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«La gestione degli arbitri italiani è una monarchia?»

Buongiorno Robert Anthony Boggi. Qualche giorno fa è tornato a parlare dopo un lungo silenzio. Che cosa gliel’ha fatto rompere?

«La telefonata di un giornalista di un’emittente radiofonica napoletana che mi ha fatto delle domande».

Rispondendogli, ha scatenato un putiferio.

«E stento a spiegarmelo. Ho semplicemente detto che, se in passato c’è stata Calciopoli con 44 arbitri, è più facile che si ripeta con 20. Non era un’accusa o un sospetto. In tutte le categorie professionali ci possono essere persone che sbagliano. Non so niente degli arbitri in attività, la mia era una considerazione statistica: è più facile gestire o controllare 20 arbitri che 44. Una riflessione teorica».

Che però si situava in un contesto di tensioni tra le società e gli arbitri, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente della Fiorentina Rocco Commisso al termine della partita con la Juventus.

«Non entro nel merito, il presidente della Fiorentina risponde delle sue affermazioni. Un errore ci può essere. Però, realisticamente, i sospetti sulla Juventus mi sembrano esagerati. È talmente più forte, anche senza bisogno di favori, da aver vinto otto scudetti di fila. Gli arbitri sono persone egoiste: a loro interessa soprattutto far bella figura e far dire che hanno arbitrato bene, senza favoritismi. Sono più comprensibili le lamentele delle società di serie B, dove la Var non c’è».

Un altro arbitraggio contestato è stato quello di Milan Juventus di Coppa Italia.

«Ho trovato sbagliata la concessione del rigore alla Juventus. Con la vecchia regola non sarebbe mai stato concesso. Ma questo dipende dalle nuove norme introdotte dall’Ifab (International football association board ndr) più che dal singolo direttore di gara. Commettendo un grave errore, a mio avviso, è stata stabilita la punibilità del tocco di mano se il braccio è allargato dal corpo, anche prescindendo dalla volontarietà. Ma se un calciatore salta e corre, può succedere che le braccia non siano aderenti al busto. Infatti, oggi sono molto quotati i bravi difensori sprovvisti di braccia… Ci vuole il buon senso degli arbitri».

In alcuni casi c’è in altri no.

«E qui dovrebbe intervenire la Var. Bisogna mettere nel conto di poter sbagliare. Quando ti chiamano a rivedere l’azione devi andarci, altrimenti è giusto che le colpe ricadano sull’arbitro».

Nato a New York da madre americana, residente a Napoli, 65 anni, Robert Anthony Boggi è stato arbitro internazionale dal 1996 al 1999, prima di dimettersi nel 2000 causa disaccordo con il programma dei designatori Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto orientato al professionismo. Qualche anno dopo, nel 2006, si è dimesso da designatore di serie C per contrasti con l’allora presidente dell’Associazione italiana arbitri, Cesare Gussoni. Nel 2012 ha conteso a Marcello Nicchi la presidenza dell’Aia, uscendo sconfitto. Nella stagione successiva si è dimesso da osservatore arbitrale di serie A. Per le dichiarazioni contenute un’intervista radiofonica è stato querelato dall’Aia. «E non ne ho capito il motivo. Su Calciopoli mi pare di aver chiarito, tutte le altre affermazioni le avevo già fatte all’assemblea per l’elezione alla presidenza dell’associazione del 2012».

È un tipo fumantino o dalle dimissioni facili?

«Per come la penso io sono un atto di forza, la prova che si è liberi fino in fondo. Nella lettera di dimissioni da arbitro del 2000 avevo già detto tutto. Calciopoli era già intuibile: non volevo mettere a repentaglio la mia vita né cedere a compromessi».

Che tipo di compromessi?

«Se qualcuno che sta sopra vuol promuovere dalla serie C alla B un arbitro a scapito di un altro che a me sembra più meritevole non mi resta che dimettermi. Ebbi la conferma che ero nel giusto quando, dopo che Pierluigi Collina lo vide, quel direttore di gara non arbitrò più, mentre il mio candidato fece per molti anni l’assistente di linea internazionale e avrebbe potuto farlo anche da arbitro».

Venivano promossi arbitri per ragioni diverse dal merito?

«Dopo la prima ondata di Calciopoli, hanno riportato in auge la loro mentalità che non era meritocratica».

Lei dice che Calciopoli si poteva vedere. Da che cosa?

«Con Bergamo e Pairetto i direttori di gara dovevano andare tutti i giovedì a rapporto a Firenze. Ho fatto due più due e non sbagliavo. Perché devi controllare così tanto le persone se non per plagiarli? L’ho scritto nella mia lettera di dimissioni due anni prima che tutti se ne accorgessero».

Perché era contrario al professionismo degli arbitri?

«Non è che fossi contrario, volevo sapere chi mi avrebbe pagato. Un conto è essere un dipendente della Federazione italiana gioco calcio, un altro esserlo della Lega delle società che sono una parte, per quanto importante. Non puoi prendere lo stipendio da chi devi controllare in campo. Non so se adesso sia ancora così».

I professionisti sono potenzialmente più ricattabili?

«Quando si finisce di arbitrare a 44 45 anni ci si deve inventare un nuovo mestiere. Improvvisamente, si passa da 200.000 euro l’anno a niente. Quando ho iniziato io se non avevi un mestiere non ti facevano arbitrare. Fra uno che non lavora e uno che lavora preferisco sempre il secondo che il lunedì mattina deve spendere la sua faccia in ufficio o in azienda».

Che cosa pensa di Net Insurance sponsor dell’Aia?

«Non vedo cosa ci sia di male, avranno preso tutte le precauzioni del mondo».

Tra i soci c’è Ubi Banca che ha collocato in Borsa i titoli della Juventus per l’acquisto di Cristiano Ronaldo.

«Al massimo può essere una questione di opportunità, ma è difficile che in questi fondi non ci sia una piccola percentuale legata a qualche società. Credo abbiano fatto tutte le verifiche, altrimenti sarebbero degli ingenui. Anche perché queste decisioni vengono vagliate dalla federazione».

Come si è arrivati al fatto che solo 20 arbitri dirigono la serie A?

«È stata una scelta, quando si è deciso di dividerla dalla B. Ai miei tempi i giovani stavano con i più esperti e imparavano da loro. Siamo cresciuti con Rosario Lo Bello, Luigi Agnolin, Paolo Casarin… C’erano molti più arbitri e il peso della responsabilità era distribuito».

Gli arbitri di adesso sono migliori o peggiori rispetto ai suoi tempi?

«Atleticamente sono più forti oggi. Però credo si divertano poco, li vedo tesi, impauriti. Arbitrare dovrebbe essere un piacere, hanno anche la fortuna di avere l’aiuto della macchina…».

Che però considerano un nemico.

«Invece dovrebbe essere un amico. Quello che conta è arrivare alla verità non come ci si arriva. La Var è un aiuto a fare la cosa giusta. Se hai il dubbio su un rigore te lo togli subito».

S’influenzano partite e campionati con le ammonizioni date o no, le espulsioni date o no, i falli fischiati o no…

«Quando arbitravo, la mattina della partita non leggevo mai le formazioni delle squadre. Andavo in campo senza sapere chi era diffidato e chi no, per essere più libero di testa. Credo facciano così anche i miei colleghi di oggi».

Ammonire un giocatore della Juventus è più difficile che ammonire un giocatore del Brescia?

«È più facile ammonire chi deve essere ammonito. Di me dicevano che odiavo Paolo Montero. Una volta a Cagliari, alla sesta volta che lo cacciavo, mi scusai. Ma lui mi disse: <Non ti devi scusare di niente, stai facendo il tuo mestiere>».

La Var è riuscita a rasserenare le tifoserie?

«Un po’ sì, anche se bisogna precisare le regole sul fallo di mano. Sul gol non gol e sul fuorigioco ora c’è certezza. Dev’essere ridotto il tempo di valutazione, ma ci si arriverà. Io seguo il calcio inglese più di quello italiano, con l’eccezione dell’Atalanta. In Premiere, se un giocatore subisce un fallo non fa scene o proteste inutili. Il ricorso alla Var è ridotto e lo stesso arbitro è accettato come un <male necessario>».

Concorda con la proposta di concedere uno o due challenge a partita a ogni allenatore?

«Certo, se hai un dubbio ti metti l’animo in pace. Non rimane il tarlo di aver perso per un episodio mal valutato. La concederei non solo in area, anche per i casi di ammonizione o espulsione».

A cosa si deve il fatto che l’Italia abbia un solo arbitro tra i top mentre ci sono tre spagnoli, tre inglesi, due francesi, olandesi?

«Avranno dirigenze arbitrali più lungimiranti».

Il torinese Roberto Rosetti, presidente degli arbitri Uefa, non è riuscito a inserire anche Gianluca Rocchi.

«Mi pare che sia all’ultimo anno».

C’è un contenzioso con l’Ajax per l’arbitraggio contro il Chelsea.

«Sì, ma non ho visto la partita. Anche Daniele Orsato è all’ultimo anno. Il fatto più preoccupante è che, a differenza di quando ne avevamo tre o quattro, ai prossimi Mondiali rischiamo di non avere neanche un direttore di gara italiano. Non credo che siano diventati di colpo scarsi, ma più probabilmente che ci sia una programmazione sbagliata».

Nicchi si candiderà alla presidenza dell’Aia per la quarta volta?

«Credo di sì. Da quanto ho capito all’ultima riunione dei presidenti delle sezioni arbitrali è stato cambiato il regolamento per cui ora si può essere eletti anche per il quarto mandato. Una volta era vietato il terzo. Il cambiamento è stato approvato all’unanimità, per alzata di mano. Nicchi è un fuoriclasse: in un Paese in cui ci si divide in modo bizantino su tutto, è riuscito ad avere il consenso unanime di quasi 200 persone».

Cosa non la convince?

«I troppi mandati e i pochi arbitri di serie A. Ci vuole ricambio a tutti i livelli, tanto più in un settore come questo. Concentrare il potere a lungo sulla stessa persona non è prudente. Bisogna favorire l’avvento dei quarantenni».

Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha chiesto meno arroganza ai direttori di gara: è una figura in grado di correggere gli eccessi?

«Il presidente della Figc è un amante del calcio che cerca di trovare la quadratura nell’interesse dello sport. Spero basti. Mettersi contro un’associazione dove c’è unanimità non dev’esser facile neanche per lui».

 

La Verità, 23 febbraio 2020

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019