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«Pulire i cessi mi ha salvato dall’alcolismo»

Una lettura indimenticabile. Una storia commovente. Una scheggia di redenzione. È tutto questo La casa degli sguardi (Mondadori), il romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, poeta alcolista che rinasce a vita nuova pulendo cessi, lavando vetri, spazzando linoleum con la cooperativa in servizio all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma (appena celebrati i 150 anni), il posto del dolore più ingiusto al mondo nel quale, al culmine della disperazione, lo introduce l’amico poeta Davide Rondoni, e dove s’imbatte nella capacità di «fronteggiare l’orrore per sfondarlo». È l’immagine, per lui insostenibile, di un bambino di tre anni dal volto sfigurato e di un’anziana suora che avvicina il suo viso alle ferite tremende e le bacia incurante di tutto: «Tu sei il bello di mamma e papà, vero? Ma non sentite che risata che c’ha? Questo dentro non ha l’argento, ha l’oro, l’oro vivo». Gli resterà impressa quell’immagine di gratuità assoluta senza riuscire a rimuoverla: «Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima…». La casa degli sguardi è un libro su un gruppo di spazzini e facchini che condividono le fatiche e «gli agguati della vita». Un libro che si legge d’un fiato, aggrappati alle montagne russe di Daniele, tra notti di «dimenticanza» dietro «il bicchiere bianco» e notti spese a scrostare piastrelle coperte di escrementi. Un libro che, senza passaggi nei talk show più scintillanti, tranne una bellissima intervista di Monica Mondo per Soul di Tv2000, con poche ed entusiastiche recensioni perché chi lo ha letto ne è rimasto folgorato, ha vinto il premio Paolo Volponi, il Severino Cesari opera prima e si è classificato secondo al premio Wondy per la letteratura resiliente.

Oggi Daniele Mencarelli vive ad Ariccia per stare vicino ai genitori, ha 44 anni, due figli e un ufficio da editor della fiction di Rai 1.

Chi sono i lottatori cui è dedicato il libro?

«Le persone che non si risparmiano e non si fanno sconti. Negli ospedali psichiatrici o al Bambino Gesù ne ho conosciute tante. La vera lotta non è quella preordinata, ma quella in cui ti trovi, per strada, e che ti coglie sempre impreparato».

Come quella iniziata con la sua deriva?

«Fino ai 14-15 anni ero riuscito a fingere di essere come gli altri. Dai 17 la parte più ribelle e incontrollabile di me ha preso il sopravvento. Avevo fatto la prima vacanza con i miei amici sulla riviera romagnola. Dopo una nottata di bagordi, infastidito dai loro scherzi, ho deciso di tornare ad Ariccia a piedi e in autostop».

A piedi o in autostop?

«Entrambi. Sono partito il 16 agosto, dimenticando documenti e denaro nel marsupio dell’unico maggiorenne del gruppo. Trascinavo sulla Via Emilia una valigia verde. La seconda macchina che si fermò era una Peugeot 205 cabrio: “Tu sei l’uomo più fortunato del mondo, vado a Ciampino”, pochi chilometri da casa. Rifiutai il passaggio perché volevo stare da solo in giro per l’Italia, scrivevo poesie dalla terza media. Arrivai due settimane dopo».

Il motivo della sua dissoluzione?

«Ero una persona fragile. Che viveva tutto senza filtri e faticava ad accettare il dolore degli altri, la distanza di Dio, l’idea della morte. Ancora adesso non mi rassegno al fatto che una persona come mia madre debba morire».

Nei periodi peggiori dormiva sui gradini davanti alla sua camera.

«La mia stanza era su un piano rialzato, pochi scalini per arrivare al bagno. Nell’ultima fase avevo il delirio alcolico, non controllavo i bisogni corporali, faticavo a reggermi in piedi. Mia madre era come una sentinella… A proposito di lottatori… Sempre stata comunista, ma qualcuno mi ha detto che quell’immagine ricorda Maria ai piedi della croce».

Davanti a genitori così provava vergogna?

«Loro mi hanno insegnato due cose fondamentali: il lavoro e il rispetto degli altri. Con questa educazione mio fratello e mia sorella hanno fatto la loro strada. Io restituivo preoccupazioni, tormenti. Il senso di colpa era altra sofferenza. Oggi si cercano sempre le responsabilità fuori di noi: il contesto sociale, le cattive compagnie, i professori ostili…».

Chi crea questa tendenza?

«Una mentalità buonista fondata sulle attenuanti. Gli psicologi, gli assistenti sociali, i media, anche le persone comuni che incontro alle presentazioni, c’è il ritornello tipo “ma forse i professori… gli amici sbagliati…”. L’aguzzino è sempre qualcun altro. Nel mio libro è chiaro che il cattivo che fa soffrire gli altri sono io. L’ipertrofia del giudizio, giudicare gli altri e assolvere noi stessi, è una cosa un po’ grillina: onestà, onestà… Mentre il mondo lo cambi cominciando da te stesso».

È la cosa più difficile?

«Perché richiede d’invertire il metodo del giudizio. Nella rivoluzione cristiana si mette sé stessi davanti alla pietra da scagliare. Questo cambia anche i rapporti con gli altri. Lo vedo quando incontro i ragazzi nelle scuole: ti ascoltano in un altro modo se sei disposto a mettere sul piatto i tuoi errori».

Torniamo alle sostanze e all’alcol.

«Erano il mio modo di curarmi, per non soccombere a quello che vedevo e non riuscivo a sostenere: il dolore, il bisogno d’amore, la sproporzione del desiderio…».

Lei è una persona sensibile come tutti i poeti, perché rifiuta questa espressione?

«La sensibilità è una pseudo virtù che mettiamo ovunque, ma non si sa bene in cosa consista davvero. Ci sono due tipi di poeti: l’avanguardista solipsista e il sentimentale intimista. Non mi ritrovo in nessuno dei due. Nella poesia c’è tutto: la sete d’infinito, la morte, Dio, l’amore… Ma non servono aggettivi».

E il mito del poeta maledetto l’affascinava?

«È una mitologia seduttiva e posticcia che, paradossalmente, neutralizza il dramma autentico dell’artista. L’idea che le sostanze e l’alcol favoriscano l’ispirazione è un’invenzione di marketing per vendere dischi e libri. Lo dico per esperienza, la dimenticanza porta all’esaurimento creativo. La fonte ispirativa dell’artista è il rapporto con la realtà».

Come ha fatto a resistere al Bambino Gesù? Anche sua madre dubitava.

«Sapeva quali effetti aveva il dolore degli altri su di me e mi vedeva debole e imbarbarito. Non immaginava quale forza poteva darmi la scrittura».

Anche un certo orgoglio non l’ha fatta soccombere, giusto?

«Per punire il raccomandato, il primo giorno mi mandarono a pulire dei cessi terrificanti. Avevo l’alibi per dare ragione a mia madre. Decisi di misurarmi con i miei limiti. È stato l’inizio della rinascita. La realtà è provocazione, il primo passo è cimentarsi, duellare con lei, anche se è un cesso immondo. Quando eviti il confronto e ti rintani nella tua stanza sei sempre soccombente».

I compagni le dicevano che ci avrebbe fatto l’abitudine: il cinismo è una difesa?

«Non so fare il callo alla vita, nel bene e nel male. Gli anticorpi come l’alcol diventano un muro di gomma, qualcosa che ti distanzia».

La sofferenza dei bambini è la prova che Dio non esiste?

«Davanti al dolore dei bambini hai due strade: o sperare ancora di più o augurarti che muoiano presto. Ma è un atteggiamento che stride con la natura stessa dei bambini. Per loro speri sempre il meglio. È come in guerra: ci sono la preghiera o la bestemmia, non la negazione di Dio che è un’altra cosa. Il Bambino Gesù mi ha avvicinato alla fede in modo quasi animalesco».

Nel libro si legge che «il bianco della pagina è un ultrasuono» che chiede e chiama.

«La scrittura è qualcosa di spietato, esigente, senza mediazioni. Avere in dote la possibilità di raccontare il dolore degli altri per me è quasi una missione, un onore. Non riesco a immaginare niente di più edificante».

Che cosa pensò quando il presidente del Bambino Gesù le propose di scrivere un libro sull’ospedale?

«Ho capito la grandezza della libertà. Solo un uomo libero accoglie un ragazzetto sconosciuto in divisa da operaio e gli offre la possibilità di scrivere un libro da regalare ai dipendenti. Come quella suora che ha visto la bellezza in quel bambino martoriato dalla malattia, così Francesco Silvano ha visto qualcosa che stava oltre, contraddetto dagli occhi. È una capacità che hanno solo gli uomini di fede».

Com’è passato dalle pulizie al Bambino Gesù alla fiction di Rai 1?

«Alla presentazione di una raccolta per ClanDestino venne Eleonora Andreatta (oggi capo di Rai fiction ndr) e mi propose di collaborare come lettore dei copioni. “Guardi che sono un operaio”, dissi. Aveva letto le poesie di Bambino Gesù: “Non si preoccupi, m’interessa il suo sguardo. Poi la Rai ha i corsi…”. Nei primi tempi facevo le notti in ospedale e poi venivo in Viale Mazzini».

Ora il Bambino Gesù lo frequenta da genitore?

«Al primo figlio era stata diagnosticata una patologia semi autistica. Stiamo seguendo un protocollo, sono spesso lì».

Storia circolare?

«Tempo circolare (poesie 2019-1997) sarà il titolo del libro che uscirà in aprile da Pequod edizioni».

Torna alla poesia e abbandona la prosa?

«In gennaio, sempre da Mondadori, dovrebbe uscire Tutto chiede salvezza, basato sull’esperienza di quando, a vent’anni, mi svegliai in un reparto psichiatrico per un trattamento sanitario obbligatorio. L’argomento è la malattia mentale. Mi sembra che cresca una certa medicalizzazione dell’esistenza. Preciso: non c’entro nulla con i no vax».

Mi fa un esempio di medicalizzazione dell’esistenza?

«Si fa un gran parlare di nevrosi, disturbi, psicosi. Un ragazzo che inizia a interrogarsi sulla vita e non è più produttivo a scuola viene subito spedito dallo psicologo. È accaduto a mio figlio. Quando disse a una neuropsichiatra: “Non capisco perché mio padre deve morire, sono arrabbiato con Dio”, lei ci convocò: “Chi parla di Dio in casa? Dio è un dato ambientale”. Sottolineo: mai parlato di Dio con mio figlio. Una volta uno così lo si mandava a lavorare e a farsi le ossa, com’è accaduto a me».

La Verità, 24 marzo 2019