Kevin Spacey, il colpo di Maria che spiazza Sky

Un lungo filmato che riassume la sua carriera di grande attore cinematografico, i due Oscar per I soliti sospetti e American Beauty. Una celebrazione in grande stile. Abito elegante-sportivo, sneakers ai piedi, Kevin Spacey ha partecipato come quarto giudice alla puntata d’esordio serale di Amici (in onda sabato prossimo). Niente male come partenza per il talent di Maria De Filippi. È vero, Maria ha abituato il suo pubblico ai grandi divi di Hollywood. Da Al Pacino a Robert De Niro, da Charlize Teron a John Travolta, da Julia Roberts a Dustin Hoffman fino a Matthew McCounaghey tanto per citarne alcuni, tra C’è posta e Amici son tutti passati da Canale 5. Stavolta però c’è qualcosa di più. Spacey è attore riservato, restio a ospitate e passerelle. Ma soprattutto è il magnetico protagonista di House of Cards, la serie d culto del momento giunta alla quarta stagione, da noi in esclusivissima onda su Sky Atlantic (anche Netflix che l’ha prodotta ha dovuto farsene una ragione). Dunque, nell’immaginario del telespettatore, Spacey è una star in quota Sky.

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Per il lancio delle stagioni, lui che fino a poco tempo fa viveva a Londra, dov’è stato a lungo direttore artistico dello storico Old Vic Teather (ora è tornato negli States dove fa il presidente e produttore della Relativity Media), non è mai venuto in Italia. Quest’anno ha eccezionalmente concesso tre interviste a testate italiane: Corriere della Sera, StampaStudio. Non che per il talent di Maria De Filippi sia sceso appositamente a Roma. Era già qui in vacanza privata, niente cachet milionario. Però, per tutti questi motivi, la sua presenza su una rete Mediaset ha del clamoroso, più che per altre star internazionali. Grazie alle quali De Filippi vanta un ottimo rapporto con le agenzie che si occupano di loro. E quando qualcuno di loro passa dall’Italia, è la prima a saperlo.

Durante la registrazione della puntata, sabato scorso Spacey è stato cordiale ma professionale, friendly con gli altri giudici – Sabrina Ferilli, Loredana Bertè, Anna Oxa e Morgan – quel poco che il meccanismo della traduzione curata da Olga Fernando gli ha permesso. Anche un filo sovrappeso, come appare negli episodi attuali di HoC, in una forma non proprio consona al diabolico presidente americano Frank Underwood. Che, infatti, sta facendosi rubare la scena dalla first lady, più che mai determinata a conquistare la vicepresidenza, in un percorso che sembra ricalcare quello di Hillary Clinton. Ad Amici Spacey ha giudicato le esibizioni dei ragazzi, squadra bianca e squadra blu, ha distribuito qualche consiglio, ha scherzato con Maria. Ma degli Intrighi del potere della Casa Bianca non s’è fatto cenno. E a quanto pare nemmeno nell’intervista esclusiva che, per completare il giro delle grandi testate italiane, nell’occasione ha concesso a Repubblica. Accordi blindati: mai fare pubblicità a Sky, nemico dichiarato.

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Il quale, per rilanciare, ora potrebbe trovare il modo di esibire la fascinosissima Robin Wright, la machiavellica Claire Underwood…

Il Celentano divertito che elogia Lucarelli bastian contrario

Celentano è tutti noi. È il mito, l’icona, il perfetto arcitaliano, intelligente, arguto e pop allo stesso tempo. Come si fa a contraddirlo? Impossibile: ha ragione per contratto. Ha ragione per default. Ok? Perfetto! Poi però cominciamo a leggere e proviamo a ragionare. Adriano, nome di battesimo, è anche un istintivo, un bambino grande, geniale e adorabile allo stesso tempo. E lo è ancor più quando non ha vicino Claudia Mori, l’anima sanamente cinica della coppia. Bene, l’altra sera “Claudia era particolarmente stanca e per una volta è andata a letto presto e senza di me”, scrive lui sul blog Ilmondodiadriano.it  parlando di Eccezionale veramente trasmesso da La7. “Tutto a un tratto mi accorgo di essere in compagnia di quattro simpatici e una ragazza non solo simpatica, ma arguta. A partire dal bravissimo Gabriele Cirilli, Paolo Ruffini, Abatantuono e l’amico Renato con il quale ho condiviso due film di successo. E poi lei, l’affascinante Selvaggia che fra i giurati, devo dire, lei è quella che ci azzecca più di tutti”.

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Sopra le righe del post una foto mentre si sganascia, a sottolineare che la sera dello show ha “riso parecchio!”. Beato lui. Poche cose sono più opinabili di ciò che fa veramente ridere. Soprattutto se non siamo di fronte a campioni della comicità come l’altra sera. Lo dimostrano anche le valutazioni discordanti dei tre giudici e dell’impareggiabile Renato Pozzetto.

E lo dimostrano anche le frequenti e convincenti bocciature “dell’affascinante Selvaggia che fra i giurati è quella che ci azzecca più di tutti”. Adriano invece si è divertito assai e ha “riso parecchio!”, col punto esclamativo. Mah…

Nuove nomine, cloni e format prendono la Rai

Campo Dall’Orto ci ha preso gusto. E anche i suoi direttori freschi di nomina. Batti il ferro finché è caldo, ed ecco un’altra infornata di esterni, vocabolo che fa inviperire quelli dell’Usigrai. Nel breve volgere di un paio di giorni e un CdA, CDO ha sciorinato altre tre new entry. Prima: Massimo Coppola, consulente editoriale della direzione generale per le strategie e i prodotti. Proviene da Rolling Stone (direttore), ha sul groppone la chiusura della casa editrice Isbn e il flop di Masterpiece su Raitre. Ma soprattutto, andando un po’ più indietro, è stato a lungo nella Mtv di Dall’Orto. Eccoli di nuovo insieme. Seconda nomina: Francesca Canetta, vicedirettrice a Raidue, quella capeggiata da Ilaria Dallatana, ex braccio destro di Giorgio Gori a Canale 5 e poi in Magnolia, dove tutti tre hanno realizzato L’Isola dei Famosi, Masterchef, Pechino Express, Ma come ti vesti? per Real Time eccetera. Grandi lavoratrici, Canetta e Dallatana sono di nuovo insieme (Gori sorveglia a distanza). Terza nomina: Alessandro Lostia, vicedirettore di Raitre, arriva da FremantleMedia (capo dei creativi e supervisore di produzioni come X FactorThe Apprentice e il solito Masterpiece), ma andando agli esordi si trova la formazione al marketing editoriale in Fininvest, la fondazione di Stand by me (la società di Simona Ercolani) e, tra il 2006 e il 2009, la direzione dei programmi di La7 nel periodo in cui Daria Bignardi conduceva Le Invasioni barbariche (e, per un anno, Campo Dall’Orto dirigeva la rete). Anche loro sono di nuovo insieme.

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Ora, non c’è nulla di male a ricreare la squadra, tanto più se si tratta, come sembra, di lavoratori e professionisti competenti. Però, ci sono alcuni interessanti però. E cioè, primo: che per i motivi di cui sopra, si tratta di gente molto ben pagata, diciamo molto molto vicina al tetto degli stipendi per i manager pubblici, e ora questi stipendi usciranno in gran parte dal canone. Qui, più che la creazione della squadra, sembra che i big abbiano chiesto e ottenuto di lavorare con un loro clone, Coppola per Campo Dall’Orto, Canetta per Dallatana, Lostia per Bignardi. È solo questa clonazione a spiegare perché, ahimé, non era possibile rintracciare dei vice validi tra 13mila dipendenti Rai. Scegliere all’esterno i direttori di rete per imprimere una svolta ci può stare, ma raddoppiare le nomine forse un po’ meno. Magari può essere utile farsi affiancare da qualcuno che conosce come si apre la cassetta degli attrezzi di Viale Mazzini. Secondo però: i prescelti hanno in comune la provenienza nordica, Milano, Torino, Parma, ma in azienda sono sinteticamente targati come “i milanesi”, a testimonianza che la milanesizzazione della Rai non è universalmente gradita. Infine, terzo elemento comune ai neonominati, la militanza nelle aziende che hanno finora venduto programmi alla tv pubblica e, conflitti d’interessi a parte, la conseguente formatizzazione della Rai è qualcosa più che una vaga ipotesi.

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A completare l’operazione, si parla con insistenza di Peppi Nocera tra i consulenti di Raidue. Autore tv molto conosciuto, ha firmato molte edizioni dell’Isola dei Famosi, compresa quella in corso, e di X Factor. Ma andando un po’ indietro si trovano Stranamore, Matricole, Meteore per le reti Mediaset. E, più di recente, un romanzo intitolato La presentatrice morta.

Maurizio Costanzo e il prestigio da proteggere

Questo è un post difficile da scrivere, roba delicata. Però, ragazzi… Intanto c’è la notizia. E poi, le difficoltà arrapano. Dunque, la notizia. Dal 14 marzo, salvo improbabili cambiamenti dell’ultim’ora, Maurizio Costanzo condurrà una striscia quotidiana su Rai Premium (decisione del precedente direttore, Roberto Nepote). Dal lunedì al venerdì, alle 13,30, dialogherà per una mezz’oretta con qualche ospite su un fatto o un personaggio di giornata. Ennesima rubrica dopo Tutte le mattine e Buon Pomeriggio su Canale 5, Stella su SkyVivo e altre varie, tra le quali il gioiello intimista S’è fatta notte con Enrico Vaime, su Raiuno. Titolo della nuova quotidiana: Parliamone. Niente d’impegnativo, ma molto di confidenziale, com’è nel suo stile. Un modo per entrare in famiglia, per stabilire quella complicità del buon senso che è da sempre la cifra di gran parte della sua televisione. Rai Premium è la rete di fiction della tv pubblica, dove già nell’autunno Costanzo aveva proposto Memory, sei puntate sui grandi sceneggiati dagli anni ’50 a oggi. La striscia quotidiana, però, è un’altra cosa. Soprattutto per l’impegno e l’energia che richiede. E che all’età di 77 anni Costanzo mostra ancora di avere. Soprattutto, mostra di avere ancora fame di visibilità. Lui stesso si è sempre dichiarato “bulimico”, quasi famelico di presenza in video.

Vedremo come sarà questo Parliamone. Ma le ultime apparizioni del grande giornalista non sempre sono state all’altezza del suo blasone. Le serate autunnali su Retequattro del Maurizio Costanzo Show sono andate così così (3,5-4,5 per cento, con chiusura al 5,6 per la puntata finale) e per la nuova serie bisognerà attendere aprile-maggio, forse non di domenica sera, come lui preferirebbe. Anche perché, va ricordato, proprio nel giorno festivo, Costanzo firma Domenica in, il programma di punta della concorrenza, come capo degli autori. Tornando alla striscia, l’inventore del talk show italiano ne firma anche un’altra su TgCom24, tutte le mattine verso le 10,30. S’intitola Sussurri e grida durante la quale legge e commenta tre dati di ascolto dei programmi della sera prima che l’Auditel ha appena diffuso (oggi per esempio ha letto gli ascolti di The Voice, di Chi l’ha visto? e de La Gabbia di “Gianluca Paragone”, che in realtà si chiama Gianluigi, a chi non capita di sbagliare un nome…). Si tratta di una cosa molto breve, una pillola, poco più. Di sicuro insufficiente a saziare la dipendenza dalla luce rossa della telecamera che colpisce molti mostri sacri (da Baudo alla Carrà), tanto più trattandosi di un collegamento telefonico.

E qui viene la parte difficile del discorso che, con affetto e senza presunzione, mi limito a porre in forma interrogativa. È sicuro Costanzo, padre storico della televisione italiana, che tutte queste apparizioni siano all’altezza del suo prestigio? Non gli converrebbe rispettare maggiormente la sua autorevolezza, privilegiando la qualità sulla quantità?

Aldo Grasso e il montaggio che non c’è

Ha totalmente ragione Aldo Grasso su Maggioranza assoluta, il nuovo programma di Italia Uno condotto da Pierluigi Pardo, partito giovedì scorso in seconda serata. Come chiamarlo? Un talk show sul modello delle primarie americane? Cinque concorrenti si sfidano su temi di attualità (unioni civili, sex revolution, illegittima difesa: tutta roba super complicata) in base alla “forza delle idee” e il pubblico decide chi eliminare attraverso il televoto e i social media. Per la prima puntata gli sfidanti erano Roberto Formigoni, Vladimir Luxuria, Filippo Facci, Francesca Barra e il comico Andrea Pucci, tutti frequentatori abituali a vario titolo di altri programmi, in particolare delle reti Mediaset. Tutti personaggi del rutilante mondo vip che trasmettono la vaga sensazione di avere un’occupazione principale che gli va stretta e di volere fare altro. Anche il conduttore, giornalista sportivo, telecronista di calcio e conduttore di Tiki Taka, con questo programma si lancia nel dorato mondo dei talk. Il fatto è che l’insieme, progetto format ospiti e conduttore, manca di credibilità.

Ha dunque ragione Aldo Grasso: di un programma così non si sentiva il bisogno. Dove purtroppo il re dei critici televisivi ha meno ragione è quando scrive che la regia di Roberto Cenci è “a stento salvata dal montaggio”. Montaggio? Ma con le eleminazioni determinate dal televoto e dai social non è un programma in diretta? Anche Omero ogni tanto sonnecchia…

Campo Dall’Orto e il suo campo libero

Ancora un paio di riflessioni a mente fredda sulle nomine Rai. In questi giorni abbiamo letto del filo rosso, anzi rosa, delle candidate renziane. Del filo rosso del Grande Fratello. Del filo rosso di Giorgio Gori che, va ricordato, oltre a Bignardi e Dallatana, ha televisivamente allevato anche Antonio Campo Dall’Orto (il Superdg fu suo assistente a Canale 5 e i due tuttora si frequentano). Abbiamo letto del fattore Anzaldi… E che l’ex-conduttrice delle Invasioni barbariche è stata chiamata dopo che Andrea Salerno aveva troppo sbandierato la sua nomina. E che Andrea Fabiano è stato scelto dopo la rinuncia di Tinni Andreatta che ha preferito restare alla fiction. Ok, tutte cose vere o quasi.

Ora però vorrei prenderla da un’altra angolazione. I tre prescelti sono all’altezza dell’incarico? Che cosa si auspica sia un direttore di rete? Un buon funzionario? Un esecutore d’indicazioni altrui? Un confezionatore di format? O una persona che capisce di tv, un editore con una visione originale, che sappia dirigere professionisti e artisti in forza di competenza autorevolezza carisma e progettualità riconosciute. Sapremo dai risultati visibili nella prossima stagione se i prescelti soddisfano queste esigenze. Per ora non pare una buona partenza l’esordio di Bignardi: “la logica degli ascolti è un’anomalia”.

Ma torniamo ai neodirettori. Fabiano, quarantenne di Bari era divenuto vice di Giancarlo Leone provenendo dal marketing strategico governato da Carlo Nardello, fedelissimo di Gubitosi. Anche se ora i due professano affetto reciproco, fu proprio l’ex dg, che notoriamente non stravedeva per Leone, a piazzare lì Fabiano per sorvegliarne l’opera (ad un certo punto sembrava volesse addirittura spostare lo stesso Nardello in cima a Raiuno). Sul curriculum professionale di Ilaria Dallatana e Daria Bignardi è già stato scritto molto e passo oltre. Per comprendere come potrebbero andare le cose dalle parti di Viale Mazzini, soprattutto se si parla di “prima azienda culturale italiana”, ci può aiutare la memoria dei direttori che furono. Ecco qualche nome alla rinfusa: Carlo Fuscagni, Giampaolo Sodano, Angelo Gugliemi, Carlo Freccero, Agostino Saccà, Antonio Marano, solo per restare in Rai. Giorgio Gori, il presunto kingmaker di queste nomine (ha strasmentito), oltre al solito Freccero, per guardare in Mediaset. Obiettivamente, il confronto col presente è molto sbilanciato, se non proprio ìmpari. Non sarà che – magari forse potrebbe essere alla lontana – con i “superpoteri” di cui dispone, il Superdg ha scelto dei direttori così perché in questo modo, alla fine, la tv la fa lui?

Che ve ne pare? E comunque, mica detto sia per forza un male…

Con Bignardi e Romagnoli, una Rai radical chic

La lista di nomi che il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto proporrà domani al Consiglio d’amministrazione della Rai contiene qualche sorpresa e non mancherà di suscitare polemiche. Nel segno della continuità la scelta per Raiuno di Andrea Fabiano, già vicedirettore di Giancarlo Leone (che passa al Coordinamento delle reti, lasciato libero da Antonio Marano candidato al timone di Rai Pubblicità). A lungo annunciata la nomina di Raidue, dove s’insedierà Ilaria Dallatana, cresciuta in Mediaset e fondatrice, con Giorgio Gori, di Magnolia (l’attuale direttore Angelo Teodoli passa a Rai4). Poco prevedibile, invece, e sicura fonte di critiche, la scelta di Daria Bignardi come candidata alla direzione di Raitre, dov’era dato in prima fila Andrea Salerno. A Raisport sarà chiamato Gabriele Romagnoli, giornalista e scrittore, firma di Repubblica, Vanity Fair oltre che direttore di GQ.

Aldilà delle proteste dell’Usigrai, che ha parlato di “schiaffo” contro i lavoratori della Rai e di “sonora sfiducia e delegittimazione”, colpisce la scelta di Bignardi, moglie di Luca Sofri, direttore de Il Post, nata televisivamente a Milano, Italia, cresciuta in Mediaset, dove ha tenuto a battesimo Il Grande Fratello (Gori direttore di Canale 5), poi approdata a La7 con Le Invasioni barbariche (una parentesi a Raidue con L’Era glaciale), talk show che vantava un numero di polemiche inversamente proporzionale agli ascolti. Un curriculum che non sembrava legittimare candidature a direzioni di rete. Ancor più se si pensa che Le Invasioni barbariche era il programma più frequentato da Renzi, fin da quando era sindaco di Firenze. Cliccatissimo sul web il video in cui, al termine di un’intervista del gennaio 2014, Sofri incrocia dietro le quinte dello studio l’allora sindaco e segretario Pd salutandolo con un “Ciao capo, ottima ottima…”.

Bignardi, come Romagnoli, è una firma di Vanity Fair, espressione dei salotti milanesi più modaioli. Ma la sua nomina servirà a rendere ancora più aspre le accuse al premier di voler addomesticare la tv pubblica. A cominciare proprio da quella Raitre che i renziani più intransigenti considerano troppo aperta a grillini e minoranza Pd.

Giannini, la Rai e la giusta distanza dalla politica

Non c’è pace in Viale Mazzini. Oggi Antonio Campo Dall’Orto assume i nuovi poteri da amministratore delegato conferiti dalla riforma voluta da Renzi, che porta sotto il controllo del governo la nomina del direttore generale, esponendolo a critiche potenziali crescenti. Anche per Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione, arrivano i primi grattacapi. Per il 5 febbraio Rainews24, il canale diretto fino a pochi mesi fa da Monica Maggioni, ha indetto una giornata di sciopero per protestare contro il ritardo nella scelta del nuovo direttore. La circostanza è quanto meno curiosa se si considerano due elementi. Il primo, che Campo Dall’Orto e Verdelli hanno già individuato in Antonio Di Bella il futuro numero uno della testata. Il secondo, che la Maggioni ha in più occasioni manifestato soddisfazione per la scelta di Verdelli. Insomma due dettagli che stabiliscono la precisa rotta di collisione della protesta di Rainews.

Anche dalle parti di Raitre le acque sono piuttosto agitate. Nel giro di 48 ore, prima Riccardo Iacona poi Massimo Giannini hanno usato i microfoni della rete per mettere i paletti all’azienda e alla politica. Ieri sera, il conduttore di Ballarò ha speso l’intero editoriale

per dare l’altolà ai renziani capeggiati da Michele Anzaldi, segretario Pd in Vigilanza, che ne aveva chiesto il licenziamento per la spericolata metafora sui “rapporti incestuosi” da lui usata a proposito del caso Boschi-Banca Etruria. “La Rai mi può licenziare. Il Pd, con tutto il rispetto, proprio no”, ha scandito Giannini, con buona pace di chi ama gli editti. Sono però arrivati i dati di ascolto della puntata, appena il 3,96 per cento di share (con sorpasso di Floris su La7) a innescare il tweet di Fabrizio Rondolino: “Gli spettatori, non il Pd o la Rai, licenziano”. Insomma, come per gli allenatori di calcio, tutto dipende dai risultati.

Domenica, invece, Iacona aveva inusualmente esternato il dissenso per la decisione dei vertici aziendali di slittare oltre la fascia protetta un servizio sul sexting e il cyberbullismo tra gli adolescenti (peraltro, piuttosto orientato, ma qui soprassediamo) all’interno di Presa diretta. In quel caso, il solito Anzaldi aveva approvato la scelta di Raitre, mentre a paventare la censura addirittura con un’interrogazione in Vigilanza era stato Michele Fratojanni di Sinistra italiana. Cioè, in quel caso i politici erano serviti…

Insomma, trovare la giusta distanza tra la Rai e la politica continua ad essere un enigma di non facile soluzione.

Mamma Rai, Papà Corriere e Rischiatutto

Mamma mia, che filippica. Dal Corriere della Sera di Luciano Fontana e Aldo Grasso non me l’aspettavo. Un pezzo intriso di telesociologia e messaggi cifrati per dire che no, su Rischiatutto di Fabio Fazio non si può. Il telequiz 2.0 su cui la Rai “punta molto” è bello, moderno, soprattutto intoccabile. Fin d’ora. Guai a dire che va in onda su Raitre anziché su Raiuno, come Fazio sognava e tanti pronosticavano. Non si sa se si siano risentiti i massimi vertici della tv pubblica, i direttori di Raitre e Raiuno o FF in persona, ma per pubblicare o far pubblicare un pezzo così qualcosa dev’esser successo in Viale Mazzini.

Come che sia, sorprende il tono della finta cronaca che ha tutta l’aria di essere una replica all’indiscrezione pubblicata una settimana fa da CaveVisioni.it. Peccato non venga citato. Ma tant’è, non si può aver tutto dalla vita… Però, la sostanza resta questa: una replica senza spiegare ai lettori l’antefatto. Che è questo.

Venerdì scorso avevo scritto su questo blog che, a differenza di come si era sempre pensato, Rischiatutto sarebbe andato in onda su Raitre e non su Raiuno. E che anche il calendario del palinsesto era cambiato: non più in primavera, bensì in autunno. Da febbraio, sulla Terza rete si sarebbe vista una striscia quotidiana con il casting dei concorrenti, mentre Raiuno avrebbe trasmesso solo una serata spot per dare appuntamento in autunno, il giovedì, sulla rete diretta da Andrea Vianello.

Fatti precisi e non smentiti dal Corriere, se non per il dettaglio che le puntate sulla Prima rete saranno due anziché una. Tutto il resto è confermato. Eppure, leggete e strabuzzate:  “La Rai ci crede a tal punto (in Rischiatutto 2.0) da spalmarlo su due stagioni (quella in corso e la prossima, in autunno) e su due reti (Rai1 e Rai3, appunto)”, scrive Renato Franco con zelante dispendio di parentesi. E continua: “Per la Rai da un lato è un progetto su cui c’è un forte investimento d’immagine,  ma dall’altro rappresenta anche un approccio nuovo. La sinergia tra le reti rientra nella nuova filosofia che la tv di Stato vuole inaugurare – s’incarica di edurre il collega – : al di là della specificità di ogni canale e delle differenze di target che ogni rete deve intercettare, la Rai intende cambiare modo di porsi e ragionare come un’unica entità. In questo senso va letto il passaggio di testimone tra reti. Questa collaborazione serve proprio a dare più forza al prodotto – prosegue volenteroso Franco – un bagno ‘popolare’ su Rai1 che ha un bacino di pubblico più ampio di Rai3 (ma dài!?) per cercare di pescare nuovi potenziali spettatori”.

E avanti così, per un’altra decina di righe di bla bla che profuma (?) di intervento da convegno o di comunicato stampa. In sintesi, di velina di Mamma Rai, preoccupata di promuovere il suo “programma patrimonio della tv pubblica e del costume italiano, ma che vuole guardare anche al futuro nelle sue declinazioni multipiattaforma”. Ma preoccupata anche di proteggere FF, il Figlio Fortunato…

Perché la streaming tv stenta a decollare

Insomma, la streaming tv in Italia non decolla. Stenta. Vivacchia. Pilucca qualche centinaia di migliaia di abbonati ai margini della platea. Qualche giorno fa Repubblica ha parlato di circa 700mila spettatori tra Sky Online, Infinity di Mediaset e Netflix. Nicchie, piccole tribù di impallinati… Ci si attendeva molto dallo sbarco in Italia del colosso di Los Gatos (quasi 75 milioni di abbonati nel mondo), ma nell’ottobre scorso, in sede di lancio, il guru Reed Hastings aveva subito placato l’euforia che agitava i fan della visione sequenziale. Puntiamo ad arrivare ad un terzo delle famiglie italiane in sette anni, aveva detto pronosticando l’andamento lento. Dopo i primi tre mesi di rodaggio, il grafico appare più piatto del previsto.

Avevano, dunque, visto giusto gli analisti e i dirigenti di Sky e Mediaset quando dicevano che l’arrivo di Netflix non li spaventava perché c’era già la loro offerta a saturare la domanda? Un po’ sì e un po’ no. Sì perché, tre soggetti di streaming tv in un mercato debole come il nostro, che peraltro attraversa una fase di crisi, sono oggettivamente tanti. No perché, a ben guardare, nemmeno loro se la passano bene. In quella fetta di 700mila fruitori di streaming tv, 280mila sono quelli connessi a Netflix (110mila i veri abbonati, gli altri ancora nel mese di prova gratuito). Dunque, sempre secondo i dati diffusi da Repubblica, tra Sky Online e Infinity restano circa 400mila abbonati.

Oltre all’eccesso di concorrenza all’interno di un mercato piccolo, un’altra delle ragioni del mancato decollo di Netflix, secondo alcuni osservatori va attribuita alla modestia dell’offerta. Pochi i contenuti esclusivi davvero imprescindibili per un servizio che si propone come un gadget d’élite. La critica ha qualche motivazione, ma non ne sono completamente convinto. Serie come Narcos o Making a Murderer o film come Shame o Spring Breakers sono prodotti di qualità. Esclusivi ed elitari quanto basta. Piuttosto, forse, mischiando nell’homepage serie e film, la loro presentazione può risultare un tantino confusa.

Allora, forse, il punto può essere un altro. Qualche settimana fa, quando raccontavo a una persona informata e di buona cultura che, con una certa fatica, mi ero finalmente collegato a Netflix, mi sono sentito rispondere “che cos’è?”. Più di recente, invece, un amico al quale ho regalato un abbonamento semestrale mi ha detto, in tutta franchezza, che i film li aveva già visti quasi tutti. Franchezza per franchezza, ho risposto che ne dubitavo. Ma ciò che dicono queste risposte, per quanto bizzarre, è che, forse, non è ancora stato ben mirato il target di riferimento. E che anche il passaparola ha bisogno di tempi lunghi se non lunghissimi. Perché, a differenza delle normali pay tv per le quali, dopo un po’, si forma la community dei fans di Gomorra piuttosto che di The Orange is the New Black, lo streaming difetta nella possibilità di condivisione. Cioè, ne ha pochissima e solo in frange decimali di spettatori. Perché, croce e delizia di questo servizio, ognuno guarda ciò che vuole, in modi e tempi assolutamente individuali se non individualisti.

Nonostante l’ottima recensione di Davide Piacenza su RivistaStudio.com, chi parla a cena con gli amici di quella tal scena di Making a Murderer?