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«Il narcisismo imperversa, spero in una rivolta»

L’amico profondo. Silenzioso. Vero. Pierluigi Cappello, poeta friulano, morto di tumore il primo ottobre di un anno fa dopo una vita vissuta sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente in moto, era il grande amico di Susanna Tamaro. Da quando l’ho conosciuto in una stanza dell’ospedale di Padova mi è rimasta in mente la sua espressione mite e sorridente. Il tuo sguardo illumina il mondo (Solferino), il libro che Tamaro gli ha dedicato, si apre con Stato di quiete, una delle sue poesie più terse.

Più che una lettera indirizzata a Pierluigi è un lungo dialogo con lui, quasi un libro scritto a quattro mani sebbene lui non ci sia più.

«È vero, è stata una strana esperienza. Gli avevo promesso che avremmo fatto un libro insieme. È questo».

Paradossalmente viene da invidiarvi per l’affinità tra voi, grazie alla quale sembra che Cappello sia vivo.

«È così».

Come definirebbe il vostro rapporto?

«Una grande e silenziosa amicizia. Parlavamo di cose quasi infantili e poco di argomenti seri o dei massimi sistemi. Gli ho regalato il Manuale delle giovani marmotte che aveva sempre desiderato, e un album di aeroplani che erano la sua grande passione, come io ho quella degli insetti».

Scrive che «la capacità di stupirsi è il tratto più forte della nostra amicizia» e che «la meraviglia del bambino» è il vero «segreto della vita».

«È l’età tra gli 8 e i 10 anni, quando cominci a capire il mondo, ma hai ancora la capacità di stupirti».

Qual è l’originalità di questo libro?

«Alessandro Zaccuri su Avvenire ha scritto che abbiamo usato le parole prima della letteratura. È una definizione in cui mi riconosco. Sono parole che scaturiscono dal silenzio, da un mondo semplice ma profondo».

Qual è l’originalità della poesia di Cappello?

«È essenziale e luminosa. Una poesia che rispecchia il quotidiano, dandogli lampi d’infinito ed eterno».

Come mai qui il mondo animale è così esemplare?

«Perché è una mia grande passione fin da bambina, anche più della letteratura. Mi provoca stupore e meraviglia».

C’è il rischio di creare una religione naturalistica?

«No, assolutamente. L’animale fa parte del creato, è portatore del mistero dell’innocenza. Teologicamente parlando non ha peccato e condivide la nostra vita da testimone innocente».

Cosa pensa di certe predilezioni esasperate per gli animali?

«Quello con un cane o un gatto è un rapporto rassicurante e meno rischioso di quello che si ha con le persone. Nei momenti di crisi, gli animali possono diventare una nicchia in cui rifugiarsi. Vedo tante esagerazioni, trasmettiamo loro le nostre nevrosi. Dico sempre che bisogna trattare i cani da cani e i gatti da gatti».

Raccontando del suo studio, della stufa, dei segreti del bosco scrive che «creatività e comodità vanno raramente a braccetto»: passatismo?

«Vivo in campagna e racconto la realtà che mi circonda, ma uso il computer per scrivere. Penso che nella nostra natura ci sia un certo bisogno di scomodità: se tutto è comodo finiamo per adagiarci, per non reagire alle avversità, per non cercare nuovi orizzonti. I benefici della modernità vanno accettati e sfruttati, ma senza dimenticare i malefici».

«Ogni volta che cammino sulla nostra martoriata terra, mi sembra che la storia sia stata archiviata un po’ troppo in fretta»: su che cosa dovevamo soffermarci di più?

«Su tanti fatti. Io e Pierluigi siamo nati e cresciuti ai confini del Paese, una terra segnata dalla Prima guerra mondiale e dalla Seconda. Abbiamo cancellato tutto in fretta per dimenticare devastazioni e tragedie. Si guardava al futuro e alla ricostruzione. Ma le guerre hanno segnato intere generazioni. L’eugenetica dice che certi traumi ricadono sui figli e sui nipoti».

Per esempio?

«Mio nonno ha fatto la Grande guerra in prima linea, da ardito. Aveva visto di tutto. Ma una volta tornato non resisteva davanti a una goccia di sangue. Se ci tagliavamo un dito o ci sbucciavamo un ginocchio mia nonna ci allontanava».

«Bisogna essere il più possibile normali, dove normali vuol dire pensare sempre pensieri già pensati, suggeriti e più o meno sottilmente inculcati»: è un libro eversivo?

«Lo è. Mi ribello quando vedo che si vuole spegnere la grandezza che c’è nell’uomo. Stiamo assistendo alla sostituzione dell’idea di persona con quella di individuo. Domina il narcisismo. Non ci sono più grandi sogni. Ci si lascia vivere ponendosi solo obiettivi legati al proprio ego».

Quanta responsabilità hanno i social network?

«Parecchia, ma anche se non dobbiamo demonizzarli dobbiamo essere consapevoli della manipolazione che operano. I social buttano benzina sul nostro ego. Ogni pensiero fuori dalla presunta conoscenza universale diffusa dal Web viene emarginato. Non a caso viviamo un’epoca di grandi solitudini».

È molto diffidente verso il progresso.

«Non sono genericamente diffidente, ma per come vengono usate certe cosiddette conquiste. Non si può tornare indietro, le nuove tecnologie portano benefici. Io la pagina Facebook ce l’ho e mi piace aggiornarla perché è utile nei rapporti. Dipende sempre da come la usi».

Più vantaggi o svantaggi dalla rivoluzione digitale?

«Nei campi della ricerca, della medicina e delle scienze è indubbio che ci siano molti vantaggi. Ma a livello personale le nuove tecnologie sono farmaci da assumere con cautela perché possono allontanare dalla vita reale. Il bullismo una volta non esisteva. Gli insegnanti sapevano come fermare il prepotente. Oggi ci sono i gruppi delle mamme su Whatsapp, una specie di guinzaglio elettronico, una sciagura per la libertà della persona. Eppure, nonostante il controllo ossessivo, siamo sempre agitati».

C’erano meno pericoli.

«I genitori ci mettevano in guardia. Io e mio fratello andavamo a scuola a piedi e mia madre ci diceva di non parlare con nessuno. A un angolo della strada un signore c’invitava a casa parlando dell’acquario con i pesci. Io ci sarei andata, mio fratello si opponeva “perché la mamma ha detto di no”. E questo bastava».

Cosa sono i mandarinati dei mediocri?

«I poteri che impediscono ai talenti di emergere. Ben radicati nelle università, nella ricerca, nella letteratura. Non ammettono che qualche talento cresca fuori dal loro laboratorio, dal loro circolo di potere. Ricordo quando una gran dama della letteratura, che oggi non c’è più, preconizzava che tra vent’anni nessuno si sarebbe ricordato di me. Di anni ne son passati 25…».

Alla legge del consumare rapporti, sesso, emozioni, contrappone la pazienza del coltivare affetti, amicizia, esperienze.

«Coltivare richiede un’idea di sé e una visione dei rapporti definita. Oggi penso si stia raggiungendo il primato del consumismo. Ma non dispero, penso che soprattutto i giovani comincino a reagire perché la natura umana vuole costruire, vuole stabilità affettiva e rapporti significativi».

Scoperchiato il cielo, rimosso il mistero e anestetizzate le inquietudini cosa resta dell’uomo?

«Una figura che s’illude di essere onnipotente, ma appena si accorge di non esserlo precipita nella frustrazione e nella disperazione».

Pubblicità, economia e comunicazione ci raccontano un uomo padrone del proprio destino, mentre lei scrive che «la vita è un cavallo scosso che ci porta dove vuole».

«Viviamo in una società dominata dal mito dell’efficienza e della competizione. Tutti si mettono alla prova. In montagna si vede solo gente che corre, per oltrepassare chissà quale limite. È un’idea superomistica che censura l’esistenza del male e della sofferenza. Dobbiamo essere sorridenti, felici, realizzati. Sarebbe bello… Siamo impreparati alle difficoltà».

I giovani soprattutto?

«Perché sono super protetti. Vivono dentro una capsula e alla prima botta, alla prima difficoltà, crollano».

Che cosa voleva dire A Sparta non nascono poeti, il titolo del libro che lei e Cappello volevate scrivere insieme?

«Che la poesia nasce sempre da una fragilità. E che quest’epoca consacrata al culto dell’invincibilità ridicolizza ciò che è necessario all’uomo, come il silenzio, l’arte, la poesia».

Davanti al male, invece delle risorse per affrontarlo cerchiamo il colpevole e il risarcimento. Cosa pensa della polemica che ha investito Nadia Toffa delle Iene per aver scritto che il cancro può trasformarsi in un dono?

«Dobbiamo imparare che esiste il mistero del male. Pierluigi ha sofferto la stessa malattia e ha lottato fino alla fine. Ma non ha vinto, sebbene la sua voglia di vivere fosse assoluta».

Quando ha scoperto di avere la sindrome di Asperger?

«Un paio d’anni fa leggendo un articolo in occasione della Giornata mondiale dedicata ai malati. Letti i sintomi mi son detta: sono io. Fin da bambina ho avuto problemi di natura neurologica, ho fatto visite e controlli, ma senza mai trovare una risposta soddisfacente».

Come si manifesta?

«Non capisci bene i sentimenti degli altri. Non sai leggere con precisione ciò che avviene attorno a te. Vivi un senso di spaesamento. È una sindrome in maggioranza maschile, difficile da diagnosticare nelle ragazze».

Che cos’ha cambiato questa scoperta?

«Mi ha liberato di una parte di sofferenza e fatto superare molti sensi di colpa. Ora ho la conferma di cosa posso o non posso fare. La cosa incredibile è che mi sono aiutata da sola, dedicandomi istintivamente ad attività che hanno efficacia terapeutica, come praticare le arti marziali o occuparsi di piccoli animali come le api. Tutto questo doveva essere l’argomento di un libro, ma quando è morto Pierluigi è stato naturale dialogare con lui anche sulle nostre malattie».

Descrivete un mondo in cui dominano eugenetica, aborto, eutanasia di Stato: fantascienza o realtà?

«La spinta in questa direzione terribile è piuttosto forte. Però confido in una vera ribellione».

Da dove può venire?

«Dai giovani, liberi da condizionamenti ideologici. E dal ritorno alla dimensione dell’anima e dell’eterno che appartiene all’uomo».

 

La Verità, 30 settembre 2018