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«La tv è come l’Aids, se la conosci la eviti»

Al piano terra della palazzina che ospita Striscia la notizia, Antonio Ricci ha fatto realizzare una mostra permanente del programma. Lui lo chiama «il museo» e, in effetti, una rapida visita si rivela significativa. Ci sono un Gabibbo cameraman, un tapiro con le immagini dei 66 conduttori, centinaia di piccoli schermi e le fotografie di tutti coloro che hanno lavorato e lavorano dietro le quinte: «Essere una vera squadra è il nostro segreto». Soprattutto, ci sono due installazioni che danno l’idea di che cosa sia il programma di punta di Mediaset. La prima è un’intera parete con le riproduzioni delle copertine dell’Espresso con le donnine generosamente discinte affiancate da una gigantografia di Carlo De Benedetti benedicente, il San Carlone. La seconda è un totem in plexiglass alto fino al soffitto contenente le querele collezionate negli anni. Oltre 300 procedimenti giudiziari dai quali il padre del tg satirico di Canale 5 è sempre uscito innocente, con la sola eccezione del fuori onda «Vattimo-Busi», di cui ha vinto il ricorso alla Corte di Strasburgo. Lo si apprende leggendo Me tapiro (Mondadori), l’autobiografia di Ricci con seguente intervista di Luigi Galella, scritta per celebrare le trenta edizioni di Striscia: una miniera di aneddoti, riflessioni e sberleffi da principe degli irregolari. Uno per tutti, in un capitolo intitolato Destra e sinistra che cita Norberto Bobbio, Ricci racconta la fondazione di un movimento antecedente ai 5 stelle chiamato 5S, ovvero «Si può essere di Sinistra Senza Sembrare Stronzi». «Ho ricevuto numerose adesioni nella base, però tra i vip non ho sfondato. Eppure non chiedevo di non essere stronzi, solo di non sembrarlo». Nel mirino finiscono, tra gli altri, la regista Francesca Archibugi, i girotondi e il movimento «Se non ora, quando?», lo sceneggiatore e scrittore Francesco Piccolo, il comico Maurizio Crozza, Fabio Fazio, Massimo D’Alema, Bianca Berlinguer… Detto questo, Ricci si confessa di sinistra.

Partiamo dal libro: con quella inquietante foto di copertina, il titolo adatto sarebbe stato un altro, vediamo se indovina?

«Non voglio indovinare, sono allergico ai quiz».

La copertina del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

La cover del libro di Antonio Ricci con la foto di Giovanni Gastel

Glielo dico io: Mephisto, scritto con il ph.

«Il titolo non mi appartiene, tapiro non mi sento mai nella vita. Infatti, in origine la t era una croce. Tutto pensato per la tomba: la foto funebre su porcellana e la scritta ottonata con quella t…».

Sulla tomba Mephisto non starebbe bene.

«Ho uno zio prete ultra novantenne che ogni volta che sente i commenti sulle mie diavolerie minaccia un comunicato per dire che sono una brava persona: “No zio, ti prego, non farlo, mi rovini l’immagine”».

Un po’ se l’è rovinata da solo, nel libro affiora una parte buona.

«Non sono riuscito a tenerla nascosta, ma nessuno ci crederà. Se si fa raccontare quello che dicono di me don Luigi Ciotti e don Antonio Mazzi non si stupirà quando verrò assunto in cielo in trenta secondi».

Che delusione. Lei che con Drive in è stato l’ispiratore occulto del bunga bunga…

«Una palla sesquipedale. Dicono che Gad Lerner sia a pezzi. Mi diverto sempre nelle polemiche, ma quella sul corpo delle donne ha fatto il record. Pur di stabilire il collegamento hanno persino allungato la durata di Drive in fino alla vigilia della discesa in campo di Berlusconi. Dopo anni di elogi di Beniamino Placido e Umberto Eco, improvvisamente Drive in era l’origine del male».

Ma lei si divertiva.

«Assolutamente. Ho mandato una velina irriconoscibile alle manifestazioni di “Se non ora, quando?” con le foto dei giornali che esibivano il corpo delle donne discinte. Le partecipanti (Anna Finocchiaro, Serena Dandini, Rosy Bindi…) erano molto arrabbiate: “Non si può, è uno scandalo”. Peccato che si trattasse di pagine di Repubblica».

Cos’ha pensato quando ha sentito Luca Zingaretti ospite di Paolo Bonolis dire: «Con i pacchi quest’uomo ha inventato una fascia oraria televisiva»?

«Che anche il commissario Montalbano sbaglia o che fosse stato fisicamente posseduto da Marilyn Manson in camerino».

Non c’è più religione. Senta, Ricci: perché non ha mai fatto televisione?

«Ho sempre pensato che chi va in video ha una vena di follia che a me manca. Ne ho altre, eh. La tv è una stanza nella quale non ho mai voluto entrare perché poi è difficile uscire. Quando diventi un personaggio televisivo non riesci più a smettere e se devi farlo finisci per pensare che ci sia un complotto contro di te».

La vena di follia è un mix di narcisismo e ottusità?

«Gianni Boncompagni diceva che l’ottusità non è indispensabile, ma serve. Poi devi avere anche grande coscienza di te ed essere pronto a recitare il personaggio».

La tv cambia il modo di percepire la realtà: per strada guardi se gli altri ti riconoscono.

«L’ho visto con Grillo quando dovevamo fare Te lo do io il Brasile. Siccome laggiù non lo riconoscevano entrava in ansia. Raccontano anche che quando Gianni Agnelli era a New York c’era un addetto che chiamava prima il ristorante avvisando dell’arrivo: mi raccomando…».

C’è una rubrica su Striscia dedicata ai nuovi mostri, il materiale abbonda?

«Altro che. I mostri sono l’esasperazione dei personaggi. Per importi devi tirar fuori le tue caratteristiche più mostruose».

Insomma, lei vive di televisione ma la disprezza?

«Vengo da una generazione che era molto allarmata sulla comunicazione televisiva. È una questione di dosi. Con Striscia abbiamo sempre cercato di fornire le istruzioni per l’uso».

Per smontarla.

«Per svelarne i meccanismi».

Disprezza anche chi ci va, li guarda dall’alto in basso?

«Al contrario, li guardo dal basso in alto. Cerco di fargli l’endoscopia».

Li manovra, li guida, o preferisce dire che li smaschera?

«Capita di smascherare una maschera, sotto la quale magari ce n’è ancora un’altra».

Se incontrasse Flavio Insinna in aeroporto cosa gli direbbe?

«Fai la hostess? E come seconda domanda: perché ti vuoi così male?».

Cioè: perché reciti una maschera in tv, o perché sbrocchi dietro le quinte?

«Lui sbroccava perché non si seguiva il copione stabilito. Il gioco dei pacchi funzionava se alla fine c’era l’alternativa tra 500.000 euro e un fagiolo, se hai tre lenticchie e un barattolo di colla la suspense scema. Questa alternativa si costruiva con l’espediente dei numeri fortunati del concorrente. Insinna si è messo in situazioni più grandi di lui. È entrato in una crisi per esondazione, iniziata con quella terribile trasmissione sui Mondiali di calcio, acuita con Dieci cose di Veltroni al sabato sera su Rai 1. Quando Affari tuoi è stato sospeso perché perdeva da Striscia e da Paperissima Sprint è andato dalla Berlinguer a parlare di volontariato e qualcuno lo vedeva già candidato premier della sinistra».

La televisione è incorreggibile?

«È come l’Aids, se la conosci non ti uccide».

Modifica l’identità dei viventi?

«Di quelli che ci lavorano. Sull’immaginario collettivo invece ha influenza ridotta. Chi parla di immaginario è un truffatore. Ha presente: “L’immaginario delle veline ha rovinato l’Italia”? Mi chiedo: che programmi avrà trasmesso Fidel Castro per aver ridotto le ragazze cubane a quel modo?».

Chi vive in tv è praticamente morto, parole sue.

«Mummificandosi in un personaggio si autotumulano, non possono variare. Per questo la tv di sinistra ha i suoi Santisubito: Fabio Fazio, Bianca Berlinguer, Nanni Moretti».

Anche lei pensa molto alla morte, come il suo amico Paolo Villaggio.

«Per Villaggio era una gag. Il mio rapporto con la morte è risolto da molti anni».

Nel senso che?

«Se ho una cosa me la godo finché dura. Quando mi sveglio al mattino sono ben contento di esserci e non mi pongo il problema della morte. Sono molto epicureo: quando ci sono io lei non c’è e se c’è lei non ci sono più io».

Di sicuro la televisione ci sopravvivrà. Piersilvio Berlusconi ha detto che la tv generalista non morirà mai.

«È un profeta. Il profeta di Cologno. Sapevo che ha la sua setta di adepti, adesso sappiamo che è un fior di profeta. C’è anche un pettegolezzo, forse una fake news, che racconta di averlo visto camminare sulle acque di Portofino».

Che cosa pensa dell’idea del reality permanente tutto l’anno?

«Per noi è una pacchia. Però di fronte a certe fiction viene da dire viva i reality. Questo dà l’idea dell’abisso in cui siamo sprofondati».

Il libro comincia con una caramella indigesta da bambino, prosegue con suore indigeste e altre allergie: la sua televisione è un tentativo di digestione postuma?

«Vuol dire un fuoco d’artificio di rutti?».

Voglio dire: la visione del mondo capovolto provocata da sua madre che la mise a testa in giù per farle sputare la caramella, la reazione all’autorità delle suore, il rifiuto del degrado ambientale e civile.

«La mia tv non è fatta solo per distruggere, una prerogativa della Premiata ditta demolizioni di cui peraltro vado fiero, ma anche per dare un aiuto a chi cerca di rammendare questa Italia scalcinata e truffaldina».

Ho scoperto che fate persino del bene, tipo: avete dato la scintilla al Banco alimentare.

«Non solo. Abbiamo fatto la campagna contro l’infibulazione delle donne musulmane. Oppure in difesa della filiera alimentare made in Italy. Alla proclamazione della pizza napoletana patrimonio dell’Unesco il testimonial era il nostro Jimmy Ghione. Poi le campagne contro i maltrattamenti di animali… Ci sono attività visibili e attività nascoste e non sbandierate».

Avevate una segreteria telefonica per le emergenze dei suicidi.

«Ci chiamavano la vigilia di Natale o a Capodanno. Magari noi avevamo registrato e non riuscivamo a intervenire. Una volta abbiamo fermato in tempo una donna con due bambini… Poi le forze dell’ordine ci hanno consigliato di mettere un indirizzo di posta elettronica per le richieste di aiuto. Temevo che potessimo diventare un alibi per il gesto definitivo: non mi hanno ascoltato nemmeno quelli di Striscia».

Ricci con Boldi e Villaggio, con Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Ricci con Massimo Boldi e Paolo Villaggio, con Beppe Grillo ai Telegatti e con Umberto Eco

Dopo Drive in e Striscia, gli spin off Veline e Velone hanno avuto successo. Gli altri programmi, tipo Giass e Cultura moderna un po’ meno.

«Veline e Velone hanno sempre battuto la finale di Miss Italia. Cultura moderna è stato un grande successo per le due stagioni che è andata in onda d’estate. È stata anche venduta all’estero. Ne abbiamo fatta un’edizione di alcune puntate in prima serata (Cultura Moderna Slurp) che ha avuto un ottimo riscontro. L’esperimento di piazzarla l’anno scorso su Italia 1, in concorrenza con Striscia, pur avendo raggiunto i risultati prefissati è stato faticosissimo, girando in uno studio fermo da tempo e accumulando ritardi deliranti. Giass è stato un tentativo innovativo, che aveva qualche appesantimento. Ho fatto anche Odiens, Lupo solitario, Matrioska. Quei due sopra il varano, con Lello Arena ed Enzo Iacchetti, ha ancora il record di ascolti per le sit-com. Paperissima Sprint è spesso la trasmissione più vista della giornata. Ho fatto tre edizioni di Fantastico, Te la do io l’America e poi Te lo do io il Brasile…».

Da anni vive in un residence di Milano 2.

«Gliel’ho detto: sono già morto, tumulato. Guardo fuori, vedo il laghetto dei cigni, morti anche loro, e mi sembra lo Stige».

Vorrei vedere cosa c’è nell’appartamento del residence…

«Niente, una valigia. È la tradizione marinaresca della Liguria, gli uomini vanno per mare settimane, mesi. La camera del residence è più accogliente della cabina di una barca».

Anche Carlo Freccero vive in residence: è una perversione di voi savonesi situazionisti? Non è che siete così rompicoglioni perché vivete in residence?

«Probabile».

A proposito di mare, perché c’è l’onda nella grafica di Striscia?

«Il ricciolo dell’onda ricorda il punto interrogativo che simboleggia il dubbio. Il mare è movimento, cambia di continuo, non dà mai certezze».

Quant’è costato il tendone di Striscia che ha fatto tirar su perché si vedesse dalla tangenziale?

«È un atto di ribellione».

A che cosa?

«Al grigiore di questa landa di realismo sovietico dove sembra si fabbrichino brugole. Quando tre anni fa mi è stata consegnata questa palazzina tetra ho cominciato a stressare arredatori e scenografi perché colorassero pareti, sale, androni. Il tendone non so quanto sia costato, senz’altro meno di un’ospitata di qualche star. In più verrà ammortizzato negli anni e non cambieremo scenografia per i prossimi 20. Quando lo toglieremo da qui andrà ad Arcore per l’esibizione finale».

Mi svela una perversione da telespettatore?

«Una volta c’era Luca Giurato. Mi mancano le tv locali. Con quello che riesco a vedere al residence…».

Sarà attrezzato.

«Insomma, non ho Premium. Neanche ad Alassio ce l’ho, vedo solo SkyTg 24. Anzi, voglio chiedere i danni a Murdoch perché sono entrato in un tunnel… Ecco, guardare Agorà su Rai 3 senza riuscire a riconoscere gli ospiti è una discreta perversione. I politici che si credono fighi vanno nei talk della sera. Ad Agorà, da quello che dicono, non riesco neanche a capire di che partito sono».

Tre figlie femmine: che padre è ed è stato Antonio Ricci?

«Come tutti quelli che hanno falsa coscienza dico che ho supplito alla quantità con la qualità del rapporto».

Che cosa pensa d’istinto quando vede Renzi?

«Penso che si sta arrabattando e ha perso la luce negli occhi. Succede quando ti accorgi che quelli che ti dovrebbero supportare sono i primi a pugnalarti e sono quelli in grado di farti più danni».

Di chi parla?

«Di quelli che erano con lui e hanno fatto un altro partitino. Renzi non conosceva l’astio che sono in grado di produrre le vecchie soubrette della politica».

Se vuoi rottamare D’Alema, D’Alema te la giura. Per lei Renzi è più vittima che autolesionista?

«Ha pensato che fosse possibile cambiare verso e ha sottovalutato che quello che manca nel partito ex comunista è proprio il senso della comunità e del bene comune. Per cui ora c’è solo un individualismo parossistico e paralizzato da tutti i distinguo del mondo».

Il suo istinto quando vede Berlusconi, Ercolino sempre in piedi?

«Il mio istinto è che tutte le critiche sull’immaginario edonistico degli italiani e sull’uso delle tv a scopi di potere si sono rivelate la più gigantesca delle fake news. La rinascita di Berlusconi è dovuta non ai suoi conflitti d’interesse, ma alle divisioni e agli autogol della sinistra».

Sempre d’istinto, che cosa le suscita il suo amico Grillo?

«Quando lo vedo in mezzo a quelle folle mi scatta un atteggiamento protettivo: torna a casa, torna a fare spettacolo. L’ha detto più volte… Poi mi rendo conto che, come un blob, da quelle folle trae energia e godimento».

Come andranno le elezioni?

«Bisognerebbe chiederlo al profeta di Cologno».

Andrà a votare?

«Di solito vado, ma devo dire che fanno di tutto per tenermi a casa. Non ho ancora deciso».

Una cosa che avrebbe voluto fare e non le è riuscita?

«Una cosa che avrebbe cambiato il destino dell’Italia. Quando facemmo Te la do io l’America e Te lo do io il Brasile, con Grillo ci eravamo ripromessi che girare il mondo per la tv sarebbe diventata la nostra pensione. Dai 60 ai 70 anni avremmo fatto programmi in esterno, sulle varie nazioni. Prima che morisse Enzo Trapani, Rai 3 aveva già raccolto le due serie, l’America e il Brasile, in un programma dal titolo Grillo turista per caso. Qualche anno dopo, Rai 3 fece fare Turisti per caso a Syusy Blady e Patrizio Roversi, che andarono avanti per molte stagioni. Così saltò la nostra pensione e Grillo è stato costretto a buttarsi in politica».

La Verità, 17 dicembre 2017

 

«Vent’anni di Iene, ma il meglio deve arrivare»

Il segreto di Davide Parenti è che è innamorato del suo lavoro. Lo fa con passione e senza risparmiarsi. Anche per questo, forse, sebbene domenica inizi la ventesima stagione, la pelliccia delle Iene è ancora nera e lucida. Parenti è un tipo complesso, sta dietro le quinte, è di sinistra e lavora da sempre a Mediaset. Ha pure l’erre francese che di solito è partner fisiologico di una certa supponenza. Invece, sarà perché siamo coetanei o perché incombe l’esordio stagionale, lo trovo disponibile e persino umile.

Vent’anni di Iene. La prima parola che le viene?

«Un bel miracolo».

La seconda?

«Abbiamo fatto un buon lavoro».

Che cosa glielo dice?

«Il fatto che ci siamo ancora, non tanti durano così a lungo. La share media dello scorso anno è stata del 10.4% su una rete che fa circa la metà. È come se su Rai 1 ci fosse un programma che fa il 40%».

C’è.

«Sì, il Festival di Sanremo, un evento. Noi andiamo in onda due volte la settimana. Su Canale 5 Barcellona Juventus fa il 25%, su Italia 1 il 18. Fazio faceva l’11 su Rai 3 e fa il 20 su Rai 1. La rete è performante».

Vorrebbe andare su Canale 5?

«Storia antica, ogni azienda ha i centravanti e i terzini. Noi lavoriamo affinché Italia 1 superi Canale 5».

Il servizio più divertente della puntata di domenica?

«Uno scherzo a Elenoire Casalegno, che debuttò come valletta di Pressing, nel quale le sembrerà di parlare con il fantasma di Raimondo Vianello. Abbiamo campionato la sua voce, è venuto bene».

Nel calcio si dice che per continuare a vincere ci vuole fame. E in tv?

«Passione per il proprio lavoro. Come quella di certi artigiani. Siamo dei ristoratori che offrono ai clienti quello che mangiano loro. Non facciamo un menu per gli altri. C’è una bella differenza».

Un'immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Un’immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Con i servizi sulla blue whale si è appannata l’immagine delle Iene?

«Un po’ sì. Sono piovute critiche, molte ingiuste, alle quali, non essendo in onda non abbiamo potuto replicare. Se si legge Wikipedia sulla blue whale vien fuori che abbiamo intervistato madri di persone suicidate che erano attrici. Ovviamente, non è così».

Le Iene vittime delle fake news?

«In un servizio avevamo inserito immagini prese dalla tv russa di persone che si buttavano dai tetti. Si è scoperto dopo che quei casi non c’entravano con la balena blu. Non è una fake news. Le morti causate da quel gioco esistono, in Russia, in Francia, altrove. Abbiamo sbagliato a non verificare meglio. Ma da questo a essere accusati di aver portato in Italia la blue whale… In Italia non è ancora provato il rapporto di causa effetto di alcune morti. Ma c’è l’autolesionismo, c’è la gente che si taglia e che sprofonda nella depressione. La blu whale è un gorgo che risucchia. Parlarne è doveroso».

Altri infortuni in passato?

«Se si riferisce a Stamina lo ritengo un buco nero della sanità italiana. Quando abbiamo parlato per la prima volta di Davide Vannoni operava gratis nell’ospedale civile di Brescia. Era autorizzato dal servizio sanitario nazionale. Fin dal primo pezzo, è lì da vedere, abbiamo detto che c’era qualcosa di poco chiaro e che Vannoni non era affidabile. Poi siamo andati a trovare i bambini, Giulio Golia è diventato quasi un loro zio. I genitori dicevano che i loro figli ne traevano giovamento. A un certo punto si è deciso che una cura compassionevole era diventata una truffa. Ma nessun incaricato della sanità pubblica è andato a conoscere queste famiglie».

La ricerca esasperata dello scoop può far deragliare?

«Non mi sembra sia successo. Sono pronto a sostenere qualsiasi tavola rotonda su questi argomenti».

Le riporto alcune critiche ricorrenti: moralismo da ditino alzato.

«Può essere che a volte esageriamo. Ma siamo in buona fede e se commettiamo errori lo ammettiamo. Non mi pare capiti spesso».

Morbosità e voyeurismo.

«Ci occupiamo delle cose che interessano a noi. Mi faccia degli esempi».

Decine di servizi su preti pedofili o locali per scambisti.

«Ne facevamo di più qualche anno fa. Comunque, in Italia ci sono 9 milioni di persone che vanno a prostitute: è un fatto. L’unico modo per capirlo è andarci, vedere chi è quella persona, qual è il linguaggio. 9 milioni di uomini che hanno 9 milioni di donne al loro fianco vanno a prostitute. Proviamo a raccontarlo in modo non banale».

E che magari aiuti gli ascolti…

«Da quando c’è la Rete con tutti i siti porno il nudo paga sempre meno».

Perché a un certo punto vi siete fermati nell’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione nei locali dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali?

«Si è esaurita. Avevamo documentato tutto, provando che nei locali di un’associazione che riceve soldi pubblici c’erano azioni di sfruttamento della prostituzione. Andare oltre ere sconfinare nella persecuzione».

È difficile in questo momento criticare i gay?

«Siamo un programma aperto alle diversità. Abbiamo fatto molti servizi contro le discriminazioni sessuali. Ma le discriminazioni non devono esserci nel bene e nel male. E se c’è sentore di reati…».

Avete argomenti prioritari?

«Assolutamente no. In vent’anni è stato fatto tutto. Cambia il trattamento. Ora le storie si allungano perché vogliamo svelare i meccanismi. Se raccontiamo di una donna stalkerizzata da un uomo, poi andiamo da lui e gli diciamo di smetterla. Entriamo nella storia, provando a cambiarla».

Come si chiama questo giornalismo?

«Non siamo una testata giornalistica, ma intrattenitori. Abbiamo un’etica, un punto di vista. Anzi, più d’uno, discutiamo molto. Se ci accorgiamo che un pezzo era sbilanciato da una parte, ci torniamo con una versione diversa».

Quanti siete?

«In questo momento ci sono 38 inviati, 25 autori, più cameramen, grafici, montatori e la redazione… più di 100 persone e un indotto di altre 50».

Come controllate?

«Un gruppo di autori senior mette in crisi la bontà delle notizie e dei trattamenti».

Presenti al mondo Le Iene attraverso due inchieste.

«La prima è Drug wipe, il narcotest ai parlamentari. Con un escamotage abbiamo toccato la fronte con un panno per togliere la sudorazione. Analizzando il sudore si può sapere se nelle 36 ore precedenti si è fatto uso di sostanze stupefacenti. Il 33% del campione di politici ne aveva fatto uso. È un’inchiesta finita sui giornali di tutto il mondo. Però ho preso 15.000 euro di multa e sei mesi di galera con l’accusa di violazione della privacy, poi cambiata in vilipendio delle istituzioni».

La seconda?

«Un pezzo di Nina Palmieri sulla storia di un malato terminale omosessuale che voleva lasciare la casa al compagno che, alla sua morte, l’avrebbe persa. Abbiamo incontrato il padre che non accettava l’omosessualità del figlio dicendogli che conta l’amore non il sesso. Alla fine si è ricreduto. La legge sulle unioni civili era lontana».

Enrico Lucci conduce Nemo - nessuno escluso

Enrico Lucci conduce Nemo – nessuno escluso

Cosa pensa di Nemo, nessuno escluso?

«Che è un buon programma e Rai 2 ha fatto bene a confermarlo sebbene non abbia avuto ascolti eccellenti. Anche Le Iene all’inizio non ebbero successo, ma a forza di essere difese…».

Quanto vi manca Enrico Lucci?

«Tantissimo. Gli artisti sono sempre insostituibili».

Avete preso Antonino Monteleone.

«Non solo lui. È un ottimo giornalista, molto strutturato. Gli chiederemo di avvicinarsi al nostro stile da saltafossi».

Quanto conta la squadra?

«Se i singoli giocano bene tutta la squadra gioca meglio. Il ritorno della Gialappa è fondamentale».

Attaccate preti pedofili e maghi fasulli: pochino i poteri forti?

«Non mi sembra. Tutti i giornalisti sanno che con l’editore si deve fare i conti. Grazie a Mediaset Le Iene sono un programma molto libero. Credo che da nessun’altra parte si potrebbe fare un programma così. In una tv commerciale gli investitori pubblicitari sono determinanti. A volte questa azienda fa una tv volgare, ma sul nostro sito si possono trovare i pezzi nei quali abbiamo criticato gli inserzionisti più importanti».

Ha ragione Antonio Ricci quando dice che uscire dalla piattaforma Sky è stata una scelta alla Tafazzi?

«Sicuramente è stata una decisione che ad alcuni programmi è costata più che ad altri. Le strategie di Mediaset si fanno su tavoli diversi dal mio, ma credo che Le Iene abbiano pagato questa scelta».

E quando sottolinea la scarsa presenza social dei contenuti Mediaset?

«Su questo dissento. Con 5 milioni di amici su Facebook Le Iene sono il programma italiano più social. E detengono il record mondiale di condivisioni: 660.000. È il video su un papà che accompagnava a scuola la figlia affetta da una strana malattia e restava tutta la mattina davanti alla scuola per poter intervenire in caso di emergenza».

Lei è il papà delle Iene e Ricci di Striscia la notizia. Siete padri di figli unici?

«Dall’esperienza di Striscia sono nate Le Iene, dalle quali sono derivati altri programmi».

Nessuno forte come i fratelli maggiori.

«Diamogli tempo».

A che punto è il documentario sull’immigrazione che aveva proposto a Vice?

«Lo stiamo ancora girando. In compenso, è quasi pronto quello realizzato con Claudio Canepari sulla campagna elettorale di Ismaele Lavardera, candidato sindaco a Palermo. Si dice che la politica ha bisogno di trasparenza: Lavardera ha filmato in chiaro e con candid camera i comizi e gli incontri con gli altri politici. Lo vedremo presto su Italia 1».

E la collaborazione con Vice?

«Rientra in un progetto che prevede la rielaborazione con lo stile delle Iene di materiali di grandi reporter internazionali su temi come inquinamento, effetto serra, droghe, grande criminalità e terrorismo. Anche questo presto su Italia 1».

Un segreto per ripartire quando è depresso o scarico?

«Non sono mai depresso».

Chi è Davide Parenti?

«Urca! Vediamo… Sono un formidabile rompicoglioni che sta alle regole ma non obbedisce. Sono imbattibile nel mio lavoro, salvo arrivare spesso secondo».

La Verità, 29 settembre 2017

 

 

«In tivù siamo casinisti, in casa taciturni»

Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu li si può intervistare solo in coppia. Così vuole il loro manager, Beppe Caschetto. Potentissimo. Quindi eccoci in una trattoria di Milano vicino a Corso Sempione, zona Rai. Avete presente l’intervista doppia delle Iene? Per anni, complice la Gialappa’s, l’hanno inflitta alle loro vittime. Stavolta la subiscono.

Siete al timone di Quelli che… Masticate di calcio?

Paolo: «Io sono figlio d’arte. Nel senso che mio padre era dirigente di un club di tifosi genoani. Ricordo che una volta, da piccolo, quando rientrando da scuola gli chiesi cosa fosse la Sampdoria negò l’esistenza di un’altra squadra genoana».

Luca: «Anch’io sono genoano di famiglia. Erano tutti uniti e compatti, non avevo alternative».

Il momento più bello da tifosi?

Luca: «Nei quarti della Coppa Uefa del 1992, quando battemmo 2 a 1 il Liverpool. Siamo l’unica squadra italiana ad aver espugnato Alfield Road».

A Quelli che… la squadra deve ancora amalgamarsi.

Luca: «Abbiamo praticamente fatto un numero zero in onda. I collegamenti non erano mai stati provati. Con Mia Ceran siamo in tre a condurre una trasmissione che è molto radiofonica perché le partite di cui parliamo tutto il tempo non si vedono».

Com’è dirigere un’orchestra per dei solisti come voi?

Paolo: «S’impara facendo. Saremo un po’ meno coppia. Ognuno avrà il proprio modo d’intervenire, anche in accordo con Mia, cercando di capire quando è il momento di smettere».

Un’orchestra di strumentisti che provengono tutti dal conservatorio di Caschetto.

Luca: «Nella prima puntata c’era molto caschettismo. Al tavolo dei commentatori, però no».

Paolo: «Il cuore del programma è nei collegamenti con gli stadi. Se funzionano quelli funziona tutto. Direi che è un’orchestra jazz».

Luca: «Per dire, Giorgio Mastrota non è di Caschetto. È un amico che sa stare al gioco».

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo

Beppe Caschetto, manager di Luca e Paolo e non solo

Avete trovato quel musicarello dove debuttò come attore…

Paolo: «Merito degli autori guidati da Massimo Venier che sono la vera ossatura del programma».

Avete detto: faremo come i jazzisti. Conoscete il jazz?

Paolo: «Diciamo che nasco chitarrista… e muoio presto. Ascolto dal be bop alla fusion. Però l’improvvisazione teatrale è un’altra roba».

Giass su Canale 5 non vi portò fortuna.

Luca: «Ah, ecco dove volevi arrivare. Ma Giass stava per ghiaccio in milanese, per Great Italian Association, e sì… per jazz. Era tante cose».

Tornando al calcio: voi siete come Bonucci che ha lasciato una squadra dove ha vinto tanto per diventare il leader di una in cerca di rilancio?

Luca: «Semplicemente abbiamo lavorato tanti anni in un’azienda facendo cose belle e qualcuna meno bella. A un certo punto Ilaria Dallatana, direttore di Rai 2, ci ha chiesto se volevamo lavorare insieme. Ci siamo trovati d’accordo sull’idea di rifare Camera cafè. Poi si sono aggiunte altre cose. Il nostro lavoro non cambia, cambia solo la piattaforma».

Paolo: «Comunque, presto su Canale 5 partirà Immaturi, la serie tratta dal film. Se avessimo mantenuto anche la copertina di DiMartedì avremmo fatto bingo. Magari la rifaremo».

Di Bonucci ci si chiede se sia un fuoriclasse, un campione o un ottimo giocatore: voi come vi sentite?

Paolo: «Fuoriclasse no. Siamo buoni giocatori che hanno la fortuna di lavorare molto. Quando andiamo bene, come accadde al Festival di Sanremo, c’è sempre un pizzico di stupore, figlio dell’incredulità: sorprende che riusciamo a buttarla dentro».

Luca: «Siamo degli underdog, poco considerati che superano le attese. Crozza è un fuoriclasse, noi dei jolly. Come quei giocatori che possono cavarsela in ruoli diversi, e che fanno la gioia degli allenatori».

Come vi siete lasciati con Mediaset? Avete lavorato con tutti i big del gruppo…

Paolo: «Ci siamo lasciati benissimo, ricevendo tanti in bocca al lupo. E certamente non è stato un addio».

Luca: «Si abbiamo lavorato con grandi personalità, Fatma Ruffini, Antonio Ricci, Davide Parenti e anche Maria De Filippi. Poi ognuno ha il proprio carattere. Con Ricci, che ci ha sempre dimostrato affetto e stima, la sintonia è massima».

Antonio Ricci, Maurizio Crozza e prima Beppe Grillo, poi Fabio Fazio, Carlo Freccero, Enrico Ghezzi, voi: perché in tv siete tutti liguri?

Paolo: «Perché siamo un po’ zucconi, tenaci. A Genova sei schiacciato tra mare e monti. Se non vuoi implodere o fai il cantautore triste o il comico. Poi allo Stabile c’è stata per vent’anni una delle migliori scuole di recitazione d’Italia».

Luca: «Noi, Crozza, Ugo Dighero, Maurizio Lastrico, siamo tutti usciti da lì. A Genova c’è sempre stato gran fermento, spero che ritorni. Comunque, la questione geografica è fondamentale».

Non avete bisogno di fare molta strada per andare in vacanza.

Luca: «Dipende. La mia vacanza ideale è nella Comunità di Bose, quella di Enzo Bianchi. Mi hanno detto che c’è l’obbligo del silenzio».

Non sarete persone taciturne?

Luca: «Muti o quasi. Facciamo lunghi viaggi in treno senza scambiarci una parola. Manco ciao».

Paolo: «Per due che si conoscono da 25 anni non serve parlarsi per sapere cosa pensiamo. Siamo genovesi: esiste una comunicazione che prescinde dal parlare».

Che significa essere genovesi?

Luca: «Tra il clamore e il silenzio un genovese preferisce sempre il secondo. Perché non ne ha paura, ne avverte l’urgenza di riempirlo. Meglio ascoltare che parlare».

«Le parole sono sopravvalutate», dice un personaggio di Tracks, un film di John Curran sulla storia vera di una ragazza che nel 1977 attraversò il deserto australiano.

 Luca: «Mio zio era un camallo del porto. Quando telefonava e alzavi la cornetta udivi un verso gutturale che conteneva tutto: ciao, sono lo zio, passami la mamma».

Vi facevo logorroici chiacchieroni.

Paolo: «Tutt’altro. Perciò Quelli che il calcio, dove bisogna chiacchierare tre ore, è una sfida vera».

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Giorgio Gaber nel Teatro canzone che ispirò Luca e Paolo

Dove vi siete conosciuti?

Luca: «Alla scuola dello Stabile. Finita la quale io ho continuato lì, lui è andato al Teatro della Tosse. Fu Gaber a consigliare di metterci insieme. Venne in tournée a Genova, prima con Il Grigio, l’anno dopo con Il Teatro canzone. Feci una specie di voto: dato che mi scartavano sempre, se avessi superato il provino della scuola sarei andato a vedere tutti i suoi spettacoli. Stanca di vedermi, la bidella mi combinò un incontro con lui».

Paolo: «Il nostro primo spettacolo fu una specie di plagio degli ultimi vent’anni del suo Teatro canzone».

Il meglio e il peggio della televisione, secondo voi.

Paolo: «Mi ha piacevolmente sorpreso la serie di Rocco Schiavone che ho appena recuperato. Quando ho visto che il regista è Michele Soavi ho capito. In genere, le serie mi smuovono la testa. Con i reality invece m’impigrisco».

Luca: «Non guardo molta tv. Cioè, non come riempitivo. Non riguardo neanche me stesso. Però non sono schizzinoso. Pio e Amedeo di Emigratis mi fanno molto ridere. Anche se non è la prima cosa che salta agli occhi, ci vedo una tristezza e un’intelligenza rare».

Il film della vita?

Luca: «Sono indeciso tra Amadeus e Fantozzi».

Spettro ampio.

Luca: «Un altro che mi è piaciuto è L’ottavo giorno con Daniel Auteil, la storia di un uomo d’affari in crisi che si ritrova attraverso il rapporto con un ragazzo down».

Paolo: «I miei preferiti sono Il cacciatore e La dolce vita. E anche Il gusto degli altri, un film francese scritto e diretto da Agnès Jaoui».

Libro sul comodino?

Luca: «Sto leggendo La battaglia, su Waterloo, di Franco Barbero, uno storico che adoro».

Paolo: «Mi piacciono le biografie. Adesso ho attaccato L’arte della vittoria – Autobiografia del fondatore della Nike. E certe storie di imprese estreme, tra sport e follia. Di recente mi ha preso Icarus, il documentario di un regista americano che decide di fare la Haute route, una corsa che raggruppa in cinque giorni le tappe più faticose del Tour de France. Si dopa per vedere cosa succede e scopre di andare peggio dell’anno precedente in cui era pulito».

A cena con?

Luca: «Barbero, lo storico».

Paolo: «Lance Armstrong. Per chiedergli perché ha distrutto la sua stessa leggenda».

Un politico, un intellettuale, un imprenditore di cui non perdete un colpo.

Luca: «Non perdo mai la rassegna stampa di Massimo Bordin su Radio radicale».

Paolo: «Mi affascinano i grandi imprenditori. Sono amico di Cremonese, proprietario di marchi sportivi. Mi domando come fanno a essere così tranquilli gestendo aziende con 5000 dipendenti».

Avete un progetto rimasto nel cassetto?

Luca: «Per anni abbiamo sognato di portare a teatro Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Mi sa che adesso siamo troppo vecchi, ripiegheremo su Pigna secca e pigna verde».

Paolo: «Anche portare MtvTrip negli Stati Uniti non sarebbe male. Vedere come reagiscono gli americani a due pazzi che girano su un’auto funebre potrebbe essere divertente. L’anno scorso volevamo proporlo al seguito del Giro d’Italia…».

Luca: «È un format che ha fatto scuola. Dopo MtvTrip quante inquadrature nell’abitacolo dell’auto. Come anche dopo Camera cafè, quante sit com con telecamera fissa: piloti, carcerati… In Italia se qualcuno ha un’idea, invece di farsene venire un’altra, si copia. Pensa a Masterchef».

Il momento migliore della vostra carriera?

Paolo: «Il Festival di Sanremo. Per 40 giorni sei un astronauta sulla luna… Per una cosa che in fondo è un festival della canzone. E che, un minuto dopo che è finito, ti accorgi che non era così importante».

Luca: «Anche lo spettacolo su Gaber firmato con Sandro Luporini, il suo coautore storico, è stato un bel momento. Se penso che abbiamo cominciato provando nel mio garage uno show ispirato da lui…».

Fazio è di Caschetto pure lui. Cosa pensate del suo contratto?

Luca: «In questo mondo nessuno ti regala niente. Se uno viene pagato tanto è perché vale».

Con i soldi del canone è più facile cadere in tentazione.

Paolo: «Non credo. La Rai è così. Se si finanziasse solo con il canone e facesse una sola rete come in Gran Bretagna ci sarebbero più tv commerciali e più offerta».

Luca: «E per noi artisti sarebbe un vantaggio».

 

La Verità, 17 settembre 2017

Quel gran doppiogiochista di Antonio Ricci

È sempre la solita faccenda del doppio registro, del doppio piano di lettura. Ma stavolta è dichiarato in partenza, fin dal tormentone che accompagna il programma: «Ci vuole cul-cul cultura!» (Italia 1, tutti i giorni, ore 20.20, share del 2,74 per cento). Al gioco del doppio linguaggio Antonio Ricci ci ha abituato da sempre: basta ricordarsi la storica polemica sulle veline che non sono donne oggetto, ma una denuncia dell’uso del corpo come strumento di successo. Intanto, per esemplificare, le si mostra in tutta la loro carica seduttiva. A Cultura moderna, rispolverato dieci anni dopo, ovviamente i concorrenti sono ignoranti come capre e soprattutto sono protagonisti di prove da sagra paesana, dilettanti al confronto dei quali Italia’s Got Talent è l’Actors Studio. Ovviamente Teo Mammucari li chiama «talentuosi», ironizzando sulla giostra dei talent show. Quanto al gioco, che in sé non ha nulla di appassionante, consiste nell’esibizione di cinque concorrenti che, in base al punteggio assegnato da un fantomatico esperto, conquistano il diritto a conoscere uno o più indizi per scoprire un personaggio misterioso.

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Antonio Ricci, creatore ed autore di «Striscia la notizia» e «Cultura moderna»

Il pubblico in studio e a casa ci arriva quasi subito, ma i protagonisti del gioco misteriosamente no. Tra barzellette da oratorio, improbabili imitatori dei Blues Brothers, di Raffaella Carrà o dei versi degli animali si arriva alla prova finale che mette in palio 100.000 euro. Sempre ovviamente, può capitare di vincerli del tutto fortuitamente a uno dei concorrenti perdenti della prima selezione – «ci vuole cul-cul cultura!» – perfezionando la gigantesca presa in giro del carrozzone televisivo e del sistema dei quiz (il riferimento ad Affari tuoi è puramente voluto). Anche il famoso doppio piano di lettura è perfettamente realizzato perché, ancora ovviamente, una parte del pubblico s’infervora per scoprire la soluzione mentre la parte più snob sale in cattedra svelando l’intrigo del programma. Più che in Selfie – Le cose cambiano, qui è proprio il cinismo il sale della serata e, ovviamente, non può esserci faccia migliore di quella di Mammucari per reggere il filo scoperto della malizia. Così, tra un balletto della «marzullina» – altro ammiccamento – Laura Forgia (ex Eredità) e una gag di Carlo Kaneba, si arriva alla fine del game show con il quale, è stato scritto, su Italia 1 Ricci fa concorrenza al se stesso di Canale 5. Sarà davvero così? Oppure, con un quiz il luciferino autore di Striscia la notizia vuol togliere pubblico (poco in verità) ad Affari tuoi di Rai 1? Insomma, Ricci ci fa o ci è? Entrambi. Ovviamente…

Altro che Bonolis, alla Rai servirebbe Davide Parenti

Più che a Paolo Bonolis, se davvero volesse dare un segnale di cambiamento della nuova Rai, Campo Dall’Orto potrebbe pensare a Davide Parenti, il padre delle Iene. 58 anni, muscoli e capelli che destano l’invidia di molti suoi coetanei, con Antonio Ricci, Parenti è l’autore di tutta la linea spregiudicata trasgressiva satireggiante, ovvero del giornalismo anti-giornalismo delle reti Mediaset. Qualche giorno fa ha dato le dimissioni (il contratto scade tra un anno). Motivo presunto: la mancata messa in onda di un servizio in cui si documentava che Fabrizio Corona, già prenotato da Costanzo per il suo Uno contro tutti, aveva percepito denaro in nero. Mediaset ha risposto con il parere di un legale: quel servizio avrebbe danneggiato le “nostre reti televisive per via della posizione legale del soggetto”.

Il quintetto di conduttori che si divide nelle due serate di messa in onda: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il quintetto di conduttori delle Iene: Fabio Volo, Miriam Leone, Nadia Toffa, Pif e Geppi Cucciari

Il caso Corona è solo l’ultima incazzatura che ha fatto traboccare il vaso, ma il problema viene da lontano. È una certa stanchezza, la voglia di fare cose diverse e di sperimentare di Parenti. Non che gli ultimi tentativi, Open Space con Nadia Toffa e X Love con Nina Palmieri, siano stati un successone. Anzi. Anche la scelta della conduzione collegiale delle Iene non ha dato le soddisfazioni sperate. Parenti lo sa, troppo lunga è la navigazione nella tv borderline del Biscione. Dalla sua ha l’attenuante che in un paio d’anni prima se n’è andato il Trio Medusa e poi ha salutato la Gialappa’s. Personaggi non facili da sostituire. Qualche malumore filtra anche da dentro la squadra. All’inizio Le Iene erano un laboratorio artigianale, adesso sono diventate una corazzata con 70/80 persone che ci lavorano. Sarà, però, mentre il format argentino cui è ispirato, Caiga quein caiga, ha chiuso nel 2010, Le Iene sono ancora lì con i loro abiti e occhiali neri su camicia bianca (divisa mutuata dal film tarantiniano). Fate un nome di conduttore di tendenza della tv attuale e troverete un passato da Iene. Da Victoria Cabello a Claudio Bisio, da Alessandro Cattelan a Marco Berry, da Frank Matano a Alessandro Sortino fino a Luca e Paolo, solo per parlare delle partecipazioni durature ora archiviate, son tutti cresciuti lì. Non che sia solo merito di Parenti. Uno come Enrico Lucci, per dire, ha fatto la gavetta prima di diventare “il nostro Maradona”. E non che lui, Parenti, abbia fatto solo questo. Anche Lupo solitario, Matrioska, Araba fenice e Barracuda con Daniele Luttazzi, per esempio: tutta roba molto borderline… Però se gli chiedi quali sono i programmi di cui va più fiero, oltre alle Iene cita Milano-Roma – ve lo ricordate? – e Scherzi a parte. Una iena ragionevole?

Tipo schivo, che non frequenta, mai visto nei locali notturni e nelle gallery fotografiche di gossip, Parenti è un lombardo tutto lavoro e lavoro. Tempo libero non è sicuro ne abbia. Va molto a zonzo d’estate, ma anche in viaggio è riuscito a inventarsi Turisti per caso con Siusy Blady e Patrizio Roversi. “Con un lavoro così è difficile staccare con la testa. Solo da poco ho imparato a far vacanza… Nuoto, faccio windsurf…”. Poi si dedica ai figli. Per il resto: lavoro, idee, vita di squadra, laggiù, nel terzo palazzo in fondo, quello più nascosto del quartier generale di Cologno Monzese. Possono passare settimane o mesi senza che i capi di Mediaset lo vedano. Qualcuno ha detto che ha una bellezza da bagnino alfabetizzato. “In quella definizione mi ci ritrovo”, ammise lui, un passato da insegnante di ginnastica e poi da corrispondente dell’Unità a due lire a pezzo. Dai compensi da fame dell’Unità agli spettacoli per le feste dell’Unità il passo fu breve. S’inventò Gran Pavese, con Roversi e Blady, e Minoli che lo vide ne trasse delle pillole per Mixer. Con quella carta il terzetto si presentò da Ricci e Lupo solitario andò in onda.

Il cast del film tarantiniano, tra i quali Michael Madsen, Quentin Tarantino e Harvey Keytel

Il cast del film tarantiniano. Si riconoscono Michael Madsen, lo stesso tarantino e Harvey Keytel

Quasi trent’anni dopo eccolo con una lettera di dimissioni in mano. Strategia d’uscita vera o solo tattica? Le Iene sono riproponibili fuori da Mediaset, in un’altra cornice, con una squadra diversa, magari senza Lucci? La prossima settimana Parenti incontrerà i dirigenti Mediaset per trovare un’intesa. Per la nuova stagione è già previsto il ritorno al comando del programma di Ilary Blasi e Teo Mammucari, entrambi sotto contratto. Facile che il caso rientri. Però…