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Papà «Nino» Sgarbi, rivelatosi grande scrittore a 96 anni

È una storia curiosa quella di Giuseppe «Nino» Sgarbi. Una vicenda singolare. In una famiglia di persone iperattive e tempestose come il figlio Vittorio (critico d’arte, politico, polemista e tutto il resto), la figlia Elisabetta (regista, editrice, fondatrice di La Nave di Teseo e anima della Milanesiana) e la moglie Caterina «Rina» Cavallini dalla quale discendono quei temperamenti vulcanici, lui amava la pesca e la poesia. Il capostipite è uno spirito contemplativo e mite, un uomo tenero e pacato. All’alba dei 93 si è scoperto scrittore e ora che, oggi 15 gennaio, di primavere ne compie 96, si sta godendo il successo del suo terzo libro, Lei mi parla ancora (Skira), lunga e struggente lettera alla moglie morta un anno e mezzo fa. Giuseppe Cesaro che, a causa della cecità incipiente, glieli scrive sotto dettatura, dice che Nino Sgarbi gli fa venire in mente George Harrison, il Beatle che non riusciva a convincere Lennon e McCartney a incidere un suo brano. Appena la band si sciolse, però, pubblicò da solista All Things Must Pass, un triplo che riscattava le canzoni rimaste troppo a lungo nel cassetto. Nessuno ha compresso la vena letteraria di papà Sgarbi – il contrario – ma la sua trilogia sulla famiglia di farmacisti che in realtà sono critici, editori e scrittori è perfetta per trarne un film o una fiction (avrei anche il nome del regista adatto). Anche le location si presterebbero. Nella casa di Ro Ferrarese, paesino addossato all’argine del Po, la vecchia farmacia confina con il salotto dalle pareti foderate di quadri e dipinti e dai tavoli affollati di sculture, busti, volti, statue. In totale 4.000 opere che abitano e riempiono una trentina di stanze, appartenenti alla Fondazione Cavallini Sgarbi, molte delle quali vanno e vengono di continuo dalle mostre. Sulle porte, invece, sono incorniciati gli articoli e le interviste di Vittorio ed Elisabetta. Qui c’è quella travolgente fame di vita della madre e di Vittorio, che percorre la prosa rarefatta ed elegante di Nino. La seconda casa di questa saga, nel centro storico di Ferrara, dove Nino Sgarbi e Rina Cavallini si sono conosciuti e amati, ha invece il carattere di Elisabetta. Che l’ha, per così dire, «rieditata» con targhe in ottone, suddividendola in quattro appartamenti intitolati ognuno a un componente della famiglia, intestandoli complessivamente «Le case Cavallini Sgarbi».

Giuseppe «Nino» Sgarbi con la figlia Elisabetta e la moglie «Rina» nella farmacia di Ro Ferrarese

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta e la moglie «Rina» nella farmacia di Ro Ferrarese

Dottor Sgarbi, Lei mi parla ancora sarà il suo ultimo libro o la saga continua?

«Guardi che io non sono mica uno scrittore… E, comunque, non vorrei scrivere più niente. Proverò a resistere agli inviti a continuare».

Da dove le arrivano?

«Da Vittorio. Vorrebbe che scrivessi un libro su Gnocca, che è un paese qui vicino, sul Po, dove andavo a pescare con il fratello della Rina. Ci sono tre paesi attaccati, prima c’è Oca, poi Gnocca e infine Donzella. Vedremo. Però non ho tanta voglia».

Il titolo è… stimolante. Suo padre e anche Vittorio hanno sempre frequentato la bellezza femminile.

«Le belle donne ci sono sempre piaciute, a cominciare da mio padre che ha avuto una vita piuttosto attiva in questo senso. Mia madre era una santa donna, oltre che molto bella. A Stienta avevamo il mulino e una volta toccò a lei portare un campione di frumento da esaminare a mio padre. Lui prese il grano e trovò moglie».

E lei ha mai fatto ingelosire la Rina?

«Non era gelosa se apprezzavo qualche bella donna. Mi lasciava dire, senza irrigidirsi. Non credo di averla mai fatta indispettire. Era una donna di notevole intelligenza e cultura. Si era laureata in farmacia con 110 e quando partecipò a un concorso a Milano con 90 candidati per sei farmacie ne vinse una. All’esame trovò anche il modo di correggere il professore di matematica che aveva commesso un errore. Così per molti anni abbiamo avuto due farmacie, questa di Ro e quella di Milano. La Rina stava lì, io andavo ad aiutarla qualche giorno e poi tornavo qui».

Parlando del vostro rapporto ha scritto: «Ci univa la differenza, non l’identità».

«Se si è uguali si può andare meno d’accordo. Io mi occupavo della farmacia e m’interessavo di caccia e pesca. Lei si dedicava ai figli e seguiva le attività artistiche di Vittorio, soprattutto partecipando alle aste. Però se un’opera le piaceva era pronta a superare il limite massimo che lui le aveva dato».

Diceva che si è interessato di caccia e pesca…

«Mio padre era un gran cacciatore. Possedeva bellissimi fucili per il tiro al piccione. Da ragazzo lo seguivo e mi sono appassionato. Poi, quando conobbi la Rina, suo fratello mi iniziò alla pesca e tradii la caccia. La pesca è una passione che ti seduce e conquista. Ti entra nel cervello… Poi qui siamo addosso al Po, può ben immaginare quante occasioni».

Com’è accaduto che si è scoperto scrittore a 93 anni?

«Da tanto tempo Elisabetta insisteva perché scrivessi qualcosa sulla mia vita. Detto oggi e ridetto domani, ho provato. Il risultato è piaciuto molto a lei e anche a Vittorio finché l’hanno fatto pubblicare».

Quando e come scrive?

«Lo sa che non ci vedo quasi più? Dètto i miei pensieri a un amico paziente».

Com’è la sua giornata?

«La mattina mi alzo piuttosto tardi. Poi vado al cimitero a Stienta, 25 chilometri da qui. Nella tomba di famiglia sono sepolti mio nonno e mia nonna, i miei genitori, le mie sorelle e mia moglie. Quando torno, pranzo e poi vado a dormire un paio d’ore. Dopo cena sto alzato fino a molto tardi, guardo la televisione, spesso c’è Vittorio».

Giuseppe Sgarbi con il figlio Vittorio: «Vuole che continui a scrivere, proverò a resistergli»

Giuseppe Sgarbi con Vittorio: «Vuole che continui a scrivere, vedremo»

Segue la politica?

«No. Di politici di valore non ne abbiamo più. Io ho visto De Gasperi e Andreotti. In televisione guardo soprattutto Rai Storia, sono appassionato delle cose della guerra. Ho fatto la campagna di Grecia, a Giannina. Siccome ero cacciatore mi misero al mortaio. Mi sono congedato col grado di sottotenente. Qualche volta, alla sera, Edera, la mia infermiera, mi fa vedere dei filmati su quella tavoletta, come si chiama… Vede che sto perdendo anche la memoria?».

Il tablet.

«Ecco sì, un oggetto portentoso. L’ho conosciuto da poco…».

L’altra sua passione è la poesia?

«Leopardi, soprattutto. “Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai silenziosa luna? Sorgi la sera e vai…” E La vispa Teresa la conosce? Da giovane ho letto tanto. Anche i libri che Mussolini proibiva. Anatole France era uno dei miei preferiti: “La nostra vita è un viaggio nell’inverno e nella notte. Noi cerchiamo il nostro passaggio nel cielo, dove niente risplende”».

A proposito di memoria: vorrei essere come lei a 96 anni…

«La ringrazio. Mi restano in mente molti versi, credo che l’espressione in poesia sia una delle più perfette che esistano. Poi ricordo L’Idillio dell’Orlando di Ariosto che incontra una donna che l’amerebbe se lui “a Macon credesse” e lui “si diede e per un bacio rinnegò la fede”. Questi versi son cari a chi crede poco. Me li insegnò l’ingegner Orengo che dopo la guerra s’innamorò di mia zia Eliduina. Molti anni dopo scoprii che Ariosto era nipote di Brunoro Ariosti, l’antico proprietario della casa di via Giuoco del pallone dove conobbi la Rina».

Come avvenne?

«Avevo prestato dei libri di chimica a un amico che li affidò a sua volta a una ragazza. Quel giorno incrociai quella ragazza all’università, la quale mi disse che sarebbe andata a studiare a casa di una sua amica e li avrebbe lasciati lì. Mi presentai in via Giuoco del pallone e la vidi».

In quella casa è sbocciato il vostro amore.

«Ci incontravamo lì per studiare, nella sala del grande camino. A Rina bastava leggere una volta il testo ed era in grado di ripeterlo. Io avevo bisogno di più tempo, perciò qualche volta restavo a ripassare a casa mia per non annoiarla. Studiavamo fianco a fianco, i gomiti si sfioravano, si toccavano, lei non si ritraeva. Quando ebbi la certezza che ricambiava la mia passione scrissi una lettera di commiato alla fidanzata di allora, un’insegnante di Bergamo, amica di mia sorella. Lei comprese e accettò. Suo padre meno, e venne fino a Stienta per biasimare il mio comportamento. Non aveva tutti i torti, ma non potevo farci nulla. La prima volta che avevo visto la Rina, quando mi aprì la porta di casa in quel pomeriggio, capii che il mio futuro sarebbe dipeso dai suoi occhi».

Giuseppe e Rina Sgarbi si sposarono nel 1950: «Vado a trovarla tutti i giorni al cimitero»

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Così lei ha avuto tre grandi passioni: due contemplative come la pesca e la poesia e una travolgente come la Rina. È così?

«È così. La Rina ha riempito la mia vita, era una donna speciale, di una bellezza speciale, piena di idee e iniziative. L’anima della famiglia».

Una famiglia di farmacisti che in realtà sono tutti artisti.

«Sì, un paradosso. La Rina seguiva Vittorio nella sua attività, a volte era lei che dettava i suoi articoli ai giornali. Elisabetta ha fatto l’editrice, ha fondato La Nave di Teseo, fa la regista».

E adesso è arrivato lo scrittore. Va tutti i giorni al cimitero?

«Sì, tutte le mattine. Quando, nel fine settimana, viene anche Elisabetta qualche volta leggiamo alla Rina un articolo di Vittorio. Lui invece capita qui di notte, lancia qualche idea, parla con Alessandro delle mostre e riparte. Lì, a Stienta, abbiamo una cappellina. Se non fa troppo freddo, come in questi giorni, entro e mi fermo una decina di minuti. Chiamo al telefono Elisabetta e recitiamo insieme un Padre nostro e un’Ave Maria. Poi torno a casa».

La Verità, 15 gennaio 2017