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Ritratto di famiglia in un castello

Condividere la bellezza. Esiste esperienza più coinvolgente? Spartire la grazia, partecipare di una sensibilità, di un sentimento del vivere. Visitare la collezione Cavallini Sgarbi (fino al 3 giugno) allestita dall’omonima Fondazione nelle sale del cinquecentesco Castello Estense di Ferrara è fare questa esperienza. Si scrutano le opere, 140 capolavori da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati, dal 1300 al secolo scorso, «scelti con assoluto rigore, sopportando gli strali di mio fratello», confida Elisabetta, «tra le cinquemila opere della casa di Ro Ferrarese», e si vedono loro. Vittorio, con la sua fame erudita e frenetica di vita e arte. Mamma Rina, socia complice in questa avventura di accumulo e valorizzazione del bello. Elisabetta, motore e mente razionale, lucida e fattiva, curatrice di ogni dettaglio. Papà Nino, custode di questa bramosia, che ha saputo riflettere nei tramonti sull’acqua filmati in Il mio fiume (2010). Protagonisti nell’ombra. E protagonisti reali di una storia irripetibile che comincia là dove la mostra finisce, nella «Stanza dei giochi» dei bambini, davanti a una Madonna (1550-60), bambola in legno con le calze rosse di Nero di Sansepolcro, con le foto di Vittorio che guida una macchinina da corsa, e di Elisabetta con il binocolo regalatole da papà Nino per osservare meglio la realtà: una storia che fa da punteggiatura ai capolavori, resa dall’album di famiglia in bianco e nero, come attori di ieri e di oggi, per dire che, in fondo, il vero capolavoro siamo noi, con la nostra sete e il nostro desiderio inestinguibile.

L’ingresso nella prima sala, vicino a una porta che riproduce quella della casa di Ro, è preceduto dalle dediche ai genitori: «A mia madre, Rina Cavallini, che ha risposto a ogni mia richiesta. Ed è qui, in Paradiso, fra queste stanze», scrive Vittorio. «A Nino, mio padre, che ho scoperto scrittore. E questo resterà per sempre», gli fa eco Elisabetta. Ci si inoltra, dunque, nelle sale ornate di rosso, accompagnati dalle immagini di mamma Rina che fa gli onori di casa. Vediamo i cofanetti di fine Trecento della Bottega degli Embriachi, prima di entrare nella stanza degli «Antichi maestri», con il busto di un imponente e assorto San Domenico (1474), opera di Niccolò dell’Arca, scovato a sorpresa da Vittorio «nella bottega di un antiquario colto a Roma». Subito dopo ci accolgono il magnetico Cristo benedicente (1486-87) di Jacopo da Valenza e la cinematografica Madonna del latte tra sant’Agnese e santa Caterina d’Alessandria (1490) di Antonio Cicognara. Si fa «Ritorno a Ferrara» con Boccaccio Boccaccino, Giovanni Battista Benvenuti, detto l’Ortolano, il Garofalo, il Bastianino, lo Scarsellino, la trionfante Sibilla (1600-06) e la tenerissima Sacra famiglia (1615-18) al desco di Carlo Bononi, con il bimbo che imbocca un san Giuseppe anziano.

Il «San Domenico» di Niccolò dell'Arca

Il «San Domenico» (1474) di Niccolò dell’Arca trovato da Vittorio nella bottega di un antiquario

Tesori ritrovati grazie a una ricerca «senza dogmi», scrive Vittorio nello splendido catalogo (La nave di Teseo), dispersi e inconsapevoli nella nostra «Italia della meraviglia», linfa vitale e arca di una ricchezza inesauribile, dovunque invidiata, che pure non gode più del giusto stupore in grado di farsi impresa e cultura. Comprendente pregiatissime opere di pittori ferraresi, la collezione Cavallini Sgarbi ha, dunque, il sapore di una restituzione alla città estense che gli meriterebbe uno spazio storico per una Permanente. Ma è anche un dono al pubblico italiano tutto, cultori, amanti d’arte, collezionisti, semplici visitatori e turisti. La condivisione del bello di cui si diceva chiama il riconoscimento istituzionale, soprattutto se ministro dei Beni culturali dovesse restare il ferrarese Dario Franceschini. E ancor più in considerazione delle profonde radici cittadine della famiglia, testimoniate dal restauro a cura della Fondazione Elisabetta Sgarbi della casa di Via Giuoco del Pallone, dove Ludovico Ariosto compose la prima edizione dell’Orlando Furioso.

La ceramica di Andrea Parini con l'iscrizione: «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice»

La ceramica di Andrea Parini (1941) con l’iscrizione: «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice»

Procedendo nella visita, si entra nella sala delle «Belle donne», la carnalissima Cleopatra (1620) di Artemisia Gentileschi di cui, scrive Sgarbi, «sentiamo gli odori, il sudore, la puzza», opposta alla femmina rappresentante l’Allegoria del tempo (1650) di Guido Cagnacci, che «persegue una sensualità intellettuale, sofisticata». Si avanza e ci si inoltra nella ritrattistica, da Lorenzo Lotto a Francesco Hayez, dove spicca il Ritratto del legale Francesco Righetti (1626-28) del Guercino, raffigurato davanti alla libreria di volumi di diritto, «capolavoro di natura morta» secondo Pietro Di Natale, curatore della mostra. Si passa per una Santa Caterina da Siena con Gesù Bambino (1650) di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, «un equilibrista del pennello», che mamma Rina volle fortissimamente acquistare contro la volontà del figlio. Si continua nella stanza degli «Amati scultori» con il Ritratto della figlia (1941) di Andrea Parini, una ceramica nella quale il pudico desiderio dell’autore – «Figlia, ti vorrei casalinga e scrittrice» – ricorda l’auspicio di papà Nino per Elisabetta. Si giunge, infine, al potente, e amatissimo da Rina, Cristo crocifisso (1881) di Gaetano Previati, che Vittorio non avrebbe voluto acquisire «per quanto era impegnativo», ma alla fine se ne convinse, «vedendolo nella posizione ideale nell’abside» della chiesa di San Gottardo in Corte a Milano. Arrivò il 31 ottobre 2015, appena tre giorni prima che Rina morisse senza vederlo. «Cristo, forse, l’ha attesa in Paradiso», spera Vittorio.

Del resto, come si legge nello stralcio di Lungo l’argine del tempo di papà «Nino», scomparso a pochi giorni dall’inaugurazione, e proposto come congedo al visitatore, «non è vero che tutto finisce e precipita nell’oblio. Dopo di noi le cose continuano e qualcosa di noi sopravvive in ciò che abbiamo fatto (…) E nei figli, naturalmente. Ci consola sapere che il nostro sangue e i nostri pensieri vivranno in loro e che loro continueranno nell’impresa di realizzare il desiderio più grande dell’uomo: mantenere in vita la vita. E continueranno a cercare, a coltivare e a raccontare la bellezza, come fanno Vittorio ed Elisabetta».

Capaci di trasformare la collezione Cavallini Sgarbi in un’eredità culturale che profuma di gratuità.

La Verità, 17 febbraio 2018