Articoli

1993, Tangentopoli tra cinema americano e blob

Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Nella nuova stagione della serie diretta da Giuseppe Gagliardi, le storie iniziate in 1992 accelerano e si estremizzano, prendendo una piega più drammatica. Il pubblicitario manovriero (Stefano Accorsi) ora spinge per l’avventura politica di Berlusconi, il poliziotto del Pool malato di Aids (Domenico Diele) persegue la sua vendetta concentrandosi sulla corruzione nella sanità, il leghista rozzo e ingenuo (Guido Caprino) cede all’edonismo romano, la showgirl disposta a tutto (Miriam Leone) brama un’ospitata da Costanzo, l’ex ragazza della borghesia milanese (Tea Falco) è costretta prendere in mano l’azienda di famiglia. Ci sono le storie e c’è la storia, appunto, o la cronaca che sta per diventarlo: dopo l’anno della Rivoluzione ecco quello del Terrore (cui seguirà 1994, la Restaurazione), in cui tutto diventa più cupo perché «ogni rivoluzione ha un prezzo» e il 1993 è l’anno dei suicidi, della gogna dei leader, di un mondo che implode. Ed è l’anno dei prodromi dell’avvento dell’uomo nuovo.

C’è un corposo malloppo saggistico e cinematografico cui la produzione avrebbe potuto rifarsi per restituirci la temperie dell’epopea berlusconiana, ma il pregio maggiore di questa serie sembra proprio l’aver tentato un percorso originale, provando a raccontare l’uomo e l’imprenditore senza indossare gli occhiali dell’ideologia. Così, ecco il Berlusconi barzellettiere, quello che telefona in diretta ad Aldo Biscardi perché «basta subire», e quello amaro che riflette sulla sconfitta del Milan contro l’Olympique Marsiglia: «Vincere non è così bello quanto è brutto perdere». Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e la supervisione di Nicola Lusuardi1993 è una serie prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani e va in onda su Sky Atlantic Hd e Sky Cinema Uno Hd.

Vita spericolata dell’ex rallista “Ballerino”

Senza farsi prendere dall’euforia e parlare troppo presto di rinascita del cinema italiano, Veloce come il vento di Matteo Rovere, con Stefano Accorsi nel ruolo di Loris De Martino, ex pilota di rally caduto in disgrazia, è un buon film, abbastanza insolito per le nostre sale. Un film di genere – per Wired addirittura “il migliore sulle auto mai fatto in Italia” – che mescola elementi mélo narrando la storia di una famiglia complicata e soggiogata dalla passione per la velocità. Un’opera solida e ben strutturata.

image

Ritmo e action. Non sono ancora partiti i titoli di testa ed è già successo il fatto che darà la svolta alla vita di Giulia, diciassettenne che si trova improvvisamente a dover crescere il fratellino Nico e vincere il campionato italiano di Gran Turismo se vuol tenere la casa che il padre defunto aveva ipotecato per iscriverla alle gare. Al funerale rispunta dal nulla il primogenito e tossico Loris, deciso a rivendicare la sua parte di eredità. Costretta dagli eventi, Giulia chiederà al fratello di aiutarla nell’impresa, infilandosi in un percorso non solo automobilisticamente borderline.

Regia e recitazione. Dopo aver diretto Un gioco da ragazze e Gli sfiorati e prodotto Smetto quando voglio e The Pills, Matteo Rovere ritorna nella sua Romagna, patria del motorismo italiano, con un lungometraggio nel quale riesce a dosare fluorescenze adrenaliniche e penombre nichiliste (produzione Fandango, sceneggiatura del regista, Filippo Gravino e Francesca Manieri). Con la sua interpretazione Stefano Accorsi mostra di aver creduto subito nel copione dando ottima fisicità alla figura del “Ballerino”, ex campione in disarmo con denti e unghie nere, movenze e rughe da tossico. Altrettanto credibile è Matilda De Angelis nei panni di Giulia, concentrato di fragilità e grinta, condensate nei primissimi piani al volante della Porsche 911.

image

La velocità. Che si tratti di una storia sul filo della sopravvivenza lo s’intuisce dalla frase di Mario Andretti posta come incipit al film: “Se hai tutto sotto controllo vuol dire che non stai andando abbastanza veloce”. Il confine tra vittoria e rovina, tra riscatto e autodistruzione è una linea sottile che Loris attraversa più volte. E vuol farla attraversare anche a Giulia nella disperata ricerca del successo: “Taglia la curva”,”anticipa la curva”, “vai sopra il cordolo”. Lei resiste: “Io guido pulita”, “faccio traiettorie pulite”, “se sfascio la macchina è finita”. E “la macchina” è metafora dell’io…

Il mondo di Vasco. Oltre la citazione del titolo, altri elementi rimandano alle atmosfere del rocker di Zocca. Il mood dell’Emilia e della Romagna, la vita spericolata, la prevalenza dell’atmosfera sulla qualità letteraria dei testi, un po’ come avviene nelle canzoni del Blasco. Anche qui i dialoghi sono il punto più debole e avrebbero meritato maggiore applicazione…

Tra Rocky e Top Gear. Altra linea narrativa è la dinamica fratello-sorella, allenatore-atleta in formazione, nel meccanismo della rivincita degli sfavoriti. Un meccanismo reso al meglio al cinema da Rocky. Solo che qui è applicato al motoring, nell’ambiente di Top Gear. La storia accelera con le riprese delle gare, il backstage nei box, il ruolo dei meccanici e delle guide resi in modo realistico grazie all’apporto di piloti veri durante competizioni vere a Vallelunga, Imola, Misano e ad una gara clandestina a Matera con la mitica Peugeot 205 Turbo (perfetto il product placement accorsiano). Ma Veloce come il vento è qualcosa più che un Fast & Furious all’italiana.

image

La storia. È stato un meccanico scomparso lo scorso anno, nel film ha il volto segnato di Paolo Graziosi, a sottoporre tutta la storia a Rovere. C’è la vita interrotta di Carlo Capone, schietto e talentuoso campione che vinse il campionato Europeo di rally nel 1984, ma in seguito a divergenze con la scuderia, si ritirò definitivamente dalle corse. Salvo ritornare temporaneamente nel giro per allenare una promettente pilota, prima di finire nel vortice della tossicodipendenza. Ora vive in Piemonte, presso un istituto di cura per persone con patologie psichiatriche.

image

Finalino. Senza esaltarsi troppo, ma con un pizzico di ottimismo, dopo Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Veloce come il vento di Matteo Rovere è un altro film rivelazione nel giro di poche settimane, capace di rinfrescare un genere poco frequentato e di portare una ventata di novità nel nostro cinema, altrimenti fossilizzato su moduli e formule prevedibili.

Come si spiega il flop di 1992 su La7

Domenica scorsa la serie 1992 su La7 ha fatto registrare nel primo episodio l’1,20 per cento di share (343mila telespettatori) e l’1,42 per cento nel secondo (314mila). È il punto più basso toccato dalla fiction ideata da Stefano Accorsi e prodotta da Wildside per Sky Italia (che la trasmise in primavera) dopo i primi due appuntamenti, iniziati al 3,10 per cento (815mila nel primo episodio e 650 nel secondo), scesi al 2,62 nel secondo (meno di 600mila spettatori) fino allo spostamento nella programmazione dal venerdì alla domenica.

I bene informati dicono che l’editore Urbano Cairo sia alquanto contrariato per questi dati che frenano la risalita negli ascolti in atto a La7 con conseguente benefico influsso sulla raccolta pubblicitaria (+10 per cento in dicembre e segno positivo anche in gennaio). Ma che lo sia altrettanto, se non di più, perché i dieci episodi della serie, spalmati su cinque serate (e chissà se, a questo punto, si arriverà alla fine), sono costati 3 milioni e mezzo, in pratica 700mila euro a serata. Una cifra pagata dalla precedente proprietà (Telecom Italia Media) che si avvicina parecchio ai costi medi di una fiction per Raiuno o Canale 5 (circa 800mila euro a serata) con altri risultati.

A questo punto viene da chiedersi come mai una serie accolta con favore al suo esordio su Sky stia invece naufragando appena preso il mare aperto della tv generalista.

Formulo schematicamente alcune ipotesi esplicative di questa differenza di rendimento secondo scuole di pensiero diverse, lasciando ai lettori di scegliere la o le preferite.

  1. Sky gode di un pregiudizio positivo da parte della stampa specializzata che elogia a prescindere ogni sua produzione.
  2. Realizzare uno show per un pubblico di nicchia, istruito e d’élite, è molto più facile che accontentare una platea di massa.
  3. Ogni prodotto ha bisogno di un “ambiente” che la traini, di un clima culturale che la favorisca. Sky è brava a instaurarlo per i suoi show mentre le tv generaliste non ci riescono.
  4. Ora che siamo immersi in grandi crisi internazionali (e i talk show si occupano d’immigrazione, terrorismo e banche), quella di Tangentopoli risulta un’epoca psicologicamente lontana.
  5. Buona parte dei telespettatori abituali di La7 sono anche abbonati a Sky e, semplicemente, hanno già visto, o almeno adocchiato, la serie.

Sono curioso di conoscere la vostra opinione.