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«La decrescita è felice per chi sta già bene»

Un imprenditore prestato alla politica. Anzi, all’amministrazione della città più complicata del pianeta. Una sfida impossibile, una parete verticale a mani nude. A Luigi Brugnaro, proprietario dell’Umana holding, azienda che ha affidato a un blind trust amministrato da uno studio legale dello Stato di New York, le imprese difficili provocano un sano prurito alle mani. Figlio di una maestra elementare e di un operaio e leader sindacale di Porto Marghera, ex presidente della Confindustria veneziana, 58 anni e cinque figli, regolarmente sul podio delle classifiche dei sindaci più apprezzati d’Italia, Brugnaro riempie con le sue visioni e il suo eloquio torrenziale il grande ufficio di Ca’ Farsetti affacciato sul Canal Grande.

Tra poco festeggerà 4 anni da sindaco…

«Festeggerò?».

Ancora uno e poi basta?

«Lo diranno i cittadini».

Quindi si ricandiderà?

«Sì. Il lavoro va finito per rispetto di chi si attende il rilancio della città».

Il suo bilancio è positivo?

«Anche questo devono dirlo i cittadini. Io mi sono messo a disposizione per risolvere i problemi pendenti: la falla dei conti e la ristrutturazione della macchina comunale».

La falla dei conti.

«Un buco di 800 milioni di euro. Appena nominato, luglio 2015, dicevano che non avrei mangiato il panettone. Invece, al 31 dicembre 2018 il debito era di 740 milioni, 60 in meno».

La riforma della macchina comunale?

«Siamo scesi da 3177 a 3002 dipendenti, pur facendo nuove assunzioni».

Da imprenditore di successo si è mai chiesto chi gliel’ha fatto fare?

«No, sapevo a cosa andavo incontro. Prima di candidarmi avevo partecipato a un’assemblea in cui il commissario straordinario Vittorio Zappalorto aveva illustrato pubblicamente la situazione. Ci ho pensato, ho chiesto scusa in anticipo a moglie, figli e amici e mi sono messo in gioco».

È vero che il comune le paga solo il caffè?

«Vero. Vengo in ufficio con la mia auto e la mia barca. Il mio emolumento finanzia un bando pubblico per la realizzazione di progetti di natura etico sociale verificati da un’apposita commissione».

Qual è la dote indispensabile al sindaco di Venezia?

«L’equilibrio, che non sarebbe proprio il mio forte perché sono una persona passionale. Chi viene eletto deve governare anche per chi non l’ha votato. Le mie stelle polari sono il lavoro e l’attenzione alle giovani generazioni».

Perché si è buttato nel basket? Ha trascorsi da sportivo?

«Se si eccettuano le partite a calcio da bambino con furto dell’uva del contadino alla fine, no. Quando sponsorizzavo una piccola squadra di pallavolo, il sindaco Paolo Costa mi ha proposto di patrocinare quella cittadina di basket. Ho accettato, creando la Reyer Venezia Mestre sia maschile che femminile, e nel 2017 abbiamo vinto lo scudetto. Oggi abbiamo 5000 atleti e 25 società affiliate in tutta Italia. Punto sui giovani perché qualcuno potrà diventare campione, ma tutti, grazie allo sport, diventeranno bravi cittadini».

Quanti sono i progetti per la soluzione del problema delle grandi navi a Venezia?

«Sento numeri fantasiosi, ma la competenza è del ministero dei Trasporti. Il progetto che abbiamo presentato noi prevede che le navi non attraversino più il Bacino di San Marco e il Canale della Giudecca, ma passino dal Canale Vittorio Emanuele».

Perché non si decide?

«Lo chieda al ministro Danilo Toninelli. Con il suo predecessore, Domenico Del Rio, il Comitatone (comune, città metropolitana, regione, e autorità portuali) aveva deliberato: bisognava fare i carotaggi per scavare il canale, ma tutto si è fermato. Di 200 navi all’anno già così ne potrebbero passare 60. A Porto Marghera c’è una banchina lunga 2 chilometri: come partono, le navi possono anche arrivare».

Oltre a Toninelli sovrintendono il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e quello ai Beni culturali, Alberto Bonisoli, tutti grillini. Sono figli di un’ideologia che causa immobilismo?

«È una cultura che lascia spazio a una deriva estremista, per la quale bisognerebbe togliere le navi anche da Marghera. Qui non è in discussione la difesa dell’ambiente e della città di Venezia. Quando sento dire che qualsiasi decisione sarà sottoposta alla volontà popolare mi spavento. Votando, gli elettori hanno già espresso le loro preferenze. L’assemblearismo è pericoloso: se invece che sulle navi dovessimo decidere sulla Tav, sull’Oleodotto in Puglia, sulle alleanze internazionali, sulle rappresentanze sindacali e su quello che vuole, faremmo altrettanti referendum?».

I suoi principali avversari sono gli ambientalisti fondamentalisti?

«La decrescita è frutto di uno stato di benessere, non della cultura del lavoro. Io credo che dobbiamo ascoltare di più chi lavora dalla mattina alla sera. È giusto essere pignoli e discutere, poi però bisogna arrivare a una sintesi. Già negli anni Cinquanta si diceva che Venezia stava morendo. Ora per il fotografo Gianni Berengo Gardin è un grande Luna park».

È vero che ha impedito la sua rassegna sui «Mostri in laguna»?

«L’avevano organizzata i suoi amici che governavano prima di me. Io sono stato eletto per rendere compatibili le navi. Venezia è da sempre un trampolino per farsi pubblicità, ma le problematiche sono più complesse… Quest’anno, con l’acqua alta a 156 centimetri, piazza San Marco era a un passo dalla distruzione e lì c’ero io, non quelli che parlano. Il Mose non è ancora finito».

Quando lo sarà?

«La domanda giusta è come verrà gestito. A Venezia il porto è dentro la città d’arte, non fuori dal contesto urbano come a Trieste o altrove. Quando il Mose sarà pronto dobbiamo sapere come usarlo, ma bisogna decidere adesso».

Ci sono stime di trenta milioni di turisti all’anno, altre parlano di 73,8 al giorno per ogni cittadino residente: come vengono calcolate?

«Un tanto al chilo, gli stessi turisti vengono conteggiati più volte. Noi pensiamo che siano di meno. Il nostro obiettivo è arrivare alla prenotazione della visita per garantire servizi e sicurezza adeguati e all’estero quest’idea è molto apprezzata. Il turismo mordi e fuggi comporta costi elevati per una fruizione superficiale. L’impatto degli affitti brevi su una città dagli equilibri fragili può essere pesante».

Lo scrittore Tiziano Scarpa dice che Venezia è «un temporary shop per temporary citizens».

«Venezia è un fiore che attira le api. Una città speciale ha bisogno di norme e poteri speciali, spero che prima o poi ce li concedano».

Proprio la particolarità di Venezia autorizza alcuni suoi visitatori a comportamenti trasgressivi: il decoro è più difficile che altrove?

«Fa più rumore un albero che cade di un’intera foresta che cresce. A chi ha fatto pipì in un luogo consacrato abbiamo dato 3.000 euro di multa. C’è anche molta gente che si comporta bene. Venezia anticipa i fenomeni e la comunità internazionale ci osserva. Di un incidente su un canale si parla in tutto il mondo. Ma stabilendo regole condivise e punendo le trasgressioni si può gestire tutto».

Mi faccia qualche esempio di problema risolto.

«C’era l’immondizia nelle calli e i gabbiani che mangiavano dai sacchetti. Con gli operatori che la ritirano porta a porta ora la città è sempre pulita. C’erano lunghe code alle fermate dei vaporetti: separando il flusso dei residenti che lavorano da quello dei turisti le abbiamo molto ridotte».

Che fine ha fatto il ticket all’ingresso?

«Si chiama contributo all’accesso. Non è ancora in funzione, la legge dice che devono essere le varie aziende di trasporto a riscuoterlo. Chi viene in giornata paga questo contributo per partecipare ai costi per informare sugli usi e costumi della città».

Come le è venuta l’idea dei vaporetti elettrici?

«Nella nautica siamo ancora al motore euro zero, noi vogliamo introdurre quello ibrido. Lo presenteremo al Salone nautico dal 18 al 23 giugno. Se la sperimentazione funziona la applicheremo prima alle imbarcazioni pubbliche poi a quelle private».

I residenti diminuiscono perché non sopportano i turisti o per altri motivi?

«Dovunque i centri storici sono vecchi. Il nostro bilancio tra emigrati e immigrati è in parità, anzi, lievemente in attivo. Diventa passivo perché la gente muore e non si registrano nascite sufficienti, ma questo non è un problema del sindaco».

Quali prospettive di riconversione e sviluppo per Marghera e Mestre?

«La Serenissima è sempre stata uno Stato de mar e de tera. Guardi la bandiera: il leone di San Marco poggia due zampe sull’acqua e due sulla terra. Il centro storico è il Parioli, Marghera è la nostra grande sfida. L’industria chimica si è insediata qui perché l’acqua serviva a raffreddare gli impianti. Abbiamo pagato un prezzo altissimo in termini di vite e di disagio sociale. Oggi siamo avanti nel cammino di riconversione per rilanciare il porto con nuovi interventi sulla logistica, creando industrie di raffinerie green, promuovendo la filiera della trasformazione dei rifiuti».

Perché il Veneto ha bisogno dell’autonomia?

«È l’Italia che ha bisogno di dare autonomia ai territori. Il Veneto, che è la nostra Baviera, dovrebbe essere un modello esportabile e contaminante. L’autonomia serve per essere più veloci nelle decisioni, per il bene dell’Italia e dei giovani».

Venezia è la città dell’arte e della bellezza, ma pochi giorni fa avete cacciato Banksy.

«Il problema è che Banksy non si sa chi sia. Quel signore era senza permessi e quell’episodio è la riprova che la città è amministrata. Abbiamo le squadre che puliscono i graffiti sui muri. Quando ne ho visto uno in Rio Novo che raffigura un bambino che regge un fumogeno rosa, ho chiamato i vigili e li ho avvertiti di non cancellarlo perché mi piaceva. Solo dopo ho scoperto che era di Banksy. Così, anche se non è stato invitato alla Biennale, abbiamo un’opera sua».

Qual è la vocazione di Venezia?

«Essere una città del mondo, capitale di cultura e di dialogo. È un posto che 7 miliardi di persone al mondo, almeno una volta nella vita vogliono vedere. Una bella responsabilità, non crede?».

 

La Verità, 9 giugno 2019

L’anonimato, il Villaggio techno e Elena Ferrante

“Basta. Di tutta questa storia di Elena Ferrante non ce ne frega niente…”. E intanto, giù paginate di giornale, sproloqui nelle radio, post su blog e siti vari. Sai come godono quelli della e/o edizioni che hanno pubblicato la tetralogia dell’Amica geniale? Tanto più ora che, nel bel mezzo del giallo letterario, la scrittrice ha raggiunto fama mondiale, Storia della bambina perduta è finalista del Man Booker International Prize, il premio britannico che sceglie i migliori romanzi tradotti in lingua inglese, e Fandango e Wildside pensano di farne una serie tv.

È divertente assistere a questo infuriare del mistero attorno all’identità della scrittrice. Dopo l’investigazione di Marco Santagata che, attraverso una complessa ricerca storico-filologica pubblicata da La Lettura, ha ipotizzato che dietro lo pseudonimo si nasconda Marcella Marmo, ex studentessa della Normale di Pisa, studiosa di criminalità organizzata e docente di Storia contemporanea a Napoli, la querelle editoriale si è ulteriormente rinfocolata (anche perché, detto per inciso, Marmo ha smentito). Chi si dice sdegnato – basta, è solo un’arguta operazione di marketing – ed esige “pubbliche scuse” per le balle in sequenza (Veronica Tomassini sul Fatto quotidiano.it). Chi fa spallucce e alla notizia della presunta individuazione dell’autrice replica snobisticamente con un “beh, e allora?” (Daria Bignardi, sul suo Barbablog). Chi dubita che la faccenda interessi davvero qualcuno, ciò che conta è il contenuto dei romanzi della Ferrante chiunque essa sia, osservando che, da sempre, esistono scrittori invisibili o anonimi, da J.D. Salinger a Luther Blissett (Davide Turrini, Il Fattoquotidiano.it). Chi tesse l’elogio della Ferrante – fa bene a vivere nascosta, proteggendo la privacy, evitando pedanti pubbliche relazioni e le pressioni dei media (Lia Celi su Lettera 43). Chi come Dagospia ribadisce la propria convinzione che Elena Ferrante sia tutt’altra persona, Anita Raja, moglie dello scrittore Domenico Starnone.

Chissà se e quando la matassa verrà sbrogliata. Operazione di marketing, tutela della privacy, semplice pigrizia, magari difficoltà di relazioni sociali o altre serie ragioni che stentiamo a immaginare: possono essere tante le cause del mancato disvelamento pubblico dell’autrice dell’Amica geniale. “Smentiamo che Elena Ferrante sia Marcella Marmo e ci auguriamo che si torni a parlare del libro e non dell’identità dell’autrice”: la casa editrice e/o ha provato a rimettere il dibattito su binari più squisitamente letterari. Senza riuscirci. Perché, in realtà, nella società della comunicazione l’identità di uno scrittore come di un artista è elemento tutt’altro che secondario. Prendiamo il caso Banksy: se il suo nome fosse noto, l’apprezzamento per la sua street art sarebbe identico o un po’ più contenuto?

Francamente, ho sempre apprezzato “chi ci mette la faccia”; per dirla con Catarella di Montalbano, chi si espone “di persona, personalmente”. Cioè, chi risponde delle proprie opere, sia in campo professionale che artistico. Non amo i fake o i nome de plume che imperversano in Rete. Ma c’è un ma. Oggi nel villaggio globale inseguiamo tutti la visibilità. Essere noti, riconoscibili non solo nel mondo dei social media, ci fa sentire delle piccole star. Il narcisismo compulsivo che alimentiamo con raffiche di selfie o inutili tweet sulle uova al tegamino che stiamo per mangiare è la causa patologica di questa distorsione del reale. Nella società del controllo totale dei cittadini, nell’era della sorveglianza attraverso telecamere, tracciabilità, tabulati, intercettazioni, cyber security e tutto il resto, riuscire a ritagliarsi uno spazio anonimo è una missione impossibile che incrementa la leggenda molto più che metropolitana di chi la compie. L’imprendibilità di Banksy, il mimetismo di Elena Ferrante, il mistero di Anonymous sono fenomeni che si sono prodotti in un’epoca di dominio incontrastato delle nuove tecnologie. Per questo rappresentano qualcosa di diverso dalla vita ritirata di Salinger o dall’enigma di Shakespeare. E per questo l’invisibilità funziona come una sorta di additivo, di doping (privato) dell’agire sociale. Nell’età della sorveglianza globale e del collettivismo orizzontale determinato dai social media, l’anonimato può essere una forma di riappropriazione dello spazio dell’io. L’unico punto debole è che chi lo mette in atto rischia di restarne prigioniero. Se non si tratta di una scelta per cause di forza maggiore come sarà, nel tempo, la banale vita quotidiana di Banksy, di Elena Ferrante o degli attivisti di Anonymous? In fondo, anche l’anonimato può essere un’altra forma di narcisismo. Più sottile e perversa.