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«Con Lula in galera il Brasile è più maturo»

Il grande accusatore di Lula vive in una splendida casa sul Canal Grande. È un giornalista e scrittore italo-brasiliano. Si chiama Diogo Mainardi e da 15 anni tallona Luiz Inácio Lula da Silva, convinto che sia «un caudillo corrotto». Le due sentenze di condanna per corruzione e riciclaggio gli hanno dato ragione. Quella in appello del 25 gennaio scorso a 12 anni e un mese di reclusione ha aggravato quella di primo grado. Il corpo del reato è un attico sul litorale di San Paolo del valore di circa un milione di euro, una tangente in cambio di appalti pubblici concessi alla società di costruzioni Oas. Dopo l’ordine di arresto diramato in applicazione del verdetto del Tribunale supremo federale che ha bocciato l’ultimo ricorso della difesa, il tramonto di Lula sembra definitivo. Tuttavia, un margine d’incertezza va conservato perché i colpi di scena abbondano. L’ex presidente che si proclama innocente vorrebbe ricandidarsi alle elezioni di ottobre.

Nato nel 1962 a San Paolo, Mainardi è sposato con Anna e padre di Tito e Nico. Tito soffre di una paralisi cerebrale, causata da un grave errore medico al momento del parto. Assistito dall’avvocato e amico Romolo Bugaro (anche scrittore di successo, vedi La Verità del 10 dicembre 2017), ha ottenuto un risarcimento milionario, utilizzato in parte per le cure e in parte per l’acquisto della casa in cui vive, dalla quale si gode una vista che ricorda i dipinti del Canaletto. A pagina 53 di La caduta (Einaudi, traduzione di Tiziano Scarpa), il libro in cui ha raccontato la storia di Tito, Mainardi ha riprodotto una veduta di Giovanni Antonio Canal del 1738 su Ca’ Dario e Palazzo Corner, corredata di una freccia con didascalia: «Io sono sempre alla stessa finestra, sto cullando Tito mentre guardo il Canal Grande».

Come ha accolto il verdetto della Corte suprema contrario al ricorso di Lula?

«Sono felicissimo, la democrazia brasiliana è diventata più matura. I potenti non possono più rubare impunemente».

L’esecuzione dell’arresto è slittata: possono esserci ancora sorprese?

«Bisogna vigilare, in passato non sono mancate. Ma non credo. Il giudizio della Corte rappresenta il punto d’arrivo di Lava Jato, la Mani pulite brasiliana. Per noi è il compimento di molti anni di lavoro».

Diogo Mainardi e Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula

Diogo Mainardi e Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula

All’inizio Lula sembrava protagonista della primavera brasiliana.

«Così lo dipingevano, ma io l’ho attaccato dal primo giorno».

Ha cercato di farlo cadere «per sport. C’è chi pesca. C’è chi caccia. Io no. Io cerco di far cadere Lula», parole sue: che cosa non la convinceva?

«Quella sullo sport è una battuta. Fin dall’inizio i pochi oppositori temevano che Lula portasse il Paese nel peggior bolivarismo. Io lo vedevo come un furfante che cerca di mantenersi al potere».

Non ha fatto nulla di buono?

«Ha goduto di un momento favorevole dell’economia mondiale e il Brasile è cresciuto per quattro cinque anni. Poi si è scoperto un buco finanziario enorme. La distribuzione di denaro, le elemosine ai poveri, i finanziamenti pubblici alle aziende in cambio di tangenti hanno presentato il conto. Raffinerie costate miliardi non sono state costruite».

Com’è proseguita la sua campagna?

«Il fatto che le prime denunce abbiano subito trovato conferma mi ha dato forza. Oltre cento imprenditori hanno patteggiato. Gli interventi sul magazine Veja hanno sempre avuto una certa risonanza. Poi c’era Manhattan connection, il programma che va in onda su Globo news. Infine è arrivato il sito: con Mario Sabino, amico del liceo e numero due di Veja, abbiamo fondato O’ Antagonista. Il primo post dell’1 gennaio 2015, giorno d’inizio del secondo mandato di Dilma Rousseff, ne chiedeva l’impeachment. Sembrava un’ipotesi lontana, ma c’erano le indagini di giudici molto seri. Alcuni procedimenti contro Lula attingono alle inchieste dei nostri reporter».

Il Paese però è diviso, come la Corte suprema che si è pronunciata con 6 voti favorevoli a 5. Lula ha sostenitori anche tra i magistrati.

«Perché sono stati beneficiati da lui e da Dilma Rousseff. Dal 2009 in Brasile la sentenza viene eseguita dopo il secondo grado di giudizio. Il terzo e quarto grado verificano eventuali vizi di forma e, considerati i tempi, sono spesso un tentativo per arrivare alla prescrizione».

È possibile che prima delle presidenziali Lula trovi altri modi per rimettere in discussione la condanna?

«Sarebbe preoccupante stravolgere la legge per salvare un criminale politico. Potrebbe persino finire con un golpe militare: alcuni ambienti dell’esercito fanno sapere che non accettano di essere governati da un condannato».

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