Ritratto di famiglia in un castello

Condividere la bellezza. Esiste esperienza più coinvolgente? Spartire la grazia, partecipare di una sensibilità, di un sentimento del vivere. Visitare la collezione Cavallini Sgarbi (fino al 3 giugno) allestita dall’omonima Fondazione nelle sale del cinquecentesco Castello Estense di Ferrara è fare questa esperienza. Si scrutano le opere, 140 capolavori da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, dal 1300 al secolo scorso, «scelti con assoluto rigore, sopportando gli strali di mio fratello», confida Elisabetta, «tra le cinquemila opere della casa di Ro Ferrarese», e si vedono loro. Vittorio, con la sua fame erudita e frenetica di vita e arte. Mamma Rina, socia complice in questa avventura di accumulo e valorizzazione del bello. Elisabetta, motore e mente razionale, lucida e fattiva, curatrice di ogni dettaglio. Papà Nino, custode di questa bramosia, che ha saputo riflettere nei tramonti sull’acqua filmati in Il mio fiume (2010). Protagonisti nell’ombra. E protagonisti reali di una storia irripetibile che comincia là dove la mostra finisce, nella «Stanza dei giochi» dei bambini, davanti a una Madonna (1550-60), bambola in legno con le calze rosse di Nero di Sansepolcro, con le foto di Vittorio che guida una macchinina da corsa, e di Elisabetta con il binocolo regalatole da papà Nino per osservare meglio la realtà: una storia che fa da punteggiatura ai capolavori, resa dall’album di famiglia in bianco e nero, come attori di ieri e di oggi, per dire che, in fondo, il vero capolavoro siamo noi, con la nostra sete e il nostro desiderio inestinguibile.

L’ingresso nella prima sala, vicino a una porta che riproduce quella della casa di Ro, è preceduto dalle dediche ai genitori: «A mia madre, Rina Cavallini, che ha risposto a ogni mia richiesta. Ed è qui, in Paradiso, fra queste stanze», scrive Vittorio. «A Nino, mio padre, che ho scoperto scrittore. E questo resterà per sempre», gli fa eco Elisabetta. Ci si inoltra, dunque, nelle sale ornate di rosso, accompagnati dalle immagini di mamma Rina che fa gli onori di casa. Vediamo i cofanetti di fine Trecento della Bottega degli Embriachi, prima di entrare nella stanza degli «Antichi maestri», con il busto di un imponente e assorto San Domenico (1474), opera di Niccolò dell’Arca, scovato a sorpresa da Vittorio «nella bottega di un antiquario colto a Roma». Subito dopo ci accolgono il magnetico Cristo benedicente (1486-87) di Jacopo da Valenza e la cinematografica Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria (1490) di Antonio Cicognara. Si fa «Ritorno a Ferrara» con Boccaccio Boccaccino, Giovanni Battista Benvenuti, detto l’Ortolano, il Garofalo, il Bastianino, lo Scarsellino, la trionfante Sibilla (1600-06) e la tenerissima Sacra famiglia (1615-18) al desco di Carlo Bononi, con il bimbo che imbocca un san Giuseppe anziano.

Il «San Domenico» di Niccolò dell'Arca

Il «San Domenico» (1474) di Niccolò dell’Arca trovato da Vittorio nella bottega di un antiquario

Tesori ritrovati grazie a una ricerca «senza dogmi», scrive Vittorio nello splendido catalogo (La nave di Teseo), dispersi e inconsapevoli nella nostra «Italia della meraviglia», linfa vitale e arca di una ricchezza inesauribile, dovunque invidiata, che pure non gode più del giusto stupore in grado di farsi impresa e cultura. Comprendente pregiatissime opere di pittori ferraresi, la collezione Cavallini Sgarbi ha, dunque, il sapore di una restituzione alla città estense che gli meriterebbe uno spazio storico per una Permanente. Ma è anche un dono al pubblico italiano tutto, cultori, amanti d’arte, collezionisti, semplici visitatori e turisti. La condivisione del bello di cui si diceva chiama il riconoscimento istituzionale, soprattutto se ministro dei Beni culturali dovesse restare il ferrarese Dario Franceschini. E ancor più in considerazione delle profonde radici cittadine della famiglia, testimoniate dal restauro a cura della Fondazione Elisabetta Sgarbi della casa di Via Giuoco del Pallone, dove Ludovico Ariosto compose la prima edizione dell’Orlando Furioso.

La ceramica di Andrea Parini con l'iscrizione: «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice»

La ceramica di Andrea Parini (1941) con l’iscrizione: «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice»

Procedendo nella visita, si entra nella sala delle «Belle donne», la carnalissima Cleopatra (1620) di Artemisia Gentileschi di cui, scrive Sgarbi, «sentiamo gli odori, il sudore, la puzza», opposta alla femmina rappresentante l’Allegoria del tempo (1650) di Guido Cagnacci, che «persegue una sensualità intellettuale, sofisticata». Si avanza e ci si inoltra nella ritrattistica, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, dove spicca il Ritratto del legale Francesco Righetti (1626-28) del Guercino, raffigurato davanti alla libreria di volumi di diritto, «capolavoro di natura morta» secondo Pietro Di Natale, curatore della mostra. Si passa per una Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino (1650) di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, «un equilibrista del pennello», che mamma Rina volle fortissimamente acquistare contro la volontà del figlio. Si continua nella stanza degli «Amati scultori» con il Ritratto della figlia (1941) di Andrea Parini, una ceramica nella quale il pudico desiderio dell’autore – «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice» – ricorda l’auspicio di papà Nino per Elisabetta. Si giunge, infine, al potente, e amatissimo da Rina, Cristo crocifisso (1881) di Gaetano Previati, che Vittorio non avrebbe voluto acquisire «per quanto era impegnativo», ma alla fine se ne convinse, «vedendolo nella posizione ideale nell’abside» della chiesa di San Gottardo in Corte a Milano. Arrivò il 31 ottobre 2015, appena tre giorni prima che Rina morisse senza vederlo. «Cristo, forse, l’ha attesa in Paradiso», spera Vittorio.

Del resto, come si legge nello stralcio di Lungo l’argine del tempo di papà «Nino», scomparso a pochi giorni dall’inaugurazione, e proposto come congedo al visitatore, «non è vero che tutto finisce e precipita nell’oblio. Dopo di noi le cose continuano e qualcosa di noi sopravvive in ciò che abbiamo fatto (…) E nei figli, naturalmente. Ci consola sapere che il nostro sangue e i nostri pensieri vivranno in loro e che loro continueranno nell’impresa di realizzare il desiderio più grande dell’uomo: mantenere in vita la vita. E continueranno a cercare, a coltivare e a raccontare la bellezza, come fanno Vittorio ed Elisabetta».

Capaci di trasformare la collezione Cavallini Sgarbi in un’eredità culturale che profuma di gratuità.

La Verità, 17 febbraio 2018

Perché Bibi Ballandi mancherà a tutti

Mancherà. Mancherà ai suoi artisti, ai collaboratori, ai suoi cari. Mancherà agli amici e anche a quelli che l’hanno conosciuto per lavoro e magari frequentato poco. Mancherà ugualmente, perché Bibi Ballandi, morto a 71 anni dopo aver a lungo combattuto il tumore, era così speciale che gli bastava poco per farsi amare. E per lasciare un segno con la sua umanità nobile e profonda. Un segno incancellabile. Hanno questo significato i tanti messaggi che tutti i cantanti e gli uomini e le donne di spettacolo hanno diffuso sui social o con brevi dichiarazioni. Fiorello ha sospeso per due giorni il suo programma su Radio Deejay. Milly Carlucci, quando ha bruscamente appreso la notizia in diretta a Unomattina, è rimasta addolorata e senza parole. Lo ricordano tutti con gratitudine e afflizione, da Gianni Morandi ad Antonella Clerici, da Laura Pausini a Paola Cortellesi, da Giorgio Panariello ad Adriano Celentano.

Ballandi era un pezzo di storia dello spettacolo e della televisione italiana. Aveva iniziato giovanissimo subito dopo la terza media, affiancandosi al padre Iso, tassista che accompagnava cantanti e orchestre per concerti in Emilia Romagna. Poco alla volta aveva iniziato a produrre gli spettacoli di Caterina Caselli, Mina, Orietta Berti, Little Tony, Rita Pavone. Negli anni Settanta si era avvicinato ai cantautori, lavorando con Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Pierangelo Bertoli, Roberto Vecchioni, e con Fabrizio De André per la tournée dopo il rapimento in Sardegna. Fondò lo storico «Bandiera gialla» di Rimini. Nel 1997 organizzò il concerto-evento per Giovanni Paolo II a Bologna dove si esibì Bob Dylan. Conobbe e istruì il giovane Beppe Caschetto, futuro agente di molte star, uno tra i più provati dalla morte di Bibi. Da fine anni Novanta aveva prodotto gli one man show di Fiorello («Per lui sono stato il padre che ha perso presto, per me è stato il figlio che non ho mai avuto»), Celentano, Panariello, Roberto Bolle, le tournée di Mariangela Melato e Renato Zero, i varietà di Antonella Clerici e Ballando con le stelle di Milly Carlucci. Era una persona preziosa, stabilizzatrice, ironica, insostituibile. Con la sua bonomia, la sua umiltà mista alla sagacia popolare che si condensava nei fulminanti proverbi («Volare bassi per schivare i sassi»; «Riunione di volpi, strage di galline»; «Predica corta, tagliatelle lunghe»), manteneva il buonumore e il controllo della situazione anche nei momenti di massima tensione che, nella produzione di grandi eventi capitano sempre, soprattutto quando ci sono di mezzo personalità eccentriche, pressioni politiche e interessi con tanti zeri.

Lo conobbi nel 2005, dietro le quinte di un grande show televisivo, e dopo pochi mesi di collaborazione dovette assentarsi per le prime cure. Mancherà moltissimo a tutti. Perché, in un ambiente così materiale e calcolatore come quello della televisione, un altro con la sua fede e la sua umanità non c’è.

Fenomenologia di FF, totem della tv della nazione

Chissà come sarà in autunno veder spuntare Fabio Fazio sul primo canale della Rai radiotelevisione italiana. I modi confezionati, l’aria perbene, la barba pepe e sale. Come reagirà il pubblico abituato ad Amadeus e Carlo Conti? Come lo guarderanno i pensionati, le casalinghe e le famiglie tradizionali, i ceti medi nazionalpopolari in fase d’impoverimento e un po’ meno «riflessivi», della rete ammiraglia?

C’è una lettura pragmatica e minimalista della promozione di Fazio su Rai 1. Questione di agenti e trattative parallele (vere? presunte?). Questione di contratti in scadenza da rinnovare in extremis. Il tutto preparato dalla denuncia delle «ingerenze politiche» e della mancanza di libertà editoriale nella tv di Stato. E poi c’è una lettura più articolata di quella che è una vera ascensione professionale: era il conduttore di un talk show di tendenza su Rai 3, sarà il campione di tutta la Rai, il più pagato e coccolato dall’azienda. Si sono scatenati i politici dell’opposizione. Si sono adombrati i colleghi di rete, causa il suo cachet multimilionario, che hanno disertato a sorpresa la presentazione dei palinsesti aziendali. Una vicenda emblematica. Una parabola esemplare. Lo storytelling rivelatore del momento. Si sa com’è la faccenda: lo spirito del tempo, lo zeitgeist per dirla con quelli che hanno studiato, agisce tramite persone e personaggi in carne e ossa. Un presentatore di moda, FF. Un manager circospetto, Beppe Caschetto. Un politico ambizioso, Matteo Renzi. Un dirigente tv tendente all’enfasi, Monica Maggioni. Cos’è accaduto – che cosa ci siamo persi? – perché il conduttore di Che tempo che fa sia repentinamente diventato imprescindibile, il deus ex machina della tv di Stato per la quale tutti paghiamo una tassa annuale? «Fazio fa parte della storia della Rai», ha premesso qualche giorno fa la presidente Maggioni ai commissari riuniti della Vigilanza. «Vedere passare quel volto e quel format, su cui abbiamo investito, su un’altra emittente avrebbe comportato un forte scossone. Non so se la Rai avrebbe retto in termini di sistema», ha concluso la sua iperbole davanti ai parlamentari più che mai sbigottiti. C’è da capirli. Fazio, ribattezzato Fabio Sazio, terrebbe in vita la Rai «in termini di sistema». Non i suoi tredicimila dipendenti. Non gli uffici di corrispondenza nelle capitali del pianeta. Non le 67 edizioni del Festival di Sanremo. Se FF fosse la pietra angolare della tv pubblica ci sarebbe di che preoccuparsi. Saremmo oltre l’ultima spiaggia, sul bagnasciuga della rottamazione. Non è da escludere.

Monica Maggioni considera Fazio imprescindibile per la Rai

Monica Maggioni considera Fazio imprescindibile per la Rai

Nel marzo 1987 quando Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti traslocarono in blocco a Mediaset, allora Fininvest, nessuno gridò al rischio di sopravvivenza della tv di Stato. La dirigeva un signore che si chiamava Biagio Agnes e che si rimboccò le maniche, chiamando Adriano Celentano a produrre il Fantastico dei record (di ascolti, polemiche e centralità mediatica della Rai). Poi convocò Renzo Arbore, che s’inventò Indietro tutta, altro gioiello ricordato in tutte le classifiche di qualità televisiva. Nell’autunno del 1996 toccò a Michele Santoro migrare nella tv commerciale. E anche allora nessuno si stracciò la grisaglia, anzi. L’allora presidente della Rai, Enzo Siciliano, aveva pronunciato il fatidico «Michele chi?» che aveva causato lo strappo. Ma il servizio pubblico non vacillò.

Per quanto centrali e strategici, i divi passano la Rai resta. Negli anni Ottanta di Baudo e Carrà si era in piena epoca nazionalpopolare, Berlusconi era Sua Emittenza e la discesa in campo di là da venire. Dieci anni dopo, immersi nel bipolarismo, Santoro era il campione della tv detonatore. Inaugurando il suo tempo, Matteo Renzi aveva promesso di cambiare la Rai e di farne la Bbc italiana, lontana dai partiti. Oggi, dopo la raffica di dimissioni dei dirigenti che avevano creduto a quelle promesse, con un’azienda lacerata e priva di visione, Fazio passa da Rai 3 a Rai 1. La campagna elettorale si profila apocalittica. Chi meglio di lui può incarnare la televisione della nazione? Lo show da pensiero unico? Lo spettacolo del politicamente corretto? Viviamo nell’era della società liquida e Fazio è il testimonial perfetto della sinistra light che guarda più alla finanza che al popolo. Della militanza stemperata in buon senso modaiolo. Dell’ipocrisia buonista però griffata. Vuoi vedere che in questa stagione, in cui Renzi si gioca tutto, era proprio il renzismo faziano (o il fazismo renziano) che si voleva far dominare alla Rai? Come testimoniano anche il suo nome e cognome che differiscono per il cambio di una consonante, in lui hanno sempre convissuto un’anima morbida e una tagliente. Una sensibilità goliardica e una tendenza ideologico-moralistica. Un gusto arboriano, in ascesa, e una simpatia savianesca, in ribasso. Un registro popolare e una preferenza elitaria. Un’ambizione intellettuale con ambizioni giornalistiche e un realismo pragmatico, che gli suggerì di cancellarsi dall’Ordine della Liguria davanti alla lucrosa campagna pubblicitaria di un’importante compagnia telefonica. Nel suo salotto sfilano attori e registi di moda, scrittori di tendenza, cantanti emergenti, comici da copertina. Nelle ultime stagioni, segnate da un certo ricambio tra gli autori (non ci sono più gli storici Michele Serra, Pietro Galeotti e Duccio Forzano, mentre hanno un ruolo crescente Veronica Oliva e Francesco Piccolo) tutto è ancor più patinato, carezzato, sussurrato. Mai che si veda uno strappo, qualcosa di ruvido che strida e scardini gli equilibri. La tv della nazione è un pensiero suadente e graduale, un dialogo condiscendente anche se orientato, una recita ruffiana e autocompiaciuta. Un selfie di classe, un’autoreferenza intellettuale, un bon ton esibito, la sopravvalutazione dell’etica.

L'ex premier Matteo Renzi a Che tempo che fa (LaPresse)

L’ex premier Matteo Renzi a Che tempo che fa (LaPresse)

Fazio ha già più volte e con successo frequentato le platee di Rai 1, dal Festival di Sanremo alle serate commemorative di Falcone e Borsellino. Ora ne diventa il top player e la consacrazione sembra a portata di mano. Dietro di lui c’è tutta la sua squadra. E anche Luciana Littizzetto. Che, forse, dovrà limitare gli ammiccamenti e le allusioni genitali che abitualmente infarciscono i suoi monologhi. Eppure, stavolta qualcosa l’ha proiettato troppo in alto. Le interviste, i lamenti, il piedistallo della Maggioni, il supercontratto con troppi zeri. Tutte cose che lo espongono alla rabbia di chi suda, si sbatte e non arriva a fine mese. Gente di cui la sinistra una volta si occupava. Prima che arrivasse Renzi.

 

Panorama, 6 luglio 2017

 

Boncompagni, il meglio in coppia con Arbore

«Dopo scuola venivamo a casa tua ad ascoltare Alto gradimento». Me l’ha ricordato di recente un vecchio amico, ritrovato dopo tanti anni, almeno 45. Ascoltavamo la radio sgangherata di Arbore e Boncompagni. Insieme avevano fatto anche Bandiera gialla, altro cult dell’epoca, quando la radio aveva una vitalità incredibile, a pensarci oggi (Hit Parade, Gran Varietà, Per voi giovani). Ma Alto gradimento era un’altra storia, un laboratorio, uno stage formativo, un helzapoppin che sconfinava nel costume, diventava tormentone, linguaggio, stile di vita per gli ascoltatori. Schiere di comici e intrattenitori sono debitori di quel vulcano creativo, alimentato con Arbore, Bracardi e Marenco. Gianni Boncompagni se n’è andato a 84 anni e ora vien da chiedersi se ci sarebbe stato Fiorello con la sua Edicola senza Alto gradimento? E Chiambretti? E Giorgio Faletti e il Drive in di Antonio Ricci? Una fucina di maschere, caricature, folli geniali e teneri come Scarpantibus, il colonnello Buttiglione, la Sgarambona, Max Vinella, il professor Aristogitone, il comandante Raimundo Navarro perso nello spazio. Ognuno aveva il suo prediletto e la gag, lo scherzo, lo sberleffo finiva nelle feste, in classe, per le strade, con gli adulti ignari. La forza di Boncompagni era nella capacità di sconfinare, contagiare, divenire gergale. Non solo con la goliardia intelligente e la dissacrazione del benpensantismo di quel primo exploit (all’esordio pronunciò tutte le parole allora proibite: sudore, inguine, membro, divorzio). Le sue pensate erano roba immediata, semplice, italianissima.

In tv, senza Arbore (che proseguì il filone di Alto gradimento con L’altra domenica, Indietro tutta e Quelli della notte), la goliardia e i tormentoni lasciarono il campo al cinismo. «La tv trasmette solo robaccia. Robaccia con ascolti alti e robaccia con ascolti bassi», diceva. Il cinismo gli faceva anticipare la tendenza. Gli faceva anticipare quello che il pubblico cercava. E cavalcare formule e linguaggi. A cominciare da quello delle casalinghe e del pubblico della provincia. La tv di mezzogiorno non esisteva e con Pronto, Raffaella? arrivò a 14 milioni di telespettatori. Non è la Rai, con decine di ragazzine sgambettanti in uno studio vuoto con la sola Ambra a dialogare col pubblico, diffuse il lolitismo spensierato del boom pubblicitario. Ci sarebbero state le veline e Striscia la notizia senza quel gineceo innocente e ammiccante? E le ragazze di Chiambretti c’è (dove peraltro il Bonco muoveva i fili con l’inseparabile Irene Ghergo)? E i reality nei quali la conditio era saper fare nulla? Nessuno snobismo nemmeno verso il nazionalpopolare. Da Casa Castagna a tutta la produzione di Raffaella Carrà, dal Tuca Tuca a Far l’amore, finito persino nella Grande Bellezza, a Carramba che fortuna. Una tv da «vuoto pneumatico», si vantava. Plastica ben confezionata, forse inutile. Ma spiattellata senza intellettualismi e sovrastrutture. Geniale e fulminea. Schiettamente nichilista.

Vita e miracoli di Caschetto, regista occulto della tv

Chissà che cosa avrà detto Beppe Caschetto a Maurizio Crozza dopo l’esordio non proprio fulminante della prima serata al Festival. Si sa, per il comico genovese l’Ariston è un palco che scotta e così ha scelto di affacciarsi da Milano per la copertina, alla maniera di quella che faceva per Giovanni Floris. Ma Sanremo non è DiMartedì. Alle spalle non c’è il cartonato del talk show sinistreggiante di La7, ma uno sfondo nelle sfumature dell’azzurro. Mica facile essere abrasivi dentro una cornice floreale. Bisogna alternare la battuta pungente a quella nazionalpopolare, che non è esattamente lo spartito crozziano. Chissà cosa gli avrà detto Caschetto, suo ascoltatissimo agente. Quando i suoi protetti gli chiedono qualche consiglio, ha raccontato una volta, lui vuole dare una risposta «più giusta di quella che loro si sono già dati. Altrimenti a cosa servo?».

Maurizio Crozza nei panni del presidente Sergio Mattarella

Maurizio Crozza nei panni di Sergio Mattarella

In questi giorni di Festival della canzone italiana, i più caldi dell’anno, Caschetto non si vede da nessuna parte. Ma a Sanremo è presentissimo con le sue star (come sempre, del resto). Di Crozza s’è detto. Poi Virginia Raffaele, Geppi Cucciari, Luca e Paolo. Federico Russo, invece, altro volto della mitica Itc2000, la società dell’agente siculo-bolognese, lancia la serata su Rai 1 con PrimaFestival, cinque minuti in onda tutte le sere dopo il Tg1 delle 20,30. Orario pazzesco per uno come Federico Russo che qualche settimana fa ha anche presentato in coppia con Flavio Insinna Dieci cose, la sfortunata creazione televisiva di Walter Veltroni. Ecco, la potenza di Caschetto si misura nella capacità di dare spazi e vetrine di primissimo piano ad artisti e personaggi che non diresti.

È il nuovo Lucio Presta, dicono alcuni, il nuovo Lele Mora. Attenzione a non esporsi e a volere troppo, però… Tasto sensibile per uno scoperto da una vecchia volpe del mondo dello spettacolo come Bibi Ballandi, lui pure bolognese. Erano gli anni in cui la mucillaggine assediava le spiagge della riviera romagnola. Il supermanager stava lavorando a Stasera mi butto, uno show dal Bandiera gialla di Rimini finanziato anche dalla Regione per sostenere il turismo in calo. Caschetto rappresentava l’assessore e Ballandi si accorse della sua passione per il mondo dello spettacolo. «Così gli consigliai di trasformare quella passione in una professione, rendendomi disponibile a introdurlo nell’ambiente». La frequentazione servì a Caschetto per memorizzare uno dei dogmi ballandiani: «Volare bassi per schivare i sassi». Silente e circospetto al limite dell’omertà, Caschetto lavora sotto traccia, non compare, non fa vita mondana, non ha hobby modaioli, esce poco e parla ancora meno con i giornalisti, la sera se ne torna nella sua Bologna, fino a qualche anno fa in treno, ora a bordo di un duemila con vetri oscurati guidata dall’autista mentre lui lavora e telefona. «Credo nel teorema Cuccia: stare nascosto ed essere considerato autorevole», ha detto una volta sintetizzando la sua filosofia professionale. Ma per quanto faccia, qualche pranzo di lavoro e qualche visita importante la deve fare.

Virginia Raffaele, scuderia Caschetto, sarà all'Ariston

Virginia Raffaele, scuderia Caschetto, sarà all’Ariston

Pochi giorni dopo l’insediamento dei nuovi direttori nominati da Antonio Campo Dall’Orto fu visto uscire dall’ufficio in Viale Mazzini di Ilaria Dallatana in compagnia di Giorgio Gori, renziano sindaco di Bergamo nonché capo della neodirettora di Rai 2 ai tempi di Magnolia. Dopo qualche tempo si scoprì che la sua Virginia Raffaele, fino a quel momento in forza a Mediaset, avrebbe avuto quattro serate nel palinsesto di primavera 2017 di Rai 2. Nell’ultimo telemercato estivo si sono registrati sette passaggi di «caschettiani» da un editore all’altro. Oltre alla Raffaele e a Crozza, approdato con Andrea Zalone al canale Nove di Discovery con prestigiosa sosta al Festivalone, Fabio Volo ha ottenuto la sua serie tv sempre sul Nove, Pif si è accasato a Rai 1 con La mafia uccide solo d’estate e prossimamente lo vedremo su Rai 3, mentre Nicola Porro, espulso da Virus dalla Dallatana, ha preso il timone di Matrix a Canale 5, dal quale  si è trasferito a La7. Una bella centrifuga di cambiamenti, nuovi contratti e collaborazioni. E buone provvigioni, ovviamente. Del resto Caschetto ha ponti solidi in tutte le sponde, reti Mediaset comprese. Dove, oltre a Luca e Paolo, Alessia Marcuzzi non cede un millimetro al timone dell’Isola dei famosi e del Grande Fratello. Se uno riesce a gestire in contemporanea tutte queste situazioni traendo vantaggi anche da circostanze sfavorevoli qualche dote bisognerà pure riconoscergliela. Ma lui si schermisce, fedele al basso profilo ballandiano: «Io non ho talenti particolari, non eccello in niente… Metto insieme tante piccole cose. Pazienza, sacrificio, capacità di ascoltare, capire le ragioni delle parti, sapere quando accelerare e quando frenare, stare sul pezzo…», mi disse quando lo vidi qualche tempo fa.

Giovanni Floris, scuderia Caschetto, ospite di Fazio e Gramellini

Giovanni Floris, scuderia Caschetto, ospite di Fazio e Gramellini

Qualche volta però capita anche a lui di affiorare sopra il pelo dell’acqua. Per esempio, la recente doppia ospitata di Floris (anche lui Itc2000) sulla Rai 3 diretta dalla sua ex protetta Daria Bignardi, ha aizzato i sospetti di Michele Anzaldi, segretario della Commissione di Vigilanza in quota Pd, che ha presentato un esposto al presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone. A intervistarlo per promuovere il nuovo romanzo del conduttore di DiMartedì è stato prima il caschettiano doc Fabio Fazio a Che tempo che fa, poi, solo tre settimane dopo, Massimo Gramellini nel suo Le parole della settimana. In fin dei conti Floris è pur sempre un volto di una rete concorrente di Rai 3, da quando, pilotato ovviamente da Caschetto in un’altra delle sue estati d’oro, passò a La7. Inoltre, chiede Anzaldi, «sarebbe curioso sapere se Caschetto non sia anche l’agente di Gramellini», visto che un anno fa acquistò i diritti del suo bestseller Fai bei sogni dal quale Marco Bellocchio ha tratto il film co-prodotto dalla IbcMovie, altra società di Caschetto, con Rai Cinema. Insomma tanti interrogativi. E, sempre più incombente, un problema di misura per il superagente delle star. Sempre quella volta rispose alla mia curiosità sui suoi rapporti con l’amico Campo Dall’Orto con una sinuosa parabola che attingeva al suo passato di operatore nelle mense universitarie: «Mi ricordo che era impossibile non avanzare un po’ di pane. Allora», raccontò, «chiesi a un amico panettiere: “Tu cosa fai del pane che avanza? Il giorno dopo lo dai a un cliente abituale o a uno occasionale?”. “Al cliente abituale”, mi rispose, “perché lui so che tornerà comunque, mentre se dessi pane raffermo a quello occasionale non lo rivedrei più”. Ecco, io potrei essere il cliente abituale di Campo Dall’Orto. Perciò non mi aspetto nulla. Se gli amici ti danno il pane del giorno prima l’amicizia resta la stessa», trasse la morale Caschetto. Già, bella parabola. Ma guardando il Festivalone di Crozza e soci non pare che l’agente più potente dell’etere stia masticando molto pane duro.

La Verità, 9 febbraio 2017

Verdelli, l’alieno che voleva cambiare la Rai senza alleati

Un alieno in Viale Mazzini. In fondo sta tutta qui la storia della resa di Carlo Verdelli, un giornalista e una persona come poche in circolazione. Un professionista avulso dalle logiche romane, allergico al teatrino della politica. Il piano editoriale per l’informazione bocciato con procedura insolita – senza un voto esplicito del consiglio d’amministrazione, convocato in modo «informale» e in sua assenza – è la conclusione finale di una parabola che già da qualche mese aveva virato al peggio. Bocciati il trasferimento del Tg2 a Milano, la suddivisione in cinque macroregioni con l’accorpamento di Tgr e Rainews24, il TgSud diretto a rotazione da Lucia Annunziata, Michele Santoro e Roberto Saviano, e il TgMondo in lingua inglese. «Una persona perbene prende atto che il piano da lui messo a punto viene bocciato perché ritenuto pericoloso e irrealizzabile», ha detto l’ex direttore dell’informazione di Viale Mazzini. «Chi lo propone non può che prenderne atto. Non ci può essere un direttore che non ha la fiducia del Consiglio d’amministrazione». Antonio Campo Dall’Orto, direttore generale, si è assunto l’onere di «rivisitare» il progetto secondo una mappa che ha nell’informazione digitale, nell’informazione di flusso (la rete all news), nell’integrazione tra tg e reti e nell’informazione per l’estero i quattro nuovi punti cardinali del sistema news. Secondo il consigliere Franco Siddi per avere un nuovo piano «ci vogliono un paio di mesi, forse anche meno». Mentre aspettiamo, proviamo a trarre qualche spunto dalla vicenda.

Antonio Campo Dall'Orto si è assunto l'onere di preparare un nuovo piano editoriale per l'informazione

Antonio Campo Dall’Orto preparerà un nuovo piano editoriale per l’informazione

Di tentativi falliti di riformare la Rai sono lastricati i marciapiedi di tutta la Roma politica. Ogni nuovo governo, contestualmente all’insediamento, annuncia come sua missione prioritaria la riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. E, al grido di «fuori i partiti dalla Rai», promette di tenersi lontano dalle nomine di direttori di reti e testate, suscitando, puntualmente, ondate di scetticismo. Per una ragione semplice: da che esiste, la Rai è territorio di conquista della politica, prateria nella quale i partiti pascolano, piazzando parenti, amici, amanti e politici trombati alle elezioni. Per mettere fine a questo radicato costume le forze politiche dovrebbero improvvisamente convertirsi sulla via della trasparenza e del rispetto dei cittadini. Ecco perché un professionista stimato e distante da logiche di schieramento come Verdelli aveva fatto sperare più che in passato. Quando, poco più che un anno fa Campo Dall’Orto l’aveva scelto a sorpresa, il consenso era stato molto ampio se non unanime. Qui però, forse, anche Verdelli ha commesso qualche errore. Per resistere in un ambiente lontano se non proprio ostile, tanto più se ha una missione impossibile da realizzare, un alieno dovrebbe stabilire astute e solide alleanze, creare una squadra inattaccabile sul piano della competenza e della qualità professionale. Altrimenti c’è il rischio che si isoli e resti un corpo estraneo. Verdelli ha scelto come consulente Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, Pino Corrias, dirigente di Rai Fiction e Diego Antonelli, proveniente dall’Ansa. Tutti grandi firme e amici ma, non essendo esperti d’informazione televisiva, poco in grado di aiutare uno come lui, protagonista di una luminosa carriera nella carta stampata.

Francesco Merlo si era dimesso un mese fa dalla task force di Verdelli

Francesco Merlo si era dimesso un mese fa dalla task force di Verdelli

Allergico ai salotti e alle frequentazioni, Verdelli ha studiato e lavorato indefessamente, blindandosi con la sua task force, senza costruire i ponti giusti con alcuni consiglieri e dirigenti Rai. Questo errore si è sommato all’avventata dichiarazione sull’informazione Rai «ferma al Novecento» e sugli ascolti da «prefisso telefonico» di Rainews24, testata fino a pochi mesi prima diretta da Monica Maggioni, ora presidente della tv pubblica. Tutte riflessioni giuste, quelle dell’ex direttore editoriale per l’informazione, ma un po’ di diplomazia non avrebbe guastato. Nel frattempo, in attesa del piano editoriale, Verdelli si era assunto la responsabilità dell’azzardata intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina, figlio di Totò, con l’improvvida decisione del giornalista di far firmare la liberatoria solo dopo averla registrata. Aveva scelto Antonio Di Bella come direttore di Rainews24, favorendo il rilancio della testata soprattutto durante le emergenze estive (il terremoto in Abruzzo, il colpo di Stato fallito in Turchia). Aveva ideato il nuovo claim «Rai. Per te, per tutti», ben più contemporaneo di «Di tutto, di più». Superando molte resistenze, aveva riportato Michele Santoro su una rete Rai.

Monica Maggioni, presidente della Rai e avversaria, non unica, di Verdelli

Monica Maggioni, presidente della Rai e avversaria, non unica, di Verdelli

Ma tra lui e i politici romani continuavano a essere storie tese. Lo si capiva a ogni riunione della Vigilanza. A inizio dicembre, qualche giorno dopo l’anticipazione del piano editoriale fatta dall’Espresso, Merlo si dimetteva dalla task force parlando di «progetto sabotato. Speravo di aiutare il giornalismo della Rai a liberarsi dalla soffocante dipendenza della politica. Vado via perché questa missione è impossibile». Verdelli ha continuato a provarci. Il piano editoriale puntava a deromanizzare la Rai con il trasferimento del Tg2 a Milano, la città più produttiva del Paese, la creazione delle macroregioni per allentare la presa della politica sulle sedi regionali, la nascita di un tg a Napoli, il potenziamento del sito. Ma, nell’epoca della globalizzazione e del web, l’impostazione territoriale è apparsa superata. La politica ha fatto muro, il partito Rai gli ha fatto pagare la scelta dell’isolamento. Verdelli lascia la Rai: aspettiamo di sapere se c’è ancora spazio e tempo per riformarla.

La Verità, 5 gennaio 2017

 

Dove nasce il magnetismo di Manuel Agnelli

A un certo punto, l’altra sera, si presenta sul palco di X Factor Marco. Vestito di nero, mingherlino, agghindato, capigliatura improbabile, visibilmente omosessuale: «Porto Sex machine di James Brown». «Acciderboli! E perché questa scelta?», gli chiede Manuel Agnelli. «Perché sono un ballerino e questa canzone mi permette di mostrare alcuni movimenti…». Tra gli sguardi perplessi dei giudici parte il riff di uno dei capolavori della musica funky. Alla fine Arisa apprezza, Álvaro Soler pure. Agnelli lo guarda dritto e spara: «Io penso che in questo momento James Brown si stia rivoltando nella tomba. Hai sbagliato canzone, Sex machine è un pezzo di una violenza e di un’animalità che tu non hai. Voto prima io, perché il mio voto è sicuro. Per me è no». Politicamente corretto abolito, zero buonismi, parole chiare senza smancerie, sentimentalismi e concessioni al gossip, alla seconda puntata di audizioni (record di ascolti su Sky Uno con il 4,84 per cento e 1,5 milioni di telespettatori) Manuel Agnelli è la nuova star di X Factor.

La giuria della decima edizione di X Factor: da sinistra, Manuel Agnelli, Arisa, Álvaro Soler e Fedez

La giuria della decima edizione di X Factor: da sinistra, Manuel Agnelli, Arisa, Álvaro Soler e Fedez

Cinquant’anni, milanese, sposato e padre di Emma, leader degli Afterhours, gruppo di alternative rock, è sempre stato sideralmente lontano dal mainstream televisivo se si eccettua l’isolata partecipazione a Sanremo 2009, ultimo classificato con la sua band. Già l’anno scorso quelli di Sky lo volevano in giuria, ma lui non se l’era sentita: «Paura». Per il grande pubblico, digiuno di festival indipendenti e concerti nei centri sociali, Agnelli è un inedito assoluto. Qualcuno che non si era ancora visto. Ma non è solo la novità a provocare un misto di curiosità e diffidenza. Già archiviati gli idoli delle ultime annate, Mika e Morgan, in una giuria dominata dal pop e dal rap, Agnelli porta le svisate del rock e del punk. Una differenza espressa in ottimo italiano che per imporsi non ha bisogno di smorfie o caricature facciali. L’aria maledetta e vagamente sinistra, il capello lungo da rocker anni ’70 e la somiglianza con Severus Piton di Harry Potter gli conferiscono quel magnetismo e quell’imprevedibilità vagamente inquietante che tengono allerta il pubblico: chissà che cosa spara adesso… Alle prime audizioni a un ragazzo che sfoggiava un taglio da marine e al quale Fedez aveva chiesto se era un militare ha detto: «È un peccato che tu non lo sia perché con il coraggio che dimostri a cantare saresti una garanzia per la difesa della nostra patria». Un’altra candidata che strillava troppo è stata congedata così: «Il problema è che la comunità europea ha sancito un limite di decibel». Una coppia di ragazzi che ha allestito un teatrino con maschere piangenti per denunciare «il disastro della società in cui vivamo» si è sentita dire: «È il vostro conformismo da anticonformisti che non sopporto». E poi altre sentenze da Cassazione: «Non hai talento», «Sei antica, queste cose si vedevano al Festivalbar degli anni ’80». Però, sarebbe sbagliato pensare che Agnelli trinci giudizi in fotocopia, premiando solo i candidati più vicini al suo genere. Alla prima puntata Les enfants, quattro amici boy scout, jeans e camicie, hanno presentato Che fantastica storia è la vita di Antonello Venditti. Dopo l’ultima nota Agnelli li ha chiamati avanti sul palco: «Lo confesso, per un preconcetto non vedevo l’ora di massacrarvi. I boy scout, il modo in cui siete vestiti, la scelta della canzone eccetera: avevo davvero il colpo in canna. Ma invece siete bravi». Della sua partecipazione a X Factor dice che «tutto ha un ruolo. Il moscerino ha un ruolo, la blatta ha un ruolo, io ho questo». Ovvero: quello di non indulgere, di non commuoversi, di trasmettere ai concorrenti la necessità di perseguire l’obiettivo tenendo la schiena dritta. Quanto a se stesso dice: «Non vado a X Factor per cambiare il programma, ma per portare la mia visione della musica laddove non è rappresentata. Più che la rivoluzione, voglio portare informazioni nuove. E la tv, se usata bene, può dare grandi risultati». Un amico che lo conosce e s’intende di musica mi ha detto: «Agnelli a X Factor è come Madonna in un hotel a 2 stelle». E, in effetti, la sua partecipazione al talent show ha provocato una mezza rivolta negli ambienti della musica indie. Contestazione dei fan, attacchi sul web: «Manuel si è venduto». E qui si capisce che i giudizi secchi non sono una posa per le telecamere: «Mettiamola così», ha risposto a Vanity Fair, «prima di tradirlo, io sono stato tradito dal mio mondo e dall’ideale alternative… Quell’ambiente è cambiato radicalmente, è diventato conformista, di più: fascista… L’idea della riserva indiana, di difendere i confini, non produce niente… Non accetto un tribunale che decide cosa è giusto e cosa sbagliato». Insomma, una ribellione in piena regola al suo mondo di riferimento. Sinistra radical chic compresa: «Sono incazzato a morte con l’intellighenzia, quelli che “Io in televisione non ci andrei mai”», ha raccontato a Mucchio selvaggio. «Gli intellettuali, i designer, gli architetti, tutti quelli che ti dicono che non ci vanno per difendere la cultura. Certo, la televisione è molto volgare: chi lo nega? Ma questi sono in cattiva fede, difendono la cultura solo e unicamente perché vogliono controllarla… Cosa fa la sinistra da molti anni a questa parte? Questa non è cultura, è un club, è una gabbia».

La rivolta di Agnelli contro i rivoltosi per mestiere probabilmente deriva dalla recente morte del padre. Una figura importante per Manuel: commercialista, attivo in politica, musicista per hobby tanto da avergli insegnato a suonare le tastiere. Era in cura da tempo per un tumore e a 77 anni è morto per un’infezione al sangue contratta durante la chemioterapia. L’ultimo cd appena pubblicato dagli Afterhours s’intitola Folfiri o Folfox, che sono i nomi di due tipi di chemioterapie. Ma non è un disco di morte «fatto per portare avanti il dolore, ma per liberarmi di esso… Dopo la morte di mio padre mi sono sentito spaventato e abbandonato, un po’ perché ora ho bisogni elementari: voglio solo stare bene. Voglio essere felice e non me ne frega niente se è la cosa più banale del mondo». Benvenuto, Manuel.

I magnifici 7 di Beppe Caschetto, re circospetto del telemercato

Che cos’hanno in comune Fabio Volo, Luca Telese, Pif, Nicola Porro, Maurizio Crozza, Andrea Zalone e Virginia Raffaele? I magnifici sette (finora) sono tutti artisti e conduttori che nella prossima stagione cambieranno casacca. Continua a leggere

La direzione erratica e disinvolta di Ilaria Dallatana

Alla faccia della “rete anticonformista”. Della tv contemporanea, in grado di rappresentare le dinamiche della società moderna. Raidue e la sua direttrice Ilaria Dallatana sono nei casini a causa della censura di un bacio Continua a leggere

Altro che Bonolis, alla Rai servirebbe Davide Parenti

Più che a Paolo Bonolis, se davvero volesse dare un segnale di cambiamento della nuova Rai, Campo Dall’Orto potrebbe pensare a Davide Parenti, il padre delle Iene. 58 anni, muscoli e capelli che destano l’invidia di molti suoi coetanei, con Antonio Ricci, Parenti è l’autore di tutta la linea spregiudicata trasgressiva satireggiante, ovvero del giornalismo anti-giornalismo delle reti Mediaset. Qualche giorno fa ha dato le dimissioni (il contratto scade tra un anno). Motivo presunto: la mancata messa in onda di un servizio in cui si documentava che Fabrizio Corona, già prenotato da Costanzo per il suo Uno contro tutti, aveva percepito denaro in nero. Mediaset ha risposto con il parere di un legale: quel servizio avrebbe danneggiato le “nostre reti televisive per via della posizione legale del soggetto”.

Il quintetto di conduttori che si divide nelle due serate di messa in onda: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il quintetto di conduttori delle Iene: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il caso Corona è solo l’ultima incazzatura che ha fatto traboccare il vaso, ma il problema viene da lontano. È una certa stanchezza, la voglia di fare cose diverse e di sperimentare di Parenti. Non che gli ultimi tentativi, Open Space con Nadia Toffa e X Love con Nina Palmieri, siano stati un successone. Anzi. Anche la scelta della conduzione collegiale delle Iene non ha dato le soddisfazioni sperate. Parenti lo sa, troppo lunga è la navigazione nella tv borderline del Biscione. Dalla sua ha l’attenuante che in un paio d’anni prima se n’è andato il Trio Medusa e poi ha salutato la Gialappa’s. Personaggi non facili da sostituire. Qualche malumore filtra anche da dentro la squadra. All’inizio Le Iene erano un laboratorio artigianale, adesso sono diventate una corazzata con 70/80 persone che ci lavorano. Sarà, però, mentre il format argentino cui è ispirato, Caiga quein caiga, ha chiuso nel 2010, Le Iene sono ancora lì con i loro abiti e occhiali neri su camicia bianca (divisa mutuata dal film tarantiniano). Fate un nome di conduttore di tendenza della tv attuale e troverete un passato da Iene. Da Victoria Cabello a Claudio Bisio, da Alessandro Cattelan a Marco Berry, da Frank Matano a Alessandro Sortino fino a Luca e Paolo, solo per parlare delle partecipazioni durature ora archiviate, son tutti cresciuti lì. Non che sia solo merito di Parenti. Uno come Enrico Lucci, per dire, ha fatto la gavetta prima di diventare “il nostro Maradona”. E non che lui, Parenti, abbia fatto solo questo. Anche Lupo solitario, Matrioska, Araba fenice e Barracuda con Daniele Luttazzi, per esempio: tutta roba molto borderline… Però se gli chiedi quali sono i programmi di cui va più fiero, oltre alle Iene cita Milano-Roma – ve lo ricordate? – e Scherzi a parte. Una iena ragionevole?

Tipo schivo, che non frequenta, mai visto nei locali notturni e nelle gallery fotografiche di gossip, Parenti è un lombardo tutto lavoro e lavoro. Tempo libero non è sicuro ne abbia. Va molto a zonzo d’estate, ma anche in viaggio è riuscito a inventarsi Turisti per caso con Siusy Blady e Patrizio Roversi. “Con un lavoro così è difficile staccare con la testa. Solo da poco ho imparato a far vacanza… Nuoto, faccio windsurf…”. Poi si dedica ai figli. Per il resto: lavoro, idee, vita di squadra, laggiù, nel terzo palazzo in fondo, quello più nascosto del quartier generale di Cologno Monzese. Possono passare settimane o mesi senza che i capi di Mediaset lo vedano. Qualcuno ha detto che ha una bellezza da bagnino alfabetizzato. “In quella definizione mi ci ritrovo”, ammise lui, un passato da insegnante di ginnastica e poi da corrispondente dell’Unità a due lire a pezzo. Dai compensi da fame dell’Unità agli spettacoli per le feste dell’Unità il passo fu breve. S’inventò Gran Pavese, con Roversi e Blady, e Minoli che lo vide ne trasse delle pillole per Mixer. Con quella carta il terzetto si presentò da Ricci e Lupo solitario andò in onda.

Il cast del film tarantiniano, tra i quali Michael Madsen, Quentin Tarantino e Harvey Keytel

Il cast del film tarantiniano. Si riconoscono Michael Madsen, lo stesso tarantino e Harvey Keytel

Quasi trent’anni dopo eccolo con una lettera di dimissioni in mano. Strategia d’uscita vera o solo tattica? Le Iene sono riproponibili fuori da Mediaset, in un’altra cornice, con una squadra diversa, magari senza Lucci? La prossima settimana Parenti incontrerà i dirigenti Mediaset per trovare un’intesa. Per la nuova stagione è già previsto il ritorno al comando del programma di Ilary Blasi e Teo Mammucari, entrambi sotto contratto. Facile che il caso rientri. Però…