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«La Rai tuteli e promuova la tv made in Italy»

Buongiorno Simona Ercolani, quanti programmi sta producendo per la Rai?

«In questo momento ne ho due in uscita: la seconda stagione di Non disturbare con Paola Perego, da venerdì su Rai1, e Prima dell’alba di Salvo Sottile, che proprio stasera sperimentiamo in prima serata».

Solo due programmi?

«Attualmente sì. Poi, in autunno partirà la terza stagione di Dottori in corsia, la docu-serie sull’Ospedale del Bambino Gesù e la seconda di Nuovi eroi, entrambe su Rai3. Quando si fanno le polemiche bisogna conoscere i termini del problema…».

Romana, con sangue austro-ungarico nelle vene, moglie del Fabrizio Rondolino già portavoce di Massimo D’Alema e capo della comunicazione del primo Grande Fratello, una lunga gavetta come autrice di programmi, da Chi l’ha visto? a Sfide al Festival di Sanremo, nel 2010 Simona Ercolani ha fondato Stand By Me, società di produzione di cui è Chief Executive Officer e direttore creativo. Tra le esperienze controverse, nel senso che non è chiarissimo se e quanto le abbiano giovato, ci sono un paio di regie della renziana Leopolda e l’assunzione di Fabrizio Salini in qualità di direttore generale prima che venisse nominato ad della tv pubblica. Qualche giorno fa, il commissario leghista Massimiliano Capitanio ha depositato un quesito in Vigilanza per sapere quante ore e quanti programmi la Stand By Me ha realizzato per la Rai negli ultimi cinque anni.

Conoscere i termini del problema è quanto chiede il commissario di vigilanza Capitanio.

«Lo so, ma io di problemi non ne ho. Più che contro di me, quella è un’iniziativa contro Salini che in Stand By Me ha lavorato poco più di sei mesi. È gratificante il fatto che sia stato chiamato in Rai: vuol dire che sappiamo scegliere le persone. Piuttosto sono altre le cose da sapere…».

Sentiamo.

«Se si ragiona in termini di quote di mercato, bisogna sapere che in Rai ci sono due grandi aziende – Endemol e Banijay – che si spartiscono tra l’80 e il 90% delle produzioni esterne di tutte le reti. 40, 45% a testa. Sono ottime aziende con ottimi professionisti, con le quali, in una mia precedente vita, ho proficuamente collaborato. Tuttavia, va rilevata la disparità di trattamento tra queste, che sono pur sempre aziende multinazionali, e le società italiane indipendenti».

Stand By Me è discriminata?

«Voglio dire che la Rai è azienda leader nell’audiovisivo e dovrebbe avvertire la responsabilità di favorire il made in Italy. Tradizionalmente, la creatività italiana sui contenuti è sempre stata forte, ma negli ultimi 25 anni il mercato si è spostato verso i formati internazionali. In quanto servizio pubblico, la Rai dovrebbe fare da volano della produzione originale italiana, farsi parte dirigente nella commercializzazione all’estero dei nostri contenuti, in modo che le aziende indipendenti diventino altrettanti portatori sani della cultura, dei paesaggi, dei valori italiani. In una parola, dell’italianità».

Ora che comanda Matteo Salvini anche in tv prima gli italiani?

«Qualcuno può intenderlo come un discorso sovranista, per me è un discorso italiano. Questa battaglia la faccio da sempre, non è che un bel dì mi sono svegliata sovranista. Affidandosi alle multinazionali si adattano format che nascono in Svezia, Norvegia, Olanda, America, Gran Bretagna, Israele. Non cito a caso. È più facile andare sul sicuro riproponendo un programma che ha già avuto successo all’estero che sforzarsi d’inventare qualcosa di originale, magari proposto da un’azienda più piccola».

Però le produzioni internazionali poi vengono realizzate in ogni singolo paese, quindi anche in Italia.

«Certo, ma a parte la penalizzazione delle aziende minori, i contenuti che passano sono in gran parte estranei alla nostra cultura. Non possiamo lasciarci colonizzare».

È proprio sovranista… In tempi di globalizzazione difendere la cultura nazionale non è la cosa più facile del mondo.

«Mmmh, non ne sono convinta. Noi abbiamo chiesto ai capi di Netflix che cosa cercano, giusto per capire quali proposte fare. Bene: loro, i più globali di tutti, chiedono produzioni locali che raccontino bene l’Italia. Mentre cresce la globalizzazione si aprono gli spazi per i contenuti local. Solo che bisogna crederci perché, sul piano strettamente commerciale, è chiaro che vince la logica di un format unico distribuito su venti paesi».

Quindi il suo è un discorso perdente?

«Spero di no. Mi batto. Non sono un’integralista dei contenuti nazionali, ma nemmeno un’esterofila. Ci vuole equilibrio, bilanciamento. Ma la strada per realizzarlo è solo incentivare le aziende indipendenti come la mia. Che invece siamo come panda in via d’estinzione».

Perché un’azienda che vive con il denaro pubblico e ha 13.000 dipendenti deve ricorrere a tante competenze esterne per costruire un palinsesto televisivo?

«Non ho mai gestito la Rai da dentro, ma d’istinto mi viene da dire che non sono sufficienti. La Rai ha 13 canali televisivi, le sedi regionali, i canali radiofonici, gli obblighi istituzionali che derivano dal contratto di servizio pubblico. Se non riesce a produrre di più al suo interno è perché non ce la fa. In tutto il mondo nell’audiovisivo l’outsourcing cresce».

Negli altri paesi come funziona?

«In Gran Bretagna l’80% delle produzioni indipendenti sono finanziate dagli editori free to air, non a pagamento. Mentre la Bbc ha l’obbligo di trasmettere tra il 25 e il 40% di produzioni inglesi indipendenti. Sono contraria alla contrapposizione tra produzioni interne ed esterne. Non navighiamo in un laghetto, dobbiamo prendere il mare e arrivare sull’altra costa. Costruiamo insieme la barca. Abbiamo prodotto una serie rivolta ai bambini intitolata Jams in cui si affronta con tono leggero il tema delle molestie. Questa serie ha vinto dei premi e ci hanno chiamato diversi editori internazionali perché vogliono riproporla anche nei loro paesi. È un esempio di quello che si può fare».

Prima che arrivasse Salini produceva di più per la Rai?

«I conti li faremo a fine anno. Per il momento mi sto impegnando per aumentare la mole di lavoro come fa qualsiasi imprenditore per accontentare di più i propri dipendenti. Spero di crescere ancora perché ce lo meritiamo».

Lavorava di più ai tempi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni?

«Non lavoravo di più ai tempi di Renzi e Gentiloni, sono un fornitore Rai da molti anni».

Secondo lei si possono rendere più trasparenti le procedure di assegnazione dei programmi?

«È un terreno scivoloso. Per esempio, non tutti abbiamo accesso nello stesso momento alle informazioni sui piani produttivi della tv pubblica. Continuando il paragone con gli inglesi, loro hanno creato un codice di procedura nel quale hanno fissato un calendario delle trattative, un tariffario per gli acquisti, la durata dell’esclusività. Non è detto che nuove norme garantiscano più trasparenza però ci si può provare. Anziché affidare le nomine Rai al Mef e al Parlamento si potrebbe creare una Fondazione terza nella quale coinvolgere le intelligenze migliori tra coloro che vogliono dare impulso al sistema audiovisivo».

È giusto imporre il tetto degli stipendi a chi lavora nel servizio pubblico considerando che è in gran parte finanziato dai cittadini?

«Bisogna essere consapevoli di lavorare per un ente pubblico. Credo ci debba essere un senso di responsabilità, un gentlemen agreement. Ma ricordiamoci che la Rai è un’azienda ibrida, un servizio pubblico che compete sul mercato. Il tetto degli stipendi per i manager ha un senso, ma se tagli i cachet agli artisti avranno facilità a lavorare per la concorrenza e in Rai resteranno quelli meno competitivi. L’unica via d’uscita è distinguere i canali finanziati dal canone e quelli pagati con la pubblicità che rispondono a logiche di concorrenza e di mercato».

Quelli di Fabio Fazio sono compensi coerenti con una tv pubblica?

«Penso siano proporzionati al suo valore commerciale e siano frutto di una negoziazione manageriale. Sono contraria a buttare in politica queste trattative».

Non le sembra sia stato lui il primo a buttarla in politica?

«Volevo dire che se non si è convinti del valore di Fazio bisogna avere il coraggio di proporre delle alternative. Vogliamo provare a mettere Chef Rubio su Rai1. Proviamo: io sono per la somma delle opportunità non per la riduzione. Se c’è Alessandro Giuli è giusto che ci sia anche Fazio».

Perché secondo lei Maria Giovanna Maglie non ha avuto la striscia quotidiana su Rai1?

«Sinceramente non lo so, io ero fortemente a favore e lo sono tuttora. Non solo perché è un’amica, anche se non condivido le sue posizioni su Donald Trump, ma soprattutto perché è una giornalista tosta e che buca il video, un personaggio forte con cui lavorerei volentieri».

Quali sono i programmi che è fiera di aver realizzato?

«Sfide, Sconosciuti, Jams e Dottori in corsia sull’Ospedale del Bambin Gesù».

Quelli di cui lo è un po’ meno?

«Human take control, un fallimento per Italia 1 e Un due tre stalla per Canale 5, che poi Maria De Filippi ha riadattato e portato a compimento».

Quelli che guarda per piacere personale?

«Oltre ad alcune serie di Netflix come One strange rock  e 3%, guardo i documentari su fenomeni naturali. Mi rilassano».

 

La Verità, 17 giugno 2019