moscamondadori-cavevisioni.it

«L’eucaristia? È più contemporanea dei social»

Per capire chi incontro oggi serve studiare l’albero genealogico. Il padre era Paolo Mosca, giornalista e autore televisivo, a sua volta figlio di Giovanni Mosca, anche lui giornalista, umorista, drammaturgo; la madre è Nicoletta Mondadori, figlia di Alberto Mondadori, primogenito del fondatore.

Di suo, Arnoldo Mosca Mondadori è poeta, saggista, mistico, editore di idee, già presidente del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e molto altro ancora. In questi casi, l’istinto del giornalista è: ma lo stipendio? E… concretamente? Concretamente, Mosca Mondadori ha 47 anni, è sposato con Caterina, ricercatrice universitaria, padre di tre figli (Martino, Lucia e Cristina), abita sui Navigli, di fronte alla casa di Alda Merini, di cui ha curato l’opera mistica dal 1996 fino alla morte nel 2009. Dalla sua penna sono appena usciti Canto a Cristo (Morcelliana), raccolta di liriche di forte impronta contemplativa, e Sei fuoco e amore (Sperling & Kupfer), antologia di poesie di Alda Merini da lui curata e accompagnata da una folgorante introduzione.

Come si convive con questi cognomi?

«Sentirmi prima di tutto figlio di Dio, grazie a una scoperta fatta da bambino, mi ha liberato da eventuali imbarazzi relativi alle discendenze. Ho potuto cogliere il meglio della mia famiglia. Il nonno Giovanni, una persona di grande sensibilità, mi leggeva il suo libro Ricordi di scuola, e io ero più attento alla sua arte che al cognome. Poi c’era nonna Virginia Mondadori, moglie di Alberto, che fu costretto a liquidare la società del Saggiatore perché versava in difficoltà economiche. Ma pur essendo abituata all’agiatezza, quando dovette ridurre il suo tenore di vita, non perse serenità: era distaccata dal denaro».

Anche Arnoldo abbinato al cognome dev’essere stato un bell’impegno…

«Nel giugno 1971 mio bisnonno stava morendo e io per nascere. Quando mia madre andò a trovarlo, lui le mise una mano sulla pancia e le disse: “Questo lo proteggo io dal cielo”».

Un destino nell’editoria?

«Soprattutto nel rapporto con gli artisti».

Perché?

«Se sono autentici, trovo che in loro vi sia un contatto privilegiato con il mistero. L’ho constatato con Alda Merini, con Mimmo Paladino, Ennio Morricone, Jannis Kounellis, Carla Accardi. Alcuni artisti sono in qualche modo scelti per espandere la bellezza del divino. Come disse Paolo VI in un famoso discorso rivolto anche a persone lontane dalla Chiesa, come Giacomo Manzù o Renato Guttuso».

Poeta, editore, presidente del Conservatorio di Milano, membro del Cda della Fondazione Cariplo: qual è la sua professione?

«Questa domanda me la fanno in tanti. Ma prima del fare viene l’essere. Perciò riparto dall’eucaristia, l’azione deriva dalla contemplazione. I diversi lavori hanno come comune denominatore la preghiera».

Finora è andato tutto bene?

«La Provvidenza esiste e sono sempre riuscito a mantenere la famiglia. Non va dimenticato che appartengo al ramo normale dei Mondadori, che non dispone di sostanze monetarie. Devo adoperarmi per portare a casa uno stipendio e pagare un mutuo. Mi affido a quel punto del Padre nostro che dice “sia fatta la tua volontà”».

La sua attività principale?

«Il lavoro con la Fondazione Benedetta D’Intino, che si occupa dei bambini che non comunicano con la voce. Può capitare anche a chi ha avuto un ictus o ha contratto la Sla. Ci avvaliamo di medici e terapisti di grande competenza. Sono membro del Cda della Fondazione Cariplo. Nell’Orchestra dei popoli accogliamo bambini di tutte le etnie dotati di talento che ritrovano la voglia di vivere attraverso la musica. Con la Casa dello Spirito e delle Arti tentiamo di combattere l’indifferenza nei confronti dei migranti e delle persone detenute».

Qualche esempio?

«Nel carcere di Opera ex criminali ora convertiti fanno le ostie che vengono donate a molte chiese in Italia. In Mozambico abbiamo aperto un laboratorio per reinserire ex detenuti nel mondo del lavoro. A maggio ne apriremo un altro nello Sri Lanka che servirà a tenere tante donne lontane dalla prostituzione».

Com’è la sua giornata?

«Alle otto di mattina sono nella chiesa di San Vincenzo in Prato. L’eucaristia è il mio primo cibo. Poi registro i pensieri che mi vengono dopo la comunione. A quel punto posso cominciare a lavorare».

Cioè?

«Essere a servizio. Creare ponti tra realtà culturali e sociali. Credo sia importante, c’è una tendenza alla chiusura. Lavoro con le istituzioni, cerco di creare un welfare sociale. Vuole vedere la mia agenda?».

Perché no?

«Ecco. L’altro giorno ero a Bergamo per organizzare una mostra. Poi sono andato a trovare un malato di Sla sul quale vorrei fare un film e ho incontrato il poeta Miro Silvera. Inoltre, mi sto occupando del percorso della croce fatta con il legno dei barconi dei migranti affondati nel Mediterraneo che, dopo aver percorso Italia e Spagna, vista da 4 milioni di persone, andrà in Sudamerica».

Iniziativa lodevole, ma non genera profitti.

«Il punto è trovare un equilibrio tra ciò che si può guadagnare per mantenere la famiglia e ciò che si può fare senza un ritorno economico. Il volontariato è un fattore di moltiplicazione».

In che modo?

«Le faccio un esempio. Quando mi occupavo del conservatorio venne un cantante lirico che cercava lavoro. Si chiama Marco Voleri. “Prova a cantarmi Panis angelicus”, gli dissi. Subito avvertii qualcosa di particolare: “C’è qualcosa che non mi dici”. “Sono malato di sclerosi multipla, ma non lo dico a nessuno per non perdere i lavori”. “Dobbiamo fare il contrario. Scriverai un libro per raccontare la tua storia: la tua debolezza può diventare la tua forza”. Il libro s’intitola Sintomi di felicità. Ora lo chiamano ovunque nel mondo, si è sposato e ha un figlio».

Quando cambiò la sua vita? 

«Avevo nove anni e partecipavo al rito della seconda comunione. Eravamo tanti bambini, in un prato. Quando ricevetti l’ostia mi sentii invaso da una sensazione indicibile: una ferita nel cuore e allo stesso tempo una gioia immensa. Mi chiesi da dove provenisse questo pane e mi sentii rispondere: “Viene dal cielo”».

Sono trascorsi quasi 40 anni…

«Anche se non frequentavo il catechismo, appena passavo davanti a una chiesa dove si celebrava la messa, entravo in uno stato di pace che colmava il mio essere. Questo avviene tuttora».

Partecipa a qualche gruppo di adorazione eucaristica?

«No. Entro in qualsiasi chiesa e sosto davanti al Tabernacolo. In questa epoca tutta virtuale, l’eucaristia è di una contemporaneità impressionante, è la possibilità di stare a tu per tu. Chi chiese al Curato d’Ars cosa facesse per ore da solo in chiesa si sentì rispondere: “Io Lo guardo e Lui mi guarda”».

La sua fede si è consolidata per il protrarsi di quell’esperienza estatica?

«L’eucaristia è la possibilità di stare di fronte alla bellezza di Cristo, il Dio che si fa carne. In nessuna religione c’è qualcosa di paragonabile a questa bellezza».

Cosa ne pensa sua moglie?

«Si è riavvicinata alla Chiesa dopo il nostro matrimonio. Ha una purezza naturale, ha insegnato più lei a me che io a lei».

Cosa pensa del fatto che anche Madre Teresa di Calcutta patì il silenzio di Dio?

«Ci sono momenti di prova nei quali sembra di vivere come dentro la notte. In quei momenti si vede quanto la fede è vera. Perché, avendo sperimentato la luce, l’anima si fida nonostante il buio del momento. È una pedagogia di Dio che, per renderci più umili, certe volte ci fa sperimentare l’apparente assenza».

Da dove sgorgano espressioni come «Fa che io mi abbandoni a Te/ come un relitto», oppure: «Sei più vicino a me che io a me stesso», contenute in Canto a Cristo?

«Sono espressioni che scaturiscono dopo l’eucaristia. Il contatto con Cristo risveglia la voce dell’anima. Questo piccolo libro è una raccolta di preghiere di ringraziamento».

libromerini-cavevisioni.it

Che cosa l’ha fatta sospettare che Alda Merini possedesse una dimensione mistica?

«Quando vidi il suo sguardo intuii che i suoi occhi guardavano oltre. Poi mi colpì il suo carisma. Nonostante in quel tempo fosse uscito un articolo in cui si sosteneva che Alda non fosse credente, io non concordavo. Avevo letto le sue prime opere come Paura di Dio o La presenza di Orfeo e sapevo che non era così».

Lei trascriveva o anche ispirava le sue poesie?

«Le proponevo un tema. Dopo un po’ lei iniziava a dettare. Chiamava al telefono a qualsiasi ora del giorno e della notte… Squillava il telefono e, dopo un momento di silenzio, mi diceva “Scrivi”, come obbedisse a un’altra voce più grande della sua. Dopo le prime 10 o 15 poesie c’era sempre una pausa. Aspettavo, rileggevo, la incoraggiavo. Per esempio nel Cantico dei vangeli mancava una lirica su Pietro. Lei aggiungeva e poco alla volta si strutturava il libro. Si capiva quando una poesia concludeva l’opera».

Ci vuole ricordare un aneddoto di Alda Merini?

«Uno dei suoi ultimi momenti, quando si tolse l’apparecchio per l’ossigeno e si accese una sigaretta. Il suo amico Silvio Bordoni le disse: “Signora Merini, non è il caso che lei fumi”. “Caro Bordoni, ormai mi rimane questa sigaretta e il primo bacio di Gesù”. Fu la sua ultima poesia».

Anche con Morricone ha un rapporto privilegiato?

«Una bellissima amicizia. Gli ho regalato una di queste piccole croci. Tenendola in mano ha cominciato a intonare un canto, poi ha chiamato il suo tecnico del suono e ha composto La voce dei sommersi dedicata alle persone innocenti che muoiono in mare».

 

Chi è la persona con cui più si confida?

«Anna Maria Cànopi, la madre badessa delle benedettine di clausura dell’Isola San Giulio sul lago d’Orta».

Come trascorrerà il Natale?

«In semplicità, con mia moglie e i miei bambini. Guardando alla capacità naturale dei bambini di stupirsi ogni giorno re-imparo a vivere».

 

La Verità, 23 dicembre 2018