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L’idea rivoluzionaria di Avati e gli spot fuori tempo

I palinsesti televisivi sono sintonizzati sul presente? La domanda, semplice e diretta, gira in testa da parecchi giorni. I talk show serali viaggiano su Skype con connessioni ballerine e non si può fare diversamente. Alcuni programmi hanno iniziato a essere repliche a causa dell’impossibilità di registrare con il pubblico. Un varietà come La Corrida, nel quale il pubblico in studio è protagonista, è stato cancellato. Di questo passo le repliche aumenteranno. Allora ha perfettamente ragione Pupi Avati. Perché non trasformare questa situazione in un’occasione? Perché è proprio «il pubblico da casa», cioè noi, a essere cambiato. Siamo diversi da prima, abbiamo una percezione della realtà e della quotidianità diverse. Stiamo iniziando a capirlo: ci sarà un prima e un dopo, inevitabilmente. Ma intanto siamo nel mentre: «un tempo sospeso, tra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità», ha scritto sul Giornale il regista ora in attesa d’iniziare le riprese di Lei mi parla ancora, il film sulla storia d’amore fra Giuseppe «Nino» Sgarbi e Rina Cavallini, genitori di Elisabetta e Vittorio. «Mi chiedo perché la Rai… in un momento in cui il dio mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza all’Auditel, non approfitti si questa tregua sabbatica» per trasformare i palinsesti e dare «al Paese l’opportunità di crescere culturalmente… programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti… i documentari sulla vita e le opere» dei grandi artisti, la prosa, la poesia, la letteratura. Gli archivi ne sono pieni. Collaborerebbero anche la Cineteca nazionale e quella di Bologna, ha assicurato Avati, intervistato dal Qn. È vero, in un momento così c’è anche molta voglia di evasione, come per esempio dimostra il palinsesto quotidiano suggerito da Marco Giusti su Dagospia. Ma c’è spazio per tutti. Basterebbe un canale Rai dedicato o alcune fasce orarie. Mediaset, per esempio, con una certa agilità, ha studiato «Con il cinema #andràtuttobene», un’iniziativa che trasformerà «la tv in una multisala» modificando con 50 film di qualità la programmazione di domenica 29 marzo e domenica 5 aprile delle reti Iris, 20 e Cine34. Anche i principali quotidiani, sfruttando la chiusura delle librerie e la maggior possibilità di leggere stando a casa, hanno iniziato la pubblicazione di collane di classici della letteratura. Saranno telespettatori e lettori a scegliere. Sarebbe un peccato che fossero i pubblicitari a dettare i palinsesti, in particolare del servizio pubblico. Tanto più ora che tutto l’advertising risulta anacronistico. Anche perché, fra l’altro, non si può comprare niente.

Carlo Delle Piane, il cinema come zona franca

Una pallonata in pieno volto a dieci anni e un incidente automobilistico a 37. Sono stati gli infortuni, i casi della vita, si potrebbe dire, a regalarci Carlo Delle Piane così come lo ricordiamo, ora che ci ha lasciati a causa dei postumi dell’emorragia cerebrale che lo colpì nel 2015. Aveva 83 anni. L’attore più timido e riservato del cinema italiano era anche il più professionalmente longevo, avendo festeggiato all’ultima Mostra del cinema di Pesaro i settant’anni di una carriera ricca di 110 film. Iniziata quando, dodicenne, gli assistenti di Duilio Coletti lo reclutarono alla scuola media Pio XI di Roma, per affidargli il ruolo di Garoffi in Cuore. Era il 1948 e il suo volto era già inconfondibile per il naso scalinato a causa di quella violenta pallonata.

Un ragazzino dalla faccia strana. Brutto o bruttissimo, per dirla tutta. Perfetto per il cinema. Al quale si avviò più che altro «perché era un modo per non andare a scuola e per mettermi qualche soldo in tasca». Figlio di un sarto istrione, che inventava strani infortuni per giustificare i ritardi delle consegne, e di una madre casalinga, allergica a qualsiasi contatto fisico, con una faccia così Carletto non poteva che avviarsi a una luminosa carriera di caratterista. Nel 1951 è già al fianco di Totò in Guardie e ladri, regia di Mario Monicelli e Stefano Vanzina (Steno), nella memorabile scena in cui declama al padre il tema che lo riguarda: «Mio padre non è quello che si può dire un bell’uomo…». Soprattutto è uno che per sfangarla rubacchia «stoffe, orologi, ombrelli e pure copertoni». «Ma perbacco…». Nello stesso anno veste i calzoni corti di Pecorino, figlio di Aldo Fabrizi e Ave Ninchi in La famiglia Passaguai, Fabrizi anche in regia. E la sua interpretazione è così convincente che il nomignolo gli resta a lungo appiccicato. Fin quando, cioè, non sterza in generi e ruoli diversi, al fianco di Alberto Sordi, Vittorio De Sica («mio padre inconsapevole»), ancora Totò e Fabrizi, suo primo vero amico nel mondo del cinema, come lui stesso raccontava nelle poche interviste che concedeva: schivo, fobico, prigioniero di un reticolo di manie igieniste che gli impedivano una vita normale. Gli esplosero nel 1973 dopo quell’incidente d’auto che lo lasciò un mese in coma. Al risveglio dal quale trovò il solo Aldo a rimbrottarlo ai piedi del letto: «A Carlè, ma quanto cazzo dormi?».

Le commedie del dopoguerra, i musicarelli, il neorealismo e l’epoca delle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani, Delle Piane attraversò tutte le stagioni cinematografiche da perdente che fa risaltare le doti del protagonista. Fu Pupi Avati in una delle sue più felici intuizioni a trasformare poco alla volta il grande caratterista in attore protagonista. L’outsider diventa vincente. Sempre senza eccessi, recitando per sottrazione, come piaceva a lui, alla maniera di Buster Keaton, il suo modello di riferimento.

La prova generale avvenne in Tutti defunti…tranne i morti, dove Delle Piane fu ancora comprimario. Ma da allora il sodalizio tra il misantropo attore romano e il regista bolognese divenne uno dei più fecondi degli ultimi decenni, consacrato dalla conquista della Coppa Volpi alla Mostra di Venezia del 1986 – superato il favoritissimo Walter Chiari – per l’interpretazione dell’avvocato Santelia, l’enigmatico pokerista di Regalo di Natale. Fu quella la parte più riuscita di tutta la sua filmografia, in gara con il timido professore di Una gita scolastica, di tre anni prima, innamorato di una collega che lo illude senza ricambiarlo. Avati aveva scovato la vena profonda e malinconica di un grande attore che, dopo i musicarelli, si stava rassegnando alle commedie scollacciate con Carmen Villani.

Al risveglio dal coma di quell’incidente l’indole di Carletto s’era fatta più crepuscolare. Non porgeva la mano, non toccava le maniglie delle porte, si sedeva solo su un fazzoletto strategico. Sceglieva i ristoranti in base al bagno pulito e spazioso, «tanto mangio solo patate lesse». Una schiavitù. «Le fobie sono il rovescio della depressione», mi disse una volta Anna Crispino, la cantante napoletana e donna straordinaria che da fan era divenuta sua moglie dopo averlo incontrato alle prove di uno spettacolo. Solo sul set le paranoie lo abbandonavano. Il cinema lo riscattava. Era una zona catartica. Una terapia: «Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Quando recito divento il personaggio che interpreto. Allora tocco, abbraccio, sono libero».

«Anche se fingeva di averlo superato, in realtà il cruccio per il suo aspetto aveva scavato in lui», riflette Avati. «E certo non lo aiutavano i ruoli in cui gli si chiedeva di far ridere accentuando gli occhi stralunati. Quello con Carlo è stato uno dei rapporti più belli e profondi di tutta la mia vita. Quando presentammo Una gita scolastica a Venezia non ci aspettavamo quell’accoglienza. Poi arrivò il successo di Regalo di Natale. Era stato mio fratello Antonio a impormelo dopo averlo conosciuto in un cinema d’essai, ma io non ero per nulla convinto. Poi ne scoprii l’animo. Un mondo ricchissimo, dietro quei suoi complessi e quel senso di inadeguatezza nel quale mi riconoscevo anch’io. Con lui non servivano tante parole, eppure era il più efficace nel restituire i personaggi che avevo in mente. Dopo un trentennio di film insieme ero sicuro che potesse camminare con le sue gambe: stento a perdonare i miei colleghi che non lo hanno considerato come meritava».

 

La Verità, 25 agosto 2019

Quanti padri ha Il Signor Diavolo di Pupi Avati

Il diavolo, probabilmente. O forse no. Ma chi può dirlo, con quel finale mozzafiato. Oltre quarant’anni dopo La casa delle finestre che ridono, Pupi Avati torna all’horror che gli diede grande successo a inizio carriera. Presentato ieri in contemporanea al cinema Adriano di Roma e all’Anteo di Milano, Il Signor Diavolo uscirà nelle sale il 22 agosto, qualche giorno prima dell’inizio della Mostra del Cinema di Venezia. Con quest’opera il cineasta bolognese chiude un cerchio artistico e tematico, riproponendo il tema prediletto dell’esistenza del male radicato in ogni essere umano. La vicenda ci porta indietro di quasi settant’anni, autunno del 1952, in pieno regno della Democrazia cristiana, Alcide De Gasperi presidente del consiglio, epoca nella quale il regista si muove con gran disinvoltura. «Il maligno è sempre attualissimo, non c’è tecnologia che tenga», sottolinea Avati. «Sebbene non se ne parli, è in me e in te, lo sappiamo bene. Noi pratichiamo il male, godiamo delle sfortune altrui, oppure siamo invidiosi dei successi. Ho visto persone trasformarsi in esseri malefici appena hanno conquistato un briciolo di potere. Io ne sono vittima anche in questo periodo. Non si tratta solo di qualche cattiva azione, di fare lo sgambetto a qualcuno per sostituirsi a lui. C’è qualcosa di più patologico, una presenza congenita, un’ambiguità diffusa. Alla fine, nel mio film, il male è ovunque».

Nei paesi tra la laguna e il Delta del Po lo scandalo per l’omicidio di Emilio, un ragazzo deforme, considerato un indemoniato dal popolino, sta mettendo a rumore la vita locale. Gli echi dell’indagine che punta sugli ambienti della Chiesa sono arrivati fino a Roma e, per tacitare i pettegolezzi, il ministro di Grazia e giustizia incarica un funzionario (Gabriele Lo Giudice) di compiere un’inchiesta parallela. Le elezioni si avvicinano e non si può permettere che i consensi al partito siano erosi da certe fandonie. Tra l’omicida Carlo, anche lui adolescente, e l’amico Paolino, è filato sempre tutto liscio fino alla comparsa proprio di Emilio, figlio unico di una possidente terriera (Chiara Caselli). Secondo le solite maldicenze, sarebbe stato l’indemoniato a sbranare una neonata nella culla (citazione di Rosemary’s Baby?). Quando, per darsi importanza, Paolino lo umilia pubblicamente, Emilio mostra la dentatura ferina. È la conferma. La ripicca si consuma alla cerimonia della Prima comunione quando, al momento di ricevere l’ostia, Emilio spintona Paolino che finisce per calpestare la particola. La celebrazione viene inevitabilmente sospesa e da quel momento inizia una serie di accadimenti inquietanti.

Tratto dal romanzo omonimo scritto dal regista e qui sceneggiato con il figlio Tommaso con un finale diverso, Il Signor Diavolo è un film che condensa tutta la maestria artigianale dei fratelli Pupi e Antonio Avati. I tramonti in laguna, gli scorci cunicolari di Venezia, le penombre delle sacrestie, le suore, le candele, i crocifissi: tutto conferisce sacralità a un racconto dalle tinte fosche. Notevole anche la cura dei dettagli, dalle scenografie ai costumi, dalle occhiaie dei bambini fino alla calza smagliata dell’aristocratica in lutto con veletta e guanti neri. Perfettamente definiti i caratteri dei personaggi in un film corale dal cast più avatiano che mai: la nobildonna Chiara Caselli, il giudice Massimo Bonetti, il sacrestano Gianni Cavina, l’esorcista Alessandro Haber, il parroco Lino Capolicchio, il medico legale Andrea Roncato.

Oltre che un ritorno al genere d’inizio carriera e all’epoca prediletti, quella dell’adolescenza del regista, nel Signor Diavolo c’è anche il ritorno «all’idea del cinema che ci faceva indagare l’altrove», sottolinea Avati, «quel cinema che ci faceva immaginare il mistero, che si avventurava in tempi e luoghi diversi dall’eterno presente, costantemente al centro della produzione attuale centrata solo ed esclusivamente sulla commedia. In America non è così», incalza il regista, «non si ha timore di scandagliare il passato o il futuro e di tuffarsi nei generi. Non a caso negli Stati Uniti amano registi come Ruggero Deodato, Mario Bava o Lucio Fulci più di quanto li stimiamo noi. Senza andare lontano, prima di arrivare a Raicinema, il mio film ha subito il rifiuto di sei distributori, perché tutti si aspettavano la solita commedia. L’unico genere che continuiamo a frequentare In Italia, con cast ripetitivi e una panchina sempre più corta».

Avati ha scelto, invece, una storia controcorrente. Più che un film de paura, come si dice, è un film gotico. Più che un horror, una storia sinistra e ambigua. Soprattutto, una storia inquietante, che lascia aperti tanti interrogativi. «Si usa la definizione di gotico come sinonimo di horror, ma è sbagliato», distingue il regista. «Qualcuno si accontenta degli scricchiolii e delle porte che si aprono da sole, io no. Un’opera è gotica quando ai temi del bene e del male aggiunge la presenza del sacro. Io sono affezionato a queste tematiche. Sono cresciuto nella cultura della favola contadina e in un cristianesimo timoroso, preconciliare. Non come quello di oggi, che si preoccupa solo di essere rassicurante. I peccati sono solo quelli sociali e non a caso i sacerdoti si sono trasformati in psicologi o assistenti sociali. Io sono stato chierichetto quando i preti predicavano dal pulpito in alto, al centro delle chiese, per farsi sentire meglio. E parlavano del peccato, dell’inferno e del diavolo. Oggi non lo fa più nessuno, neanche il Papa. Ma, come dice Charles Baudelaire, la più grande astuzia del diavolo è proprio far credere di non esistere».

Oltre a Baudelaire, Il Signor Diavolo è figlio di tanti padri. «Di Giovannino Guareschi e don Camillo, e del suo piccolo mondo che questa volta ho ambientato in quella parte tra la laguna e il Po. E poi anche della pittura fiamminga. Soprattutto di un quadro in particolare con il quale sono cresciuto: I coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck, che campeggiava alle spalle della scrivania prima di mio nonno, poi di mio padre. Se non lo conosce, vada a cercarlo su Google e poi mi dica se, con quella visione, con quei volti sempre davanti, non si cresce immersi nella paura».

 

La Verità, 23 luglio 2019

Giusto che Lerner vada in onda, Salvini ha sbagliato

Caro direttore,

concedimi qualche riga per manifestare il mio dissenso sulla campagna contro Gad Lerner di questi giorni. Non che l’editorialista di Repubblica – dov’è stato rilanciato con una certa enfasi dalla direzione di Carlo Verdelli che anche da direttore editoriale dell’informazione Rai l’aveva richiamato in servizio –  non smuova antipatia e avversione con le sue liste di proscrizione, l’intercessione per «le classi subalterne» dall’alto dell’elicottero dell’Avvocato Agnelli e dello yacht dell’Ingegner De Benedetti, le lamentazioni di censure dal pulpito del talk show più glamour di Rai1 dove promuovere il suo Approdo nuovo di zecca su Rai3. Ci sono tutti i motivi perché uno così vada di traverso e provochi contrarietà. All’incirca gli stessi che smuove Fabio Fazio che gli ha fatto da cerimoniere nell’ospitata di cui sopra, e che è pagato in modo esorbitante con il denaro pubblico del canone. Per inciso, lo dissi personalmente al suo agente, Beppe Caschetto, alla presentazione dei palinsesti di due anni fa, quando il passaggio di FF alla rete ammiraglia fu annunciato in pompa magna: «Beppe, vedrai che questo megastipendio diventerà un boomerang». Tanto più ora che Fazio ha scelto scientificamente la rotta di collisione sui porti chiusi salviniani, invitando ogni domenica qualcuno che li contestasse e accampasse ragioni per l’accoglienza urbi et orbi. Riassumendo: il caso Fazio e il caso Lerner si assomigliano per la faziosità dei contenuti, le lamentazioni e la propensione all’autoproclamazione di martiri in favore di telecamera e i giornaloni a fare il tifo. La somiglianza si stempera solo a proposito dei compensi, iperbolico quello di Fazio, tanto che, dopo il ridimensionamento, si accaserà su Rai2, poco proporzionato quello di Lerner se rapportato agli ascolti, solitamente modesti dei suoi programmi.

Detto tutto questo, c’è un motivo ancor maggiore per cui, forse ingenuamente, non avrei inaugurato la campagna contro l’ex conduttore di Milano, Italia. Ed è il principio del liberalismo, l’accettare e il confrontarsi con opinioni contrarie, una certa magnanimità che, ahimè, spesso finisce per mancare agli uomini di potere. Vincere va bene, stravincere meno, recitava un vecchio adagio. Ritengo che Matteo Salvini abbia sbagliato a innescare questa polemica su Lerner, offrendo il pretesto a certe sinistre prefiche di piangere su editti inesistenti. Lo ha fatto da ministro degli Interni, da segretario leghista, da vicepremier? In tutti i casi, mi pare inopportuna. Criticare il volto noto che lamenta censura proprio mentre ha a disposizione microfoni e vetrine tv, va bene. Ma a questo, per conto mio, ci si dovrebbe fermare. Forse anche per malizia. Lerner faccia il suo programma, senza censori sul piede di guerra: sarà un testimonial suo malgrado del liberalismo della Rai al tempo dei gialloverdi (o forse è il caso di dire verdegialli?). Questo sì sarebbe davvero «governo del cambiamento»: tenere lontane le mani della politica dalle scrivanie di Viale Mazzini. Lo hanno promesso anche i governi precedenti senza mai riuscirci, come documentano le dimissioni di Verdelli e ancor prima di Antonio Campo Dall’Orto, indotte dal fuoco amico renziano. Se il governo verdegiallo vuol davvero cambiare, non vieti il ritorno in tv degli avversari ed eviti di mettere becco sulle scelte di amministratore delegato e presidente Rai. A quel punto chi potrà azzardarsi a parlare di bavaglio, censure e mancanza di democrazia? Anche quella di non occuparsi di nomine e di palinsesti della tv pubblica è una promessa che Salvini potrebbe e dovrebbe mantenere.

Siccome però, il pluralismo è sacro in tutte le direzioni, il cambiamento si dovrebbe e potrebbe vedere dall’aggiunta di voci dissonanti rispetto al pensiero unico, un po’ nel solco di quello che sta tentando di fare, magari disordinatamente, Carlo Freccero a Rai2. Qualche suggerimento per promuovere una narrazione alternativa? Ecco i primi che mi vengono, d’istinto, senza pensarci troppo: Alessandro D’Avenia, Paola Mastrocola, Antonio Socci, Davide Rondoni e Giovanni Lindo Ferretti per i temi di approfondimento culturale, Marcello Veneziani, Pietrangelo Buttafuoco e Costanza Miriano per l’attualità, Pupi Avati per la fiction, Federico Palmaroli (Le frasi di Osho) per la satira, oltre al recupero di Milena Gabanelli e Massimo Giletti…

C’è molto da fare, come si vede. E probabilmente c’è spazio per molti, se non proprio per tutti.

Un caro saluto.

La Verità, 3 giugno 2019

«Vorrei raccontare su Rai 1 il Medioevo di Dante»

Frati sodomiti e maneggioni neanche fossimo nel presente. Il nome della rosa è di sicuro un grande romanzo, un classico dell’intrigo, una saga gotica a tinte gialle; non a caso Umberto Eco ha attinto da Arthur Conan Doyle e dal suo Sherlock Holmes, cui Guglielmo da Baskerville deve svariate somiglianze (oltre alla citazione del Mastino dei Baskerville). Bene, grande opera: ma sempre un Medioevo cupo, peccaminoso, perverso. In una parola, oscurantista, come lo tratteggiano certi stereotipi storiografici. Sembra sia impossibile raccontare l’Età di mezzo com’era: pur con tutte le sue violenze, ma anche un’epoca di religiosità e misticismo profondi, e fiorente di arti, lettere e architettura.

Anche un regista come Pupi Avati rifiuta l’identificazione pedissequa tra Medioevo e oscurantismo. Magnificat, un film del 1993, gli è valso la conquista di tre premi di medievistica: il Jacques Le Goff, intestato all’eminente storico francese, il premio Cecco d’Ascoli e il premio di archeologia medievale intitolato a Riccardo Francovich. «In quel film, ambientato durante la settimana santa del 926 in un’abbazia dell’Appenino tosco emiliano raccontavo un Medioevo diverso da come lo si vede di solito. C’erano le violenze e le atrocità più tremende – io stesso rappresentavo lo squartamento di una donna – ma non tutto era male, peccato e perversione. Era un film in cui, attraverso i protagonisti, raccontavo un clima, delle tradizioni, una cultura nella quale prevaleva la sacralità della vita». Anche I cavalieri che fecero l’impresa, ambientato nel tredicesimo secolo, evidenzia uno sguardo diverso su quell’epoca… «Era la storia di cinque cavalieri che vanno alla ricerca della Sindone – che per noi rappresenta ciò che è il Gral per il mondo sassone – e la riportano in Occidente».

Una storiografia di parte identifica il Medioevo con «i secoli bui» e ora anche la visione della serie tratta dal libro di Eco lo riproduce acriticamente. Avati confessa di non aver visto i primi episodi: «Ma non ho dubbi che la qualità sia notevole», premette. «Più che altro mi lascia perplesso l’idea del remake di un’opera che si è già imposta nel tempo sia a livello letterario che cinematografico. Riproporla ora nasconde l’ambizione di aggiornarla e rinfrescarla. Da autore ritengo sia un atteggiamento vagamente parassitario, che risponde a calcoli di marketing e di indici di ascolto. Questa considerazione vale per qualsiasi remake di opere prestigiose, un po’ come se volessi rifare 8 e ½… E vale anche per la televisione che si fa acquistando format in Spagna o in Gran Bretagna, un’implicita ammissione che noi italiani abbiamo esaurito la vena creativa. Io non credo sia così».

Avati non condivide invece l’obiezione secondo la quale conviene dare priorità alle storie contemporanee e alla tv del presente: «Anche la storia può trasmettere contenuti validi per l’oggi, la tv didattica aveva i suoi pregi», sottolinea il regista. A patto che, nell’intento di attualizzare a tutti i costi un’epoca lontana, si forzino espressioni e situazioni, come quando in un ammonimento di Guglielmo da Baskerville («Mentre noi sogniamo mondi migliori, governanti ciechi guidano popoli ciechi verso l’abisso») molti hanno visto una lezione per l’Italia governata da Lega e Cinque stelle. «Oggi ci scandalizziamo per la violenza di quei monasteri e delle crociate. Ma se pensiamo alle decapitazioni in diretta dell’Isis, forse potremmo essere meno baldanzosi», osserva Avati. «Nei miei film ho tentato di raccontare il Medioevo per come era: un’epoca pervasa dalla sacralità del tempo e del lavoro, dominata dalla presenza di un Dio che non si manifestava, ma era perennemente atteso. Si viveva con la percezione che tutti sarebbero stati risarciti, nell’aldilà. C’era la condivisione della morte, la promessa di un dialogo, di un rapporto che continuava con i cari scomparsi. Questo tipo di immaginazione, questa relazione trascendente, è durata con la nostra civiltà contadina fino al Dopoguerra. Oggi si è completamente persa, l’immaginazione delle nuove generazioni è tutta definita dalle banche dati di Cupertino e dai guru della Silicon Valley. Oggi non credo che Dante Alighieri riuscirebbe a scrivere La Divina Commedia».

A proposito di Dante, di vena creativa e d’immaginazione, Avati coltiva da molto tempo l’idea di portare al cinema e in televisione la vita del Sommo poeta, detto per inciso, coevo di Guglielmo da Baskerville. Nel 2021 ricorrerà il settimo centenario della morte di Dante. «Nella sua opera abbiamo la visione completa dell’universo medievale», sottolinea il cineasta. «Il sommo bene, il Paradiso, compensa l’opera e la creazione del diavolo di cui oggi, eccetto me, non parla più nessuno, preti e genitori compresi». Tornando a Dante, già nel 2001 Avati ricevette l’incoraggiamento da Giancarlo Leone e Stefano Munafò di Rai Cinema e Rai Fiction, di preparare un film sull’autore della Commedia. La fonte scelta dal regista è Il Trattatello in laude di Dante la prima biografia del Poeta scritta da Giovanni Boccaccio. «Nel 1350, 29 anni dopo la morte di Dante, Boccaccio, che era un dantista e aveva già copiato tre volte La Divina Commedia, ebbe l’incarico da una congregazione di Firenze di portare dieci fiorini a suor Beatrice, figlia del Poeta, monaca a Santo Stefano degli Ulivi di Ravenna. Una volta giunto lì», si appassiona Avati, «con l’aiuto della figlia, Boccaccio incontra Piero Giardini, amico del Poeta, e apprende molte informazioni sulla sua vita, dalla data di nascita al luogo dove si trovano gli ultimi 13 canti del Paradiso, l’abitazione del suo esilio a Ravenna. Ne scaturì il famoso Trattatello al quale dobbiamo molto di ciò che sappiamo oggi su Dante».

Al progetto di Avati, un film per il cinema e una miniserie per la Rai, hanno già dato il patrocinio il Ministero dei Beni e le attività culturali, l’Accademia della Crusca con un suo comitato scientifico, e il comune di Ravenna, con il sindaco Michele De Pascale. «Sono sicuro che quando si avvicinerà la ricorrenza del 2021 gli appetiti delle grandi società di produzione si sveglieranno», prevede il regista. «Nella mia sceneggiatura sono protagonisti due dei tre fondatori, con Francesco Petrarca, della lingua italiana. Mi auguro che, vicino alle biografie di Mia Martini e Giorgio Armani, si trovi spazio anche per Dante Alighieri, l’italiano più noto nel mondo. E che a decidere le assegnazioni non siano solo la potenza di fuoco e la forza contrattuale dei soggetti in campo, ma anche la passione, l’originalità della storia e la cura artigianale nel realizzarla».

La Verità, 8 marzo 2019

Come la Rai ha sprecato il gioiello di Pupi Avati

Non si sa se sia la sciatteria, la mentalità da routinier o l’incomprensione bella e buona la causa che ha prodotto lo spreco di un piccolo gioiello come rarissimi se ne trovano nel bailamme delle nostre televisioni intrise di reality, barzellette e indovinelli, soprattutto d’estate. Qualche giorno fa Rai 1 ha trasmesso senza preavviso Il fulgore di Dony, film per la tv sceneggiato e diretto da Pupi Avati, e interpretato da Greta Zuccheri Montanari, Alessandro Haber, Lunetta Savino, Giulio Scarpati e Ambra Angiolini. È la storia di due ragazzi tra i quali si accende la scintilla di qualcosa che nemmeno loro sanno definire e che però li distingue l’uno all’altra. A separarli, sembra irreversibilmente, provvede un incidente sugli sci che relega lui in un mondo a parte, infantile, bisognoso di tutto. Soprattutto di lei, Dony, la ragazzina incrociata casualmente qualche tempo prima e che ora è l’unica in grado di mantenere e vivificare un rapporto misterioso perché lo ama contro tutto e tutti. Contro i genitori, che non si capacitano e la esortano a troncare. Contro il buonsenso, perché da un sentimento così non potrà mai trarre soddisfazione e gratificazione. Contro le esigenze dell’età, perché i tempi della scuola e della formazione sono lì a dettare le priorità. Non resta che ricorrere allo psicologo per trarla dalla stranezza. Tentativo vano: l’amore, la gratuità, l’innocenza non arretrano nella loro apparente follia. Anzi…

Insomma, una storia singolare, tanto introvabile da sembrare una favola; una storia, ha notato sul Sole 24 ore Pietrangelo Buttafuoco, di cui «solo in un punto di vista inaudito si può cogliere il senso». Una storia collocata «tra i residui del palinsesto», nella serata del Grande Fratello per capirci, e trasmessa evidentemente solo per deferenza verso il maestro del cinema. Per la Rai nulla di nuovo: è l’ennesimo esempio di un’occasione mancata, la possibilità di aprire uno squarcio sui nostri ragazzi, ostaggi di social e visualizzazioni, in un momento in cui l’educazione degli adolescenti è tra le prime emergenze nazionali. Non a caso persone come Alessandro D’Avenia, Susanna Tamaro, Antonio Polito, Franco Nembrini e Claudio Risé si dedicano principalmente a questo. Nel servizio pubblico della televisione non se ne sono accorti. Il fulgore di Dony doveva essere il primo di una serie di episodi dedicati alle beatitudini

Non era né sciatteria, né incomprensione, ma astuzia omologata. Avete visto? Noi siamo pluralisti, diamo spazio anche a un regista moderato come Avati, ma gli ascolti non l’hanno premiato.

La Verità, 7 giugno 2018

Delle Piane: «Solo sul set le mie fobie spariscono»

Più che a lui, l’intervista andrebbe fatta ad Anna Crispino, la donna di 36 anni più giovane che lo accompagna e lo assiste in tutto e per tutto da quando lo conobbe, casualmente, alle prove di uno spettacolo al Parco Santa Maria della Pietà di Roma. Lei cantante, lui il suo attore preferito. Incontrai Carlo Delle Piane, sei anni fa, era appena uscita la sua autobiografia (Signori e signore, Carlo Delle Piane; edizioni Testepiene) e Anna era una «grande amica e donna paziente». Ora sono marito e moglie. Vivere insieme, però, no. Abitano vicini e lei gli porta da mangiare tutti i giorni, lo cura, lo accompagna dovunque, ne condivide attività e impegni e sopporta le sue fisime, infinite, con pazienza ma anche con la veracità tipica di una donna napoletana. «Ho una figlia di 14 anni», racconta Anna mentre Carlo si allontana per le sue abluzioni. «I miei rapporti col mondo maschile non sono stati buoni. Ho scelto di dedicarmi a lui. Avevo un padre fragile, pieno di paure, so cosa vuol dire. Ma è dura. Carlo lo sa, e se perdo la pazienza, si spaventa e mi rimprovera».

Ottantun anni compiuti giovedì scorso – «ma li festeggio domenica con pochi amici, Antonio e Pupi Avati» – e 104 film all’attivo, Delle Piane è il più longevo attore italiano avendo esordito nel 1948, quando di anni ne aveva dodici, scelto da Duilio Coletti e Vittorio De Sica a un casting nelle scuole, per il ruolo di Garoffi in Cuore. Da allora ha attraversato tutte le stagioni del cinema, dalle commedie del dopoguerra ai musicarelli, dal neorealismo alle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani. Diretto da Totò, Eduardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Roman Polanski, Steno, Mario Monicelli, Sergio Corbucci, fino a diventare, per qualche anno, l’attore feticcio di Pupi Avati. Ha recitato per Ermanno Olmi, Luca Miniero e Paolo Genovese ed è Il bello del cinema italiano del documentario di Giuseppe Aquino (presto su Rai 5). Uno dei suoi maggiori rimpianti è non aver potuto accogliere l’invito di Jean Jacques Annaud, venuto apposta a Roma per convincerlo a interpretare un frate in Il nome della rosa. «Mi avrebbe messo a disposizione i migliori insegnanti per imparare le battute in inglese. Ma dopo una notte insonne gli dissi di no: non potevo recitare senza capire che cosa mi dicevano gli altri. Io ho imparato da De Sica, quasi un mio secondo padre. Si parla sempre del metodo Stanislavskij e dell’Actor Studio. Io dovrei parlare di De Sica». Il padre naturale di Carlo, sarto in casa sempre oberato di lavoro per mantenere tre figli maschi, era invece uno che recitava inventando continui infortuni per giustificare i ritardi nella consegna degli abiti. La madre Olga, casalinga, allergica al contatto fisico, aveva perennemente in mano uno straccio per spolverare. In mano Carlo ha sempre un fazzoletto di carta che lo protegge dalle maniglie. Fu dopo il risveglio da un mese di coma in seguito a un incidente stradale che, certe fobie latenti, s’impadronirono di lui. Non dà la mano per salutare o fare conoscenza con qualcuno, incarta il cappellino quando se lo toglie per evitare che tocchi una superficie estranea, al ristorante o in auto siede sopra un asciugamano. A un certo punto, salendo dei gradini stava perdendo l’equilibrio e io ho allungato un braccio per sorreggerlo: arrivati al ristorante ha strofinato a lungo la giacca nel punto dove l’avevo toccata. «È una prigione», dice Anna, «ma non ci può fare niente. Le fobie sono il rovescio della depressione. Non prende e non vuole prendere farmaci, avrebbe dovuto iniziare molto tempo fa».

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Due anni fa ha avuto un’emorragia cerebrale, ma oggi la trovo più vivace di quando ci vedemmo nel 2011. Mi ha anche risposto al cellulare…

«Allora non ce l’avevo. Ho dovuto comprarlo quando sono stato a casa di Anna dopo l’emorragia. Lei non possedeva il telefono fisso».

Resta il fatto che mi sembra più dinamico e protagonista.

«Miglioro invecchiando, come il vino. Scherzi a parte, forse è perché ho ripreso a recitare e sono in attesa dell’uscita di un film di cui però non posso anticipare nulla».

Nemmeno il titolo o cast?

«Nulla».

Da spettatore, invece, come lo vive il cinema?

«Non entro nelle sale. Ma credo di non perdermi molto. Amo troppo il cinema per intristirmi con le solite commediole. Forse sono diventato troppo esigente e soprattutto il cinema italiano, così provinciale, mi appare di una semplicità disarmante».

Non salva nulla?

«Poche eccezioni. I film di Paolo Sorrentino, di Ferzan Ozpetek e di Paolo Genovese».

E del cinema straniero, magari visto in tv?

«Mi piace quello di Clint Eastwood, le sue regie così asciutte e personali. Penso a Million Dollar Baby e a Gran Torino. Non era facile prevederlo cineasta quando lo si vedeva nei panni di un cowboy. Mi piace anche Martin Scorsese. Andando indietro amo molto John Ford e Orson Welles: le nuove tecniche della regia e del montaggio sono nate con Quarto Potere e L’infernale Quinlan. E poi Billy Wilder, il più grande di tutti nelle commedie».

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

E tra gli attori?

«Marlon Brando è stato il vero innovatore, libero di inventare e aggiungere i suoi tic. La recitazione moderna è nata con lui, prima erano tutti così misurati. Senza Marlon Brando non ci sarebbe stato Robert De Niro. E anche Gene Hackman, grandissimo in La conversazione di Coppola».

Se dovesse scegliere i tre migliori film del cinema mondiale?

«Una cosa da niente. Metterei Fronte del porto… poi Il Padrino e forse qualcosa di Stanley Kubrick».

C’era una volta in America?

«Non amo molto il cinema di Sergio Leone. Lo trovo un po’ ricercato, troppi primi piani».

Quentin Tarantino?

«Grande regista. Diciamo che il suo cinema, così frenetico, non è il mio. Però ne riconosco il talento».

Tra i suoi film, se dovesse premiarne solo tre?

«Direi Una gita scolastica e Regalo di Natale. E il prossimo di cui non dico nulla, ma di cui sentirete parlare presto».

Il cinema è anche una gioia da condividere: scambia commenti e giudizi con qualche amico?

«Al massimo qualche telefonata. Avevo qualche rapporto negli anni in cui lavoravo con Pupi. Non esco molto e non coltivo le relazioni. Quando lo faccio devo sempre sapere dove vado e cosa trovo, perciò finisco sempre nei soliti posti, dove mi conoscono».

Segue la politica?

«Ne sono totalmente disgustato: vedo solo ipocrisie, false promesse per accaparrarsi i voti, sempre più politici indagati».

Ha sperato in una ripresa con il Movimento 5 stelle, anche qui a Roma?

«Da tempo non spero più».

E quindi non vota?

«Da parecchi anni».

Che cosa la turba di più?

«Penso a che cosa lasceremo ai bambini di oggi. Mi preoccupano lo sfascio dell’ambiente, il degrado delle nostre città, il menefreghismo, l’economia in crisi perenne. Su YouTube si trova anche una mia canzone intitolata Bambini».

Ha un’idea di che cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione?

«Come ho detto, non credo più nella politica. E i miei limiti sono palesi. Alcuni anni fa ho avviato l’adozione a distanza di una bambina del Bangladesh, che è proseguita fino a quando si è sposata. Così, mi hanno scritto che non aveva più bisogno. Ho iniziato ad aiutare altre tre femminucce che hanno dieci anni per portarle alla fine degli studi: una etiope, una colombiana e una brasiliana. Sono sempre in contatto con la Caritas. Faccio i bonifici, mi mandano le foto, le lettere, le pagelle scolastiche».

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Dev’essere una soddisfazione. Diceva che trasmetteremo ai bambini un ambiente e delle città deturpate. Anche un’etica nichilista?

«Dominano l’egoismo e l’arrivismo. Si pensa solo ad arricchirsi e al proprio tornaconto. Anche nei rapporti umani è sempre il calcolo a comandare: se si dà qualcosa è per avere qualcos’altro in cambio».

Com’è la sua giornata?

«Anna, hai sentito che domanda mi ha fatto (ride)? La mia giornata… scrivo continuamente. Trascorro mattinate ad appuntarmi tutto quello che devo fare (estrae un foglietto con una grafia minuta). Per esempio: “Devo dire al giornalista che non parleremo del nuovo film”. Me lo sono scritto, dopo che al telefono gliel’ho detto non so quante volte. È una forma di ansia, un bisogno di controllo ossessivo, anche delle cose minime».

Ha mai pensato di scrivere un diario?

«Mi sarebbbe piaciuto. Non l’ho mai fatto e ne sono pentito perché avrei avuto molto da raccontare. Ma ho una grande pigrizia mentale. Per esempio: ho duemila vinili, molti sono ancora incellophanati. Anche a leggere, mi stanco dopo poche pagine. Ha capito che razza di vita? Se non avessi conosciuto Anna non so come sarebbe finita. Dopo l’emorragia sono ancora più pauroso. Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Recitare è come andare in terapia. Solo che invece di spendere, guadagno. Quando recito posso fare tutto, do la mano, abbraccio, sto in poltrona senza stendere un fazzoletto sul sedile».

La finzione la rende libero?

«È così. Divento il personaggio che interpreto».

È un processo mentale per cui cambia identità o rimuove la sua psiche?

«È come se mi sdoppiassi. Scindo la mia identità da quella del personaggio e le mie fobie scompaiono. A volte ironizzo su queste mie manie e dico ad Anna: quando morirò ricordati di far pulire bene la bara».

Alla fine si può dire che la sua vera vita è il cinema, quando fa cinema…

«Ho vissuto tutte le stagioni, dalla fanciullezza alla vecchiaia passando per la gioventù e la maturità. E ho recitato in tutte le età, dall’esordio a 12 anni a questo nuovo film che mi ha coinvolto dopo anni in cui mancavo. Credo non ci sia nessun attore italiano che abbia una storia così lunga».

C’è qualcosa o qualcuno che la fa sorridere, Anna a parte?

«Ho un pronipote di otto mesi, figlio di un figlio di mio fratello. Si chiama Francesco e quando lo vedo mi dà sempre grande gioia. E anche un po’ di preoccupazione…».

La Verità, 5 febbraio 2017

Avati: «Conosco solo il Natale della tradizione cristiana»

Quest’anno è il trentesimo di Regalo di Natale. Se dovesse fare una graduatoria dei suoi film, lei che è un regista seriale, cioè di film in serie, a quale posto lo classificherebbe?

«Sicuramente tra i primi cinque».

E dei suoi attori che classifica farebbe? In quel film c’erano Carlo Delle Piane, Gianni Cavina, Diego Abatantuono, Alessandro Haber e George Eastman.

«Regalo di Natale vinse la Coppa Volpi per Carlo Delle Piane. Ma quella volta la giuria commise un errore clamoroso perché doveva assegnarla a tutti cinque, tanto la recitazione era corale. Raramente un gruppo di attori mi ha dato tanto nel suo insieme. Non farei classifiche, sono tutti sullo stesso piano».

Una scena di «Regalo di Natale», di cui ricorre il trentesimo dell'uscita al cinema

Una scena di «Regalo di Natale», di cui ricorre il trentesimo dell’uscita al cinema

Lei è notoriamente un invent-attori e un reinvent-attori. Di quale invenzione va più fiero?

«Potrei citarne tanti, da Delle Piane di Una gita scolastica ad Abatantuono di Regalo di Natale, da Neri Marcorè di Un cuore altrove a Katia Ricciarelli e Antonio Albanese nella Seconda notte di nozze…».

Lei, per Natale, che regalo si fa? Ha un rito, una tradizione che identifica con la festa della nascita del Salvatore?

«Fra il Natale della mia infanzia e quello di oggi fortunatamente le differenze restano minime. I miei genitori non ci sono più, ma ci possiamo permettere la riunione famigliare con figli e nipoti tra i quali non c’è chi non partecipi al pranzo, non vada a messa e non alimenti lo scambio di regali. Nessuno di noi contesta ciò che appartiene alla tradizione e non credo che il Natale possa essere qualcosa di diverso. In queste circostanze sono fortemente tradizionalista perché ho sperimentato che il punto di forza della mia vicenda umana sia l’avere rispettato la lezione impartita dai miei genitori, i quali, a loro volta, hanno seguito quella che veniva dai loro. Così, mi auguro avvenga per i miei figli e i miei nipoti. Anche qua non vedo alternative: il buon senso e l’esperienza di un uomo di 78 anni difficilmente possono essere smentiti da chi candida atteggiamenti modernisti o alternativi».

Quanto le manca Lucio Dalla?

«Mi manca molto. Anche se lo sento abbastanza presente, nel senso che il suo andarsene è inverosimile. Lo rifiuto. Quando penso che Lucio non c’è più non ci credo. Come per Federico Fellini. Di loro non mi mancano le musiche o i film, ma loro stessi, la loro ironia, la capacità di confidarsi, di stabilire un rapporto di profondissima intimità».

Pupi Avati con Lucio Dalla, grandi amici e compagni di jazz e di fede

Pupi Avati con Lucio Dalla, grandi amici e compagni di jazz e di fede

La possibilità di fare qualcosa insieme?

«Mi mancano le telefonate notturne di Lucio, nelle quali parlavamo non di musica, ma della vita. Lui era un nottambulo, io no. Ma condividevamo l’atteggiamento verso la sacralità. Era credente e praticante, mi chiedeva sempre se ero andato a messa. E io lo chiedevo a lui. Era più giovane di me di cinque anni, ma entrambi avevamo davanti il baratro della vecchiaia. Cercavamo di rassicurarci a vicenda. Per uno che sale su un palco a cantare, suonare, ballare avere 70 anni non era così semplice. Ci promettevamo reciprocamente che la nostra vecchiaia sarebbe stata ricca di creatività, di inventiva e di occasioni che forse finora non avevamo ancora avuto. Era un rapporto bello e confortante. Erano telefonate d’amore tra amici».

Il cinema è il suo secondo amore, il primo è il jazz. Ma come nel jazz c’è il giro armonico sul quale s’innesta l’improvvisazione anche nel suo cinema c’è una storia tra persone increspata da un limite, una malattia, un vizio, il peccato. Ha un’idea pessimista dell’esistenza?

«Non ho un’idea pessimista, ma una grande conoscenza della vita. Ho vissuto 78 anni pieni di eventi straordinari e se guardo indietro mi accorgo di essere un privilegiato, avendo visto realizzarsi sogni che 40 o 50 anni fa erano destinati a rimanere tali. Quando vendevo i bastoncini di pesce della Findus sognavo di fare un mio film. Invece, ne ho fatti quasi 50. Non posso certo lamentarmi della mia vita».

Non c’è nulla che le manca?

«Ho la consapevolezza di non aver realizzato il film della mia vita».

Intende il film sulla sua vita o il film della vita?

«Apparirò presuntuoso, ma penso di avere un talento smisurato per la narrazione. Tuttavia, fino a oggi credo di non essere stato capace di sintetizzarlo in un film. Il film che mi appaga e mi fa dire: “Ecco, qui c’è tutto, mi fermo”. Ma forse è meglio non averlo fatto, perché così continuo a provarci».

Da due anni non gira un film per il cinema (in febbraio la Rai trasmetterà Il fulgore di Dony): c’è un motivo particolare di questa pausa più lunga del solito?

«Vengo dal grande insuccesso di Un ragazzo d’oro con Sharon Stone e Riccardo Scamarcio. La gioia che ha prodotto nell’ambiente questo mio insuccesso mi ha traumatizzato. Così mi sono rivolto alla televisione. Ci sono miei colleghi che hanno avuto disastri al botteghino peggiori del mio e li hanno metabolizzati in pochi mesi. Io ho stentato molto a farmene una ragione. Oggi si sono create le condizioni di astinenza tali per cui presto tornerò al cinema».

Ci può anticipare qualcosa?

«Sto girando un film gotico, nero, una storia ambientata nella laguna veneta. Tornando ad alcune atmosfere del mio cinema horror di qualche anno fa».

Ha lavorato molto per la Rai. Che rapporto ha con i nuovi dirigenti?

«Con i dirigenti precedenti agli attuali ho avuto un rapporto incoraggiante. Infatti, riuscimmo a realizzare una saga famigliare, la storia dei miei genitori e del io matrimonio che dura da 52 anni. S’intitolava semplicemente Un matrimonio e fu ben accolta anche dal pubblico. Ricordo che quando incontrai il primo dirigente per proporgli la storia di un matrimonio durato 50 anni mi disse: “Allora, è un film in costume”; come se i matrimoni di mezzo secolo appartenessero a un lontano passato. A quella miniserie speravo che, con i nuovi dirigenti, seguissero altre storie. Diciamo che siamo andati avanti con una qualche fatica, non trovando davanti quelle praterie che sono riservate ad altre produzioni».

È difficile lavorare nell’industria del cinema per una società che non ha alle spalle Rai, Mediaset o Sky?

«È impossibile. Una piccola azienda come la nostra, che vanta 70 – 80 film nei quali abbiamo fatto debuttare tanti giovani, che lavora da 35 anni senza l’incoraggiamento di nessuno, è esposta alle politiche del mercato, della globalizzazione e del potere delle major. In Italia le piccole e medie imprese sono penalizzate. Una realtà minore che ha dimostrato di saper resistere al variare delle mode meriterebbe l’incoraggiamento dello Stato anziché la diffidenza con cui è guardata».

Lei che cinema ama? Cosa va a vedere?

«Non guardo niente. Il cinema lo faccio tutti i giorni, giro, mixo, monto, la sera mi dedico a un libro o alla musica».

Davvero?

«Diciamo che guardo i film che non si possono non vedere per potere avere un’opinione sulle tendenze. Quindi sono abbastanza aggiornato sui titoli di punta, ma non vado più al cinema a vedere tutto come una volta. Anche perché molti dei film che si fanno adesso, ti basta un trailer per capire che non sono ciò che vorresti vedere. È più interessante la serialità televisiva che viene da oltre oceano. La produzione seriale americana spazia nei generi con una disinvoltura e una scioltezza invidiabili e il piacere di raccontare una storia in senso spettacolare e senza vincoli si trasmette nella fantasia e nella varietà dei prodotti. La nostra narrazione è vincolata allo schema camera-cucina. Mi chiedo perché la nostra televisione non produca i generi».

A proposito di generi inediti, quest’anno si è imposto Lo chiamavano Jeeg Robot. C’è un film italiano che ha apprezzato più di altri?

«Per rispetto nei confronti del pubblico, per qualità degli interpreti e della scrittura direi Perfetti sconosciuti».

Invece dalla serialità italiana non estrae nemmeno un’eccezione positiva?

«La serialità italiana è asfittica, le tematiche sono sempre le stesse. Quando vuole cimentarsi con l’avventura si occupa di mafia o di camorra. Oppure tratta tematiche a sfondo sociale. Se lei guarda quella americana ha un’ampiezza a 360 gradi, dalla storia all’avventura alla commedia sentimentale. Il pubblico televisivo ha diritto di avere tutti i generi. Perché in Italia non produciamo serie fantasy o di paura?».

Ha visto Gomorra o The Young Pope?

«Sky fa storia a sé. Può mettere in atto una cura per il prodotto particolare, dettata dal fatto di rivolgersi a una platea mondiale. Permettendosi investimenti preclusi alla tv italiana. Al di là del fatto che sia piaciuto o no, il budget di The Young Pope è la metà del budget annuale di Rai Fiction».

Paolo Conte. Di lui Pupi Avati dice: «Non è mai sceso a compromessi. È anche un grande poeta»

Paolo Conte. Dice Pupi Avati: «Non è mai sceso a compromessi, è un grande poeta»

C’è un regista, uno scrittore, una figura contemporanea di cui non si perde un’opera?

«Paolo Conte. Fra gli artisti e gli uomini creativi è uno dei più coerenti. Non ha mai ceduto a compromessi. È anche un grande poeta, che dovremmo far conoscere di più ai giovani».

Che cosa manca di più alla società del terzo millennio?

«La capacità d’includere le persone di esperienza. Si crede che la modernità derivi dall’assegnare una corsia preferenziale ai giovani. Invece, le grandi culture classiche, quella greca e quella romana, si basavano sull’ascolto degli anziani e dei saggi. Oggi essere anziani vuol dire essere fuori gioco. Avere una certa vita alle spalle significa conoscere le problematiche e magari anche le soluzioni, che invece, anche solo per ragioni anagrafiche, possono sfuggire ai trentenni rampanti. Il giovanilismo imperante lo avverto muscolare oltre che un tantino presuntuoso. Credo che, senza escludere nessuno, avremmo tutti un guadagno nel lavorare insieme».

 

La Verità, 24 dicembre 2016