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Il noir Rai: i dissidenti sono stati dimissionati

La fine era nota. Prevista. Annunciata. L’addio di Milena Gabanelli alla Rai era nel disordine delle cose come un rigore al 90° per la Juve in epoca pre Var. L’ultimo episodio dell’ordinanza renziana che colpisce i giornalisti non ossequienti non stupisce più di tanto. Anzi,  zero sorprese, checché ne dica il direttore generale Mario Orfeo, confessatosi «stupito e dispiaciuto». Dei sentimenti della presidente Monica Maggioni, invece, al momento non si hanno notizie. Non pervenuto nemmeno Michele Anzaldi, portavoce del capo in materia, il cui orizzonte sembra interamente ingombrato da Fabio Fazio. Certi silenzi sono rivelatori. Chi parla con donchisciottesca generosità è il consigliere Carlo Freccero: «Spero ancora di trattenerla», dice, proponendo una striscia quotidiana alle 21 su Rai 3. Vedremo.

Inutile rifare tutta la storia. I lettori della Verità avevano appreso il 23 ottobre scorso dell’idea di Gabanelli di tornare in video con un miniprogramma quotidiano dopo il Tg1 delle 20 una volta constatato lo stallo di Rai24, il portale dell’informazione online per dirigere il quale l’ex conduttrice di Report era stata assunta dall’allora dg Antonio Campo Dall’Orto. Il suo successore, Orfeo, ha rigettato l’idea replicando che quattro minuti di data journalism (fatti attraverso i numeri) erano difficili da incasellare nel palinsesto. Figurarsi, con le elezioni dietro l’angolo. E ha controproposto la condirezione di Rainews24 e la co-conduzione con Sigfrido Ranucci del programma dal quale un anno fa Gabanelli si era spontaneamente ritirata. La proposta è risultata poco credibile anche in prospettiva, considerato che l’attuale vertice scadrà a luglio, subito dopo le elezioni, e chissà chi comanderà allora e cosa deciderà di fare dell’informazione, non solo quella online, del cui Piano si son perse le tracce.

Finale annunciato, dunque. Come quello dei precedenti capitoli, anzi, episodi, trattandosi ormai di una serie. Dimissioni in Viale Mazzini potrebbe essere il titolo perfetto della fiction di sicuro insuccesso, sottotitolo Quegli strani addii dalla tv di Stato. Il guaio è che non siamo nella finzione, ma nella realtà della Rai renziana. Ricordate? L’ex sindaco di Firenze era premier da poche settimane quando, il 13 maggio 2014, ospite di Giovanni Floris a Ballarò, promise: «Voglio che la Rai sia di tutti e non dei partiti, perciò non metterò mai bocca su palinsesti, conduttori e direttori».  Illustrando il programma dei mille giorni, il 30 luglio sintetizzo: «La Rai va tolta ai partiti per darla al Paese». Capita l’antifona, proprio Floris era già passato a La7. Nicola Porro invece aspettò l’inusitata cancellazione di Virus per trasferirsi a Matrix di Canale 5. Massimo Giannini, successore di Floris a Ballarò, durò due stagioni, sostituito da Gianluca Semprini prelevato appositamente da Sky. La cancellazione di Massimo Giletti senza valide ragioni di natura editoriale per affidare la domenica pomeriggio alle sorelle Parodia (copyright Maurizio Crippa del Foglio) che non raggiungono la metà dell’audience dell’Arena è storia recente. L’episodio di Gabanelli è però il più clamoroso, considerato che la giornalista e il suo programma, di cui ha ceduto lo storico marchio all’azienda (a differenza di ciò che hanno fatto Bruno Vespa con Porta a Porta e Fazio con Che tempo che fa), sono sempre stati portati a paradigma di cosa sia servizio pubblico.

Massimo Giletti negli studi di La7: il suo programma s'intitolerà Non è l'Arena

Massimo Giletti negli studi di La7: il suo programma s’intitolerà «Non è l’Arena»

Fosse una serie noir si direbbe che le vittime sono state suicidate. La morale è la stessa. Chi non è allineato viene, più o meno cortesemente, fatto dimissionare. È un fatto culturale tutt’altro che casuale. La Rai renziana somiglia al Pd renziano. Anziché essere inclusiva e unificante, un posto dove «c’è gloria per tutti», è scissionista, escludente e vagamente settaria. Perde le foglie come i carciofi, ritrovandosi con un’anima sempre più magra come l’audience di certi suoi programmi. A differenza del famoso editto bulgaro, l’ordinanza renziana è qualcosa di più scientifico e meno istintivo. È una strategia protratta nel tempo, una linea di condotta programmata, non applicata ad avversari dichiarati, protagonisti di una campagna esplicitamente conflittuale come fu quella di Enzo Biagi, Michele Santoro e Marco Travaglio contro Silvio Berlusconi. È una disposizione che, in modo più ambiguo e arrogante, si stende su professionisti indipendenti che hanno la sola colpa di non essere allineati alla voce del padrone.

La Verità, 2 novembre 2017