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La storia vera del Forteto sembra una serie distopica

Il Forteto. S’intitolava così la docu-serie in due episodi (martedì e mercoledì 22 e 23 settembre) proposta da Crime+Investigation, il canale 118 della piattaforma Sky che ripropone casi criminali, molti dai risvolti morbosi, della cronaca nera italiana e internazionale. Il Forteto è il nome della comunità agricola creata da Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi a metà degli anni Settanta nella quale, per decenni, si sono consumati soprusi, violenze e turpitudini ai danni di minori e ragazzi disabili, giustificati da un’ideologia perversa che, grazie alle testimonianze di alcune delle vittime, ha portato alla condanna definitiva dei due fondatori e di altre 14 persone. Essendo la fama della comune già di suo particolarmente sinistra, il regista Sergio Manetti e gli altri autori non hanno avuto bisogno di aggiungere altre connotazioni per contestualizzare ciò che è accaduto nella fattoria di 500 ettari che ospitava fino a un centinaio di bambini dati in affido dal Tribunale dei minori di Firenze. Con un’inquietante somiglianza a vicende più recenti, in alcuni casi i ragazzi venivano convinti a parlare di violenze in realtà mai subite nelle famiglie d’origine. Ora bastano le testimonianze dirette dei primi ospiti e degli ex ragazzi a precipitarci nei gorghi di una comunità lager che pretendeva di sovvertire le leggi di natura, demolendo la famiglia tradizionale per esaltare quella «funzionale» in cui i bambini erano figli di tutti, i rapporti eterosessuali osteggiati, quelli omosessuali favoriti. Una comunità basata sul plagio dei più giovani e dalla quale era impossibile fuggire. Era il carisma malato di Fiesoli, intruglio di religiosità e comunitarismo, a persuadere uomini e donne che, sebbene sposati, dovevano dormire separati, concedendosi invece a lui per liberarsi dalla «materialità» dell’attrazione per l’altro sesso.

Alternati alle foto d’epoca, ai servizi dei tg, agli interventi del dibattito parlamentare del 2015 in seguito all’interrogazione presentata dall’onorevole Deborah Bergamini, i racconti degli ex ragazzi, profondamente segnati da quelle esperienze portano il telespettatore in una realtà vista solo in certe serie distopiche. Questa però non è fiction. Se gli autori hanno scelto di privilegiare le testimonianze dei protagonisti, tuttavia colpisce la totale assenza della ricostruzione del contesto di omertà e di connivenze politiche  e istituzionali che per decenni, anche dopo i richiami della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno impedito di fare luce su una situazione tanto scandalosa.

 

La Verità, 25 settembre 2020