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L’anonimato, il Villaggio techno e Elena Ferrante

“Basta. Di tutta questa storia di Elena Ferrante non ce ne frega niente…”. E intanto, giù paginate di giornale, sproloqui nelle radio, post su blog e siti vari. Sai come godono quelli della e/o edizioni che hanno pubblicato la tetralogia dell’Amica geniale? Tanto più ora che, nel bel mezzo del giallo letterario, la scrittrice ha raggiunto fama mondiale, Storia della bambina perduta è finalista del Man Booker International Prize, il premio britannico che sceglie i migliori romanzi tradotti in lingua inglese, e Fandango e Wildside pensano di farne una serie tv.

È divertente assistere a questo infuriare del mistero attorno all’identità della scrittrice. Dopo l’investigazione di Marco Santagata che, attraverso una complessa ricerca storico-filologica pubblicata da La Lettura, ha ipotizzato che dietro lo pseudonimo si nasconda Marcella Marmo, ex studentessa della Normale di Pisa, studiosa di criminalità organizzata e docente di Storia contemporanea a Napoli, la querelle editoriale si è ulteriormente rinfocolata (anche perché, detto per inciso, Marmo ha smentito). Chi si dice sdegnato – basta, è solo un’arguta operazione di marketing – ed esige “pubbliche scuse” per le balle in sequenza (Veronica Tomassini sul Fatto quotidiano.it). Chi fa spallucce e alla notizia della presunta individuazione dell’autrice replica snobisticamente con un “beh, e allora?” (Daria Bignardi, sul suo Barbablog). Chi dubita che la faccenda interessi davvero qualcuno, ciò che conta è il contenuto dei romanzi della Ferrante chiunque essa sia, osservando che, da sempre, esistono scrittori invisibili o anonimi, da J.D. Salinger a Luther Blissett (Davide Turrini, Il Fattoquotidiano.it). Chi tesse l’elogio della Ferrante – fa bene a vivere nascosta, proteggendo la privacy, evitando pedanti pubbliche relazioni e le pressioni dei media (Lia Celi su Lettera 43). Chi come Dagospia ribadisce la propria convinzione che Elena Ferrante sia tutt’altra persona, Anita Raja, moglie dello scrittore Domenico Starnone.

Chissà se e quando la matassa verrà sbrogliata. Operazione di marketing, tutela della privacy, semplice pigrizia, magari difficoltà di relazioni sociali o altre serie ragioni che stentiamo a immaginare: possono essere tante le cause del mancato disvelamento pubblico dell’autrice dell’Amica geniale. “Smentiamo che Elena Ferrante sia Marcella Marmo e ci auguriamo che si torni a parlare del libro e non dell’identità dell’autrice”: la casa editrice e/o ha provato a rimettere il dibattito su binari più squisitamente letterari. Senza riuscirci. Perché, in realtà, nella società della comunicazione l’identità di uno scrittore come di un artista è elemento tutt’altro che secondario. Prendiamo il caso Banksy: se il suo nome fosse noto, l’apprezzamento per la sua street art sarebbe identico o un po’ più contenuto?

Francamente, ho sempre apprezzato “chi ci mette la faccia”; per dirla con Catarella di Montalbano, chi si espone “di persona, personalmente”. Cioè, chi risponde delle proprie opere, sia in campo professionale che artistico. Non amo i fake o i nome de plume che imperversano in Rete. Ma c’è un ma. Oggi nel villaggio globale inseguiamo tutti la visibilità. Essere noti, riconoscibili non solo nel mondo dei social media, ci fa sentire delle piccole star. Il narcisismo compulsivo che alimentiamo con raffiche di selfie o inutili tweet sulle uova al tegamino che stiamo per mangiare è la causa patologica di questa distorsione del reale. Nella società del controllo totale dei cittadini, nell’era della sorveglianza attraverso telecamere, tracciabilità, tabulati, intercettazioni, cyber security e tutto il resto, riuscire a ritagliarsi uno spazio anonimo è una missione impossibile che incrementa la leggenda molto più che metropolitana di chi la compie. L’imprendibilità di Banksy, il mimetismo di Elena Ferrante, il mistero di Anonymous sono fenomeni che si sono prodotti in un’epoca di dominio incontrastato delle nuove tecnologie. Per questo rappresentano qualcosa di diverso dalla vita ritirata di Salinger o dall’enigma di Shakespeare. E per questo l’invisibilità funziona come una sorta di additivo, di doping (privato) dell’agire sociale. Nell’età della sorveglianza globale e del collettivismo orizzontale determinato dai social media, l’anonimato può essere una forma di riappropriazione dello spazio dell’io. L’unico punto debole è che chi lo mette in atto rischia di restarne prigioniero. Se non si tratta di una scelta per cause di forza maggiore come sarà, nel tempo, la banale vita quotidiana di Banksy, di Elena Ferrante o degli attivisti di Anonymous? In fondo, anche l’anonimato può essere un’altra forma di narcisismo. Più sottile e perversa.

Mr. Robot, Robin Hood nell’era di Anonymous

Deve ancora partire, qui da noi provincia Italia (su Premium Stories di Mediaset, il 3 marzo), ed è già fenomeno di culto. È la serie più premiata dell’anno, sei statuette tra cui quella di miglior drama ai Golden Globes. Tra download, streaming e visioni da Usa Network, la rete generalista che l’ha prodotta e già rinnovata per la seconda stagione, di Mr. Robot si discute sul web fin dall’estate scorsa. E se ne discute, generalmente, elogiandola ed elogiando il suo creatore, lo scrittore di origini egiziane Sam Esmail. Per dire, l’account Twitter di Wired Italia ce l’ha come foto del profilo e ne parla senza mezzi termini come di “un capolavoro”. Recensioni entusiastiche pure dalle più autorevoli testate americane, New York Times in testa, fino alle riviste specializzate (Hollywood Reporter e Variety).

Mr. Robot è una serie molto particolare, rivolta a un pubblico giovane, di nicchia, a metà tra “Fight club e un hacker movie” (sempre Wired), che ha per protagonista Elliot Anderson, un informatico della cyber securuty di una multinazionale dalla doppia vita. Sociofobico, con tendenze depressive, solitario se non proprio isolato, Anderson (Rami Malek) è un hacker giustiziere, pronto a intervenire per smascherare traffici pedopornografici o proteggere amiche e colleghe dall’ipocrisia di presunti fidanzati. Occhiaia profonde e carnagione meticcia, sguardo timido ma linguaggio inequivocabile, frequenta la notte metropolitana incurvato nell’inseparabile felpa nera con cappuccio, simbolo dell’isolamento ma anche della denuncia del mondo che lo circonda. Alla psicologa confida le ragioni della sua delusione e del suo rifiuto. “Tutti pensiamo che Steve Jobs fosse un grande uomo anche dopo aver saputo che ha fatto miliardi sulla pelle dei bambini. Oppure che i nostri eroi sono dei falsi”. Scorrono le immagini di Lance Armstrong, Bill Cosby, Oscar Pistorius, mentre osserva che “tutto il mondo non è altro che un imbroglio… E noi siamo ridotti ad usare i social media come surrogati dell’intimità”. Senza fare niente di più “perché siamo dei codardi”. Quando viene avvicinato dal misterioso Mr. Robot (Christian Slater) che vuole reclutarlo in un gruppo di insurrezionalisti anarchici, scopre che la sua ribellione è condivisa e può diventare concreta. Mr. Robot fornisce ideologia e pragmatismo alla sua lotta contro la corruzione e lo strapotere delle banche. “Che cosa succederebbe se abbattessimo un grosso conglomerato che possiede il 70% del credito al consumo”, ipotizza il misterioso personaggio. “Se colpissimo il loro datacenter potremmo cancellare tutto il debito che abbiamo con loro… Sarebbe il più grande evento di redistribuzione della ricchezza della storia”. Il conglomerato è la E-Corp, soprannominata Evil-Corp, la multinazionale della quale Anderson protegge i sistemi operativi.

Anarchicheggiante, sentimentale, complottistica e utopistica, basata sull’idea che il mondo sia governato da una cospirazione dell’1% di uomini invisibili, debitrice del caso Snowden, Mr. Robot è la serie più contemporanea in circolazione. Non perfetta, con qualche lentezza e ovvietà nel linguaggio della traduzione italiana. Ma ci sono le multinazionali, i cartelli della finanza, il potere delle banche e della Borsa. E c’è il cyber-anticapitalismo di Anonymous o Occupy Wall Street. “Ero un nerd e stavo tutto il tempo sul mio computer”, ha raccontato Esmail per spiegare la genesi del suo lavoro. “Ero un fan di Steve Jobs, ossessionato da lui. All’inizio sembrava contro Microsoft, poi un giorno l’ho visto insieme a Bill Gates e hanno unito le loro forze. Penso che si vivano molte delusioni quando si tratta dei nostri eroi. Io sono egiziano e sono andato in Egitto dopo la Primavera araba. Quella è sicuramente stata una delle ispirazioni della serie, perché la Primavera araba aveva a che fare con questa gioventù arrabbiata che era stufa del mondo e della società che le stava intorno. Attraverso la tecnologia quei giovani hanno incanalato la rabbia in qualcosa di produttivo e positivo che ha fatto la differenza”.

L’eccessiva presenza di termini tecnici riferiti alla Rete, poteva rendere ostica la serie fuori della cerchia nerd, ma la trama che dosa elementi esistenziali, sociali e sentimentali permette ai più di superare l’ostacolo.  Dando rilevanza socio-politica al web, Mr. Robot riesce là dove ha fallito The Following. E, con il suo protagonista depresso, una sorta di Robin Hood dell’informatica, ci fa compiere un passo nel decennio post-crisi, portandoci finalmente fuori dalla galleria di serial killer, poliziotti corrotti, zombie e avvocati dalla doppia vita.