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«Il premio Strega? È nato in un borgo di 6 persone»

Dagli scarponcini da trekking che indossa e dal cane che tiene al guinzaglio s’intuisce che per Paolo Cognetti non c’è gran differenza tra metropoli e alta montagna. Si può vivere in una baita di Estoul, micro borgo sul costone del Monte Rosa, ed essere al centro del circuito mediatico. Gettonati da giornali e televisioni. Richiesti dai festival. Autori di accorate lettere al campione di calcio più amato (Gianluigi Buffon, per la cronaca). Si può circondarsi di un alone solitario, antisistema, vagamente conflittuale. E poi, quando è il momento di concedere un’intervista porre condizioni: «In questo periodo non concedo a nessuno un’ora del mio tempo», chiedendo ripetutamente se «abbiamo finito?». Cognetti lo può fare perché è l’autore di Le otto montagne (Einaudi), il romanzo che ha vinto l’ultimo Premio Strega. Una storia di formazione, di amicizia, di ribellione al padre, e di riconciliazione. Una storia di montagna. Da mesi in testa alle classifiche con le sue 200.000 copie vendute, le traduzioni in mezzo mondo, l’acquisto dei diritti per la trasposizione cinematografica. Si può fare della montagna e della sua genuinità un fatto ideologico, una base di contestazione. L’appuntamento è alla stazione della Bovisa di Milano. Poco distante c’è un bar circolo culturale, famigliare allo scrittore.

Il successo arrivato con questo romanzo autobiografico le ha cambiato la vita?

«Il libro è uscito l’8 novembre scorso. In dieci mesi abbondanti, circa 300 giorni, ho fatto 120 serate in giro a presentarlo. Vorrei starmene a casa, nel mio paese in Val d’Aosta. Invece sono sempre da una parte o dall’altra. Uso Milano, dove ho un appoggio, come trampolino per spostarmi».

Mantova, Milano, Pordenone. Voi scrittori siete dei forzati dei festival?

«È brutto negarsi, declinare gli inviti. Certo, dovrei rimettermi al lavoro. Proteggere maggiormente il tempo della scrittura. Non tanto la vita privata, di cui non sono particolarmente geloso».

La scrittura ha i suoi tempi.

«Assolutamente. Però, basta lamentele. Il libro va sostenuto in tutti i modi e i lettori sono importanti. Tanto più in un’epoca in cui non è facile averne. A Mantova c’erano 500 persone, alla Triennale qualche centinaio. Sono momenti gratificanti».

Una scena di Into the wild di Sean Penn che ha influenzato le scelte di Cognetti

Una scena di Into the wild di Sean Penn che ha influenzato le scelte di Cognetti

Che forse confliggono con la sua scelta di vita?

«Ho superato la fase della vita da eremita. Quando sono andato a vivere lassù volevo isolarmi. Avevo visto Into the wild, il film di Sean Penn tratto dal libro di John Krakauer. Ero deluso dalla vita cittadina. Si era conclusa un’esperienza politica e culturale proprio qui, in questo quartiere della Bovisa, nella quale avevo riversato molte energie. Avevo trent’anni, volevo voltare pagina. Ero un brillante studente di matematica, potevo fare la carriera universitaria, come avrebbe voluto mio padre. Invece, mi attraeva di più fare lo scrittore. Ero stato a New York, che mi aveva affascinato da ragazzo. Potevo trasferirmi lì se avessi avuto il denaro sufficiente».

A proposito di soldi, in Into the wild, il protagonista straccia le carte di credito regalate dal padre come forma di contestazione del sistema capitalista.

«Io certo non possedevo carte di credito. Fino a prima di questo libro non c’era molto da stracciare. Però in una baita di montagna puoi vivere con poco. Basta il cibo. Sono stato a lungo anche senza macchina e in montagna non è facilissimo. Ma la quotidianità era molto essenziale. Non avevo bisogno di gesti clamorosi per vivere alla maniera di Walden, vita nei boschi, il libro di Henry David Thoreau che racconta i suoi due anni di isolamento. Quel libro oltre che un’esperienza di solitudine è un esperimento di economia di sussistenza alternativa».

Perché ha scelto la montagna?

«Mi sono ricordato che quando ci venivo da bambino e adolescente ci stavo bene. Avevo letto anche Mario Rigoni Stern. Ho cercato di ricominciare dal posto che conoscevo, anche se non era esattamente quello delle vacanze infantili. A Estoul, un pugno di case in val d’Ayas, d’inverno vivono sei persone e quando sono arrivato non conoscevo nessuno».

Poi cos’è accaduto?

«Ho capito che anche lassù potevano nascere cose interessanti. La montagna non era solo un semplice luogo di fuga, un rifugio per estraniarsi. Ma il posto dove stavo bene. Che poteva essere vitale».

Come?

«Da qualche anno, con alcuni amici abbiamo fondato l’Associazione degli Urogalli che, tra l’altro, dà vita a un festival a fine luglio. Un festival nel bosco, Il richiamo della foresta. Quest’anno, tra gli altri, sono venuti Folco Terzani e Hervé Barmasse, un grande alpinista valdostano. In tre giorni sono passate 3000 persone: escursionisti, campeggiatori, famiglie con bambini per le quali abbiamo fatto delle letture comuni. Credo che poco alla volta si possa alimentare una piccola economia della montagna, fatta di attività e piccole aziende agricole. Ci sono nuclei di nuovi montanari che si stabiliscono da quelle parti. Il festival è un luogo di confronto sui loro bisogni».

Questa attività la appaga?

«Mi motiva. Spenderei anche la parola politica. Lavorare per il posto dove vivi e le persone che conosci è un modo di far politica. Sto trasformando una vecchia stalla che ho comprato in una cosa a metà tra il rifugio alpino e il circolo culturale. Al piano terra c’è una sala per mangiare e fare incontri, al primo piano una camerata con una dozzina di posti letto».

Che cosa vuole farne?

«Un punto di incontro, di scambio culturale, di turismo per amanti della montagna. Coinvolgerò anche i ragazzi delle scuole dove vado a parlare. Tengo un corso di scrittura alla Scuola Holden di Torino».

Che rapporto ha con i media?

«Non possiedo la televisione e devo riconoscere che a volte mi manca un elemento di conversazione. Il segnale della Rete, invece, non c’è proprio. Ma pensando al chiacchiericcio dei social network, non credo di perdermi nulla d’imprescindibile. Una persona di fiducia gestisce una pagina Facebook per informare i lettori delle mie iniziative pubbliche. Leggo i giornali locali per informarmi su ciò che avviene dove vivo e gli inserti culturali di Repubblica, Stampa e Corriere».

Come vive quando non è in giro a promuovere il libro?

«Al mattino di solito scrivo. È il momento in cui sono più brillante e produttivo. Al pomeriggio vado a camminare con il mio inseparabile cane, Lucky. La sera la dedico agli amici».

Paolo Cognetti dedica i pomeriggi a camminare con il suo cane Lucky

Paolo Cognetti dedica molti pomeriggi a camminare con il suo cane Lucky

In montagna i rapporti di amicizia sono più essenziali?

«Mi chiedo che cosa siano i rapporti umani nell’epoca dei social network. Mi sembra che producano frammentazione e solitudine. Amico è qualcuno con cui vai a camminare un pomeriggio. O con il quale costruisci una casa».

Come avviene nel romanzo con Bruno. È una figura reale?

«Preferisco non entrare troppo nel dettaglio».

Comunque Le otto montagne, oltre che una storia di amicizia e di fuga dalla città, è anche un libro di riconciliazione con il padre?

«Certo. Anche se per anni non ci siamo parlati, l’amore per la montagna è il valore più importante che mi ha trasmesso. Da bambino probabilmente non ero in grado di capire. Devono passare un po’ di anni per svegliarsi su certe cose».

A proposito di paternità, quel borgo è una piccola patria.

«È una patria elettiva, un luogo che mi sono scelto. È un posto dove praticare una buona autogestione. Sono vicino ai valori della sinistra anarchica e in una comunità piccola, non troppo condizionata dall’organizzazione sociale, si possono mettere in atto nuove dinamiche di accoglienza. Rispondendo all’emergenza dettata dall’arrivo degli stranieri. In un contesto così l’amicizia può sviluppare tutto il suo potenziale rivoluzionario».

Non teme che, in una comunità piccola, l’accoglienza degli stranieri possa finire per snaturarne la tradizione locale?

«Cos’è la tradizione della montagna? Mangiare la polenta?».

Me lo dica lei. Forse un fatto di storia e identità?

«Non vedo grande differenza tra chi vive in montagna e chi vive in città. Sopra la testa, al posto delle vette ci sono i grattacieli. La Valle d’Aosta è un crocevia di passaggio tra la Savoia e il Piemonte. È culla di lingue e dialetti francofoni. Non credo che vada raccontata come un luogo protetto, improvvisamente violato dall’arrivo degli stranieri. Io stesso, in un certo senso, lo sono non essendoci nato. Eppure ho la pelle bianca e parlo italiano».

In che senso l’amicizia può avere un contenuto rivoluzionario?

«Il Novecento aveva prodotto nuove forme di convivenza, aggregazioni e comunità improntate a obiettivi sociali e politici. Tutto questo patrimonio è andato smarrito. L’unica eredità che è resistita come valore irrinunciabile è la famiglia. Troppo poco per me».

Le sembra sia così? Mai come in questo momento la famiglia risulta essere in crisi, quella tradizionale innanzitutto.

«Io sento solo ragazzi dire che solo in famiglia si sentono al sicuro».

Sarà. Ma torniamo all’amicizia.

«È l’ambito dell’incontro e della scoperta dell’altro. Un modo per vivere e dare ai rapporti anche un valore sociale».

Chi sono i suoi amici?

«Persone che vivono lì. Agricoltori, nuovi montanari. Ho tutti amici che hanno figli».

E lei?

«Ho una compagna che condivide le mie scelte. Non ho fatto figli perché voglio spendere le mie energie in altro modo. La non paternità mi lascia libero di fare altre cose importanti. Lo so, per qualcuno è una scelta terribile. Altri capiranno».

 

La Verità, 24 settembre 2017