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«È scandaloso il silenzio dell’Italia sull’Armenia»

Geografo. Da qualche tempo camminatore. Le due cose non sono incompatibili». È il profilo Facebook di Pierpaolo Faggi, docente in pensione di Geografia umana all’università di Padova e autore di numerosi libri sui paesi della Mezzaluna fertile, attraversati camminando. Negli ultimi due anni ha provato ad andare a Istanbul a piedi, accompagnato da un cane. Ma l’anno scorso il cane si è ammalato, mentre quest’anno, giunto a Belgrado, è arrivato il lockdown: «Se la salute regge, ci riproverò». L’Armenia, invece, l’ha visitata tre volte e ne ha scritto ripetutamente (ultimo libro, pubblicato da Cleup: Un odàr a pranzo. Camminando tra le tavole d’Armenia; odàr sta per straniero, foresto). Quando gli propongo l’intervista su ciò che sta accadendo in Armenia, accetta. Ma precisa che su molti argomenti la pensa all’opposto della Verità. Di vederci a San Giorgio in Bosco, dove vive, non se ne parla: il figlio anestesista gli ha raccontato cose spaventose e quindi ha fatto un patto con la moglie di non incontrare nessuno finché l’emergenza sanitaria sarà finita. Infine, alla mia richiesta di una sua bella foto, risponde che non possiede la macchina fotografica: «Ho il telefonino e disegno».

Professore, che cos’è la geografia umana?

«È una disciplina debole rispetto alla storia, alla sociologia e alla scienza pura. Una disciplina che si è evoluta nel tempo».

Mi interessa l’aggettivo…

«Serve a distinguerla dalla geografia fisica che studia le forme della terra, dei fiumi e delle montagne. La geografia umana esamina il rapporto tra società e territorio. Personalmente, ho studiato la questione ambientale nei Paesi in via di sviluppo, dal Senegal all’Asia centrale, le zone aride, la desertificazione. Ora è un tema di attualità, con i miei colleghi ne parlavamo trent’anni fa».

Ha senso insegnare una materia così nell’era della globalizzazione?

«Direi che è fondamentale perché fa capire i legami tra territori e popolazioni. Paradossalmente, la globalizzazione ha rilanciato tematiche locali. Le popolazioni e i luoghi entrano in relazione con la globalizzazione in modo diverso. Ci sono fenomeni sia di omologazione che di diversificazione. È stato così in tutte le epoche: l’impero romano, l’impero ottomano e l’impero cinese sono state forme di globalizzazione. Alla fine del XIX° secolo la globalizzazione è avvenuta con i mezzi di trasporto, treni, navi, aerei. Oggi avviene con i mezzi di comunicazione».

E la geografia?

«Spiega come i vari luoghi entrano in rapporto con il globale. Oggi c’è l’illusione che con Google maps si possa conoscere tutto il mondo. Invece conosciamo le formule, non i processi. Il topografismo, come lo chiamiamo noi, riduce i processi del mondo alle loro forme esteriori».

Che rispetto c’è nei grandi media delle comunità e delle specificità locali?

«Ci sono linguaggi diversi. Nei social media e in rete si trova tutto: quelli che ragionano di geopolitica e chi rappresenta le piccole comunità. Ovviamente c’è un mainstream dominante, la voce del padrone, del vincitore della guerra, e anche le voci che vengono dal basso. Noi diciamo di ascoltare il territorio».

Espressione tremenda.

«Significa andare sul posto, per vedere gli effetti dei processi di sviluppo».

Oggi la parola più abusata è «pianeta» e le istituzioni che contano, come l’Oms, hanno l’aggettivo mondiale.

«Parlare in termini di pianeta ha senso sia dal punto di vista fisico che di collegamento delle reti. In geografia insistiamo sul concetto di multiscalarità. Ovvero, leggere un processo attraverso più scale dimensionali: globale, nazionale, regionale, locale. Ognuna offre una dimensione del fenomeno».

Quella comunitaria è un po’ sacrificata?

«Se una farfalla batte le ali nella pianura Padana ci sarà un uragano in Australia. Tutto è collegato, perciò è sbagliato considerare solo il globale o solo il locale».

La dimensione prevalente è quella globale?

«Perché è la novità. Le dinamiche climatiche, economiche, migratorie e di genere hanno una dimensione globale».

Perché scrive libri sull’Armenia?

«Scrivo libri sul mio camminare. Una decina d’anni fa ho avuto l’idea di ripercorrere a piedi i posti dove da giovane ero andato in auto. Camminando si vedono le cose in modo diverso. Il primo viaggio, con una Fiat 600, era stato in Turchia, poi Siria, Georgia e Armenia. 40 anni fa c’erano ancora l’Urss e la cortina di ferro, per andare in Russia bisognava anticipare l’itinerario all’ambasciata».

E l’Armenia?

«È stata un incontro particolare per due motivi. Il primo è che mi sono fatto degli amici là. Il secondo è che armeni ce ne sono anche in Italia, come in tutto il mondo. Ho anche conosciuto la Antonia Arslan e mi sono affezionato a questo Paese. Al punto che sto studiando la lingua».

Perché ha cominciato a girarla a piedi?

«L’ho attraversata tre volte, dal confine iraniano alla Georgia, dalla Turchia all’Azerbaijan. La conosco bene, senza essere uno specialista. Mi piace fare i collegamenti e le differenze dai territori vicini perché ha elementi propri ma anche comuni. Per esempio, appartiene al mondo del pane, dalla Spagna all’Asia centrale, dove inizia il mondo del riso».

Perché nei suoi libri scrive eppiauar e eppibertdei come si pronunciano in italiano?

«Riproduco una lingua di strada, l’inglese basico e sporco che si usa negli incontri tra persone di etnie diverse. Ognuno lo pronuncia a modo suo, l’ho riprodotto così».

Che cosa la colpisce di questo piccolo popolo?

«Hanno una tenacia di ferro e una storia tormentata. Quando mi trovo di fronte a queste comunità esigue durate nei secoli come gli israeliani, i curdi, i baschi, riconosco che sono popoli con grande spirito di comunità e regole forti. Non credo ai popoli eletti e agli scontri di civiltà, a prevalere sono sempre le motivazioni politiche. Gli armeni hanno rispetto totale per la tradizione e allo stesso tempo grande pragmatismo. Le figure più rappresentative sono il prete e il mercante. Poi l’Armenia affascina con le sue montagne e i suoi altopiani».

Che impressione ha avuto visitando il monastero di Dadivank, passato dopo la guerra in Nagorno Karabakh appena conclusa, sotto il controllo dell’Azerbaijan?

«Quando ci sono arrivato a piedi, di sera, mi si è presentato in modo molto affascinante. È un luogo articolato nelle sue strutture, costruito in epoche diverse, ricco di affreschi restaurati dalla cooperazione italiana. Questi monasteri fanno da cerniera tra le alte quote e il fondovalle. Vedendoli, capisci che i monasteri davano le regole e custodivano la cultura del popolo».

Ora in grave pericolo?

«È una fortuna che siano arrivate le forze di pace russe. Se fossero passati sotto il controllo esclusivo degli Azeri, non si sa che fine avrebbero fatto quelle opere d’arte. La Russia ha intuito il pericolo e ha mandato un gruppo di soldati di pace a presidiarli».

La foto dell’abate Hovhannes che, crocifisso su una mano e fucile sull’altra, ha annunciato che non si muoverà dal monastero ha fatto il giro del mondo.

«Se l’abate dice che non si muove ha un senso. Ma se rimangono anche i soldati russi a custodirlo ha ancora più senso».

La popolazione ha dovuto sloggiare.

«Si parla di 100.000 profughi. Sto dandomi da fare tramite il mio professore di armeno a raccogliere fondi per creare una struttura di sostegno psicopedagogico per i bambini. Questi esodi distruggono generazioni. Era successo in modo speculare agli azeri dopo la prima guerra del 1994. Allora i profughi erano meno».

Come giudica il silenzio attorno a questi fatti?

«È scandaloso, si sa bene che cosa c’è dietro».

Che cosa?

«L’Italia è il primo partner commerciale dell’Azerbaijan. C’è il petrolio, sta arrivando il gas… Non c’è nulla di provato, ma si parla di donazioni a parlamentari e giornalisti provenienti da un fondo di 3 miliardi dell’Azerbaijan che circolano nelle banche europee per orientare l’informazione o la non informazione».

Anche il silenzio dell’Europa colpisce.

«In politica estera non conta niente, ogni Stato va per conto proprio e Recep Tayyip Erdogan fa il suo gioco. Quando si è deboli all’interno si addita un nemico esterno. Istanbul e Ankara sono andate all’opposizione, così Erdogan rispolvera il panturchismo per tacitare la fronda».

Cavalca la rinascita islamica trasformando la basilica di Santa Sofia di Istanbul in moschea e facendone costruire una a Strasburgo?

«Non identificherei l’espansionismo di Erdogan con la presunta avanzata dell’islam. In Turchia hanno sempre convissuto nazionalismo e islamismo. Da furbo politico, Erdogan ha avuto la genialità di fonderli per cementare il suo potere».

Perché in Europa solo Emmanuel Macron lo contrasta?

«Perché tutti ci fanno affari, mentre in Francia c’è una grossa comunità armena. In città come Parigi, Lione, Marsiglia… E ricordiamoci di Charles Aznavour… Macron non fa affari con la Turchia e perciò forse è più libero».

Poi ci sono stati gli attentati di matrice islamica.

«Che però non sono di origine turca. I primi erano di natura magrebina, l’ultimo di provenienza balcanica».

Il governo italiano dà precedenza agli interessi commerciali.

«Come quello tedesco e quello inglese. Poche settimane fa Luigi Di Maio ha incontrato con una certa enfasi il suo collega turco Mevlüt Cavusoglu. Nella politica degli annunci vincono gli alti principi, nella pratica gli interessi di bottega. Lo si è visto con le sanzioni alla Russia o sul caso Regeni quando è stato ritirato l’ambasciatore in Egitto, ma poi si è cominciato a pensare al gas egiziano».

Tacciono anche i vertici della Chiesa.

«Non vedo una questione religiosa tra Turchia e Armenia. I motivi della guerra sono la costruzione di una bella pista verso l’Asia centrale per realizzare il progetto di Erdogan e l’Armenia è un ostacolo».

Che morale trae?

«Ai tempi del Vietnam, ero critico contro l’America. Oggi penso che se non tiene fede al suo ruolo, i cani piccoli cominciano a fare ciò che vogliono. Donald Trump si è ritirato e l’Europa non ha personalità internazionale. Invece Erdogan va bloccato».

 

La Verità, 21 novembre 2020