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«I romanzi di Veltroni e Franceschini? Libroidi»

Da giovane, Francesco Permunian fumava le Muratti: sugli ampi spazi bianchi del pacchetto poteva annotare appunti, ritrattini, spigolature. Scrittore rapsodico e ribollente di ossessioni, per quasi quarant’anni bibliotecario a Desenzano, nativo di Cavarzere (Polesine) nel 1951 della grande alluvione, Permunian vive appartato e fiero del suo sguardo periferico che gli permette una certa ironia sulle contraddizioni dell’industria culturale e non solo. Dai pacchetti di Muratti, quelle note finirono in un grosso faldone, «un vero e proprio incubatoio letterario», si legge nei «Pensieri e parole ai bordi della notte» che accompagnano Costellazioni del crepuscolo, il volume nel quale Il Saggiatore ha raccolto in una nuova veste Cronache di un servo felice e Camminando nell’aria della sera. «Quando lo aprivo e ne squadernavo per terra o sul tavolo il contenuto, la mia stanza si trasformava in una sorta di falegnameria artigianale, col pavimento cosparso di trucioli di prose e diversi altri materiali alquanto improbabili e inclassificabili… tutta roba che poi piano piano si agglutinava e modellava fino a dar vita» a quei romanzi visionari, allucinati, crudi.

Il primo dei quali, Cronache di un servo felice, s’imbatté in 32 rifiuti prima di approdare in libreria. Complimenti per la tenacia.

«Sarà stata la forza della disperazione. In quel decennio di fine secolo dominava il minimalismo alla Raymond Carver e le mie sinfonie lugubri non interessavano nessuno. Giuseppe Pontiggia, capo della Mondadori, lo lesse, gli piacque e venne a Desenzano per dirmi, però, che era un unico blocco di tenebre e ghiaccio e non poteva pubblicarlo. Subivo rifiuti e intanto lo limavo e aggiustavo. Finché scoprii che a Padova Meridiano Zero, piccola casa neonata, aveva una collana di noir. Marco Vicentini lo prese al volo e in venti giorni eravamo in libreria, spacciandolo per un romanzo gotico, cosa che non era. Poi mandò sessanta copie in giro per le redazioni e tutto cominciò».

Anno 1999, crepuscolo del millennio.

«Io di anni ne avevo già 49. Era passato un sacco di tempo da quando mi ero iscritto a Lettere a Padova, arrivando dal paesello. Per Silvio Ramat e Giorgio Pullini, miei professori, la poesia e non la prosa era la regina della letteratura. Le stelle polari erano Andrea Zanzotto, che viveva a Pieve di Soligo, e Diego Valeri, originario di Piove di Sacco. M’illudevo di essere un poeta anch’io. Ma dopo la morte prima di una figlia e poi di mia moglie, per sposare la quale ero venuto a vivere a Desenzano, la poesia non bastava più».

Erano crollati anche gli ideali della politica.

«C’era il deserto. Le istanze del Sessantotto si erano dissolte. Anche la fede cigolava: come fa a esserci un Dio se colpisce persone inermi e innocenti? Ne parlavo con Sergio Quinzio e Davide Turoldo, gente eretica. Avevo anche una seconda figlia da crescere. Senza la scrittura ci sarebbe stato il vuoto totale».

Che cosa accadde?

«Continuavo a mandare i miei scritti a Zanzotto che una volta mi convocò a casa sua: “Non devi scrivere con le lacrime”, mi disse, “perché bagnano il foglio e vien fora un spotacio. Ma con il ricordo delle lacrime”. Mi mise in mano Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e mi consigliò di trasformare “questi componimenti in frammenti di prosa, poi mandali a Maria Corti, una mia amica”. Così feci. Lì c’erano le prime figure di Cronache di un servo felice».

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Un campionario di folli, poveri cristi, erotomani… Non era prevedibile che faticasse a trovare la strada della libreria?

«Lo era, ma non potevo cambiarlo e cambiarmi. Cronache di un servo felice è un catalogo dell’infamia e della malinconia scritto con la penna intinta in un calamaio di crudeltà e amarezza. Ma è un catalogo pervaso di compassione. Che genera situazioni al limite della decenza. E alla fine, come un’ombra che aleggia su tutto e tutti, ecco salire l’orchestra dei morti che tutto avvolge e acquieta nel nulla infinito».

Una letteratura nichilista e grottesca.

«Secondo Milan Kundera, il romanzo è “un’arte nata come eco della risata di Dio” dopo che si accorge del lato grottesco del mondo che ha creato».

Da dove viene una letteratura così?

«Dall’inferno del Veneto poverissimo, il Polesine degli anni Cinquanta. Sono nato in un posto che si chiamava Lezze, quattro case al confine tra le province di Venezia e Rovigo vicino al ramo morto dell’Adige. Senza tv e radio ci si radunava nella stalla per ascoltare i racconti dei vecchi come si è visto nell’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. O come ha raccontato Nikolaj Gogol’ nelle Veglie della fattoria presso Dinkan’ka nelle quali mescolava streghe, demoni e contadini, storie di campi e storie magiche».

Per fortuna c’è anche la parte meno infernale di Camminando nell’aria della sera.

«Il volume del Saggiatore, che ha deciso di ripubblicare i miei romanzi introvabili, è un dittico. Che, oltre all’inferno del Polesine, comprende il purgatorio della vita qui sul Garda, protagonista un vecchio medico condotto che segue la sua comunità dalla finestra di casa e passeggia in riva al lago nella malinconia della sera. I due romanzi sono come ante della stessa porta, unite dalla cerniera dei famosi appunti sui pacchetti di sigarette».

I suoi riferimenti letterari sono i grandi autori del Veneto e della Mitteleuropa?

«Tutta la mia opera nasce “sotto stelle autunnali”, come dice il poeta austriaco Georg Trakl. Ma sulla scrivania tengo anche una frase un vademecum della buona scrittura di Giorgio Manganelli: “Oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo – o del risibile”».

C’è anche qualcosa che ricorda Ferdinando Camon, un altro grande veneto che si definisce un cantore della fine della civiltà contadina.

«Io sono l’estremo lembo di quello stesso mondo contadino. Non sarò mai uno scrittore metropolitano. Non me ne importa niente di ciò che viene prodotto nelle città. Un altro scrittore che stimo è Vitaliano Trevisan, narratore delle solitudini del nord est, una bolla che però io non conosco».

Altre letture predilette?

«In questi giorni sto leggendo due libri di giornalisti culturali: Vampiri conosciuti di persona di Roberto Barbolini (La nave di Teseo) e Insperati incontri di Silvio Perella (Gaffi editore). Siccome detesto viaggiare, mi consolo con questi giornalisti che fanno letteratura senza avere la prosopopea del letterato di professione».

Diceva che non sarà mai uno scrittore metropolitano. La provincia è una scelta o un obbligo?

«Prima è stato un obbligo, causa la scomparsa di mia moglie. Poi una scelta. Ora è quasi uno stemma nobiliare, un’appartenenza. Che ti dà la giusta distanza per non farti assorbire dalle mode di plastica. Nel mondo di internet non esiste più la provincia nel senso di realtà minoritaria. È più provinciale Milano che sembra un quartiere di Tokio, di Desenzano. Zanzotto è rimasto a Pieve di Soligo, Mario Rigoni Stern sull’Altopiano di Asiago. È questione di apertura mentale».

Ho letto che per lei questa terra è una specie di Catalogna.

«Nel senso culturale del termine. L’unità è nella lingua veneta. A volte, la sera, quando vado sulle colline di Salò e vedo le luci accendersi sui paesini del lago, penso alle parole usate dalle persone che sono dentro quelle luci. È come un grande campiello goldoniano, dove c’è il dialetto trentino, quello bresciano, mantovano, veronese. Per di qua sono passati Catullo, Goethe, D’Annunzio, Mussolini, è un grande poema umano. Capisce perché non posso scrivere in italiano standard?».

Quindi il Garda e il Veneto come la Catalogna italiana. Ha votato al referendum per l’autonomia?

«Non ho votato, anche se credo molto nell’autonomia e nella necessità di un’amministrazione diversa delle tasse. Ma in questo referendum sono entrate troppo la politica».

L'ultima fatica «letteraria» di Veltroni

L’ultima fatica «letteraria» di Walter Veltroni

Il libro di Dario Franceschini

Gli strumenti sono sempre perfettibili. Senza politica, le resta solo la scrittura?

«La scrittura è la mia terapia. Un vero scrittore nasce da un’impavida solitudine, unica compagna in grado di garantire quello sguardo lancinante sul mondo non ancora inquinato dal potere e dal successo mediatico».

Che rapporto ha con il mondo editoriale, i premi letterari e i festival?

«Non ho un agente letterario, non tengo un blog, vivo isolato. Ogni tanto qualche editore mi invita e mi chiede un libro. In trent’anni che scrivo, un giro di alcune migliaia di lettori si è creato. Preferisco avere un editore medio o piccolo ma di qualità, che mi segue personalmente, come il Saggiatore che ha un progetto chiaro».

Cosa pensa delle fusioni editoriali?

«Non m’interessano molto. Credo di più nei progetti di Adelphi, Saggiatore, Minimum Fax, Nutrimenti, una decina di editori in tutto. Oggi l’80% di ciò che viene pubblicato, libri di cantanti, comici, politici, cabarettisti è fuffa di cui non resterà niente. Sulle copertine dei libri di Dario Franceschini, Piero Fassino, Walter Veltroni c’è scritto romanzo. Ma cosa c’entrano con la letteratura? Non è questa la strada per combattere la crisi dell’editoria. Siamo in piena decadenza, tutto si sta sfarinando, corrompendo. E arrivano i barbari che scrivono libroidi, non libri».

La Verità, 19 novembre 2017