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Con le dirette Instagram nasce la tv domestica

Astinenza da applausi. Bisogno di relazioni. Voglia di comunicare. Di divertirsi e ingannare il tempo. Ma anche, e molto, semplice esibizionismo. Eccoci su Instagram, soprattutto, o su Twitter e Facebook: sezione dirette. Sono l’ultima scoperta dell’universo social. Soprattutto il primo, quello più glamour, più patinato e lontano dalle polemiche. Le dirette sono la moda emergente al tempo del coronavirus. La forma più gettonata di evasione dai domiciliari. Un modo per mantenere il contatto con il pubblico. Per ritrovare la community. Anche una nuova forma di intrattenimento. C’è Madonna che improvvisa un concerto in bagno usando una spazzola come microfono. C’è Fiorello che borbotta per l’idea di Vittorio Colao di tenere a casa gli ultrasessantenni nella prima fase della fase 2. C’è Fabio Volo che, oltre a insegnare a fare il pane in casa, debutta con un programma dall’emblematico titolo The Orchite show. Ospiti veri e «applausi finti», a proposito. Un po’ come Miley Cirus, che ha una rubrica quotidiana, con sigla e altre starlette in rampa di lancio. O Lorenzo Jovanotti che conduce The Jova house party con musica e collegamenti per cinque ore al giorno. Qualcun altro si accontenta di tutorial per insegnare a suonare la chitarra (Alex Britti), fare gli addominali (Cristiano Ronaldo), allenarsi nei quattro stili del nuoto sul tavolo della cucina (la russa Julija Efimova). Poi ci sono gli ex calciatori che, tra un giudizio sui colleghi in attività e una goliardata, in quelli che sono talk show in tuta e infradito, si abbandonano a interminabili «quella volta che…». Il fuoriclasse di questa community è Christian Vieri, ex bomber di Juventus, Inter e Milan, che ha fatto delle dirette Instagram un format con altri ex per intrattenere i fan di tutti, riuscendo ad approdare a Porta a porta, salotto della tv vera.

La forza di questi show è l’assenza di costi, lo stile minimal, la possibilità di realizzarli quasi improvvisando, senza apparati, cameraman e tecnici vari. Uno smartphone, un computer e una buona connessione e si è in onda. Anzi, online. Dove si assembrano centinaia di migliaia di followers, in alcuni casi, sommando più social, qualche milione. Cifre da rete televisiva. Così, qualcuno si è chiesto se questo tipo di infotainment domestico potrà fare concorrenza alla televisione tradizionale. Difficile a dirsi. Viviamo una situazione che non sappiamo quanto durerà. Né se questo virus sarà l’ultimo. Quanto più si protrarrà, tanto più potranno cambiare le forme di produzione dell’audiovisivo. Forse si andrà verso una tv più semplice e meno confezionata. Sul piano dei contenuti, verso prodotti più introspettivi. Chissà. Potremmo anche assistere a una «instagramizzazione» o «socializzazione» della tv. Con lo schermo sezionato in tante foto-tessera, come un mosaico elettronico. Che, in qualche modo, riproduce l’atomizzazione che stiamo vivendo, ognuno dentro la propria casa. Un po’ come si comincia a vedere e si è visto nell’evento di Rai 1 La musica che unisce, composto di minishow di cantanti e interventi di campioni sportivi. Insomma, per la televisione può accadere ciò che sta già acadendo nel cinema, dove aumentano le produzioni a basso budget realizzate da filmaker, rispetto a quelle degli studios capeggiate da grandi cineasti.

Tendenze che la pandemia potrà enfatizzare. È questa segregazione, infatti, il volano del cambiamento. L’ozio genera iniziativa e diventa creativo. Parafrasando Blaise Pascal, l’irrequietezza dell’uomo «deriva dalla sua incapacità di stare in riposo in una stanza». Si cerca di evadere da questa «stanzialità». In assenza dell’audience e degli spettatori, i followers, altra variante del pubblico, confermano il successo e leniscono l’astinenza da applausi. Una necessità assoluta per star, artisti e attori.

Meno giustificata e più significativa è, invece, la migrazione delle persone comuni su Instagram. Da social dell’immagine e della fotografia si trasforma nel posto dello show (che significa pur sempre mostrare), dell’esibizione e dei tutorial. Neanche Paolo Landi, nel suo Instagram al tramonto (La nave di Teseo) aveva previsto un’evoluzione così rapida. Eppure, sempre più sembra che siano i social a garantirci identità. Non a caso si dice sono su Instagram, non sto su Instagram, sono su Facebook e non sto su Facebook. I social ci fanno essere e lo stato di reclusione accelera l’escalation. Oggi, chiunque, dalla massaia all’artigiano, dalla ragazza all’atleta dilettante in attesa della fase 2, spera di improvvisarsi influencer inventandosi tutorial su come si fanno le torte, si tagliano i capelli, si promuovono cosmetici, ci si tiene in forma. Con la speranza di diventare virali e conquistarsi uno spicchio di popolarità e, perché no, anche una porzione di profitto. In fondo, gli influencer che mettono in scena loro stessi, sono figli della società dello spettacolo e della televisione commerciale come le star, i vip e le celebrities. Varianti di un unico, pervadente, mantra: mi esibisco, dunque sono.

 

La Verità, 25 aprile 2020