Come comunicano i direttori della Rai renziana

Il rinnovamento c’è, poche storie. Il 33 per cento dei programmi, il 43,8 su Raitre… Uno sforzo che, chi vuole, può anche disconoscere insistendo sui grandi ritorni, Santoro, Lerner eccetera. Tuttavia, è innegabile che un cambiamento si stia vedendo anche nella comunicazione. Intanto, il nuovo claim: Per te, per tutti. E poi la stessa presentazione dei palinsesti, con video numeri e slogan, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, luogo di cultura e con una storia, dove sono stati convocati tutti i volti, vecchi e nuovi, della tv pubblica. Per far capire che la Rai è avvicinabile. Anche se un po’ patinata, come dice Carlo Freccero…

Anche i direttori di rete hanno fatto uno sforzo di comunicazione e di empatia, sia con i giornalisti che con gli investitori pubblicitari. E hanno imparato a iniziare i loro interventi con le parole chiave delle loro reti, terminandoli in crescendo, con l’annuncio più forte. Sono andati complessivamente benino, con qualche inciampo e qualche sbavatura.

Andrea Fabiano. Sfortunato signor Nessuno. Quando fa il suo ingresso sul palco davanti agli inserzionisti che riempiono la platea della Sala Verdi s’inceppa la voce off dello speaker e lui comincia a parlare senza presentazione. Chi è quel ragazzo con barba in abito grigio e un po’ di fogli tra le mani? Il video ha già detto che l’Uno di Raiuno sta per “unica, universale e numero uno negli ascolti”. Ok, si presume ne sia il direttore, ma come si chiama? Lui spera che la sfortuna non lo accompagni quando si comincerà a far sul serio, da settembre in poi. “La musica sarà il nostro tappeto rosso: il grande intrattenimento in seconda serata”. Ma anche in prima, Mina e Celentano, Renato Zero, due serate in cui “Giletti celebrerà uno dei poeti più importanti della nostra storia, Mogol”. L’importante è esagerare. Dimenticanza studiata: Valter Veltroni, autore di Dieci coseSbavatura al mattino: alla conferenza stampa rimane in renziana camicia bianca (Campo Dall’Orto tiene la giacca).

Ilaria Dallatana, l’anticonformista. È la parola che le piace di più, chissà quanti like metterebbe su facebook. La usa ogni due frasi, alternandola a eclettico. Raidue invece non ha alternanza perché è entrambi, anticonformista e eclettica. Anche Teo Mammucari è anticonformista, ma pure Costantino della Gherardesca e Alessandro Sortino lo sono. Un po’ tesa anche nelle risposte: “Lo so, questa cosa di Gori, che è un mio grande amico e spero che lo resti per tutta la vita, me la porterò sempre dietro…”. Basta saper distinguere tra definitività e contingenze, ma se il reality Il Collegio lo fa proprio Magnolia e a Bergamo, dove Gori è sindaco, un po’ te la sei cercata. Lei, comunque, ostenta sicurezza e va dritta per la sua strada, senza curarsi troppo di trappole e collaboratori, distillando la sua frase celebre: fare il direttore di rete è il lavoro più bello del mondo. Auguri.

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo

Giorgio Gori, sindaco di Bergamo

Daria Bignardi, la più furba. A proposito di citazioni, al mattino ne fa subito una di troppo. “Aaron Sorkin diceva: se hai un problema con la storia, comincia dal problema”. Il suo problema è che deve dire troppe cose, presentare troppe novità, il 43,8 per cento di programmi cambiati. Soprattutto, deve citare tutte le star presenti in sala. Benvenuto Gianluca Semprini. Bentornato Gad. Benvenuto Pif. Franca (Leosini) dove sei? Serve a fare squadra, a galvanizzare il gruppo. Furba Bignardi. Con il nuovo taglio lascia intravedere il capello ingrigito, segno di maturità raggiunta. Ma se ha cambiato così tanto, il problema qual era? La rete lasciata da Vianello: chissà cosa farebbe Soorkin. Forse non la infarcirebbe di volti di Repubblica (Lerner, De Gregorio e Augias e Giannini se accetterà di restare).

Aaron Sorkin, sceneggiatore, tra l'altro, di film come The Social Network e Steve Jobs

Aaron Sorkin, sceneggiatore, tra l’altro, di film come The Social Network e Steve Jobs

Angelo Teodoli, in trasferta. A Milano il direttore di Rai Gold, romano purosangue, giocava fuori casa più di tutti. Più ancora del pugliese Fabiano. In trasferta davanti ai giornalisti, e ancor più davanti agli investitori. Mica facile spiegare cos’è Rai Gold. E anche la nuova mission di Rai4, la rete lanciata da Freccero e dalla sua squadra, e ora spinta a trasformarsi in generalista ma allo stesso tempo rivolta ai Millenials. Che poi sono gli under trenta. Il direttore di rete sarà anche il mestiere più bello del mondo, come dice Dallatana, ma per Teodoli sarebbe stato più facile parlare semplicemente di giovani. E nemmeno sarà facile quadrare il giovanilismo con le ambizioni generaliste. Auguri anche a lui.

5 cose nuove (più una) della Rai renziana

Il cambio di passo è netto. Una svolta anche nella comunicazione, quella registrata alla presentazione dei palinsesti Rai della prossima stagione, con tutte le star e i volti noti, vecchi e nuovi, a far squadra, in Continua a leggere

Mika e Semprini in Rai. Sky sta perdendo appeal?

Niente di che, ragazzi. Niente di epocale. Però qualcosa si muove. L’abbiamo già visto dalle parti di Discovery Italia e La7. Adesso registriamo altri movimenti significativi in zona Sky e Rai. C’è da stare allerta, c’è da lavorare. In pochi giorni due novità sul fronte del mercato tv. Mika sarà la star musicale e non solo dell’autunno di Raidue, quattro serate di one man show che potrebbero accendere la rete diretta da Ilaria Dallatana. Gianluca Semprini, invece, il volto dei Confronti di SkyTg24, sta trattando con Raitre per andare a condurre o il nuovo Ballarò, short version, oppure una striscia quotidiana sui fatti della giornata alla quale sta pensando Daria Bignardi. La firma ancora non c’è, ma tutto fa pensare che arriverà presto.

Questi sono i fatti. Prima Mika, tra qualche giorno Semprini. Cioè: anche Sky perde qualcuno, subisce i contraccolpi di un mercato che, ora che la crisi rallenta, quest’anno si sta facendo più dinamico. È vero, Mika aveva declinato l’ipotesi di un terzo anno a XFactor. Forse il banco della giuria, tra Fedez e Elio, cominciava a stargli stretto. “Ho sempre coltivato segretamente l’ambizione di condurre uno show tutto mio. Ora questo sogno si realizza”, ha dichiarato il cantautore anglo-libanese. Andasse bene la prova su Raidue, non è da escludere che, molto amato dal pubblico giovane e femminile, possa sconfinare anche sulla prima rete, magari in occasione del Festival di Sanremo. Un passo alla volta.

Quanto a Semprini, fosse confermato il suo approdo a Raitre, potrebbe essere un passo verso un’informazione più anglosassone, fattuale e per nulla incline alle rissosità dei nostri talk show.

Mika e Semprini, due figure e due percorsi molto molto diversi, ma due uscite da Sky e due arrivi in Rai. È presto, prestissimo, per dire che Sky perde appeal. Anche Agatha Christie direbbe che due indizi non bastano. Però…

Riuscirà La7 ad ammortizzare l’addio di Crozza?

A La7, bisogna riconoscerlo, hanno dei buoni comunicatori. Gente lucida, che sta con i piedi per terra, come insegna l’editore, quel risanatore di aziende in crisi che risponde al nome di Urbano Cairo. Continua a leggere

10 cose da ricordare (e 3 conclusioni) sullo scazzo politici-Rai

Era ora. Giornalisti e opinionisti cominciano a svegliarsi. Meglio tardi che mai, si sono accorti che, detta in soldoni, la politica vuol riprendersi la Rai. Più nello specifico, è una parte della politica, una parte del Pd in particolare, a voler dettare regole, influenzare nomine, scelte, epurazioni e promozioni. La campagna contro i nuovi vertici di Viale Mazzini, nominati dal premier Renzi a inizio agosto, in verità è cominciata già da qualche mese. Ma ora siamo al culmine. La posta in gioco è alta. E allora le parti che si sentono escluse alzano la voce. Nel mio piccolo, su questo blog ne scrivo da diversi giorni (http://bit.ly/20KDNDA). L’ultimo casus belli è stato il “veto” imposto agli esponenti del Pd a Ballarò di Massimo Giannini, dato da molti come già giubilato dalla “Rai renziana”, e quindi propenso a vendicarsi. In realtà, si è presto capito che era necessario un riequilibrio delle presenze nel talk show, troppo sbilanciate proprio a favore dei dem.

Massimo Giannini e, sullo sfondo, Antonio Campo Dall'Orto

Massimo Giannini e, sullo sfondo, Antonio Campo Dall’Orto

Per comprendere meglio lo scazzo in atto tra alcuni politici e i vertici Rai, prima di tentare qualche considerazione, può servire mettere in fila i fatti dell’ultima, ottima annata.

  1. Dopo lunga ricerca, tra qualche diniego e autocandidati non convincenti, il 6 agosto Renzi sceglie Antonio Campo Dall’Orto come direttore generale della Rai. Monica Maggioni è la presidente.
  2. A fine novembre Campo Dall’Orto nomina Carlo Verdelli direttore editoriale dell’informazione. Va in soffitta la riforma dei tg incentrata sulle newsroom, voluta da Gubitosi e studiata da Nino Rizzo Nervo (ex Margherita) e Valerio Fiorespino.
  3. Il 22 dicembre il Senato riforma la governance trasformando il dg in amministratore delegato. Lo scopo è concentrare le decisioni, snellire le burocrazie e frenare le interferenze. Il superdg ha mano libera nella nomina dei “dirigenti apicali” e potere di spesa fino a 10 milioni.
  4. Il 9 febbraio Michele Anzaldi, commissario di Vigilanza (ex portavoce di Rutelli) rilascia un’intervista al Corriere della Sera: “Sui nuovi vertici Rai ci siamo sbagliati. Arroganti, sono peggio dei predecessori”. Ma lo sanno “come sono arrivati lì? Ce li abbiamo messi noi della Vigilanza, con una serie di votazioni a catena complicatissime… E adesso non vedono, non sentono, non parlano”. Cioè, non ci consultano per le nomine.
  5. Il 17 febbraio vengono annunciati i nuovi direttori di rete: Andrea Fabiano a Raiuno, Ilaria Dallatana a Raidue, Daria Bignardi a Raitre, Gabriele Romagnoli a RaiSport. Mentana sottolinea il ruolo di suggeritore dietro le quinte di Giorgio Gori.
  6. Intanto prosegue l’infornata di esterni. Da Guido Rossi, capo-staff del dg, a Gian Paolo Tagliavia, responsabile creativo, da Massimo Coppola, consulente editoriale a Giovanni Parapini, comunicazione istituzionale. Anche Verdelli chiede uno staff: Francesco Merlo (da Repubblica), Pino Corrias (interno), Diego Antonelli (ex Gazzetta) e quattro persone scelte con il job posting aziendale.
  7. Il 6 aprile Porta a Porta manda in onda l’intervista a Salvo Riina, figlio del boss mafioso Totò, a sua volta condannato a 8 anni e 10 mesi per reati mafiosi. Un obiettivo colpo giornalistico, mal gestito perché Bruno Vespa fa firmare la liberatoria solo al termine dell’intervista.
  8. In Commissione di Vigilanza Verdelli si assume la responsabilità della messa in onda e dice: “Non censuro un’intervista per le dichiarazioni di cinque, dieci politici”.
  9. Da inizio maggio si susseguono le audizioni di Campo Dall’Orto sul Piano industriale. Il 25 maggio, il sottosegretario alle Telecomunicazioni Antonello Giacomelli (area Margherita) dice che quello del dg “è più un’indicazione di obiettivi che un piano industriale”. Suona come una sconfessione.
  10. Il 31 maggio esplode il caso del mancato invito di esponenti pd a Ballarò nella settimana pre-elettorale. Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini annunciano un esposto all’Agcom. Conteggi alla mano, proprio l’Agcom ha chiesto di riequilibrare l’eccesso di presenze dem. Dal canto suo Roberto Fico M5S, presidente della Vigilanza, contesta lo sbilanciamento del Tg1 in favore del sì al referendum di ottobre.
Mattero Renzi ospite di Nicola Porro nell'ultima puntata di Virus (foto LaPresse)

Mattero Renzi ospite di Nicola Porro nell’ultima puntata di Virus (foto LaPresse)

Finalmente, dicevo, alcuni commentatori, da Paolo Conti sul Corriere (http://bit.ly/20Vx9KR) a Michele Serra su Repubblica (http://bit.ly/1VzqRRm) si stanno accorgendo del paradosso. La politica, Renzi in prima fila, annuncia di voler uscire dalla Rai e predispone una riforma che rafforza i poteri per tutelare l’autonomia degli amministratori interni. Ma appena vede che certi desiderata non sono assolti, si pente. Soprattutto si pentono i mediatori, che basano la loro stessa esistenza sul potere di condizionamento.

Conclusioni. Con l’eccezione dell’ultima iniziativa di Serracchiani e Guerini, forse mal informati, l’attacco sistematico ai vertici Rai, cavalcato da alcuni siti molto seguiti in Viale Mazzini, è portato in prevalenza da esponenti della ex Margherita, contrariati, in parte per l’archiviazione della riforma delle newsroom e l’esclusione dalle nomine sui direttori di rete e, in parte, frementi nel voler condizionare le prossime scelte sui telegiornali e sulle conduzioni.

Carlo Verdelli, direttore editoriale dell'informazione

Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione

La manovra s’incaglia sulla presenza di Verdelli, poco sensibile alle logiche lottizzatorie. Le sue parole in Vigilanza contro la censura all’intervista a Riina gli hanno attirato l’ostilità matematica e permanente dell’arco costituzionale. Non a caso un giorno sì e l’altro pure filtrano indiscrezioni che lo danno in uscita.

Chi s’illude che il luogo di composizione dello scazzo sia la Commissione di Vigilanza forse non ha presente di quale inutile e ipocrita rito bizantino si tratti. La telenovela continua.

Perché il caso Porro è un virus che debilita la Rai

Questa faccenda del Virus di Nicola Porro, e delle epurazioni che non sono epurazioni, gli sta venendo male alla nuova Rai di Campo Dall’Orto e Monica Maggioni. Un pasticcio. Intanto, perché ieri sera Virus ha fatto il record di ascolti, 6,2 per cento di share con quasi un milione e 400mila telespettatori (due punti più della media rivendicata dal direttore Ilaria Dallatana come causa della chiusura), trasformando Raidue in terza rete assoluta dietro Raiuno e Canale 5. E poi perché attorno alla cancellazione del programma si sta coagulando il forte sospetto che si vogliano spegnere le voci dissonanti – vedi anche il caso di Massimo Giannini rimosso da Ballarò – rispetto a quello che Carlo Freccero chiama “il pensiero unico renziano”. Forse non sarà così, anche perché il premier è stato spesso ospite di Virus, ma come diceva qualcuno che se ne intendeva, a pensar male si fa peccato, però… Così, ieri sera ogni ospite di Porro, da Salvini a Lupi, giocava al tormentone “mi dispiace molto che questa sia una delle ultime trasmissioni di Virus…”; “mi dispiace che la stiano segando…”.

Maurizio Crozza nei panni di Giovanni Floris nella parodia dei talk show

Maurizio Crozza nei panni di Giovanni Floris nella parodia dei talk show

Non che tutto ciò che fa Porro sia un capolavoro. I talk show sono in crisi da un pezzo (anche a causa della modesta statura del ceto politico) e anche Virus, come diMartedì di Giovanni Floris, si segmenta in tanti argomenti per raccogliere pubblici diversi, dalla morte di Pannella al probabile attentato terroristico all’aereo della EgyptAir, dalla burocrazia che ostacola gli imprenditori all’assoluzione del generale Mori, fino al ritorno sulla vicenda dei vaccini, per correggere gli errori di settimana scorsa. Insomma, un fritto misto che dà ragione alla parodia che dei talk ha fatto Maurizio Crozza su La7  (“stasera parleremo di referendum sulle trivelle e melanzane alla parmigiana…”).

Monica Maggioni, presidente della Rai

Monica Maggioni, presidente della Rai

Anche il coinvolgimento di Luigi Bisignani come ironico corsivista complottardo non ha giovato a Porro. E ha ragione la presidente Monica Maggioni quando, parlando con Repubblica, dice che “qualche epurazione nella mia vita l’ ho vista davvero, ma mai con una trattativa in corso sul programma successivo, il mantenimento dello stesso trattamento economico, la possibilità di studiare un format diverso insieme al nuovo direttore di rete. Se le epurazioni sono così, vorrei essere epurata anch’io”. Se però il nuovo format è un programma alle 19 della domenica pomeriggio qualche perplessità è più che giustificata. E va ad aggiungersi al fatto che, visto il momento, invece di essere subito fermato, Virus poteva restare in onda ancora qualche puntata per seguire le amministrative e il referendum in Gran Bretagna come chiedeva il conduttore. Questo avrebbe significato una collaborazione reale e non di facciata.

Insomma, se si vogliono migliorare formule e linguaggi dei programmi di approfondimento e tutelare i conduttori della real casa forse si poteva muoversi con più circospezione. Invece Mentana ha già fatto le sue avance e il forte dubbio che si voglia normalizzare la Rai rimane…

La differenza tra Rai e Sky in tre notizie

Vista da Palazzo San Macuto, Gomorra è un incubo. Anzi, un miraggio irraggiungibile. Un’entità astrale, forse: sto parlando della serie, ovviamente. Tanto per gradire, ecco qualche domanda alla rinfusa. Mentre vogliono sapere come impiega il suo tempo Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione Rai, che idea si sono fatti i vari Michele Anzaldi o Maurizio Gasparri di Gomorra? Quanti secoli ci vorranno prima che la Rai produca una serie in grado di reggere il confronto con quella di Sky? Nel frattempo, vale la pena presentare interrogazioni parlamentari su una parolaccia pronunciata da un conduttore che credeva di avere il microfono spento? Mentre ci pensiamo, oggi si è svolta l’ennesima audizione in Commissione di Vigilanza del dg Antonio Campo Dall’Orto. Un paio d’ore a giustificare, illustrare, rispondere, rintuzzare supposizioni dei commissari vigilanti dell’intero arco costituzionale su nomine, fiction, programmini da proteggere e quant’altro. Sull’argomento mi sono già espresso di recente (http://cavevisioni.it/2016/05/05/le-sedute-della-vigilanza-una-docufiction-brezneviana-2/) e non ci torno.

Antonio Campo Dall'Orto, direttore generale della Rai

Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale della Rai

Ciò di cui voglio parlare è la distanza abissale che intercorre tra la quotidianità della nostra tv pubblica, altrimenti chiamata prima azienda culturale italiana, e quella della principale tv a pagamento che agisce sul territorio nazionale. Precisazione: anche la Rai, grazie al canone che quest’anno avrà un gettito maggiorato, è una tv a pagamento. Mentre dal canto suo anche Sky, grazie a canali come Tv8, Cielo e SkyTg24, è una televisione in chiaro. Ci sono ampie parti sovrapponibili e confrontabili tra loro, soprattutto sul telecomando degli spettatori. Semmai, le differenze sono che una è una multinazionale con sede negli States, mentre l’altra, che dovrebbe rappresentare la nostra storia, è gravata dall’invadenza della politica. Rai e Sky sembrano gravitare a distanza siderale tra loro. Televisioni che corrono due gran premi diversi. Basta confrontare la quotidianità dell’una e dell’altra, basandosi sulle notizie di giornata.

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò

Partiamo dalla Rai.

  1. La prima notizia di oggi, su molti siti e giornali, è l’epurazione di Massimo Giannini, il conduttore di Ballarò (Raitre) in rotta di collisione con il premier Renzi e nuovamente superato dal diMartedì (La7) di Giovanni Floris.
  2. La seconda notizia è rivelata dal Giornale. La produzione del reality show scolastico That’ll Teach ‘Em sul confronto tra i metodi d’insegnamento di mezzo secolo fa e quelli attuali, format inglese esportato in mezza Europa e previsto su Raidue, è stata vinta da Magnolia, società di provenienza del direttore della rete Ilaria Dallatana. Inevitabili le polemiche sul conflitto d’interessi.
  3. La terza notizia riguarda Paolo Bonolis. Definito “un fuoriclasse” da Campo Dall’Orto, il conduttore di Ciao Darwin ha parlato sia con i dirigenti Rai che con quelli Mediaset, ma alla fine ha deciso di rimanere a Cologno Monzese dove per lui si parla di un baby talent.
Ciro Di Marzio in Gomorra 2

Ciro Di Marzio in Gomorra La Serie, seconda stagione

Passiamo a Sky.

  1. La prima notizia riguarda gli ascolti di Gomorra – La Serie seconda stagione, uno show che ormai crea dipendenza. Gli episodi 3 e 4 trasmessi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno sono stati seguiti da 1,1 milioni di telespettatori con un incremento di ascolti dell’89 per cento rispetto agli stessi episodi della prima stagione.
  2. Fiorello ha annunciato su Twitter che la sua Edicola andrà in onda da giugno su Sky. Ma non nella pay tv, bensì su Tv8, uno dei canali in chiaro sopracitati. Saranno solo nove morning show “per vedere l’effetto che fa”. Con probabile ritorno in pianta stabile, dall’autunno. Nei giorni scorsi qualcuno aveva precipitosamente annunciato l’approdo in Rai dello showman. In realtà la firma della collaborazione con Sky risale già a qualche mese fa.
  3. Terza anticipazione: il canovaccio di Dov’è Mario?, la serie in quattro serate da mercoledì su Sky Atlantic. Con un certo scorno dei colleghi che attendevano la conferenza stampa, Repubblica ha pubblicato “l’editoriale supercazzola” a firma Mario Bambea, l’intellettuale di sinistra interpretato da Corrado Guzzanti che si sdoppierà nel comico trash Bizio.

È proprio così ovvio che Rai e Sky siano tv a due velocità? È proprio inevitabile che, parlando a un pubblico più vasto, la Rai debba perdere così tanto in qualità di contenuti e linguaggi? Non sarà che l’invadenza della politica in Rai faccia un po’ troppo da zavorra?

Le sedute della Vigilanza? Una docufiction brezneviana

Con una certa dose di masochismo ieri mi sono inflitto, via web tv, alcune ore di audizione della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi – già la denominazione... – di Antonio Campo Dall’Orto. Era la seconda puntata dopo la presentazione della settimana scorsa delle Linee guida del Piano industriale ad opera del direttore generale della Rai – mi ero sciroppato pure quella, si sa com’è il masochismo: si prova più gusto a rigirare il coltello… Il fatto è che ero curioso. Cosa succede nelle austere stanze di Palazzo San Macuto, donde le cronache ci riportano frammentarie dichiarazioni di guerra o di armistizi tra i politici e i televisionari che si sono malauguratamente iscritti alla roulette russa intitolata di volta in volta Amministrare la Rai, Riformare la Rai o, infine, Rivoluzionare la Rai?

Bene, anzi male(!): lo show è stato istruttivo. Il parallelo è di tipo calcistico. Avete presente quando Berlusconi sceglie un allenatore e giura di apprezzare il suo calcio, ma dopo un mese vuol già fare la formazione e decidere il trequartista? La politica si comporta allo stesso modo con la Rai. Annuncia a ogni piè sospinto la presa di distanza, ma poi inizia a ficcare il naso sull’assunzione di Tizio e il licenziamento di Caio. Nel caso del Berlusca il motivo è che mette i soldi nel Milan. Nel caso del governo, che assegna la concessione di servizio pubblico alla Rai. Invadenza dei committenti dilatata e autonomia gestionale degli amministratori striminzita in entrambi i casi. A San Macuto va così in scena una docufiction brezneviana, con grisaglie e interventi fumosi fin dai tempi della primissima repubblica. Avevo già nozione dell’atmosfera sovietica in cui si svolge questa liturgia. Ma assistervi è stata un’esperienza esaltante. L’Esaminando siede tra un dirigente Rai che lo accompagna per solidarietà, e il presidente di Commissione per illustrare il proprio operato e le proprie strategie. Nelle ultime due tornate al fianco di Campo Dall’Orto, da una parte c’era Giovanni Parapini, direttore della comunicazione, e dall’altra Roberto Fico. Già nella prima adrenalinica seduta il direttore generale aveva mostrato grafici, snocciolato tendenze e prospettato manovre per la trasformazione della Rai da broadcaster in media company. Se non ce la fa lui…

Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza

Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza

La recente riforma voluta dal premier Matteo Renzi ha stabilito che il direttore generale sia dotato di superpoteri. Vuoi vedere che è lavoltabuona? Ecco varata, dunque, la nuova governance, com’è stata subitamente battezzata in english, su modello delle televisioni anglosassoni – appunto. Dove la politica se ne sta fuori. Come da noi: è per questo, infatti, che un giorno sì e l’altro pure direttori e superdirettori sono convocati a vario titolo a spiegare e giustificare il loro operato e le loro strategie. Metti che Bruno Vespa sbagli un’intervista, che Michele Anzaldi s’innervosisca per un editoriale di Giannini a Ballarò, o che a Maurizio Gasparri non vadano a genio i collaboratori individuati da Verdelli per migliorare l’offerta informativa: ecco che ci si trova tutti nelle austere stanze, dietro banchi d’aula preguerra e davanti a microfoni con braccine snodabili.

Ordunque, sia nella prima puntata che nell’incipit della seconda, CDO aveva mostrato slide e cifre. Le quali, grazie all’unica telecamera fissa che accentuava vieppiù la plumbea atmosfera, erano naturalmente precluse ai perversi spettatori come il sottoscritto. Tuttavia, come dicevo, lo spettacolo è stato a suo modo esemplare. I commissari si sono lanciati in simpatiche analisi contenenti caldeggiamenti vari, introdotte da preamboli dal seguente tenore: lungi da noi far rientrare dalla finestra la politica che abbiamo deciso con una riforma ad hoc di tenere fuori dalla Rai… Assolutamente no, ce ne guardiamo bene, anzi benissimo (Salvatore Margiotta, Pd). Però, venendo al sodo: questo Verdelli a cosa serve, ci sono già i direttori dei tg, che bisogno c’era di nominare un superdirettore? E la riforma delle newsroom che fine ha fatto? E in questa nuova struttura con vicedirettori e capiredattori ci sono più ufficiali che soldati  (Gasparri, con metafora militare)… Alla faccia del capoazienda, lasciamolo lavorare (Raffaele Ranucci, Pd)…

 

Palazzo San Macuto, sede della Commissione di Vigilanza

Palazzo San Macuto, sede della Commissione di Vigilanza

Insomma, ognuno aveva un conduttore da rampognare (Gerardo Greco di Agorà, bersaglio di Lello Ciampolillo, M5S), un programma da raccomandare (Il caffè, preferito da Margiotta), un direttore cui dare il benservito (Tinny Andreatta, licenziabilissima per Alberto Airola, M5S), o da reintegrare (Valerio Fiorespino, per Gasparri). A quel punto ho capito la trama della docufiction. Anzi, seguendo la tempistica, della fiction-docu. Cioè: la parte delle premesse e delle promesse appartiene alla finzione, mentre i desiderata e le sagaci richieste sono il documentario, la parte da prendere sul serio come fanno, in primis, gli stessi commissari più che mai vigilanti. Fossero intervenuti anche Anzaldi e Brunetta il documentario sarebbe stato ancora più hard. Invece, niente: qualche giorno fa il premier ha elogiato il lavoro di CDO e quindi ciccia. Però settimana prossima ci si riconvoca tutti…

Intanto il Milan è sull’orlo del collasso e la Rai, prima o poi, cambierà di nuovo allenatore.

 

 

I David di Donatello di Sky portano Hollywood sul Tevere

L’idea era lì, a portata di mano. Ma finora nessuno l’aveva raccolta. Eppure non era difficile. Visto che i David di Donatello sono considerati gli Oscar italiani, i David Awards, perché non trattarli alla maniera di Hollywood? Perché non hollywoodizzarli? Al mattino, c’era da sempre anche il ricevimento al Quirinale col discorsetto del Presidente della Repubblica… Era semplice no? In mano a Sky, l’appuntamento televisivo relegato alla differita per pochi cinefili e un pubblico di nicchia si è trasformato in evento: cinematografico, mediatico, anche mondano, per quel che conta. Una cerimonia di poco più di due ore è riuscita ad armonizzare carattere istituzionale, linguaggio moderno, ambizione artistica, autoironia e glamour da tappeto rosso. È il risultato della volontà di pensare in grande. Trasformare il rito dei David in evento è un piccolo mattone nella costruzione di un’industria che voglia produrre arte rivolta al grande pubblico. Bisogna crederci giorno per giorno e sorprende – ma non tanto – che non sia la Rai, il servizio pubblico anche produttore e distributore cinematografico, protagonista di questa operazione.

Premiazione perfetti sconosciuti

Diversi altri mattoni vanno aggiunti per far avanzare il progetto, a cominciare dalla rottura di certe consorterie dure a morire che resistono all’interno dell’Accademia (1916 giurati) e si sono viste all’opera nella distribuzione dei premi che, manco a dirlo, hanno proditoriamente escluso Quo vado? di Checco Zalone, peraltro già ampiamente sdoganato dalla critica più engagé. Più plausibili il trionfo di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti che ha visto premiati tutti quattro gli attori (Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli e Antonia Truppo, forse almeno il David all’attrice non protagonista poteva esser dirottato su Sonia Bergamasco), il successo di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (miglior film e miglior sceneggiatura) e il riconoscimento a Il racconto dei racconti di Matteo Garrone per la miglior regia e nelle categorie tecniche.

Tornando alla televisione, la sessantesima edizione dei David proposti in prima serata su SkyUno, SkyCinemaUno e, in chiaro, su Tv8, non è immune da impacci e ingenuità. A cominciare da Alessandro Cattelan,  acclarato talento della conduzione, ma forse troppo giovane e giovanilista per un evento così istituzionale. Lo si è intuito all’ingresso in teatro, quando con la sua verve da dj, ha presentato Toni Servillo in tutte le sue rughe da attore consumato. Il cambio d’inquadratura ha reso il salto generazionale e di carisma. Sensazione confermata poco dopo quando, citando Gianluigi Rondi, presidente dei David e autorità assoluta del nostro cinema, ha menzionato i suoi 94 anni, per invitare i premiati a ringraziamenti brevi. Per non parlare della gaffe sull’autore del motivo di Lo chiamavano Trinità (Franco Micalizzi e non Ennio Morricone). Altri nei: la lettura del gobbo di molti dei premiatori, le immancabili e veltroniane interviste ai bambini su chi è il produttore. Per il resto, narrazione ritmatissima, forse un filo discontinua, tra parodie dei Jackal, video registrati, gag di attori e attrici molto scritte (il presunto battibecco tra Matilde Gioli e Matilda De Angelis) e corsa indiavolata di Cattelan nel tentativo di recuperare il (presunto) ritardo. Pur con queste imperfezioni, dettate dall’esordio, alla prima prova Sky fa registrare un notevole cambio di marcia rispetto al passato. L’ironia di Paolo Sorrentino che si presta a giocare con i Jackal (“È il Cinema che mi manda”), l’emozione di Luca Marinelli e quella di Ilenia Pastorelli, l’intero cast artistico e tecnico di Perfetti sconosciuti sul palco restano momenti memorabili di una bella serata d’intrattenimento tra glamour e arte.

C’è da lavorare, c’è da limare. Ma abbiamo gli Oscar italiani, fruibili e godibili anche dal grande pubblico (grazie a Tv8). Una buona notizia, per la televisione e per il cinema.

Perché la politica alza la voce per Vespa e Riina

Immaginavo di vedere più compattezza nel mondo dei media sull’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina. Immaginavo una difesa più netta dell’informazione, pur con qualche distinguo necessario, dettato soprattutto dall’errore della firma della liberatoria avvenuta solo dopo il colloquio. Non è questione solo formale: se la liberatoria non viene firmata prima, l’intervistatore non ha il coltello dalla parte del manico e può avere difficolta ad affondare domande e critiche. Questo è il punto debole di tutta la faccenda, il nervo scoperto di Vespa. Detto ciò, guardandosi intorno c’è poco da stupirsi. Il superego di big dell’informazione e artisti è sempre in agguato. Dire che “non è giornalismo intervistare chi ha un libro in uscita” (Enrico Mentana) è argomento più che opinabile. Tre quarti delle interviste televisive avvengono per libri e film in uscita. Avviare una raccolta di firme e organizzare sit-in per chiedere le dimissioni di Vespa (Sabina Guzzanti) rende palese la frustrazione per il tuo film ignorato. Niente di più.

Altre firme, da Travaglio a Gramellini, hanno difeso il pur imperfetto lavoro di Vespa. Sull’Unità, parlando di quell’intervista Chicco Testa ha scritto che “il male era lì davanti a noi, visibile, chiaro e trasparente. Facilmente giudicabile da chiunque… Fosse per me, riproporrei quella intervista nelle scuole e inviterei a commentarla il giovane Schifani. Così, per mostrare qual è l’evidenza della differenza fra il bene e il male”. A Che tempo che fa Roberto Saviano ha decodificato i messaggi del figlio del Capo dei capi. Un lavoro di traduzione minuzioso, da conoscitore delle logiche della criminalità organizzata. “Per combattere la mafia bisogna conoscerla”, aveva detto Vespa. Saviano la conosce. Ma, citando Montaigne quando dice che la parola detta appartiene per metà a chi la pronuncia e per l’altra metà a chi la ascolta, ha sottolineato che “noi non siamo stati capaci di ascoltare la nostra metà di parola”. Forse questa decodifica sarebbe stato meglio farla subito, più a ridosso dell’intervista. Ma resta il fatto che, prima trasmettendola e commentandola con il figlio di una vittima e l’esponente di un’associazione anti-pizzo, e poi traducendola, la Rai ha fatto servizio pubblico. Che non è una formula per giustificare l’idea paternalistica che i telespettatori abbiano bisogno di protezione perché privi di strumenti critici.

https://youtu.be/s3ddSBLsvtU

In passato giornalisti adorati come idoli – Biagi, Zavoli, Montanelli – hanno intervistato campioni assoluti del Male senza che nessuno, non dico quasi l’intero arco costituzionale come stavolta, si sia stracciato le vesti. Vien da chiedersi perché questa intervista sia diventata un caso tanto eclatante. Perché la politica ha alzato così tanto la voce, mentre in passato (Ciancimino jr da Santoro, solo per fare un esempio recente) aveva assistito passiva? Perché, mentre i conduttori e i giornalisti Rai (Gabanelli, Iacona, Giannini, Giammaria, Porro) non sono preoccupati del coordinamento editoriale di Carlo Verdelli, i politici (Anzaldi, Bindi, Gasparri) temono bizzarramente la censura? Come mai questo capovolgimento di fronti? Dopo l’audizione di Campo Dall’Orto e Maggioni in Commissione Antimafia della settimana scorsa, quella del responsabile editoriale Verdelli e del direttore di Raiuno Andrea Fabiano in Vigilanza (mercoledì), sollecitato dall’ineffabile Michele Anzaldi anche l’Agcom si occuperà della vicenda. Audizioni. Esami. Test. Giornalisti e operatori della comunicazione devono presentarsi davanti a organismi politici. Devono rendere conto, giustificarsi, discolparsi come a un processo. Ottenere un’assoluzione. Un’approvazione. Va bene, questa volta passi, però non rifarlo più (intanto, probabilmente, Vespa sarà ridimensionato). Ma che sistema è? Non è una liturgia da ancien regime. Non s’era detto che la politica doveva “fare un passo indietro” dalla Rai? Che la riforma doveva portare a un servizio pubblico meno controllato dai partiti e più vicino al modello Bbc? Così aveva annunciato il premier. E non si sono dati i superpoteri al direttore generale perché avesse ampia libertà decisionale e d’azione? Campo Dall’Orto ha più poteri, più soldi che arriveranno dal canone in bolletta, e libertà di scegliere gli uomini come ha dimostrato con la nomina di Verdelli. Con queste condizioni, se non riesce a riformare lui il servizio pubblico chi ci riuscirà?

Sembra già che la politica si sia pentita e voglia tornare a controllare il giocattolo. Non vuole che le sfugga di mano. Vuole tornare all’ancien regime. Come già accaduto altre volte. Per Renzi riformare la Rai è, in un certo senso, come eliminare il Senato elettivo: tagliare un ramo del suo albero. E allora ecco qua: audizioni in Commissione di Vigilanza, Authority al lavoro, altre liturgie in cui dirigenti e direttori devono chinare la testa. Il 6 maggio prossimo è in calendario il rinnovo per la concessione del servizio pubblico che qualcuno chiede non sia più appannaggio esclusivo della Rai, ma venga allargato anche ad altri soggetti editoriali, con conseguente proporzionale ridistribuzione del canone. È probabile che il rinnovo slitti di qualche mese.