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Boncompagni, il meglio in coppia con Arbore

«Dopo scuola venivamo a casa tua ad ascoltare Alto gradimento». Me l’ha ricordato di recente un vecchio amico, ritrovato dopo tanti anni, almeno 45. Ascoltavamo la radio sgangherata di Arbore e Boncompagni. Insieme avevano fatto anche Bandiera gialla, altro cult dell’epoca, quando la radio aveva una vitalità incredibile, a pensarci oggi (Hit Parade, Gran Varietà, Per voi giovani). Ma Alto gradimento era un’altra storia, un laboratorio, uno stage formativo, un helzapoppin che sconfinava nel costume, diventava tormentone, linguaggio, stile di vita per gli ascoltatori. Schiere di comici e intrattenitori sono debitori di quel vulcano creativo, alimentato con Arbore, Bracardi e Marenco. Gianni Boncompagni se n’è andato a 84 anni e ora vien da chiedersi se ci sarebbe stato Fiorello con la sua Edicola senza Alto gradimento? E Chiambretti? E Giorgio Faletti e il Drive in di Antonio Ricci? Una fucina di maschere, caricature, folli geniali e teneri come Scarpantibus, il colonnello Buttiglione, la Sgarambona, Max Vinella, il professor Aristogitone, il comandante Raimundo Navarro perso nello spazio. Ognuno aveva il suo prediletto e la gag, lo scherzo, lo sberleffo finiva nelle feste, in classe, per le strade, con gli adulti ignari. La forza di Boncompagni era nella capacità di sconfinare, contagiare, divenire gergale. Non solo con la goliardia intelligente e la dissacrazione del benpensantismo di quel primo exploit (all’esordio pronunciò tutte le parole allora proibite: sudore, inguine, membro, divorzio). Le sue pensate erano roba immediata, semplice, italianissima.

In tv, senza Arbore (che proseguì il filone di Alto gradimento con L’altra domenica, Indietro tutta e Quelli della notte), la goliardia e i tormentoni lasciarono il campo al cinismo. «La tv trasmette solo robaccia. Robaccia con ascolti alti e robaccia con ascolti bassi», diceva. Il cinismo gli faceva anticipare la tendenza. Gli faceva anticipare quello che il pubblico cercava. E cavalcare formule e linguaggi. A cominciare da quello delle casalinghe e del pubblico della provincia. La tv di mezzogiorno non esisteva e con Pronto, Raffaella? arrivò a 14 milioni di telespettatori. Non è la Rai, con decine di ragazzine sgambettanti in uno studio vuoto con la sola Ambra a dialogare col pubblico, diffuse il lolitismo spensierato del boom pubblicitario. Ci sarebbero state le veline e Striscia la notizia senza quel gineceo innocente e ammiccante? E le ragazze di Chiambretti c’è (dove peraltro il Bonco muoveva i fili con l’inseparabile Irene Ghergo)? E i reality nei quali la conditio era saper fare nulla? Nessuno snobismo nemmeno verso il nazionalpopolare. Da Casa Castagna a tutta la produzione di Raffaella Carrà, dal Tuca Tuca a Far l’amore, finito persino nella Grande Bellezza, a Carramba che fortuna. Una tv da «vuoto pneumatico», si vantava. Plastica ben confezionata, forse inutile. Ma spiattellata senza intellettualismi e sovrastrutture. Geniale e fulminea. Schiettamente nichilista.

Lo show internazionale di Mika perfetto per Rai 1

Stile, eleganza, sensibilità. Alla fine vince su tutto la cifra del padrone di casa, il cantante showman libanese Mika, reduce da due ottime annate nell’X Factor di Sky, protagonista di questa nuova scommessa, una festa privata, un open party, un one man show con ospiti e amici per cantare e ballare e parlare di musica. Vincono il garbo e l’estetica del protagonista, un po’ Mago di Oz e un po’ Alice delle meraviglie, accompagnato dalla briosa Sarah Ferbelbaum, che vola leggero su qualche zeppa di cui è cosparso Stasera Casa Mika (Rai 2, ore 21.10, share del 14,4 per cento). Il monologo sul bianco di una carriera ferma che diventa colori nella sua prima canzone, quello sulle parole come ponti per costruire, il viaggio a Napoli e l’invito ai ragazzi del Sanitansamble per cantare, spericolatamente, Era de maggio, la giornata da tassinaro: c’è stupore e voglia di mettersi in gioco in questo racconto privato che sconfina nell’intimismo. Una biografia in musica impastata nella curiosità e nel talento. E pazienza per le ospitate di Pif e il suo promo al nuovo film, e di Marco Giallini che, per doveri aziendali, mette in scena se stesso, ovvero Rocco Schiavone, e la sua già stucchevole galleria di rotture di coglioni. E pazienza pure per l’omaggio un po’ forzato a Ugo Tognazzi e al Vizietto. Quando lo introduce, parlando di un caro vecchio amico, ci si aspetta il ricordo di Dario Fo, invece no: ma è difficile immaginare qualcuno di più lontano da Mika di Tognazzi. La leggerezza del padrone di casa passa sopra anche al cotroneismo latente (Ivan Cotroneo autore, insieme con lo stesso Mika, Tiziana Martinengo e Giulio Mazzoleni) e al fatto che, a ben guardare, un varietà così sfarzoso e nobilmente kitsch sembra essere nel giorno e forse nella rete sbagliata. Ha un impianto da sabato di Rai 1 questo show internazionale targato Ballandi, che cita Mina e Pino Donaggio al primo duetto con Malika Ayane, e la tv di Renzo Arbore, maestro di colori e goliardia, convocato per l’imprimatur al varietà «altro», capace di aggiornare le Sorelle Bandiera con la prostituta trans della strepitosa Virginia Raffaele: «Che fai Mika, ci provi? Tanto non ci crede nessuno». Più a suo agio la popstar quando c’è di mezzo il racconto in musica, come con la cantautrice italo-americana LP (Laura Pergolizzi), e soprattutto con Sting, splendido sessantacinquenne riconosciuto mostro sacro dopo il concerto per la riapertura del Bataclan a un anno dalla strage. Gran serata e grandi ospiti: non facile mantenere questo livello di partecipazioni nelle prossime serate. Però, auguri.

 

La Verità, 17 novembre 2016

Che fuori tempo che fa, meglio il varietà del pulpito

Una delle cose migliori di questa edizione di Che tempo che fa è la sigla pescata da Fazio e dai suoi autori in un disco di Sam Cook del 1962. S’intitola Twistin’  The night Away e sprigiona energia allegria leggerezza. Di cose belle in questa annata del programma di Raitre, la quattordicesima, ce ne sono parecchie, in particolare nell’edizione del sabato, Che fuori tempo che fa. Innanzitutto la riscoperta comica di Nino Frassica, un fuoriclasse assoluto. Se c’è un esempio dell’essere felicemente fuori tempo è il Frassica del sabato sera. Solo il siparietto del finto Rischiatutto vale la serata e a Fazio la palma della miglior trovata dell’anno. Ma l’antologia delle gag e dei calembour meriterebbe un pezzo a parte. Un filo più didascalica è la presenza di Fabio Volo che ha bisogno di tempi più lunghi, vedi intervista a Tarantino. Promettente anche la partecipazione fissa di Gigi Marzullo, come quella di Maurizio Ferrini, anche lui come Frassica un’invenzione di Arbore. Sabato tra gli ospiti c’erano Fausto Brizzi, autore di Ho sposato una vegana, purtroppo, accompagnato da Claudia Zanella, attrice, nonché la vegana in questione, giustamente bersagliata per l’integralismo tipico di chi sceglie questa filosofia non solo alimentare. Tanto più che, oltre a Katia Ricciarelli – s’intuisce una buona forchetta – l’altro ospite era lo chef Massimo Bottura, fresco vincitore di un importante premio europeo. Come s’immagina, tenere l’equilibrio tra palati così diversi non era facile, ma tra il serio e il faceto, terreno in cui dà il meglio, Fazio ci è elegantemente riuscito. In questi casi, quasi sempre, il problema si pone alla fine dello show, quando torna in campo Massimo Grammellini.

Il fatto è che in Fazio convivono due anime. Quella leggera goliardica arboriana, e quella moralistica savianesca. A volte si combinano armonicamente, come accadde in Vieni via con me (ma erano anni di polemiche e conflitti culturali accesi). Altre volte no. Fateci caso, anche nel nome e cognome di FF sono presenti queste due anime. Basta il cambio di consonante dall’uno all’altro per trasformare la morbidezza e l’affabilità di Fabio nel suono tagliente e allusivo di Fazio. Tenere in equilibrio queste due componenti non è cosa facile. Quando c’erano direttori come Angelo Guglielmi (Diritto di replica) e Carlo Freccero (Quelli che il calcio, Anima mia) veniva meglio. Ora si va per tentativi. Fazio ha sempre avuto bisogno di un partner, una sponda a cui mandare la palla. Claudio Baglioni, Roberto Saviano, Luciana Littizzetto. Con la quale si registra il sodalizio più duraturo, forse proprio perché le performance di Luciana estremizzano in chiave satirica il suo lato leggero-graffiante. Quello che lui esibisce nel breve monologo d’inizio puntata.

Da qualche anno nel programma è cresciuto il ruolo di Gramellini, editorialista e vicedirettore de La Stampa, un fuoriclasse del corsivo. Il suo Buongiorno vanta, come La Settimana enigmistica, innumerevoli e vani tentativi di imitazione. Solo che, in televisione, i corsivi possono risultare un filo pedanti (memorabile l’imitazione di Checco Zalone). Dipende soprattutto dal contesto. Nella nuova versione misto-talk, con tanti ospiti, alcuni fissi, a chiacchierare e cazzeggiare al tavolo come tra amici, Che fuori tempo che fa è un concentrato di energia e spensieratezza che potrebbe persino durare più dell’ora e mezza canonica.

Un vero varietà, senza aggiunte. Alla maniera dell’arboriano Quelli della notte. Gli interventi di Gramellini sono due, uno all’inizio, Le parole della settimana, che, con qualche inevitabile alto e basso, sono un buon avvio dello show. E uno alla fine, L’ultima parola, che però arriva a chiudere come una parentesi un po’ forzata il fermento della puntata. A quel punto Che fuori tempo che fa diventa, purtroppo, un varietà con uso di pulpito. Il problema è che Gramellini, oltre che coautore, è anche co-conduttore…