Articoli

«La globalizzazione trasforma l’arte in moda»

Aurelio Picca arriva alla stazione ferroviaria di Velletri con la sua Lexus Sc 430, un coupé color genziana 4.300 di cilindrata. In Italia ce l’avrà solo lui. Andiamo a casa, nella collina verde di ulivi che abbracciano le ampie vetrate: salotti, living, studio hi tech, librerie, grandi dipinti. Picca è eccesso pieno di stile, esagerazione sopraffina, estetica, vitalismo assoluto, sorgente di una scrittura tumultuosa e selvaggia, sempre all’inseguimento di qualcosa che appaghi la fame di vita che non lo abbandona. Un sosia di Curzio Malaparte di un metro e 85, un sessantenne che cita Tyrone Power. Tutte le volte che lo vedo, da quando collaborava al giornale dove lavoravo, gli dico che dovrebbe fare il cinema. È un dandy potente, ma sofferto. Uno che s’incasina la vita, uscendone sempre alla grande. Col cuore. Ha da poco pubblicato Arsenale di Roma distrutta (Einaudi), autobiografia con libere invenzioni tra i Sessanta e gli Ottanta.

Perché questo libro, dopo la Roma di Romanzo criminale e Suburra, dei film di Claudio Caligari e Fabrizio Mainetti?

«Quei film non li ho visti. Conosco un po’ Caligari, ma mi è sembrato scarno e poco vitale, per quanto lui sia autentico. La mia Roma ce l’ho in corpo da tanto. Quando ho scritto un post su Facebook, Paolo Repetti di Stile libero mi ha chiamato: “Aurelio, ho sentito i brividi. Ce la fai a tenere questa scrittura per 200.000 battute?”. Pure per 700.000… Pensavo di avere delle immagini nuove. Ho vissuto gli anni della ferocia e della trasformazione, quando hanno fatto diventare città una Roma che non lo era».

E cos’era?

«Un agglomerato di villaggi, di barrios. Ogni quartiere con storia e ostilità proprie, la Garbatella contro Trastevere, Testaccio contro i Parioli. Quella era la forza. Ognuno con la sua lingua. Ti spostavi di un chilometro e cambiava l’inflessione. Poi si dimentica sempre che Roma ha il mare di Ostia. E Ostia di Sergio Citti, che per Laura Betti era la vera mente barbarica più di Pasolini, è un grande film».

Roma maschio e femmina, santa e mignotta, cinica e selvaggia. Sintesi di contrari e contrasti: tutti dentro l’arsenale del titolo?

«L’arsenale è un gigantesco magazzino che in realtà viene dalle navi militari di Venezia. L’ho usato anche in un vecchio poemetto. Mi piaceva questo luogo abbandonato, ma pieno di energie. Come tante rovine abbandonate e carbonizzate, che invece sono pietre preziose adagiate: il passato, la ferocia, le lotte, la mitologia».

Ci sono anche eroi tragici come Giorgio Chinaglia e Nino Benvenuti.

«E Carlos Monzon, il primo criminale moderno arrivato a Roma. Quando mise al tappeto Benvenuti alla dodicesima ripresa ero lì, in quel palazzetto vociante, che sembrava un’astronave poggiata sull’Eur. Le donne urlavano “Nino, Nino”. Avevano già capito che non ce l’avrebbe fatta. Monzon l’aveva lavorato col sinistro tutto l’incontro; per poi sparare il destro, definitivo come una pistolettata. Una tragedia».

E Chinaglia?

«Tra romanisti e laziali è sempre odio e amore. I romanisti lo dicono: un avversario potente come Chinaglia non l’abbiamo più trovato. Segnava e andava sotto la curva puntando il dito a mo’ di pistola: eccomi qua, vi ho bucato. Anche lui è stato un eroe tragico, morto male in America. Come Monzon, finito in galera perché aveva ucciso la moglie. E una sera, tornando in carcere, ha trovato la morte in un sorpasso azzardato. Roma ti esalta e ti distrugge, puoi essere re solo per un giorno».

Tranne Francesco Totti, che è l’ottavo?

«Totti appartiene a un’altra Roma. Il re della mia epoca era Bruno Giordano… Quando ho visto Roberto Fico camminare circondato da una folla di compagni e uomini della scorta ho pensato già alla fine. Troppa gloria concentrata non dura».

Se vuoi continuare a leggere clicca qui

 

«La letteratura non è Calvino e Baricco»

Colpisce il tono di voce. Pacato, quasi dimesso. E poi lo sguardo affabile, tra i capelli e la barba bianca. Antonio Moresco, settant’anni, mantovano di nascita e milanese d’adozione, mi accoglie nel sottotetto che gli fa da studio in Porta Romana. Un posto semplice, scaffali di libri e una scrivania con vista alberata, dove si ritira, eremita della parola. Uno tra i più irriducibili e incendiari scrittori italiani, autore di romanzi estremi che hanno diviso la critica tra bluff assoluto e superamento di Dostoevskij, nonché di saggi contro l’intero sistema editoriale, ha una voce e una gentilezza inusuali. Zero sussiego e zero narcisismo. Questo tono calmo fonde anni di seminario, dislessia, ripetute bocciature scolastiche, militanza nell’estrema sinistra al confine con la lotta armata, lavori come facchino e operaio d’altoforno, 15 anni di rifiuti prima dell’esordio, quarantacinquenne.

L’ultimo libro, L’adorazione e la lotta (Mondadori), è un atto d’amore per la letteratura e un atto d’accusa per la casta degli intellettuali?

«È un atto d’amore per la letteratura come la intendo io più che per la sua idea corrente».

Che sarebbe?

«Un’idea al ribasso. Che non contempla quel carattere d’invenzione, di rottura e di profezia che ha sempre accompagnato la letteratura e che è ciò che me la fa amare. Di conseguenza, il mio è anche un atto di lotta nei confronti di chi, in particolare dalla seconda metà del Novecento, vuol portare giù le cose, teorizzando che è impossibile volare alto».

I suoi scritti sono stati a lungo respinti. La denuncia nei confronti dei «gruppi d’intellettuali canonizzatori, schematizzati e ideologici» è una rivalsa?

«È un’esperienza che ho vissuto sulla mia pelle. Non ci sono arrivato con il cervello, ma con altre parti del corpo. Questo dovrebbe aggiungere e non togliere verità a un’affermazione».

Che cosa accade in uno scrittore quando patisce tanti rifiuti?

«È stata una via crucis di 15 anni. Ma la mia dedizione alla letteratura era così forte che, pur soffrendo, resistevo; come uno che prende un sacco di cazzotti, ma non va per terra. Non mi passava nemmeno per la testa di gettare la spugna. I verdetti dei sacerdoti canonizzatori hanno rafforzato la mia vocazione».

La sua predilezione è per i classici e per certi libri rimossi. Qual è il criterio, se ce n’è uno?

«Le preferenze sono istintive, ma gli scrittori e i poeti che amo sono persone che fronteggiano il mondo e il male del mondo. Leopardi, Cervantes, Tolstoi, Dostoevskij, Balzac, Melville, Kafka, Celine non hanno paura di prendere di petto le cose che contano. Sono autori sonnambulici, perché attingono anche a risorse sotterranee, che permettono loro di vedere la parte in ombra, il buio».

Se vuoi continuare a leggere clicca qui

 

Baricco convoca anche il Papa, ma poi floppa

Bisogna riconoscere che le pagine di Furore di John Steinbeck hanno una forza e un’attualità notevoli. Come centinaia di migliaia di contadini stretti dal morso della fame, la famiglia Joad, protagonista della storia, migra dall’Oklahoma in cerca di sopravvivenza. Giunta nelle campagne californiane incontra, come gli altri affamati erranti, la resistenza dei proprietari terrieri e degli imprenditori «che non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile… Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche. In cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare». In un momento così ci sono buoni motivi per leggere e meditare su quelle pagine. Per ricordarle alla destra xenofoba ma anche alla sinistra dimentica dei bisogni primari dei poveri. Daria Bignardi l’aveva pensato come un evento affidando lettura e narrazione (pardòn) ad Alessandro Baricco (con accompagnamento musicale di Federico Bianconi dei Baustelle). In realtà,  programmato in una serata affollata di proposte, l’evento non si è verificato, seguito appena da mezzo milione di telespettatori (2,16% di share).

Prodotto dal Centro Rai di Torino con la regia di Fabio Calvi, il capannone dell’ex Mirafiori è stato la scenografia nella quale Baricco, jeans, felpa blu e boots, ha sfoggiato la sua autostima senza tralasciare l’intento pedagogico dell’operazione: «Noi viviamo un’emergenza non dissimile dalla crisi di Furore». Però non dobbiamo commettere l’errore di pensare che una crisi come la nostra ci sia piovuta inaspettatamente dal cielo. Chi l’ha vissuta prima di noi ci ha lasciato «delle mappe, delle storie, dei nomi. Dire questi nomi è la cosa che possiamo fare per andare incontro a questo difficile passaggio storico con la speranza di essere più giusti possibile. Quindi va fatto e qui, stasera, lo facciamo». Va fatto e lo facciamo. Grandi ambizioni, dunque. Testimoniate anche su Twitter: «Caro @Pontifex_it, stasera leggiamo un libro. Bellissimo. Racconta migrazioni. Se vuoi unirti a noi, ci trovi su Raitre alle 21.15». Per chi non lo sapesse, @Pontifex_it è l’account di papa Francesco. Ah, l’autostima…

La Verità, 4 ottobre 2017