello non l’ho mai incontrato, né da vicino né da lontano. Come poteva riconoscermi? Di solito è il passante che indica la star per strada. Così, mi sono avvicinato. E lui: «Con chi credi di parlare, io sono peggio di un detective. Ti ho visto mentre prendevi il caffè. E poi ti leggo sul Giornale». «Attenzione», dico io, «non sono più al Giornale». «Eppure, ti ho letto l’altro giorno… Ah, ecco: La Verità». «Bravo! Un detective…». Intanto, si è avvicinato un ragazzo che gli ha chiesto un video per il villaggio Valtur di Novi (Vinodolski) in Croazia. Fiorello si presta, ha cominciato come animatore in Valtur: «Per il villaggio Valtur di Novi. Che non è il cioccolato svizzero», ammicca. E qui viene la rivelazione: «Vedi Caverzan», confida, «devo sempre avere la battuta, inventarmi qualcosa… Altrimenti la gente protesta: Fiorello non fa ridere. L’altro giorno ho incontrato una signora in coda alla cassa del supermercato: “Lei è Fiorello!”. “E allora?”. “Ma non fa ridere”. “Mi scusi, signora, sto facendo la spesa…”. Capito? Devi sempre far ridere, altrimenti s’incazzano». Alla fine ho estratto anch’io lo smartphone per il selfie, pensando all’invidia che avrei suscitato esibendolo. Ma soprattutto, mentre ero lì, pensavo che non potevo cominciare a chiedere a Fiore la solita intervista. In fondo, mi aveva già regalato la confidenza più preziosa, il segreto del comico, il cruccio dell’artista. La condanna a far ridere. La condanna a essere sempre clown, anche quando scendi a comprare le sigarette o trovi qualcuno in ascensore o aspetti i bagagli all’aeroporto.

Non dev’essere un bel vivere. Ci penso da qualche giorno, mentre mi godo l’incipit di buonumore che Fiorello ci regala tutte le mattine con la sua Edicola. Buonumore contagioso. Buonumore controcorrente. Pensiamo un momento quanto siamo normalmente inclini al lamento, alla recriminazione, all’ostilità verso gli altri. Giornali e internet sono pieni di questo vivere in cagnesco, per colpa di tutte le cose che sappiamo. La crisi, le tasse, la burocrazia, il capo ufficio. Ecco perché il buonumore che canta Jovanotti fin dalla sigla e che Fiorello ci scarica addosso con la sua adrenalina, tra il pigiama e il caffè, è un buonumore dirompente di cui dobbiamo essergli tutti grati. Ci basta questo, caro Fiorello. Ci basta questo incipit prezioso della giornata. Per il resto, tieniti la tua vita privata. Proteggila bene, malumori compresi, ché certamente li avrai come ogni persona normale: ti vogliamo creativo e fantasioso per tanto tempo. E fregatene delle signore del supermercato.

Perché il presenzialismo televisivo di Renzi è un autogol

Se un confronto tv tra due politici può esser preso come test, per Matteo Renzi «la situazione non è buona» (Celentano). Se poi colui che lo batte negli ascolti è il probabile principale competitor alle prossime elezioni, quando saranno, allora son proprio dolori. È andata così, l’altra sera (perdonate qualche cifra). Il premier, ospite su Rai 3 di Politics – Tutto è politica, ha raccolto tra le 21.22 e le 21.41 il 5,78 per cento di share e tra le 21.52 e le 22.15 il 5,72. Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, invitato da La7 a DiMartedì, ha ottenuto il 6,19 nel primo blocco e il 7,12 nel secondo. In sostanza, l’esponente grillino e La7 hanno prevalso durante tutta la sovrapposizione, al netto della copertina di Maurizio Crozza, inserita come intervallo tra il faccia a faccia Floris-Di Maio e la conversazione allargata a Massimo Giannini e Maria Latella. Se si considera anche l’innesto comico, invece, la forbice è superiore a un punto percentuale.

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Per il presidente del Consiglio lo smacco è doppio. La settimana dopo la puntata di DiMartedì che non aveva generato «una corrispondenza d’amorosi sensi» (Mentana) col premier, la sua decisione di partecipare al talk concorrente poteva suonare come un dispetto collaterale, oltre che un favore alla coppia Bignardi-Semprini. Invece, audience non mente e il piano si è rivelato un autogol. È vero che Politics è cresciuto dal 2,5 per cento di settimana scorsa al 6,4, risultando vincente su DiMartedì (6,1). In sostanza: il programma di La 7 ha mantenuto il proprio pubblico e, con la presenza di Renzi su Rai 3, si è allargata la platea dei talk show. Ma è ancor più vero che il sorpasso tra i due si è registrato soprattutto perché Floris s’indebolisce nella seconda parte, mentre nella prima, clamorosamente, Di Maio batte Renzi.

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l'ultimo «Politics»

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l’ultima puntata di «Politics»

Smacco politico e smacco mediatico, dunque. Eppure, come avviene per ogni presenza tv dall’inizio della campagna referendaria, il disegno era stato studiato nei minimi particolari dallo staff del premier. Anche la Rai ci aveva investito parecchio, mandando Semprini ad annunciare la prestigiosa ospitata a Che fuori tempo che fa appena due ore dopo la lunga intervista concessa da Renzi all’Arena di Massimo Giletti. Si era messa al lavoro pure la direttrice di Raitre per studiare la scaletta e chiamare i giornalisti giusti: l’agguerrita Bianca Berlinguer, Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto quotidiano, e l’habitué della casa Claudio Cerasa, numero uno del Foglio. Infine, c’era l’asso nella manica: le leggendarie domande di Facebook, alle quali il presidente del Consiglio avrebbe risposto in tempo reale. Tanta carne al fuoco, dunque, forse troppa. Che lo chef Semprini non è stato in grado di cuocere adeguatamente.

Discutibile compromesso calcistico tra Renzi e Giletti all'«Arena» di Rai 1

Discutibile compromesso calcistico tra Matteo Renzi e Massimo Giletti all’«Arena» di Rai 1

Tanto per cominciare, Renzi troneggiava su uno sgabello davanti al pc, rubando al conduttore il controllo del verbo dei social. Poi, sopraffatto dalla reciproca ostilità tra la Berlinguer e il premier, il giornalista non è mai riuscito a dare un filo logico alla serata. Quanto all’ospite, ci ha messo del suo per complicarsi la vita. Prima rivolgendosi alla giornalista con un «direttore Berlinguer» che, considerate le motivazioni del recente siluramento, è suonato strano. Poi replicandole sul caso Marino che l’ex sindaco di Roma «si è dimesso lui, poi ha ritirato le dimissioni… Il suo tg ne ha dato ampia informazione con due o tre servizi in apertura…». «Dovevamo ignorare la notizia?», ha provocato l’ex direttrice del Tg3. «Ha mai ricevuto una telefonata da me su come fare il tg?», è stata la replica del premier. «No. Da lei personalmente no», ha chiuso la Berlinguer lasciando chiaramente intendere di averne ricevute da qualcuno a lui vicino. Un’allusione chiara, pur nel bailamme di voci che si sovrapponevano. Ma un’allusione complicata da gestire e subito sopita da Semprini che ha dirottato la discussione su temi economici. Nel frattempo, delle imprescindibili domande di Facebook si erano completamente perse le tracce.

Insomma, complessivamente una serata storta. Ancora più storta dev’essere stata la mattinata post televisiva, per il premier, una volta appreso il responso dell’Auditel: battuto da Di Maio, probabile candidato dei pentastellati. Già finora tutti i sondaggi dicevano che a un eventuale ballottaggio i grillini potrebbero prevalere. Ora, questo risultato è un’altra, piccolissima, ma fastidiosissima conferma. Avrà di che riflettere la task force della comunicazione composta da Jim Messina, Filippo Sensi e Simona Ercolani che analizza tutto, comportamento dei giornalisti, linguaggio, situazioni, programmi e curve di ascolto per definire ogni presenza televisiva. Chissà, forse tra le variabili da inserire nell’algoritmo c’è anche quello riguardante la sovraesposizione mediatica e il suo, indesiderato, effetto collaterale. Chiamasi saturazione. Anche perché una parte di pubblico può cominciare a chiedersi: ma è giusto che il premier sia sempre in tv per la campagna referendaria, con tutto quello di cui ha bisogno questo Paese? Non dovrebbe pensare a governare più che a promuovere le ragioni dell’«abolizione» del Senato?

Il ritorno di Santoro radicalizza il bipolarismo tv

Dove eravamo rimasti? Dove si trova il puntino al quale ricongiungere la nuova apparizione di Michele Santoro? Per il ritorno in televisione, in generale, si deve tracciare una riga sul calendario fino al 10 maggio 2015, giorno di congedo da Servizio Pubblico su La7. Per il ritorno in Rai, invece, bisogna risalire fino al 6 giugno 2011, stagione di Annozero, data di divorzio consensuale dalla tv pubblica. Insomma, che cos’è cambiato da quando il più controverso conduttore giornalistico della tv italiota se ne andò l’ultima volta? È inevitabile chiederselo, considerando che quello di domani sera a bordo del nuovo format intitolato Italia, un dirigibile che veleggia ad appuntamenti bimestrali, quattro in tutta la stagione (più due docufiction intitolate M), è l’eterno ritorno sul luogo del delitto di «Michele chi?», «Sant’oro», «Michelone», tanto per citare alcuni dei soprannomi inventati negli anni. Il terzo, per la precisione, dopo il primo del 1999, di rientro da Mediaset, allora Fininvest, dove aveva condotto Moby Dick, e dopo quello disposto dal Tribunale del Lavoro di Roma, marzo 2006, di rientro dal Parlamento europeo dov’era riparato dopo l’editto bulgaro. Stavolta torna da imprenditore, non più da dipendente com’era. Vende programmi chiavi in mano, realizzati dalla Zerostudio’s, la sua società di produzione, con o senza la sua conduzione, oppure con quella di Giulia Innocenzi, oppure si vedrà. Torna, riuscendo a far ritrasmettere, preceduti da introduzioni autografe, anche cinque speciali di Sciuscià «ancora molto attuali» parola di Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2. La quale aveva ragione, quest’estate profittando delle Olimpiadi, a bombardarci di annunci del minaccioso rientro.

Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2, con Michele Santoro alla presentazione di «Italia»

Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2, con Michele Santoro alla presentazione di «Italia»

Eccoci alla vigilia, dunque: «Sono emozionato. Sono andato via due volte dalla Rai, ma in realtà non sono mai andato via. Sono una creatura Rai», ha detto richiamando l’orgoglio della maglia, prima di sciorinare la solita, megalomane, ambizione: «La missione è portare nella tv italiana un linguaggio che ora non c’è… Vengo a portare il disordine», ha aggiunto, messianico. Seduto tra il pubblico, Antonio Campo Dall’Orto è sembrato mantenere la sua aria zen: «Condivido con Santoro l’obiettivo di creare innovazione e servizio pubblico. Questo è un seme che viene gettato», ha auspicato il dg. E chissà se germoglierà, finalmente. Il terreno non sembra fertilissimo. Per ora l’innesto di Gianluca Semprini da Sky non è riuscito. Della nuova pianta di Bianca Berlinguer, allo sboccio della quale peraltro il reduce avrebbe dovuto collaborare, non s’intravedono nemmeno le prime gemme. E per il resto, che televisione trova l’ex conduttore di Servizio Pubblico? Trova una situazione più definita, con programmi e conduttori consolidati, soprattutto a La7, la rete di Urbano Cairo che ieri ha attaccato frontalmente: rivendica un ruolo di servizio pubblico alla sua tv nella speranza di strappare fondi statali «così, dopo aver preso i soldi di Telecom, magari stavolta si compra anche Repubblica».

Maurizio Belpietro, direttore della «Verità» e conduttore di «Dalla vostra parte» su Rete 4

Maurizio Belpietro, direttore della «Verità» e conduttore di «Dalla vostra parte» su Rete 4

Soprattutto, Santoro trova una Rai ancora a metà del guado, nella quale è più chiaro quello che ha perso – Massimo Giannini e Ballarò, Nicola Porro e Virus, il Tg3 della Berlinguer – mentre è meno visibile quello che ha guadagnato. Altre presenze non sono cambiate: da Bruno Vespa a Milena Gabanelli a Riccardo Iacona. Informazione ce n’è pochina, però. Col suo Italia bimestrale e anche con i Sciuscià rieditati, Santoro non ha in mente di contendere spazi e audience ai titolari dei talk show tradizionali. Detto questo, torna Santoro: chi sono gli anti-Santoro? Oppure, usando un’espressione di moda in ère precedenti: è stato trovato il famigerato «Santoro di destra»? Formule a parte, la domanda serve per provare a capire quale sia lo stato del pluralismo dell’informazione nel servizio pubblico. Nel giugno scorso, dato il benservito a Porro, al momento del lancio dei palinsesti, si era parlato di un programma di Pietrangelo Buttafuoco firmato da Giuliano Ferrara: tramontato prima di sorgere. Poi di altri possibili arrivi dalla carta stampata: timide avvisaglie, abortite. «Mancano le dissonanze», direbbe, quasi poeticamente, Carlo Freccero. Oppure: «Vige il pensiero unico», sottolineerebbe, in versione teorico-guerrigliera. Ditelo come volete: in Rai manca un vero pluralismo. Le differenti posizioni della società civile non sono adeguatamente rappresentate. Se ne parlerà nel prossimo consiglio d’amministrazione. Intanto, del chimerico «Santoro di destra» non v’è traccia. Sono tutti in forza a Mediaset, dove Porro è andato ad aggiungersi a Maurizio Belpietro e a Paolo Del Debbio. Siamo davanti a una sorta di bipolarismo televisivo. Ma il servizio pubblico non dovrebbe rappresentare tutti gli italiani?

 

La Verità, 4 ottobre 2016

La Rai, un talent show che non crea nuovi talenti

Da quanto tempo la Rai non scova un nuovo talento? Da quanto non ne impone uno? Altrove, in Sky e in Mediaset, si affermano nuovi volti e nuovi artisti. Nella tv pubblica il parco delle star è sempre lo stesso da un decennio almeno. Ai nuovi direttori di rete, che nuovi cominciano a non esserlo più tanto essendo trascorsi oltre sei mesi dalla loro nomina, toccherebbe pensare anche a questo. Invece, novità all’orizzonte se ne vedono pochine. Basta dare una rapida scorsa ai palinsesti in fase di lancio per rendersene conto. Le cosiddette novità o sono ripescaggi dal passato più o meno remoto (Pippo Baudo, Michele Santoro, Gad Lerner, Heather Parisi), oppure sono innesti provenienti dalla concorrenza (Mika, Pif, Gianluca Semprini). Andando a memoria, l’ultimo volto nuovo scoperto, coltivato e imposto in casa è Costantino della Gherardesca, il nobile del trash inventato da Piero Chiambretti, era il 2001, in Chiambretti c’è. Altri nomi? Bisogna fare un discreto sforzo mnemonico per ricordarsi di Marco Paolini, sconosciuto fuori dai circuiti del teatro civile quando fu fatto esordire su Rai 2 da Carlo Freccero nel 1997 (Il racconto del Vajont), poi di Teo Mammucari, nato iena nel 1999 ma consacrato da Libero l’anno successivo (sempre su Rai 2). Poi, sul fronte dell’informazione, Milena Gabanelli, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Gerardo Greco, Marco Travaglio… Venendo avanti negli anni, deserto.

Costantino della Gherardesca, forse l'ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

Costantino della Gherardesca, forse l’ultimo talento imposto dalla Rai, scoperto da Chiambretti nel 2001

In Mediaset e Sky le cose vanno diversamente. La scoperta di quest’inizio stagione su Canale 5 si chiama Ilary Blasi. Certo, è in pista da anni alle Iene, ma come spalla di Mammucari. Ora, alla guida del Grande Fratello Vip, il suo coattismo è l’unico ingrediente che consente di metabolizzare le overdosi cafonal del reality di Canale 5. Poi Belén, finalmente approdata al bancone di Striscia la notizia dopo anni di apprendistato. Tina Cipollari, creatura di Maria De Filippi e personaggio cult non solo di Pechino Express. E Alvin, ottimo inviato dell’Isola, ora in odore di consacrazione alla guida di un game musicale.

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

Ilary Blasi sta mostrando grande padronanza e autoironia al timone del Grande Fratello Vip

La lista delle nuove scoperte di Sky è ancora più lunga e passa dai talent show: da Alessandro Cattelan, già iena su Italia 1 e poi nel cast di Quelli che il calcio ma definitivamente affermato a X Factor, a Fedez e Mika, fino a Manuel Agnelli, ultima rivelazione del talent musicale. Altri nomi: Joe Bastianich e Lodovica Comello, nuovo volto di Tv 8. Dopo il caso Semprini, partito maluccio, proprio Mika, prossimo protagonista di quattro one man show su Rai 2, sarà il test per capire se questi nuovi talenti funzionano solo sulla tv a pagamento e si perdono appena buttati nel mare aperto della tv generalista. Oppure se si tratti di un problema di direzione editoriale e assistenza autoriale come la vicenda di Politics sembra far intendere.

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Manuel Agnelli, volto nuovo della decima edizione di X Factor

Allargando la visuale, bisogna dire che, rispetto a cinque o dieci anni fa, il sistema televisivo è radicalmente cambiato. Le emittenti sono aumentate, nuovi editori sono entrati nella competizione della tv generalista e i direttori delle reti pubbliche hanno molte meno possibilità di sperimentare. Anzi, devono ottenere subito buoni risultati di audience, altrimenti, come certi allenatori di calcio… La breve durata del loro incarico è, comunque, un fatto istituzionale. Trascorsi tre anni arrivano i nuovi capi e scatta lo spoil system. Quindi, qualcuno osserva, manca il tempo per trovare e far crescere talenti e nuovi personaggi. Certo, di sicuro il tempo c’entra. Ma più che come durata, c’entra come capacità di interpretarne lo spirito. Da un po’ la Rai agisce come un’azienda vecchia, sganciata dai movimenti e dalle tendenze reali che agitano la società e la vita quotidiana della gente. Facendola breve: manca di contemporaneità. Basta vedere il ritardo accumulato sul terreno della digitalizzazione, ora faticosamente colmato dalla nuova dirigenza. Per anni i suoi dirigenti hanno vissuto chiusi nell’acquario di Viale Mazzini, distanti dagli ambienti vitali dei giovani, degli artisti, degli intellettuali. Ora questa chiusura rischia di aggravarsi a causa della sindrome d’assedio provocata dagli attacchi quotidiani, spesso gratuiti, della politica. Qualche anno fa, per tentare di colmare questa distanza si era creato una sorta di laboratorio per la formazione di nuovi talenti, ma i risultati sono stati modesti. Non si tratta di costruire artisti a tavolino, secondo qualche magico algoritmo. Lo scouting dei talenti si fa cercandoli dove sono, uscendo in strada per intercettare la vitalità, le potenzialità e i fermenti che già esistono. E che vanno solo riconosciuti e coltivati.

 

La Verità, 28 settembre 2016

Dove va la nuova Sky in sei mosse

Seratona al Teatro degli Arcimboldi di Milano per la presentazione dei palinsesti Sky, loro li chiamano Upfront… Red carpet con star e talent della casa e ragazzini vocianti a caccia di autografi da Del Piero a Ilaria D’Amico, da Claudio Bisio ad Alessandro Cattelan. L’esordio è all’insegna della grandeur, ma anche dell’autoironia. Mix non facile. Sulle note della colonna sonora di Star Wars, Cattelan plana sul palco su uno skate alla maniera di James Bond e annuncia: “Umiltà! È questa la parola chiave della serata…”. Per scaldare ancora l’ambiente l’orchestra esegue la sigla del Festival di Sanremo e poi si corregge con quella della Champions League (a proposito, in contemporanea la Juve esordiva su Premium e chissà se Sky ha piazzato il suo galà in contemporanea per rubarle visibilità). Altro esempio di grandeur autoironica. Al momento di The Young Pope, Cattelan compare nell’abito bianco indossato da Jude Law – papa Pio XIII° mentre una voce dall’alto lo rampogna: “Stavolta avete davvero esagerato… Però, siccome sono un fan, mi procurate due biglietti per la prima di X Factor?”. Dunque, grande spettacolo e parterre. Insomma, sarà perché l’anno scorso non c’ero e la differenza salta di più all’occhio, fatto sta che davanti a questa profusione di energie e risorse, vien da chiedersi dove va Sky? cosa vuol essere o diventare?

 

Fiorello con Meloccaro all'Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

Fiorello con Meloccaro all’Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

  • Sempre meno pay tv. Dimenticato il conteggio degli abbonati (in lieve calo), la tv di News Corp gioca su più tavoli e piattaforme. Molto spazio ai canali in chiaro. Tv8 in particolare con la crescita della “rete generalista” (+ 14 per cento), ma anche il posizionamento di SkyTg24 (0,8 per cento). Più incerte identità e audience di Cielo.
  • Televisione giovane. Sky lavora sulla ricerca e il lancio di giovani talenti. Dopo Cattelan, che dalla prossima stagione condurrà quotidianamente il suo EPCC avvicinando ulteriormente l’inavvicinabile Dave Letterman, ora il nuovo astro nascente è Lodovica Comello, già apprezzata per immediatezza e simpatia in Singing in the car su Tv8.
  • Televisione delle eccellenze. Tra i momenti più divertenti della serata il collegamento con Fiorello, solita forza della natura, con la squadra dell’Edicola (dal 10 ottobre su Tv8): “Semprini e Mika se ne sono andati in Rai… Vabbé, se vogliono guadagnare di meno…”. Sky vuole mantenere e ampliare firme e brand. Oltre Fiorello, Paolo Sorrentino, Gomorra, X-Factor e le collaborazioni con HBO e Showtime.
  • Si lavora per addizione. La tv si allarga in orizzontale senza perdere in penetrazione. L’esempio è il lancio di una serie di 18 documentari sotto il titolo Il Racconto del reale, in programmazione su Sky Atlantic, il canale delle storie. Tra gli autori ci sono Giancarlo De Cataldo, Mimmo Calopresti, Beatrice Borromeo, il gruppo di 42° Parallelo, Michele Bongiorno.
  • Innovazione tecnologica. Forse la novità più forte: è stato annunciato l’avvento del sistema AdSmart attivo sui decoder My Sky, che consentirà agli investitori di mirare per target e area geografica le campagne pubblicitarie, indirizzando spot diversi a diversi abbonati, con annunci affini ai gusti e alle preferenze degli spettatori.
  • Tv più italiana. Forse il processo più interessante. Con le serie esportate all’estero, con i talent e le nuove produzioni, con l’acquisizione di nuovi artisti, Sky si propone come soggetto editoriale più italiano. L’origine australiano-americana si stempera progressivamente. Con il nuovo claimSiamo le vostre storie – reso da un bellissimo video, Sky vuole stabilire un meccanismo di identificazione anche emotiva con il suo pubblico. Siamo la stessa cosa…

 

 

 

The Young Pope, il gioco cinematografico di Sorrentino

Di sicuro, Paolo Sorrentino si è divertito. E si sono divertiti gli attori, Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando e il resto del cast, notevole per una serie tv. Perciò, verosimilmente si divertirà Continua a leggere

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Ci sarà un motivo se l’unico broadcaster europeo che pubblica in rete stipendi e compensi di dirigenti e giornalisti è la BBC. E ci sarà un motivo se tutti gli altri servizi televisivi statali, da France2 a Ard e Zdf, non lo fanno. Continua a leggere

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