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L’eredità di Sanremo? Il gender fluid è «avanti»

A bocce ferme… Oddio, non fraintendete, non fate i soliti maschilisti («Qui c’è del boccismo», direbbe Fiorello). Insomma, a riflettori spenti, che cos’ha lasciato in eredità la settantesima edizione del Festival di Sanremo? Oltre alla vittoria di Diodato, alla reunion dei Ricchi e Poveri, alla disunion di Bugo e Morgan, alla resilienza di Paolo Palumbo e all’amicizia tra Fiore & Ama (auguri per Sanremo 2021, podologo permettendo); oltre a tutto questo, qual è il vero messaggio, il testimone consegnato ai posteri dal Festivalone appena concluso? Pensiamoci bene. Più ancora della lotta alla violenza contro le donne, con tanto di monologhi e schieramenti di star (nessuno che abbia ripescato Donne di Zucchero, Festival 1985), qual è stato il vero lascito, strisciante, ma ribadito in svariate forme e situazioni più o meno artistiche e poco subliminali? Qual è il pensiero unico tracimato dall’Ariston? L’avanguardia è gender fluid, ecco il messaggio, e dite se non è vero. Gli outfit di Achille Lauro, il sermone di Roberto Benigni con la password biblica all’amore omosex, le fierezze di Tiziano Ferro… Uniamo i puntini. La bisessualità, anzi, la polisessualità, l’amore tra uomo e uomo, tra donna e donna, che però non disdegnano la contemporanea e tradizionalissima eterosessualità: tutto questo è il futuro, il progresso, persino l’ecosostenibilità, considerato che c’è chi comincia a suggerire la rinuncia a far figli come arma anti inquinamento. L’uscita dalla vetusta sessualità binaria (c’è del «binarismo»?) è contemporanea, moderna, disinibita, persino ecologica. Libera: ecco la parola (ma «liberismo» non va bene). Quello che va bene è assecondare gusti e inclinazioni. Nessuno può dettarci come esprimere le nostre passioni. Siamo nel Terzo millennio. Questa è la nuova frontiera del costume e del lifestyle. Ancora ci si scandalizza? Tiziano Ferro monologheggia: «Non sono sbagliato. Nessuno lo è». Parliamone senza manicheismi. Ma considerata l’aria che tira e il protagonismo della minoranza omo e bisex, non vorremmo si ribaltasse l’emisfero e, per compiacere mode e modernità, la maggioranza etero diventasse improvvisamente noioso simbolo rétro.

Tornando alle canzonette, nessuno scandalo, pura registrazione dei fatti. Meglio, fatterelli. Il gender fluid è stato il tema ricorrente della kermesse, testimonial ufficiale Achille Lauro fin dalla prima apparizione con body glitterato («glitteratismo»?). Dopo, molto altro. Al punto che vien da dubitare sia stato tutto studiato, programmato, scritto. O forse no, la polisessualità ormai è talmente naturale da venir fuori spontanea. Operazione studiata, ideologia o tendenza inarrestabile, non si sa cosa sia più preoccupante. Ecco i fatterelli. La precisazione di Tiziano Ferro dopo aver cantato «per la prima volta» al maschile Almeno tu nell’universo e la sua rima con «tu che sei diverso», canzone che Bruno Lauzi aveva destinato a una donna (Mia Martini, Sanremo 1989, èra di amori tradizionali). La lectio biblica di Benigni, il teologo di Sanremo, sul Cantico dei cantici gay friendly che ha fatto esultare una buona fetta del popolo dei social, intere redazioni di riviste patinate, backstage e passerelle del fashion, schiere di millennials queer e di critici snob per la demolizione della famiglia tradizionale consumata nell’orario di massimo ascolto. La tendenza era stata magistralmente anticipata da Dagospia che già la prima sera aveva appaiato le foto di Elettra Lamborghini e Achille Lauro in pigiama nude look sberluccicanti, con la fulminante didascalia Genitore 1 Genitore 2. Antimoralisti in visibilio. Poi dicono che la musica passa in secondo piano. A un festival della canzone, oltre che indossare capi firmati o citare look storici, bisognerebbe anche saper cantare, o no? Andiamo avanti. Ecco altri ammiccamenti e baci, compreso quello per la pace tra Fiorello e Ferro, con tanti saluti al marito di quest’ultimo e giuliva corsa nel retropalco. Altre apparizioni, nessuna esclusa, dell’interprete di Me ne frego nei suoi variopintissimi travestimenti da Ziggy Stardust, diva del cinema muto, Elisabetta Tudor regina d’Inghilterra e d’Irlanda. Una sfilata coreografica, una galleria d’invenzioni sceniche inneggianti al transessualismo e alla contestazione della famigerata sessualità tradizionale, sottolineata con altri baci e strusciamenti a Edoardo Manozzi (in arte Boss Doms), il truccatissimo chitarrista accompagnatore.

Impegnandosi, si potrebbe anche tollerare tutto questo fluidismo. Siamo nel Terzo millennio, appunto. La stonatura è negli osanna esagerati, anche quelli di Fiore, il mattatore di questo Festival, che ha voluto puntualmente farsi fotografare al fianco di Lauro. Perché «lui è avanti» («avantismo»?) e «ha riportato a Sanremo le performance che una volta erano di Anna Oxa, Patty Pravo, Renato Zero». Allargando il campo, si potrebbero citare anche Alice Cooper, David Bowie, Ozzy Osbourne, Marylin Manson e chissà quanti se ne dimenticano. Ma tant’è. «Se qualcuno lo fischia, vuol dire che è indietro», ha tagliato corto il talismano dell’Ariston nell’unica sentenza venutagli un po’ così, in un eccesso pedagogico forse sfuggitogli per stanchezza. Evitando i fischi, magari, ci permettiamo di dissentire e di non iscriverci a questo «avantismo». Anche perché, senza amore tradizionale, la stessa specie umana non farebbe molta strada, così per dire. E di difendere la libertà di continuare a baciare una persona dell’altro sesso senza doverci sentire «un passo indietro».

 

La Verità, 10 febbraio 2020

Fiore talismano Ama medioman Bugo-Morgan 0

Grazie al cielo il 70° Festival di Sanremo è finito. Però, vabbè: era l’unico programma desardinizzato della Rai. Dopo le gaffe da preambolo, il Festival di Ama & Fiore è partito subito bene e, di serata in serata, è andato migliorando pure negli ascolti, infrangendo record e paragonandosi ai risultati baudeschi del 1997, èra prepiattaforme. 13 milioni di telespettatori medi nelle prime parti, 56% lo share delle seconde. Oltre che nella presenza di Fiorello, il segreto è nella durata delle serate fino all’albeggiare. Non a caso, lo share lievita svoltando la mezzanotte, quando la concorrenza è a nanna. Intanto si è già cominciato a immaginare chi potrebbe condurre e dirigere il carrozzone nel 2021. Fabrizio Salini permettendo, Ama & Fiore si sono guadagnati il bis sul campo. Tra i loro meriti, aver tenuto la politica abbastanza lontana dal teatro Ariston, salvo qualche eccezione. Altra tendenza, la difficoltà crescente nel linguaggio: lentamente il politicamente corretto sta accerchiando anche «l’unica festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani). Tracciamo un bilancio con voti decrescenti del Festival 2020 anche se, mentre scriviamo, ancora non si sa chi l’ha vinto. Anche su questo Fiorello aveva avuto l’idea giusta: «Chiudiamola qui», ha detto venerdì sera dopo l’inusitato forfait di Bugo, «proclamiamo una sera prima il vincitore e ce ne andiamo tutti a casa». Magari!

Fiorello La formula era su misura per lui: battitore libero, ad Amadeus la burocrazia della gara. Mattatore, showman a 360 gradi, funambolo, improvvisatore di monologhi (contagioso quello sui sessantenni e i problemi di minzione). Dispensatore di buonumore anche nel climax della scomparsa di Bugo («Allora, allora – con fare risolutivo – non ho capito niente di quello che è successo»), calamita di eccellenze come il numero uno del tennis, Novak Djokovic. Tutto questo si sapeva, come pure se ne conosceva la permalosità. L’istinto di razza si è visto nel tormentone anti accuse di sessismo. «Qui c’è del fiorismo», ha detto dopo aver apprezzato l’omaggio floreale ricevuto nei panni di Maria De Filippi. E poi «del cantismo», «del bacismo», «del machismo»… Genialissimo fuori copione indirizzato ai maestrini della sala stampa. Talismano. 10

Paolo Palumbo Avanguardia empatica. Aziona con gli occhi un sintetizzatore che emette «una voce da casello autostradale». Eppure le sue rime scaldano l’Ariston come poche altre. Il messaggio più positivo del Festival arriva da questo ragazzo di 22 anni malato di Sla: «Quando vi dicono che i vostri sogni non si possono realizzare, continuate dritti per la vostra strada seguendo il cuore, perché i limiti sono dentro di noi».  Resiliente. 9

Ricchi e Poveri Il vintage che vince. La reunion ha portato in vetrina una vecchia storia di corna e gelosie. Ma soprattutto ha innescato la festa in platea. Tutti in piedi a cantare La prima cosa bella, Che sarà, Se m’innamoro, Sarà perché ti amo, Mamma Maria. Da giovani ci si sarebbe vergognati a farlo. Come si cambia, canterebbe Fiorella Mannoia. Spensierati. 8

Amadeus Professionista. Muro di gomma. Perfetto medioman. Pian piano si è risollevato dalle gaffe di partenza. Sapeva che, stando a ruota dell’amico, poteva solo crescere. Ha subito ironie, sberleffi, gavettoni, alti e bassi. Ma lui non è permaloso, altrimenti… Sanremo è una giostra, impossibile non prendere qualche colpo. Non si è perso d’animo nemmeno quando Bugo si è dileguato. Il bravo ragazzo italiano che va a baciare mamma e papà in platea che fa simpatia a tutti. Punti deboli? La scelta delle canzoni, francamente non eccelse e troppo farcite di rap, e l’estenuante lunghezza delle serate. Sempre in piedi. 7,5

Antonella Clerici Tra tante dive bellissime (si può dire?) è parsa la più signorile. L’Ariston è casa sua e la conduzione il suo mestiere, commozione in conferenza stampa a parte. Si è portata due boys perché l’aiutassero a scendere le scale ornata in abiti coloratissimi e strascicatissimi. Dal librone del Festival ha letto i segreti del successo di Ama: le gaffe, gli orari antelucani… Se lo poteva permettere; anche lei, come lui, è della scuderia Lucio Presta. Disinvolta. 7,5

Vincenzo Mollica Comunque vada sarà un successo, diceva Piero Chiambretti. Si potrebbe applicare alle cronache sempre positive dell’inviato principe della Rai sugli eventi di spettacolo. Lezioni di stile e garbo. Il Festival gli ha tributato l’omaggio dei grandi, con i video di Stefania Sandrelli, Vasco Rossi, Roberto Benigni. I dirigenti erano lì a fianco ma, non si sono intromessi. Commozione, affetto, compostezza. Perché Mollica è Mollica. Storico. 7,5

Francesco Gabbani Ha vinto alla prima partecipazione Sanremo giovani nel 2016, poi tra i big nel 2017 battendo Fiorella Mannoia. La sua Viceversa parla di opposti che si aiutano e di condivisione. È una bella canzone, positiva, ben interpretata dal più teatrale fra i concorrenti. Outsider. 7

Tiziano Ferro Quando devi cantare Perdere l’amore e Almeno tu nell’universo hai vinto a tavolino. Con la sua propensione al soprarighismo, l’interprete di Sere nere è riuscito a pareggiare. Capriccioso causa collocazione nel palinsesto delle serate, enfatico nelle esibizioni. Come quando ha voluto specificare, tra le lacrime, che Bruno Lauzi aveva scritto per una donna Almeno tu nell’universo perché l’imprescindibile rima con «tu che sei diverso» non poteva essere volta al femminile, ma lui era felice di essere il primo uomo a cantarla, mantenendo la coniugazione al maschile. Egoriferito. 5

La saga di Deejay Neanche un tweet da Jovanotti sul Festival dei suoi amici. Lorenzo Cherubini all’Ariston non s’è visto: era in Perù. Claudio Cecchetto, invece, non è stato invitato. Dicono che in Rai non amino «i pacchetti» e con Amadeus, Fiorello, Nicola Savino, il Festival era già monopolizzato dall’emittente del gruppo Gedi. Speriamo il dissapore non finisca come al Fatto quotidiano. Era indispensabile imbarcare tutti nel carrozzone? Festival dell’amicizia incrinata? Primedonne. 5

Mannoia, Nannini, Pausini & Co Dopo il monologo di Rula Jebreal serviva ancora la comparsata delle sette cantanti sette per annunciare la campagna «Una, nessuna centomila» e il megaconcertone di Campovolo del poco prossimo 19 settembre? In piena overdose femminile e femminista, tra monologhi e denunce sparse, in mezzo alle tante interpretazioni di cover del passato e pur con l’ospitata dello stesso Zucchero, forse qualcuna poteva ripescare dalla storia festivaliera la sua Donne, meglio di tante parole… Pleonastiche. 4,5

Promo Rai Martellanti. Ridondanti. Sparati sempre in grappolo ad allungare i già incombenti break pubblicitari. La tv di Stato approfitta della vetrina per esporre tutto il meglio della programmazione in arrivo. Il meglio? C’è persino Mario Tozzi con Sapiens su Rai 3… Al centocinquantesimo sussurro tra le due amiche geniali cominci a sperare che si strozzino tra loro. Alla duecentesima telefonata di Catarella in siciliano stretto vorresti lanciare l’hashtag #Catarellaimparalitaliano. Asfissianti. 4,5

Roberto Benigni Il teologo di Sanremo. Il Cantico dei cantici apocrifo, presentato come «il libro più bello, più santo, più importante della Bibbia» (sono 15 pagine) con tanto di consulenti professori, poeti, biblisti, cardinali è stato forse il momento peggiore di tutta la kermesse. Il bello (o il brutto) è che se ne sono accorti in pochi. Un trailer molto arbitrario dell’amore omosessuale patrocinato dalle sacre scritture… Manipolatorio. 4

Junior Cally Rapper sardina. Per farci digerire i fiumi di polemiche pre Festival il suo brano avrebbe dovuto essere almeno un minuetto mozartiano. Invece arruola sei autori per martellare di «No, grazie» Matteo Salvini, Matteo Renzi, gli odiatori del web e gli yes men. Sai che novità. Rapper dell’establishment. Omologato. 4

Regia e dirigenti Rai Selfie continuo. Ogni inquadratura una zoommata di saliva. Al neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, al direttore generale Fabrizio Salini e a Giovanna Civitillo, moglie di Amadeus. Non si sono schiodati un minuto dalla prima fila per tutta la settimana. Compiaciuti. 4

Achille Lauro Idolo di Vanity Fair. Sotto la cappa nera con intarsi dorati sfoggia la tutina di strass effetto nude look che dovrebbe simboleggiare la rinuncia francescana ai lussi mondani. Peccato sia firmata Gucci alla modica cifra di 5.700 euro. La sera dei duetti eccolo invece con trucco pesante, abito di raso verde smeraldo e parrucca ramata: citazione di Ziggy Stardust, uno dei tanti travestimenti di David Bowie, simbolo di «una mascolinità non tossica». Minchia! si può dire? Fischiato all’ennesimo travestimento da diva del muto. Marylin Manson de noantri. Contraffatto. 3

Morgan e Bugo Dio li fa ma si accoppiano da soli. S’era capito già alla prima sera che l’ex leader dei Bluevertigo, occhi e bocca pittati, e il suo lugubre socio erano un binomio ad alta tensione. Morgan ha iniziato subito a scalpitare, inviando diffide dell’avvocato per le poche sessioni di prove. Per la serata delle cover in duetto, dopo le defezioni di Raffaella Carrà, Sergio Cammariere, Vittorio Sgarbi, Fast animals and the slow kids, i due soci… erano già un duetto (?). In compenso, per storpiare Canzone per te di Sergio Endrigo, l’ex giudice di X Factor si è fatto in tre, cantando, suonando il pianoforte e dirigendo l’orchestra. Bugo, invece, gorgheggiava per conto suo. Fino al colpo di scena finale con abbandono del palco. Autolesionisti. 0

 

La Verità, 9 febbraio 2020

Sky ci prova, ma i David restano autoreferenziali

C’è qualcosa che non torna nel bilancio dei David di Donatello in versione Sky. C’è un divario, una discrepanza, tra l’impegno profuso, la visibilità sui media, i mezzi e le partecipazioni prestigiose, e il riscontro nei gusti e negli interessi dei telespettatori. Le considerazioni della critica non devono basarsi sull’indice di ascolto, ciò che conta è il prodotto, la qualità dello spettacolo proposto, il suo valore estetico. Per una volta, però, fa pensare l’1,2 per cento di share (307.000 telespettatori) conquistato da Tv 8, il canale in chiaro che, insieme a Sky Cinema Uno, Sky Uno e Sky Arte, ha trasmesso in diretta la serata della 61ª edizione (673.000 gli spettatori totali). Il pericolo maggiore in questi casi è quello dell’autocelebrazione, il complesso di superiorità dell’élite culturale rispetto alla massa. La consegna dei David di Donatello, gli Oscar del cinema italiano, è un appuntamento annuale che si espone fatalmente al rischio autoreferenziale, appagato anche dal ricevimento della comunità al Quirinale. Consapevoli di ciò, autori e produttori di Sky, che da due anni ha strappato l’esclusiva alla Rai, hanno tentato una formula ironica e scanzonata della cerimonia. Lo si era visto fin dai promo con Claudio Santamaria. Lo si è rivisto nell’insolito prologo con decalogo delle regole imprescindibili per conquistare il David, recitato da Valerio Mastandrea, Luca Argentero e Alessandro Cattelan. Conferma ulteriore è stata la scelta di Maccio Capatonda e Fabio Rovazzi, autori di una breve satira filmata per il premio al montaggio. Bersagli: la patina intellettuale e l’enfasi autoriale che circondano il dorato mondo.

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

La conduzione a tutta velocità di Alessandro Cattelan

Anche la conduzione a velocità vertiginosa di Cattelan era pensata allo scopo. Tutto giusto, tutto studiato. Salvo il pericolo di scivolare sul lato opposto del crinale. Ovvero, perdersi un pizzico di magia e la lingua sognante tipiche del cinema. Ritrovate per un attimo con Roberto Benigni e la sua poetica dedica del David alla carriera a Nicoletta Braschi. Oppure, nello sconclusionato ed esilarante ringraziamento della miglior attrice Carla Bruni Tedeschi. Insomma, l’appuntamento c’era e lo spettacolo anche. I telespettatori sono anche cinespettatori e tutto concorreva al successo. Ma il grande evento non c’è stato. Forse, tra i candidati, mancava un grande film. Oppure un grandissimo interprete che potesse far uscire il cinema dal suo recinto, trasformando una serata autoreferenziale in un evento popolare. C’è di che riflettere: la strada è giusta, ma sembra ancora lunga.

La Verità, 29 marzo 2017

La tv di Freccero e quella di Campo Dall’Orto. Tre domande

Ma insomma, come sono questi palinsesti Rai? E perché uno che se ne intende come Carlo Freccero ha votato contro? Le domande sorgono spontanee, e la risposta alla seconda – senza che il giudizio dello Continua a leggere

Il libro del Papa e l’happening di Benigni

C’era anche Roberto Benigni a presentare il libro di papa Francesco intervistato da Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa e responsabile dell’autorevole sito Vatican Insider, intitolato Il nome di Dio è Misericordia (edizioni Piemme, traduzione in 85 lingue). A fianco dell’artista, presenziava in una delle sue rare uscite pubbliche, il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e Zhang Agostino Jianqiang, un detenuto del carcere di Padova convertito al cristianesimo, invitato dalla platea per una toccante testimonianza. A conferma dell’importanza dell’evento, moderava gli interventi il direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi. Giù dal palco, per la diretta esclusiva su Tv2000 dall’Auditorium Augustinianum, un parterre nel quale si son visti Eugenio Scalfari, Luciano Violante, Massimo Borghesi, padre Antonio Spadaro, Andrea Monda, alcuni ambasciatori, vari professori, teologi, giornalisti.

“Un libro-conversazione più che un’intervista per strappare qualche scoop, oltre che uno strumento per vivere in profondità il Giubileo in corso”, ha precisato padre Lombardi, sottolinenando che la misericordia è probabilmente il fulcro di questo pontificato. Un libro “esperienziale”, denso di vita vissuta.

Lo scopo di queste pagine non è stabilire ricette, definire casistiche, fissare paletti, ha osservato il cardinale Parolin nel suo intervento. Niente dogane spirituali, niente formule statiche e clausole per autenticare la fede delle persone. La misericordia è un Dio che ci attende a braccia aperte se appena abbiamo l’intenzione, anche se non la piena capacità, di compiere un piccolo passo verso di Lui. A Dio basta anche solo il desiderio di avvicinarsi a Lui.

Proprio perché si tratta di un libro esperienziale, il secondo intervento è stato la testimonianza di Zhang Agostino, un cinese trentenne, figlio di una famiglia buddista. Un ragazzo passato attraverso la dissoluzione, la disperazione e il rifiuto della famiglia. Finito in carcere dove, insieme al pentimento per il dolore provocato alla madre, gli è rinato il desiderio della felicità e del riscatto. L’incontro con altri carcerati lavoratori della Cooperativa Giotto, contenti di aver iniziato a frequentare la comunità cristiana, ha destato in lui la curiosità fino alla decisione di farsi battezzare e di ricevere i sacramenti nel carcere dove tuttora vive.

Una storia commovente. Dopo la quale non è stato facile intervenire per Benigni. Il libro-conversazione era stato definito da monsignor Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, un vero “happening editoriale”. Definizione indovinata anche per la performance dell’artista. “Solo al Papa poteva venire in mente di organizzare una presentazione con un cardinale veneto, un carcerato cinese e un comico toscano – ha subito scherzato Benigni -. Sono emozionato per la mia prima volta in Vaticano, l’unico sul palco senza collarino… Ma già da bambino la vocazione ce l’avevo: quando in classe alla domanda su cosa volevo fare da grande risposi senza indugio il Papa, tutti capirono che ero tagliato per diventare un comico”.

La presenza di Benigni è stata il clou dell’evento. Pensando al percorso del comico toscano, alle sue recenti performance, dalle letture della Divina commedia all’esegesi dei Dieci comandamenti, dopo la quale ricevette la telefonata proprio di Francesco, si ha la percezione che, come scrive San Paolo ai Corinzi, anche per lui il tempo si sia fatto breve. E che, sfrondando corollari e contorni, il premio Oscar per La vita è bella abbia deciso di mostrare il suo vero volto, senza mediazioni. “Ieri ero lì, al breve incontro per questo libro – ha raccontato – e mentre aspettavo il Papa mi sentivo come Zaccheo che sale sul sicomoro in attesa di Gesù che quando passa si ferma per dirgli: ‘scendi perché stasera vengo a casa tua’”. Per Benigni, Il nome di Dio è Misericordia è un libro “che innalza i cuori senza annebbiare il cervello. Un libro che si tiene in tasca, si legge d’un fiato, mentre si aspetta il treno… Il Papa dice che la misericordia è la giustizia più grande, un mondo con solo la giustizia sarebbe un mondo freddo. La misericordia è il cuore del suo pontificato”. Misericordia è anche la prima parola che si pronuncia nel poema dantesco. È al centro del salmo 50 che parla del perdono di Davide, il preferito di Benigni. La misericordia non va confusa con la pietà perché “contiene la perla lucente della gioia, una grazia leggera, la gioia nel dolore. Questi due sentimenti ci sono tutti e due nel pontificato di Francesco e anche in questo libro. Del dolore parliamo spesso, ma la gioia la teniamo spesso nascosta, invece è il gigantesco segreto del cristianesimo… Gesù non disdegna i beni della vita… Che è una lotta tra amore di sé fino a dimenticarsi di Dio e amore di Dio fino a rinunciare a sé”.

Un Benigni travolgente, come sempre, anche in un contesto sobrio come quello dell’Auditorium e della diretta sull’emittente dei vescovi diretta da Paolo Ruffini e Lucio Brunelli. “Cosa fa Francesco, verso dove sta andando – si è chiesto il comico -. Sta traghettando la Chiesa verso Gesù, verso il cristianesimo, il vangelo, attraverso la misericordia che non è una virtù molle, buonista, ma severa, che il Papa mette in gioco nei luoghi più difficili. Il primo viaggio è stato a Lampedusa, poi la porta santa del Giubileo l’ha aperta in Africa… In un mondo che vuole l’odio e la condanna, Francesco risponde con la misericordia, andando nei posti del dolore”.

Dopo una lunga citazione del Papa tratta dal libro, il comico ha chiuso con le parole di San Giovanni della Croce: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. E forse qui c’è tutto il Benigni di oggi.