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«Faccio case per l’uomo che cerca l’infinito»

Costruttore di chiese e cattedrali. Mario Botta, architetto che vive a Mendrisio, lontano dai riflettori che illuminano le archistar più in voga, ha costruito banche, biblioteche, sedi amministrative, scuole, musei e teatri, ristrutturazione della Scala compresa. Utilizza spesso mattoni in cotto, che danno un senso di ordine e calore, come per l’area ex Appiani a Treviso o per il palazzo del quotidiano La Provincia di Como. Ma, fosse per lui, progetterebbe solo «spazi dedicati al silenzio e alla preghiera». Ne ha scritto su Vita e pensiero e ora, fino a metà agosto, è in corso a Locarno la mostra «Spazio sacro».

Che cosa significa vestire il sacro in una società nella quale ne è stata decretata l’eclissi?

«Vestire il sacro è un’espressione che non mi piace, essendo il sacro una delle aspirazioni primordiali dell’uomo. Per questo preferisco il termine interpretare piuttosto che vestire. Non conosco epoche che non abbiano avuto bisogno del sacro. Un bisogno declinato in molteplici forme, dall’espressione dell’arte tutta fino alla ricerca del silenzio e della meditazione attorno al significato del vivere. L’architettura porta con sé l’idea del sacro. È un’espressione del bisogno dell’uomo d’interrogarsi su ciò che va oltre il finito e il reale».

E l’eclissi del sacro, la secolarizzazione?

«C’è una tendenza della società dei consumi a commercializzare anche ciò che va oltre la realtà, attraverso la comunicazione e lo spettacolo. Io credo invece che tutte le forme artistiche siano volte a testimoniare il bisogno d’infinito dell’uomo. Anche un grande scrittore svizzero che teorizzava il nulla come Friedrich Dürrenmatt, quando si staccava dalla letteratura per dedicarsi alla pittura o alla calcografia, esprimeva questa ricerca con immagini dell’apocalisse, di angeli, di crocifissioni. Credo che il sacro stia vivendo una rinascita enigmatica, mascherata da molti condizionamenti».

Dove vede questa rinascita?

«In molti atteggiamenti collettivi, perfino nelle mode, nei grandi assembramenti dei concerti per vivere emozioni al di là della ragione e del razionale, o nei silenzi attraverso i quali l’uomo interroga la natura…».

Perché l’architettura ha in sé l’idea stessa di sacro?

«Per una serie di motivi semplici. Il primo atto dell’architettura è posare una pietra sulla terra, non una pietra sulla pietra; trasformare quindi una condizione di natura in una condizione di cultura, qualcosa che parla dello spirito dell’uomo. Il secondo atto è disegnare un perimetro, ovvero separare un microcosmo dal macrocosmo dell’universo. Distinguere uno spazio dal tutto è un gesto che appartiene alla cultura dell’ecclesia».

Perché le sue chiese sono così essenziali e minimaliste da sembrare povere o spoglie?

«Mi piacerebbe fosse veramente così. Per trovare valori dello spirito oltre il finito dobbiamo tornare bambini, ritrovare una naïveté, una ingenuità che è spesso coperta dall’esasperazione dei consumi e dall’eccesso di segni. Credo che l’uomo abbia bisogno di molto meno e che l’architettura debba parlare in modo essenziale. Quelle che per qualcuno sono forme astratte, a me pare rispettino la percezione visiva del cervello. Secondo Luca Pacioli, religioso e matematico del XV° secolo, al nostro cervello basta la visione parziale di una forma geometrica per ricostruirla nella sua interezza. Il Medioevo aveva una spiritualità rigorosa e profonda. Il barocco ha aggiunto la retorica e la ridondanza; il presente l’edonismo».

Perché nelle sue chiese, a cominciare dalla prima di Mogno nel Canton Ticino, dietro l’altare c’è solo il crocifisso?

«Il crocifisso è la forma iconica che comunica il cristianesimo. C’è il martirio di Gesù Cristo e ci sono la teoria della fratellanza e la visione della pace. Non servono altri orpelli, oro e decoro che appartengono a epoche più lussuriose. La mia cultura è influenzata dal romanico e dalle sue forme primitive. Siamo figli, oltre che della storia, del Bauhaus e del Movimento moderno. Perciò l’arte povera e il minimalismo ci sono vicini più delle figure retoriche e celebrative del passato».

La chiesa di San Giovanni a Mogno nel Canton Ticino

La chiesa di San Giovanni a Mogno nel Canton Ticino progettata da Mario Botta

Alcune sue chiese possono sembrare degli auditorium.

«Spero proprio non sia così. La chiesa dovrebbe portare in sé, oltre ai ritmi della liturgia, anche la memoria di un grande passato: l’altare come ara o mensa, l’abside come immensità del mondo esterno. Abbiamo duemila anni di storia alle spalle. Il passato è una realtà viva del presente. Se pensiamo a Pablo Picasso, il più creativo degli artisti contemporanei, capiamo che non sarebbe stato così innovativo se non avesse rielaborato la cultura ancestrale dell’arte africana. Lo stesso dobbiamo dire delle opere di Paul Klee e del suo essere Bambino, oppure degli studi sul volto di Alberto Giacometti, o della Donna di Henry Moore. Ognuno ha in sé una cultura ancestrale che reinterpreta con un proprio linguaggio».

Che cosa pensa dell’idea di alcuni politici di eliminare i monumenti dell’epoca fascista? Come giudica l’architettura del Ventennio?

«È un’architettura significativa non solo per la storia politica e sociale; possiede infatti un linguaggio architettonico fortemente identitario, che merita di essere conservato».

Quanto conta la luce nella sua architettura?

«La luce è la vera generatrice dello spazio. Se la escludiamo lo spazio scompare. Non è un’entità fisica, ma una realtà immateriale che si configura come materia e colore. Uno strumento che l’architetto utilizza per dare forma allo spazio».

E quanto conta il rapporto con il territorio?

«Il territorio è una componente fondamentale dell’opera costruita: non può esistere un fatto architettonico unicamente autoreferenziale. Con l’architettura modelliamo la crosta terrestre. L’architettura non è uno strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo. Una bella architettura esiste perché in dialogo con il contesto, in un rapporto di dare e avere reciproco che s’instaura tra il manufatto e il paesaggio».

Da cosa trae ispirazione un architetto?

«Soprattutto dal territorio che gli è dato. Le Corbusier diceva che la lettura del contesto è il primo atto critico dell’architetto, è l’inizio del pensiero che porta al progetto».

Le Corbusier è il suo principale punto di riferimento. Gli altri?

«Le Corbusier è certamente quello che sento più vicino anche geograficamente oltre che culturalmente. È anche lui figlio di questi laghi e di queste montagne. Considero un mio grande maestro anche Louis Khan, un architetto e un pensatore messianico».

Messianico?

«Nel senso che si esprimeva come un profeta. Per esempio quando gli chiesero di definire cos’è la scuola rispose che erano “due uomini che si parlano sotto un albero”. Ci sono l’idea della comunicazione e della protezione rappresentata dall’albero. Il prossimo ottobre l’Accademia di architettura di Mendrisio allestirà una grande mostra su Kahn e Venezia».

Molte chiese edificate negli anni Settanta sembravano capannoni industriali. Qual è la sua idea di modernità?

«Dopo il sodalizio tra il teologo Romano Guardini e l’architetto Rudolf Schwarz – che negli anni Trenta-Cinquanta rigenerò l’architettura ecclesiale e il movimento del Bauhaus e fu ripreso in Italia dagli architetti razionalisti – il Sessantotto ha immaginato che le attività di culto potessero svolgersi all’interno di fabbriche, garage, o capannoni, senza tener conto della loro specificità né degli esempi indicati da Scarpa, Le Corbusier, Kahn e Aalto. Abbiamo assistito a un vero imbarbarimento al quale i conservatori hanno contrapposto un ritorno alle tipologie del passato. Ma questa è una partita persa perché l’architettura non può far altro che essere l’espressione del proprio tempo».

Come definirebbe lo stato di salute attuale dei costruttori di cattedrali?

«Direi che stiamo arrancando alla ricerca di forme contemporanee. Credo dovremmo avere l’umiltà di riprendere gli insegnamenti delle avanguardie artistiche. Non è facile rispondere a questa domanda: come disegnare una chiesa dopo Picasso o Marcel Duchamp? Il senso etico ed estetico è cambiato, non possiamo far finta che non ci siano stati gli stravolgimenti delle avanguardie».

C’è un ritorno al monumentale pur restando nell’essenziale?

«Il ritorno del monumentale era il titolo di un convegno indetto dal cardinale Jean-Marie Lustiger quando ho progettato la cattedrale di Evry, presso Parigi. Quel convegno sancì l’errore del Sessantotto. La funzione definisce il luogo: lo stadio per il gioco, il teatro per la recitazione, la chiesa per la preghiera».

Come si pensa a un campanile nelle città di grattacieli?

«Sarebbe un controsenso. Un campanile a Milano City sarebbe ridicolo. Il campanile nacque nelle grandi pianure per comunicare un’emergenza. Oggi un’orografia ricca e opulenta mette in crisi l’idea stessa del campanile. Non deve più spiccare sull’architettura della chiesa, ma dare un segnale diverso, una comunicazione sonora».

Dove le piacerebbe edificare adesso?

«Su queste montagne e vallate. Ognuno è portato a vivere i propri giorni dov’è nato, dove ha conosciuto i propri progenitori, dove hanno vissuto i popoli estinti; realtà che appartengono alla nostra quotidianità anche se non sempre ne abbiamo consapevolezza. Il traguardo è lavorare nel posto delle origini, là dove agisce con continuità il territorio della memoria».

Lei ha progettato scuole, edifici pubblici, teatri, ha lavorato alla ristrutturazione della Scala: che cosa preferisce costruire oggi?

«Se potessi scegliere costruirei solo luoghi di culto. Purtroppo l’architetto non può scegliere, ma è scelto. Nei luoghi di culto si concentra l’essenzialità del costruire. I teatri, per esempio, sono più complessi perché nel tempo funzioni e spazi sono mutati per creare illusioni e adeguarsi alle nuove forme di comunicazione. Il luogo di culto – chiesa, sinagoga o moschea – è più stabile e mantiene un costante rapporto, mediato dalla liturgia, tra fedeli e celebrante».

 

La Verità, 10 giugno 2018