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«Leonardo oggi non starebbe sui social»

Donnaiolo, omosessuale, poliziotto, pugile, professore, commissario e, dal 2 ottobre, Leonardo Da Vinci. Sono alcuni dei ruoli interpretati da Luca Argentero, 41enne torinese, laureato in economia, assurto a notorietà pop con la partecipazione al Grande Fratello del 2003. Chi l’avrebbe detto che un ragazzo di buona famiglia, padre della borghesia piemontese e madre siciliana di estrazione proletaria, sarebbe diventato uno degli attori più eclettici della scena italiana? E che uno così, sempre misurato e attento alle parole, sarebbe finito nell’occhio di una polemica su femminismo e romanticismo? Questo, in realtà, qualcuno poteva dirlo, considerato il conformismo dilagante che Bret Easton Ellis chiama «totalitarismo dei buoni». Ma tant’è. Nella homepage del sito di Argentero si legge: «Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che tu incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore», parola di sir Charlie Chaplin.

Nel giro di pochi giorni vedremo Argentero nei panni di Leonardo Da Vinci, in quelli di un commissario di polizia e in quelli di sé stesso, narratore a teatro delle vite di tre grandi sportivi. Il progetto futuro più importante, però, è il matrimonio con Cristina Marino, la ragazza di cui si proclama «follemente innamorato». Auguri.

Cominciamo da Io, Leonardo, produzione SkyArte e distribuzione Lucky Red. Protagonista del docufilm è la mente di uno dei più grandi geni della storia. Che cos’è l’incoscienza?

«Accettare un ruolo del genere, un’incoscienza compensata dalla qualità e dall’esperienza di SkyArte nella produzione di questo genere di film. A pensarci bene, un certo grado di azzardo c’è interpretando qualsiasi personaggio. Questo è un prodotto diverso, con elementi di storia e di arte, trattati con il linguaggio della fiction e del documentario. In passato il pubblico ha mostrato di apprezzare questo tipo di racconto. Sono fiducioso».

Come si entra nella mente di Leonardo?

«Studiando, provando a capire chi erano i suoi genitori, com’è cresciuto, com’è diventato quell’uomo lì. Sono le domande che si pone la sceneggiatura che indaga non solo il genio, la vita e le opere, ma tutta l’umanità del protagonista, con i momenti di fragilità e gli incidenti di una persona normale».

Per esempio?

«Il rapporto con il padre, che non gli ha mai detto “ti voglio bene”, e neanche “bravo” in occasione dei primi successi, perché non riconosceva le doti del figlio. La mancanza di una madre, che non ha mai potuto frequentare. Insomma, una giovinezza non proprio felice, che lo ha condizionato per il resto dell’esistenza».

Per indossare i panni del medico ha frequentato un ospedale, per interpretare Tiberio Mitri ha lavorato duro in palestra… Come ci si prepara a essere Leonardo Da Vinci?

«Oltre ai miei approfondimenti, ci ha pensato il regista a fornirmi la documentazione necessaria. Ho lavorato gomito a gomito con Jesus Garces Lambert, un regista di grande sensibilità teatrale che mi ha aiutato a immedesimarmi nel corpo di Leonardo. Infine, c’è stato il lavoro di gruppo con tutto il cast».

Qual è la contemporaneità di Leonardo?

«Forse un invito a rallentare per andare in profondità, un invito a frenare la velocità di questo mondo digitale. Leonardo s’interrogava su tutto e rifuggiva la superficialità. Oggi siamo abituati al mordi e fuggi dei social, ai 140 caratteri di Twitter che, più o meno, corrispondono al titolo di un articolo. Leonardo ci insegna a leggere l’articolo per intero. A chi lo accusava di essere lento rispondeva che non si può mettere fretta a un lavoro fatto bene».

Al cinema questo film sarà un evento speciale come Caravaggio – l’anima e il sangue e Michelangelo – Infinito prima di andare in onda su SkyArte?

«Stavolta la scommessa è restare in sala finché ne avrà la forza».

Si è affermato con un reality show, poi ha recitato nelle serie e nella commedia al cinema: che cosa aggiunge un film d’arte al suo curriculum?

«Sono abbastanza pragmatico. Se sei un buon professionista il lavoro porta lavoro, magari con lo stesso regista che ti ha già apprezzato. Da un set non mi aspetto mai nulla. Quando un film esce al cinema sei già sbilanciato su altri progetti per il fatto che passa molto tempo da quando cominci a lavorarci. Sono molto curioso di vedere se piace».

Una settimana dopo l’uscita di Io, Leonardo, arriverà anche Brave ragazze: che storia è?

«È un film tratto da una storia vera accaduta in Francia negli anni Ottanta. Quattro ragazze che conducono una vita precaria decidono di svoltare rapinando una banca. Per farlo, si travestono da uomini. La cosa funziona e, una alla volta, le banche diventano una decina. Proprio il travestimento le rende imprendibili, finché… Io interpreto il commissario che indaga su questi furti».

In novembre, invece, ripartirà la tournée a teatro di È questa la vita che sognavo da bambino, tre storie di uomini di sport. Walter Bonatti e Alberto Tomba si possono capire, Luisin Malabrocca, la prima maglia nera al Giro d’Italia invece è una scelta bizzarra.

«Non volevo raccontare tre vincenti tradizionali, ma tre modi di intendere la vita e lo sport, qualcosa che ha contribuito alla mia formazione personale. Luisin Malabrocca aveva capito che si può vincere anche senza arrivare sul gradino più alto. Visibilità, premi… Era uno dei migliori passisti del Giro, ma un perdente consapevole che si era accorto di guadagnare di più arrivando ultimo anziché sesto o settimo. In un certo senso, è stato l’inventore del marketing nello sport».

Che discipline ha praticato?

«Il tennis, non con i risultati cui ambivo. In montagna e nello sci invece sono bravino».

Dopo l’ultimo mondiale vinto si è detto che Federica Pellegrini è la più grande atleta italiana di tutti i tempi: per lei?

«Per me come Tomba non c’è nessuno».

Federer o Nadal?

«Federer».

In Italia, Fognini o Berrettini?

«Fognini. Chissenefrega delle intemperanze, un talento cristallino».

Nel calcio, Pelé o Maradona?

«Pelé. Di Maradona non ho condiviso alcune scelte personali».

Garrone o Sorrentino, anche se non sono sportivi?

«Molto difficile scegliere… Da spettatore direi Garrone».

Che cos’è l’eclettismo per lei?

«Più che cambiare ruoli, affrontare più generi, passare dal dramma alla commedia, dalla farsa del film di Natale ad uno storico o d’autore».

Che cos’è il Caffè onlus?

«Un’iniziativa di solidarietà realizzata con alcuni amici dell’università che riprende la tradizione del caffè sospeso napoletano: chi beve un caffè ne paga uno per il cliente successivo, senza sapere chi sarà. Un piccolo gesto di generosità. Ogni settimana scegliamo una onlus diversa da promuovere attraverso la comunicazione dei nostri canali grazie al dono del valore di un caffè».

Le piace la figura dell’attore impegnato o militante?

«Dipende dal tipo di messaggio. La politica non sempre si sposa con l’arte. Personalmente, scelgo di non parlare di politica per non influenzare i ragazzi attraverso parole che possono essere imprudenti. Preferisco che si facciano un’opinione documentandosi sull’attività di chi politica la fa davvero. Se invece parliamo di solidarietà, credo si possa trovare l’occasione per veicolare un messaggio positivo».

Ha condiviso la dedica di Luca Marinelli alle ong della Coppa Volpi?

«Se lui si sentiva, ha fatto bene a farlo. Era il suo spazio e ha espresso il suo pensiero».

Vorrei farle i complimenti per l’intervista a Gq in cui diceva che ci tiene a essere il maschio della coppia e a difendere una certa galanteria dell’uomo.

«Forse i complimenti sono troppo. Sono stato frainteso e, forse, ero realmente fraintendibile. Mi sono già scusato più volte per aver utilizzato in modo improprio alcuni termini».

Per esempio?

«Dicendo che la mia fidanzata è poco femminista non volevo essere irrispettoso nei confronti delle lotte delle donne. Volevo sottolineare che, pur essendo un’ottima imprenditrice, allo stesso tempo le fa piacere prendersi cura di me. Mi spiace se una parte delle donne si è sentita offesa, io non volevo criticare il femminismo, un termine che forse ho usato in modo improprio, ma solo raccontare ciò che amo della donna che è al mio fianco».

Le donne possono non essere femministe?

«Mi astengo da ogni altro commento».

Quanto pensa la stia aiutando avere alle spalle una famiglia tradizionale?

«Moltissimo, non smetto di ringraziare i miei genitori. Anche oggi, se ho un problema, può capitarmi di chiamare mio padre per un suggerimento. Ritengo sia un privilegio poterlo fare».

Parlando dei suoi genitori e del suo lavoro, pensa che la loro diversa estrazione l’abbia aiutata a interpretare ruoli molto differenti tra loro?

«Mi stupisco da solo del paniere di ruoli impersonati. È un viaggio davvero ricco, non so se sia retaggio familiare, del fatto di essere cresciuto in una famiglia nella quale si parlavano dialetti reciprocamente incomprensibili. Questo, forse, mi aiuta negli accenti e nelle parlate. Spero che la varietà interpretativa sia anche merito di una certa affidabilità, della professionalità con la quale rispondo alle opportunità che mi vengono offerte e al rispetto del lavoro degli altri».

È questa la vita che sognava da bambino?

«È molto meglio. Non ricordo esattamente quale vita sognassi, ma quella che faccio mi piace molto».

 

La Verità, 29 settembre 2019