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La smemoria di Anzaldi sulle epurazioni

Strappato al suo habitat naturale, l’ossessione antifaziana, Michele Anzaldi si aggira spaesato e smemorato dalle parti dell’editto renziano. La faccenda è esilarante dato il fatto che il protagonista della sua applicazione è stato proprio lui con il suo diuturno interventismo, superiore persino a quello di qualsiasi direttore generale. Ma tant’è. Ci sono vari modi per promulgare e applicare un editto. Quello frontale e impulsivo di Sofia che tutti ricordiamo, e quello più scientifico e protratto nel tempo che è sotto gli occhi degli osservatori più indipendenti tra i quali non si annovera il segretario della Commissione di Vigilanza che, in un lungo post sulla sua bacheca Facebook rilanciato dal sito Dagospia, mischia le carte e mimetizza le responsabilità. Facendola breve, il risultato è la Rai del pensiero unico renziano di oggi, l’azzeramento delle voci indipendenti messo in atto dagli zelanti esecutori del capo e del suo fedele successore. L’inopinata cancellazione di Virus di Nicola Porro fu l’atto d’esordio di Ilaria Dallatana alla direzione di Rai 2. Tanto che, come chiunque ricorderà, anche la presidente Monica Maggioni chiese in Vigilanza il ripristino del pluralismo. Fino a ieri, persino in epoche di strapotere governativo, una rete e un tg erano riservati all’opposizione, oggi il Tg3 è diretto da Luca Mazzà, ex vicedirettore di Rai 3 premiato dopo aver lasciato la responsabilità di Ballarò in polemica con Massimo Giannini (successore di Giovanni Floris, già accasato a La7 per scansare la collisione inevitabile) considerato troppo antirenziano. A sua volta, sempre come chiunque ricorderà, Giannini era settimanalmente attaccato dall’allora premier per i suoi ascolti inferiori a quelli dei film di Rete 4. Fino al previsto epilogo al quale proprio Anzaldi non fu estraneo dopo che il conduttore aveva parlato di «rapporto incestuoso» del ministro Maria Elena Boschi con la Banca Etruria dove il padre occupava un ruolo dirigenziale. Giannini fu rimosso e sostituito da Gianluca Semprini. Avvicendata da Mazzà, a sua volta era stata rimossa dal Tg3 Bianca Berlinguer, alla quale è stata concessa, per disperazione, #cartabianca dopo il flop di Politics (pochi mesi dopo il direttore di Rai 3 Daria Bignardi si è dimessa). Al troppo anarchico Massimo Giletti è stato tolto il format di successo che aveva creato e conduceva da 13 anni, quell’Arena che aveva 4 milioni di telespettatori (oltre il doppio di quelli che seguono le sorelle Parodi) per offrirgli in cambio la conduzione di alcune serate musicali. Per il finale di stagione della serie Strane dimissioni in Viale Mazzini bastano le parole di Milena Gabanelli: «In campagna elettorale mi volevano defilata». Dunque, prima no alla direzione del portale delle news online, poi no alla striscia dopo il Tg1. Nel suo spaesamento forse Anzaldi non s’è avveduto che tutto questo è accaduto mentre si preparava un referendum che il suo capo aveva reso epocale e ora si approssimano le elezioni di primavera, altro appuntamento che molti considerano di un certo rilievo. Per dire, è un caso che gli uomini del capo propendessero per la Rai come sede del confronto tra Renzi e Di Maio? E sarà il calendario elettorale il motivo per cui non si hanno più notizie del Piano dell’informazione, quella bizzarra fissa su cui sono inciampati Carlo Verdelli e Antonio Campo Dall’Orto? O forse tutto tace perché, in fondo, il Piano è già operante e si chiama normalizzazione?

La Verità, 4 novembre 2017

Giannini con Floris: questione di (non) stile

Massimo Giannini parteciperà in qualità di opinionista fisso a quattro puntate di diMartedì di Giovanni Floris su La7. Nella prima si vedrà un faccia a faccia tra i due conduttori, nella seconda chissà. Continua a leggere

10 cose da ricordare (e 3 conclusioni) sullo scazzo politici-Rai

Era ora. Giornalisti e opinionisti cominciano a svegliarsi. Meglio tardi che mai, si sono accorti che, detta in soldoni, la politica vuol riprendersi la Rai. Più nello specifico, è una parte della politica, una parte del Pd in particolare, a voler dettare regole, influenzare nomine, scelte, epurazioni e promozioni. La campagna contro i nuovi vertici di Viale Mazzini, nominati dal premier Renzi a inizio agosto, in verità è cominciata già da qualche mese. Ma ora siamo al culmine. La posta in gioco è alta. E allora le parti che si sentono escluse alzano la voce. Nel mio piccolo, su questo blog ne scrivo da diversi giorni (http://bit.ly/20KDNDA). L’ultimo casus belli è stato il “veto” imposto agli esponenti del Pd a Ballarò di Massimo Giannini, dato da molti come già giubilato dalla “Rai renziana”, e quindi propenso a vendicarsi. In realtà, si è presto capito che era necessario un riequilibrio delle presenze nel talk show, troppo sbilanciate proprio a favore dei dem.

Massimo Giannini e, sullo sfondo, Antonio Campo Dall'Orto

Massimo Giannini e, sullo sfondo, Antonio Campo Dall’Orto

Per comprendere meglio lo scazzo in atto tra alcuni politici e i vertici Rai, prima di tentare qualche considerazione, può servire mettere in fila i fatti dell’ultima, ottima annata.

  1. Dopo lunga ricerca, tra qualche diniego e autocandidati non convincenti, il 6 agosto Renzi sceglie Antonio Campo Dall’Orto come direttore generale della Rai. Monica Maggioni è la presidente.
  2. A fine novembre Campo Dall’Orto nomina Carlo Verdelli direttore editoriale dell’informazione. Va in soffitta la riforma dei tg incentrata sulle newsroom, voluta da Gubitosi e studiata da Nino Rizzo Nervo (ex Margherita) e Valerio Fiorespino.
  3. Il 22 dicembre il Senato riforma la governance trasformando il dg in amministratore delegato. Lo scopo è concentrare le decisioni, snellire le burocrazie e frenare le interferenze. Il superdg ha mano libera nella nomina dei “dirigenti apicali” e potere di spesa fino a 10 milioni.
  4. Il 9 febbraio Michele Anzaldi, commissario di Vigilanza (ex portavoce di Rutelli) rilascia un’intervista al Corriere della Sera: “Sui nuovi vertici Rai ci siamo sbagliati. Arroganti, sono peggio dei predecessori”. Ma lo sanno “come sono arrivati lì? Ce li abbiamo messi noi della Vigilanza, con una serie di votazioni a catena complicatissime… E adesso non vedono, non sentono, non parlano”. Cioè, non ci consultano per le nomine.
  5. Il 17 febbraio vengono annunciati i nuovi direttori di rete: Andrea Fabiano a Raiuno, Ilaria Dallatana a Raidue, Daria Bignardi a Raitre, Gabriele Romagnoli a RaiSport. Mentana sottolinea il ruolo di suggeritore dietro le quinte di Giorgio Gori.
  6. Intanto prosegue l’infornata di esterni. Da Guido Rossi, capo-staff del dg, a Gian Paolo Tagliavia, responsabile creativo, da Massimo Coppola, consulente editoriale a Giovanni Parapini, comunicazione istituzionale. Anche Verdelli chiede uno staff: Francesco Merlo (da Repubblica), Pino Corrias (interno), Diego Antonelli (ex Gazzetta) e quattro persone scelte con il job posting aziendale.
  7. Il 6 aprile Porta a Porta manda in onda l’intervista a Salvo Riina, figlio del boss mafioso Totò, a sua volta condannato a 8 anni e 10 mesi per reati mafiosi. Un obiettivo colpo giornalistico, mal gestito perché Bruno Vespa fa firmare la liberatoria solo al termine dell’intervista.
  8. In Commissione di Vigilanza Verdelli si assume la responsabilità della messa in onda e dice: “Non censuro un’intervista per le dichiarazioni di cinque, dieci politici”.
  9. Da inizio maggio si susseguono le audizioni di Campo Dall’Orto sul Piano industriale. Il 25 maggio, il sottosegretario alle Telecomunicazioni Antonello Giacomelli (area Margherita) dice che quello del dg “è più un’indicazione di obiettivi che un piano industriale”. Suona come una sconfessione.
  10. Il 31 maggio esplode il caso del mancato invito di esponenti pd a Ballarò nella settimana pre-elettorale. Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini annunciano un esposto all’Agcom. Conteggi alla mano, proprio l’Agcom ha chiesto di riequilibrare l’eccesso di presenze dem. Dal canto suo Roberto Fico M5S, presidente della Vigilanza, contesta lo sbilanciamento del Tg1 in favore del sì al referendum di ottobre.
Mattero Renzi ospite di Nicola Porro nell'ultima puntata di Virus (foto LaPresse)

Mattero Renzi ospite di Nicola Porro nell’ultima puntata di Virus (foto LaPresse)

Finalmente, dicevo, alcuni commentatori, da Paolo Conti sul Corriere (http://bit.ly/20Vx9KR) a Michele Serra su Repubblica (http://bit.ly/1VzqRRm) si stanno accorgendo del paradosso. La politica, Renzi in prima fila, annuncia di voler uscire dalla Rai e predispone una riforma che rafforza i poteri per tutelare l’autonomia degli amministratori interni. Ma appena vede che certi desiderata non sono assolti, si pente. Soprattutto si pentono i mediatori, che basano la loro stessa esistenza sul potere di condizionamento.

Conclusioni. Con l’eccezione dell’ultima iniziativa di Serracchiani e Guerini, forse mal informati, l’attacco sistematico ai vertici Rai, cavalcato da alcuni siti molto seguiti in Viale Mazzini, è portato in prevalenza da esponenti della ex Margherita, contrariati, in parte per l’archiviazione della riforma delle newsroom e l’esclusione dalle nomine sui direttori di rete e, in parte, frementi nel voler condizionare le prossime scelte sui telegiornali e sulle conduzioni.

Carlo Verdelli, direttore editoriale dell'informazione

Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione

La manovra s’incaglia sulla presenza di Verdelli, poco sensibile alle logiche lottizzatorie. Le sue parole in Vigilanza contro la censura all’intervista a Riina gli hanno attirato l’ostilità matematica e permanente dell’arco costituzionale. Non a caso un giorno sì e l’altro pure filtrano indiscrezioni che lo danno in uscita.

Chi s’illude che il luogo di composizione dello scazzo sia la Commissione di Vigilanza forse non ha presente di quale inutile e ipocrita rito bizantino si tratti. La telenovela continua.

Sette cose non vere scritte sulla Rai

Cresce il nervosismo dei politici che seguono i movimenti dentro la Rai. I nuovi dirigenti non soddisfano, sono ritenuti lenti, timidi. Si sbrighino, dopo le amministrative c’è il referendum. Sottosegretari e commissari vigilanti rumoreggiano, vogliono contare e influenzare le scelte. Basta seguire le audizioni della Commissione di Vigilanza per rendersene conto (http://bit.ly/1VmfGeI). L’altro giorno il sottosegretario alle Telecomunicazioni Antonello Giacomelli ha criticato la nuova dirigenza della tv pubblica, espressa non più tardi di nove mesi fa dal governo di cui è autorevole rappresentante. Il piano industriale di Campo Dall’Orto? Non c’è… “C’è solo un’indicazione di obiettivi”. Si sa, i politici non amano parlare di media company. Vogliono nomi e caselle. Chi dirigerà il Tg3 e chi condurrà Ballarò. Siamo tutti Ct della Nazionale e direttori di Raiuno. Stando invece al piano industriale gli obiettivi primari sono cambiare filosofia, migliorare contenuti, modernizzare l’informazione, aggiornare linguaggi. Teoricamente, se si riuscissero a quadrare i contenuti con questi direttori dei tg, potrebbero persino rimanere. L’obiettivo è creare un’azienda dell’immaginario in grado di stare al passo con la rivoluzione tecnologica.

Michele Anzaldi, commissario di vigilanza Rai

Michele Anzaldi, commissario di vigilanza Rai

Per fare il confronto tra questa mission e la realtà quotidiana, l’altro giorno la Rai di Firenze ha dovuto acquistare da un service esterno le immagini della voragine sul Lungarno. All’ora in cui si è verificato il disastro non c’erano troupe in servizio e le norme sindacali impediscono di usare un telefonino o un tablet per girare anche un video d’emergenza. Modernità… Altro esempio: in Rai esistono ben 250 siti che ne riportano il marchio (tutti ovviamente con un traffico modesto per non dire irrisorio), ma non esiste una divisione digitale che li gestisca. Tutto questo non preoccupa né Michele AnzaldiSalvatore Margiotta, per citare due vigilanti a caso in quota Pd. Margiotta è invece preoccupato che esista uno “scollamento” tra il governo e i vertici di Viale Mazzini. Magari. Non s’era detto che lo scopo della nuova governance e del dg trasformato in amministratore delegato doveva fungere da scudo contro le ingerenze dei partiti? Chiacchiere, loro vorrebbero tutto, come dire, più incollato. E se non lo è abbastanza, scalpitano. Vogliono le nomine giuste e i conduttori giusti. E bisogna farla pagare a Verdelli che, parlando dell’intervista a Riina, disse “non censuro per le dichiarazioni di cinque o dieci politici”. Nel frattempo, chissà come e chissà perché, continuano a uscire indiscrezioni molto ipotetiche e nomi improbabili.

Ecco una lista di notizie infondate.

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò, non ancora giubilato

Massimo Giannini, conduttore di Ballarò, non ancora giubilato

  1. Fabrizio Ferragni, attuale vicedirettore del Tg1, nominato direttore di RaiParlamento al posto di Gianni Scipione Rossi.
  2. Carlo Verdelli pronto a mollare perché non tocca palla, inascoltato dagli altri dirigenti.
  3. I talk show che, escluso Porta a Porta, sono due (Ballarò e Virus), trasformati in programmi di infotainment.
  4. Massimo Giannini già fuori dalla Rai e in cerca di un altro posto.
  5. Pif conduttore di Ballarò.
  6. Francesco Merlo silurato come collaboratore di Verdelli (inizierà il primo giugno come consulente).
  7. La triade femminile di direttori dei telegiornali composta da Sarah Varetto, Lilli Gruber e Lucia Annunziata.

Perché il caso Porro è un virus che debilita la Rai

Questa faccenda del Virus di Nicola Porro, e delle epurazioni che non sono epurazioni, gli sta venendo male alla nuova Rai di Campo Dall’Orto e Monica Maggioni. Un pasticcio. Intanto, perché ieri sera Virus ha fatto il record di ascolti, 6,2 per cento di share con quasi un milione e 400mila telespettatori (due punti più della media rivendicata dal direttore Ilaria Dallatana come causa della chiusura), trasformando Raidue in terza rete assoluta dietro Raiuno e Canale 5. E poi perché attorno alla cancellazione del programma si sta coagulando il forte sospetto che si vogliano spegnere le voci dissonanti – vedi anche il caso di Massimo Giannini rimosso da Ballarò – rispetto a quello che Carlo Freccero chiama “il pensiero unico renziano”. Forse non sarà così, anche perché il premier è stato spesso ospite di Virus, ma come diceva qualcuno che se ne intendeva, a pensar male si fa peccato, però… Così, ieri sera ogni ospite di Porro, da Salvini a Lupi, giocava al tormentone “mi dispiace molto che questa sia una delle ultime trasmissioni di Virus…”; “mi dispiace che la stiano segando…”.

Maurizio Crozza nei panni di Giovanni Floris nella parodia dei talk show

Maurizio Crozza nei panni di Giovanni Floris nella parodia dei talk show

Non che tutto ciò che fa Porro sia un capolavoro. I talk show sono in crisi da un pezzo (anche a causa della modesta statura del ceto politico) e anche Virus, come diMartedì di Giovanni Floris, si segmenta in tanti argomenti per raccogliere pubblici diversi, dalla morte di Pannella al probabile attentato terroristico all’aereo della EgyptAir, dalla burocrazia che ostacola gli imprenditori all’assoluzione del generale Mori, fino al ritorno sulla vicenda dei vaccini, per correggere gli errori di settimana scorsa. Insomma, un fritto misto che dà ragione alla parodia che dei talk ha fatto Maurizio Crozza su La7  (“stasera parleremo di referendum sulle trivelle e melanzane alla parmigiana…”).

Monica Maggioni, presidente della Rai

Monica Maggioni, presidente della Rai

Anche il coinvolgimento di Luigi Bisignani come ironico corsivista complottardo non ha giovato a Porro. E ha ragione la presidente Monica Maggioni quando, parlando con Repubblica, dice che “qualche epurazione nella mia vita l’ ho vista davvero, ma mai con una trattativa in corso sul programma successivo, il mantenimento dello stesso trattamento economico, la possibilità di studiare un format diverso insieme al nuovo direttore di rete. Se le epurazioni sono così, vorrei essere epurata anch’io”. Se però il nuovo format è un programma alle 19 della domenica pomeriggio qualche perplessità è più che giustificata. E va ad aggiungersi al fatto che, visto il momento, invece di essere subito fermato, Virus poteva restare in onda ancora qualche puntata per seguire le amministrative e il referendum in Gran Bretagna come chiedeva il conduttore. Questo avrebbe significato una collaborazione reale e non di facciata.

Insomma, se si vogliono migliorare formule e linguaggi dei programmi di approfondimento e tutelare i conduttori della real casa forse si poteva muoversi con più circospezione. Invece Mentana ha già fatto le sue avance e il forte dubbio che si voglia normalizzare la Rai rimane…

Giannini, la Rai e la giusta distanza dalla politica

Non c’è pace in Viale Mazzini. Oggi Antonio Campo Dall’Orto assume i nuovi poteri da amministratore delegato conferiti dalla riforma voluta da Renzi, che porta sotto il controllo del governo la nomina del direttore generale, esponendolo a critiche potenziali crescenti. Anche per Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione, arrivano i primi grattacapi. Per il 5 febbraio Rainews24, il canale diretto fino a pochi mesi fa da Monica Maggioni, ha indetto una giornata di sciopero per protestare contro il ritardo nella scelta del nuovo direttore. La circostanza è quanto meno curiosa se si considerano due elementi. Il primo, che Campo Dall’Orto e Verdelli hanno già individuato in Antonio Di Bella il futuro numero uno della testata. Il secondo, che la Maggioni ha in più occasioni manifestato soddisfazione per la scelta di Verdelli. Insomma due dettagli che stabiliscono la precisa rotta di collisione della protesta di Rainews.

Anche dalle parti di Raitre le acque sono piuttosto agitate. Nel giro di 48 ore, prima Riccardo Iacona poi Massimo Giannini hanno usato i microfoni della rete per mettere i paletti all’azienda e alla politica. Ieri sera, il conduttore di Ballarò ha speso l’intero editoriale

per dare l’altolà ai renziani capeggiati da Michele Anzaldi, segretario Pd in Vigilanza, che ne aveva chiesto il licenziamento per la spericolata metafora sui “rapporti incestuosi” da lui usata a proposito del caso Boschi-Banca Etruria. “La Rai mi può licenziare. Il Pd, con tutto il rispetto, proprio no”, ha scandito Giannini, con buona pace di chi ama gli editti. Sono però arrivati i dati di ascolto della puntata, appena il 3,96 per cento di share (con sorpasso di Floris su La7) a innescare il tweet di Fabrizio Rondolino: “Gli spettatori, non il Pd o la Rai, licenziano”. Insomma, come per gli allenatori di calcio, tutto dipende dai risultati.

Domenica, invece, Iacona aveva inusualmente esternato il dissenso per la decisione dei vertici aziendali di slittare oltre la fascia protetta un servizio sul sexting e il cyberbullismo tra gli adolescenti (peraltro, piuttosto orientato, ma qui soprassediamo) all’interno di Presa diretta. In quel caso, il solito Anzaldi aveva approvato la scelta di Raitre, mentre a paventare la censura addirittura con un’interrogazione in Vigilanza era stato Michele Fratojanni di Sinistra italiana. Cioè, in quel caso i politici erano serviti…

Insomma, trovare la giusta distanza tra la Rai e la politica continua ad essere un enigma di non facile soluzione.