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«Berlusconi arrivò in elicottero e c’ero solo io»

È un torrido giovedì di luglio e Milano è un ingorgo unico per lo sciopero dei mezzi pubblici. Ma nell’ufficio di Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione Mediaset, settimo piano di Cologno Monzese, l’aria è leggera non solo per i climatizzatori. Crippa è reduce dalla presentazione a Montecarlo dei palinsesti autunnali e si aggira scamiciato per le stanze. Eppure, riesce a rimproverarmi per l’abbigliamento: «Bene giacca e camicia, ma le scarpe…». È una gag che dura da quando ci conosciamo, una trentina d’anni, e io finisco per giustificarmi: «Le scarpe giuste sono rimaste nel trolley sbagliato». Però il cazzeggio prosegue: «Adesso dovrei fare un’intervista con Caverzan», dice alla segretaria. «Ma lei tra un quarto d’ora entrerà trafelata per ricordarmi quell’impegno improrogabile». Prima di questa, Crippa non ha mai concesso interviste a quotidiani.

Alla presentazione dei palinsesti autunnali ti sei definito un cronista non affermato, ma un manager realizzato. Cosa intendevi dire?

«Bisogna partire da lontano. Un secolo fa ero stato selezionato da Tony Pinna, vicedirettore di Panorama per andare a fare le news della Rete 4 di Mondadori. Sarebbe nata l’informazione televisiva con dieci anni d’anticipo. Invece, Mondadori vendette Rete 4 e io finii in Ibm, come dire a West Point per fare il militare. La fissazione del giornalista tv però sopravvisse per anni. Sarei stato bravo? Chi lo sa».

Poi cosa accadde?

«Dal palazzo dell’Ibm, che si trovava anch’esso a Segrate, scrutavo con desiderio quasi fisico palazzo Mondadori. Finché un bel giorno, Carlo Sartori, un grande della comunicazione italiana, inopinatamente mi assunse».

Carlo Sartori assunse Crippa in Mondadori

Carlo Sartori chiamò Crippa in Mondadori

Come ti pescò?

«Nessuna raccomandazione, ero andato a intervistarlo per Panorama. Gli piacqui, mi assunse».

Cose che oggi non succedono più.

«Non lo sappiamo davvero. Forse è una generalizzazione. Trovami un ragazzo con una grande passione per il giornalismo e uno come Sartori e magari risuccede. Il punto è: oggi c’è ancora il giornalismo?».

Tu che ne dici?

«Non esistono più le mitiche organizzazioni di un tempo. Oggi si lavora nei siti, nei blog. C’è una polverizzazione delle opportunità professionali, è svanito il valore leggendario di certi posti. Da ragazzo andavo in via Solferino solo per guardare da fuori l’ingresso del Corriere. Sarà successo anche a te…».

Lasciamo perdere. Poi cosa accadde?

«Mi occupavo della comunicazione di Mondadori e collaboravo con Panorama. Ma intanto scoprivo che i tre anni in Ibm erano stati una proficua carcerazione professionale».

In che senso?

«Avevo lavorato con i numeri uno e imparato i segreti della comunicazione aziendale».

Ora siamo dentro il palazzo di Segrate.

«E quando iniziò la guerra per il controllo della casa editrice io scelsi di stare con Silvio Berlusconi».

Perché?

«Perché mi era molto simpatico, mentre il mondo di Carlo De Benedetti mi appariva cupo, serioso ed elitario».

La «guerra di Segrate»: anni di conflitti che hanno infiammato il Paese fino a ieri. E forse non ancora sopiti.

«Un giorno ero nel mio ufficio quando sentii il rumore di un elicottero. Era Berlusconi. Spronato da una collega andai alla reception per accoglierlo: ero l’unico a dargli il benvenuto. In quello che allora era il tempio di un certo pensiero radical chic il Cavaliere era vissuto come un usurpatore. La Mondadori era in mezzo al guado, né berlusconiana né debenedettiana. Forse quella stretta di mano segnò la mia vita professionale».

Ci fu il famoso lodo. Berlusconi conquistò i libri e i periodici e tu rimanesti a Segrate.

«Di lì a poco conobbi un vero padre professionale, Fedele Confalonieri. Nel suo caso “padre” non è una parola esagerata. Fu lui a portarmi in Fininvest e, accanto a lui, fui tra quelli che crearono la moderna Mediaset. Nel frattempo, io sono invecchiato, lui no».

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset

Parliamo di quasi trent’anni. C’è un aneddoto che rivela l’indole di questo «padre»?

«Una lezione, più che un aneddoto. Ricordo quando passò un pomeriggio a litigare fino alle urla durante un’intervista con Ezio Mauro e Curzio Maltese. Non si fanno compromessi quando in ballo c’è un amico. Silvio Berlusconi per Confalonieri era ed è intoccabile. Tutto il resto discende da questo».

All’epoca della discesa in campo da che parte stavi? Confalonieri era contrario, Marcello Dell’Utri favorevole, Gianni Letta perplesso…

«Il mio ruolo era ben più che secondario».

Però avevi un angolo di osservazione particolare.

«Stavo dalla parte delle aziende. Per noi era una complicazione. E anche una perdita. Mi è dispiaciuto non aver più avuto la possibilità di lavorare con Berlusconi».

Che cosa ricordi di quella fase preparatoria? Ci fu un episodio di svolta?

«Ricordo l’intervento a una convention a Santa Margherita Ligure di un cervello molto fine. Paolo Del Debbio teorizzò che i valori liberali dell’impresa potevano avere rilevanza nella vita politica. Cioè, l’imprenditore si stava naturalmente e quasi fisiologicamente trasformando in un politico».

Qual è il tuo bilancio dell’esperienza politica del Cavaliere?

«Ha cambiato l’Italia in meglio. Chi non lo ammette ha uno spirito povero».

La grande rivoluzione liberale non è rimasta un po’ incompiuta?

«Forse sì. Ma la mentalità degli italiani si è fatta più moderna grazie al Cavaliere. Prima con la tv commerciale, poi con la politica».

Come hai vissuto il periodo delle cosiddette «cene eleganti»?

«Sono solo fatti suoi».

Per caso ti è capitato di vedere la serie di Sky ambientata all’epoca di Mani pulite e della discesa in campo? Che giudizio ne hai?

«Hanno evitato i luoghi comuni di Repubblica e del Fatto quotidiano. Bravi».

Nel 2007 si scrisse dell’esistenza di un famigerato Gruppo Delta, una ragnatela trasversale che, attraverso te e l’allora direttore generale della Rai Mauro Masi, brigava per orientare l’informazione televisiva in favore di Berlusconi.

«Era un’idea di Repubblica che evidentemente mi sopravvalutava. Dietrologie giornalistiche: non c’è stata alcuna rete di gestione dei media».

Quindi, non sei lo squalo di Mediaset?

«Macché squalo».

Che voto daresti alla vostra informazione?

«Per tempestività, nove. Per autorevolezza, otto. Per modernità, dieci».

Com’è finita la storia con Emilio Fede che usava foto hot come arma di ricatto?

«Con una sentenza di condanna a suo carico. Sarei ipocrita se dicessi che mi dispiace. Però, certo, che tanti decenni di giornalismo finiscano così, è triste».

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Emilio Fede, condannato a 2 anni e 3 mesi per tentata estorsione

Com’è la tua giornata?

«Interessa?».

Sei pur sempre un manager realizzato, per usare le tue parole, che dirige un certo numero di testate e di programmi tv che parlano a decine di milioni di italiani…

«La mia giornata inizia prima di addormentarsi, con la consultazione di siti e testate. Poi ricomincia la mattina dopo con la lettura dei giornali. Telefono al mio vice, Andrea Delogu, senza il quale tutta la macchina non parte. Vedo i collaboratori e cerco di capire ogni giorno se stiamo facendo la cosa giusta o commettendo peccati di omissione e superficialità».

Che tipo di capo sei?

«Ascolto tutti, sono molto condizionabile dalle persone intelligenti e di talento. Non sono geloso della loro bravura, cerco di utilizzarla. D’altro canto, quando hai a che fare con alcuni grandi del giornalismo non puoi metterti a gareggiare con loro: rischi di perdere troppo spesso».

Grandi del giornalismo?

«Certo. Prendi uno come Paolo Liguori: ci vogliono due palle così per essere garantisti ai tempi di Mani pulite come lui fu da direttore del Giorno. E Clemente Mimun? Uno che ha diretto con successo tutto quello che si poteva dirigere. Mario Giordano invece è uno affilato come un coltello che ha fiutato per primo l’incazzatura degli italiani per una certa politica».

Nella carta stampata, invece, chi ti piace?

«In questo momento non perdo un Buongiorno di Mattia Feltri».

E tra i meno giovani, dell’era pre internet?

«Leggete Il provinciale di Giorgio Bocca e qualche pagina di Gianni Brera, mettetegli accanto un po’ di Indro Montanelli, di Vittorio Feltri e di Mario Cervi e avrete il mix del meglio del giornalismo italiano».

Narrativa o saggistica?

«Fino a qualche tempo fa Lansdale e Winslow. Adesso leggo più saggistica, tipo La guerra civile americana».

È il tuo libro da comodino?

«In verità, senza darmi delle arie, adesso è Vita e destino di Grossman».

Hobby preferito?

«Ascolto musica, tutta: dai Coldplay a Bach. Ma in genere mi annoio molto quando non lavoro».

Un programma che vorresti fare?

«Qualcosa in cui uno come Gerry Scotti ci faccia vedere gli Uffizi di Firenze con i suoi occhi».

C’è già Alberto Angela.

«Ma Angela è un divulgatore. A lui farei presentare uno spettacolo musicale».

Un programma che non sei riuscito a fare?

«Radio belva con Vittorio Sgarbi e Giuseppe Cruciani insieme. Si è sfiorata la rissa in studio ed eravamo in diretta. Colpa mia: avrei dovuto registrarlo. Forse oggi sarebbe ancora in onda».

Il programma che invidi alla concorrenza?

«Report. In casa nostra abbiamo le capacità e i talenti per farlo, forse ci dovremmo lavorare. Poi, quando vedo certi servizi dei nostri inviati sul campo, mi dico che basterebbe montarli insieme e metterci una sigla per avere un grande programma».

A volte sembra che la vostra informazione sia un filo smussata, rassicurante. Forse Le Iene sono i reporter più acuminati.

«A me piacciono molto Le Iene, sono giornalisti senza tessera».

Com’è lavorare con il figlio del Cavaliere?

«Definirlo geneticamente mi sembra riduttivo. Piersilvio è un leader. Sta spingendo molto per farci produrre sempre più contenuti italiani».

La tua vacanza ideale?

«Al mare con gli amici».

Che sono?

«Giovanni Toti, Paolo Liguori, Marco Pogliani e pochi altri».

Chi o che cosa ti dà speranza, oggi?

«Ha quattro anni e si chiama Marco. È mio figlio».

La Verità, 9 luglio 2017

«Salvini o Renzi? Meglio il doppio forno»

«Certo, siamo contenti di come sono andate le amministrative. Ha visto Toti? È uno dei nostri, è uscito da Mediaset, ha lavorato bene». Fedele Confalonieri è di buonumore. Tra qualche minuto inizierà la presentazione di Storie in divisa, la nuova docuserie targata Mediaset, da martedì prossimo in onda su Canale 5. E le alte cariche non sono ancora arrivate.

Quindi la formula Toti e l’alleanza con la Lega la convince.

«È stato un buon risultato, non le pare?».

Certo, tanto più che Genova e la Liguria hanno una tradizione di sinistra…

«Invece, se si lavora bene… Niente è scontato. Adesso bisogna pensarci».

Pensare a Salvini?

«Lavorare con lui non è facile».

Lei preferisce l’alleanza con Renzi?

«Alleanza… Meglio parlare di accordo. Un accordo finalizzato alla legge elettorale».

E quindi Renzi la ispira di più?

«Non lo so. La politica è così. Berlusconi può pensarci, valutare. Sa come si diceva una volta?».

Dica.

«Si parlava della politica dei due forni».

Epoca democristiana.

«Avere due opportunità è una posizione forte».

Ma Renzi secondo lei è affidabile?

Arrivano le alte cariche. Oltre al presidente Mediaset, a firmare l’operazione, c’è il comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette. E poi, ecco ospite gradito ai vertici della tv commerciale e dell’Arma, anche il procuratore di Milano Francesco Greco. Foto di rito. Congratulazioni reciproche. Squadra dei Carabinieri impettita. Per oltre 200 ore di riprese le troupe dirette da Roberto Burchielli hanno «pedinato» brigadieri, marescialli e appuntati del Comando di Rho, filmando le azioni sul campo, gli interventi nella vita quotidiana, l’assistenza ai cittadini, nell’intento di aumentare il grado di sicurezza della popolazione. A volte «c’è differenza tra sicurezza reale e sicurezza percepita», argomenta Del Sette. In realtà, «negli ultimi anni gli omicidi e i grandi crimini sono diminuiti, almeno quelli provenienti dagli appartenenti alla comunità italiana. Eppure si ha la sensazione di essere meno protetti. Questo avviene perché siamo diventati giustamente più sensibili a tutto ciò che riguarda la nostra tranquillità quotidiana». Confalonieri ammette di aver presenziato a un’infinità di conferenze stampa, ma poche erano impegnative e di qualità come questa. Il tema della sicurezza dei cittadini sta a cuore anche a lui. A volte certe fiction mitizzano il ruolo dei criminali e romanzano il lavoro delle forze dell’ordine. «Qualche volta mia moglie mi critica: “Mostrate sempre delitti, notizie di cronaca nera, mariti che uccidono”. Ma sono cose che accadono, che fanno parte della realtà. Raccontare la realtà invece è compito nostro. Per fortuna fa parte della realtà anche l’impegno dell’Arma». Se dopo i Carabinieri verranno storie con altre divise dipenderà dall’audience. «Intanto, abbiamo cominciato dall’Arma: io mi chiamo Fedele, potevamo fare diversamente?», scherza Confalonieri visibilmente contento di questa produzione. «La sicurezza è un tema molto sentito. A volte i media, anche le nostre televisioni, danno la sensazione che ce ne sia poca, troppo poca. Ma non sempre è così».

Presidente, siamo stati interrotti sul più bello…

«E qual era?».

Renzi è affidabile?

«Sì, sì».

L’altra volta, col primo Nazareno, non lo è stato.

«Si sa com’è la politica. È volubile. Ogni giorno cambia».

Meglio poter scegliere?

«Esatto. Una volta è meglio fare in un modo, un’altra in un altro. Vediamo».

E cosa dice del nuovo Milan? Andrà ancora allo stadio?

«Certo. Perché no. Tranne quando fa freddo».

E la serie 1993 l’ha vista?

«No».

Ma parla di Tangentopoli e anche di voi.

«Lo so. Ma non le guardo mai quelle serie».

 

La Verità, 14 giugno 2017

 

«Ho spiato Berlusconi per renderlo normale»

Non era facile immaginare che una serie televisiva su Tangentopoli filasse liscia senza scatenare contestazioni. In una trilogia che cita la Rivoluzione francese, il 1993 del titolo è l’anno del Terrore e, solo per rinfrescarci la memoria, è quello delle monetine tirate a Bettino Craxi fuori dall’hotel Raphael, della maxitangente Enimont, dei sucidi di Raul Gardini e Gabriele Cagliari, dei prodromi della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Appena terminata su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, 1993 resterà a lungo disponibile on demand. All’estero finora è stata venduta in un centinaio di Paesi ma, rimanendo in Italia, ha il merito di affrontare senza schermi ideologici la cronaca, favorendone la trasformazione in storia. Il principale elemento di rottura si condensa nell’interpretazione di Silvio Berlusconi offerta da Paolo Pierobon, attore cinquantenne nativo di Castelfranco Veneto, diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano, pluripremiato per le sue prove teatrali (diretto da Eimuntas Nekrosius e, più volte, da Elio De Capitani e Luca Ronconi), noto al grande pubblico nei panni dell’obliquo Filippo De Silva di Squadra antimafia – Palermo oggi trasmessa da Canale 5. Un attore versatile che non disdegna il cinema, dove ha recitato, tra gli altri, per Marco Bellocchio (Vincere), Paolo Virzì (Il capitale umano) e Gennaro Nunziante (Quo vado?). Lo incontro nel chiostro del Piccolo Teatro di via Rovello a Milano, dov’è di casa.

Il suo Berlusconi «normale» è stata una delle sorprese di 1993. Come sono arrivati a lei?

«Mi ha contattato Lorenzo Mieli di Wildside, società produttrice della serie. Mi ha sempre sostenuto insieme con il regista Giuseppe Gagliardi e Ludovica Rampoldi, una degli autori. Poi sono cominciati i provini».

Aveva dei concorrenti?

«Penso di sì, ma mi sono stati celati. Ho fatto tre incontri prima di essere scelto».

Ci teneva?

«La primissima volta non ero convinto. “Che c’entro io?”, mi dicevo. Poi qualche amico ha insistito: “Guarda che puoi farlo bene”. Finché si è accesa la scintilla e sono andato ai provini successivi con lo spirito giusto. Era una figura molto esposta, sulla quale si sono sprecate parodie e imitazioni. Trovare una zona libera per renderlo come persona e non come personaggio mi ha stimolato».

Difficile immaginarla nel ruolo di Berlusconi vedendola nei panni di De Silva in Squadra antimafia – Palermo oggi.

«Interpretare qualcuno che al primo impatto sembra impossibile è sempre una sfida affascinante. Altrimenti il rischio della routine è dietro l’angolo».

Che cosa le hanno detto quando le hanno proposto il ruolo?

«Di fare piazza pulita di cliché e stereotipi. La maggior parte di noi conosce un Berlusconi performativo, nei panni del politico di successo, del presidente del Milan o dell’ospite di talk show. Ma chi può dire, se non i più stretti collaboratori, chi sia davvero? M’interessava spiare una battuta scambiata con Adriano Galliani all’orecchio più che un’intervista televisiva. Ho tentato di occupare quel campo libero. Più immaginazione che immedesimazione».

Ha studiato i precedenti cinematografici, soprattutto Il Caimano dove a interpretarlo è Elio De Capitani che l’ha diretta a teatro?

«Ci sono state curiose coincidenze. Quando Moretti scelse De Capitani per quella parte io ed Elio stavamo lavorando insieme. Gli dissi di non preoccuparsi perché, in fondo, un imprenditore che dirige aziende e un impresario teatrale che governa la sua compagnia non sono mondi così lontani. Ricordo che parlando di me in un’intervista, Elio usò l’espressione “vitalismo reaganiano”. Insomma, era la lezione di Giorgio Gaber: bisogna guardare al Berlusconi che è in ognuno di noi. Perciò, ci si va dentro senza paura. Il vitalismo reaganiano è la natura estroversa dell’attore. Che non esclude zone d’ombra che pure una persona come Berlusconi ha. Anche Berlusconi, in privato, è tutto e il contrario di tutto».

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Pierobon nei panni di Berlusconi con Accorsi (Leonardo Notte)

Un Berlusconi ipotetico, ma verosimile?

«Il tentativo era questo».

Come l’ha studiato?

«Lo strumento principale è stato Youtube. Un’inquadratura inconsapevole allo stadio poteva essere preziosa. Anche le intercettazioni telefoniche, dove la voce non è quella ufficiale, sono state una fonte. Quando ti confronti con una figura così, come certi personaggi scespiriani, devi fare i conti con la tua realtà quotidiana. Loro sono bigger than life e tu sei inevitabilmente più piccolo. Perciò l’attore deve stare sotto il personaggio, non andargli sopra».

Che ricordo ha di Tangentopoli?

«Ricordo l’impatto mediatico dei processi. I politici che balbettavano, la saliva di Arnaldo Forlani. Solo Craxi ha detto: “Di cosa stiamo parlando? È sempre andata così”. Poi la coerenza di Sergio Cusani».

Che cosa le suscita Berlusconi?

«La mia definizione di lui è puer aeternus».

Che cosa facevano i suoi genitori?

«Mia madre è sarta e ha la quinta elementare. Mio padre era il più giovane di nove fratelli, e gemello. Ha preso il diploma di perito chimico a Vicenza ed è entrato all’Eni. Da Castelfranco Veneto siamo andati a Pisticci, in Basilicata. Vivevamo nei villaggi per i dipendenti. Quando avevo sette anni arrivammo a San Donato, hinterland milanese».

Come le è venuto in mente di fare l’attore?

«Di punto in bianco. In casa i miei parlavano sempre dialetto veneto. Fuori non c’erano più i cieli e il sole di Matera. L’adolescenza era noiosa, tutti facevano scelte automatiche. Quando ti annoi eserciti l’immaginazione e io non volevo accodarmi, ero introverso. E, come tutti i timidi, sentivo il bisogno di esibirmi. Mi accorsi che leggevo volentieri le pagine con i dialoghi, più che certe lunghe descrizioni. Due persone che si parlano mi scaldavano».

Come si è formato?

«Ho fatto il liceo scientifico. Poi, per rinviare il servizio di leva, mi sono iscritto all’università e ho dato qualche esame. Nel frattempo frequentavo la Scuola Paolo Grassi, fondata da Giorgio Strehler e anche quella del Teatro Filodrammatici. Alla fine, tra l’una e l’altra, mi chiamarono militare. Feci obiezione di coscienza sperando di esser destinato alla biblioteca della Scuola. Invece mi spedirono sulle ambulanze del 118 a Como. Nel frattempo dovevo dare l’esame del terzo anno. I professori furono comprensivi».

Poi premi a raffica…

«Ce l’ho messa tutta. In casa non giravano molti soldi e fare una scelta così drastica rispetto ai miei mi ha responsabilizzato. Non avevo paracaduti. Sono stato fortunato. So di gente brava che sta a casa e parla con i muri. Gli intervalli tra un lavoro e l’altro si allungano… Si torna dai genitori, cose umilianti…».

Come si passa dal teatro al cinema alla televisione?

«Decidono la quotidianità, le coincidenze. Essendo sempre in scena, non riuscivo a partecipare ai provini per la tv a Roma. Mentre ero al Centro Santa Caterina di Ronconi, in Umbria, per provare Il gabbiano, sono andato a quello per Squadra antimafia. Berlusconi invece l’ho fatto da sonnambulo…».

In che senso?

«Ero in tournée con Lehman Trilogy quando mi hanno detto che l’avrei fatto io. Avevo visto l’intervista a Enzo Biagi in cui Berlusconi confidava di dormire quattro ore a notte. Anch’io dormo poco… Anziché star lì a ripetermi “sono stanco, come farò?”, ho utilizzato le sue parole come un karma. Lehman Trilogy durava cinque ore, si finiva a mezzanotte e mezza. Una volta son venuti a prendermi a Torino alle tre di notte e siamo partiti per la campagna pavese dov’era il set che simulava la villa di Arcore. Siamo arrivati all’alba, tre ore di trucco, poi prove fino a sera. Il giorno dopo ero di nuovo a teatro, però a Roma, altre cinque ore di spettacolo. Concordo con Berlusconi: quando sei stanco sei disinibito e le cose vengono meglio».

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Paolo Pierobon con Luca Ronconi al Festival di Spoleto

Le sue letture, i giornali, l’avrebbero portata a un’interpretazione diversa?

«Il rito d’inizio giornata è la lettura dei giornali al bar. Mi serve come ginnastica mentale. Non do niente per scontato e non do neanche giudizi sulla figura che interpreto. Se vuoi fare un bel lavoro il tuo punto di vista lo devi dimenticare. Il protagonista è lui non tu. Posso pensarla al contrario, ma riuscire a essere credibile nel rendere quella persona».

È un fatto di tecnica?

«Di istinto. L’opinione viene dalla testa. L’istinto deriva da una visione artistica, che è emotiva e fisica. La tecnica viene dopo».

In 1994 sarà più protagonista?

«Speriamo. Decideranno gli autori il dosaggio tra personaggi immaginari e personaggi storici».

Nell’attesa?

«Ho lavorato in un film di Andrea Segre intitolato L’ordine delle cose. Una storia di sbarchi clandestini dalla Libia all’Italia. Forse andrà alla Mostra di Venezia».

Segue la politica?

«Sono un attento, ma disorientato osservatore».

Cosa si aspetta dal prossimo film di Paolo Sorrentino su Berlusconi?

«Di lui e di Toni Servillo ho grande ammirazione. Sono curioso di vedere se sarà come Il Divo su Giulio Andreotti oppure no».

Se dovesse dirmi il nome di un attore?

«Direi Eduardo. Lontanissimo da qualsiasi possibilità d’imitazione, penso sia una delle figure più carismatiche e moderne della recitazione».

Una passione segreta, un tic?

«Purtroppo ho poco tempo, ma mi piace molto camminare, fare il flaneur, osservare la gente. Al bar leggo il giornale e ascolto quello che dicono i clienti».

Carpisce delle cose?

«A volte. Anche a teatro, prima che si spengano le luci, mi metto dietro il sipario a orecchiare il pubblico. Serve a scongiurare la ripetitività delle repliche. E mi dà l’illusione di fare ogni sera uno spettacolo diverso».

 

La Verità, 11 giugno 2017

 

1993, Tangentopoli tra cinema americano e blob

Le monetine del Raphael e il cappio in Parlamento, Non è la Rai e Gigi Marzullo, la corsa di bianco vestiti nel parco di Arcore, le orge negli hotel della politica, i fiumi di coca, i nipotini di Stalin, Di Pietro e i suoi uomini, lo scrittore antiberlusconiano, le riunioni per valutare la discesa in campo, la starlette fragile e arrivista, le feste in terrazza dove si decidono le carriere, il Bagaglino, Marco Formentini e Gianfranco Miglio, la maxitangente Enimont, il filone della malasanità e il mago Rol che sta a Torino, persino un Massimo D’Alema capo della Fgci: c’è tutto questo e molto altro nel superpilota di 1993. E rituffandoci in quell’epoca, così recente e ancora più cronaca che storia, ci vien da dire, quasi stupendoci: sì, siamo passati di là. Nella nuova stagione della serie diretta da Giuseppe Gagliardi, le storie iniziate in 1992 accelerano e si estremizzano, prendendo una piega più drammatica. Il pubblicitario manovriero (Stefano Accorsi) ora spinge per l’avventura politica di Berlusconi, il poliziotto del Pool malato di Aids (Domenico Diele) persegue la sua vendetta concentrandosi sulla corruzione nella sanità, il leghista rozzo e ingenuo (Guido Caprino) cede all’edonismo romano, la showgirl disposta a tutto (Miriam Leone) brama un’ospitata da Costanzo, l’ex ragazza della borghesia milanese (Tea Falco) è costretta prendere in mano l’azienda di famiglia. Ci sono le storie e c’è la storia, appunto, o la cronaca che sta per diventarlo: dopo l’anno della Rivoluzione ecco quello del Terrore (cui seguirà 1994, la Restaurazione), in cui tutto diventa più cupo perché «ogni rivoluzione ha un prezzo» e il 1993 è l’anno dei suicidi, della gogna dei leader, di un mondo che implode. Ed è l’anno dei prodromi dell’avvento dell’uomo nuovo.

C’è un corposo malloppo saggistico e cinematografico cui la produzione avrebbe potuto rifarsi per restituirci la temperie dell’epopea berlusconiana, ma il pregio maggiore di questa serie sembra proprio l’aver tentato un percorso originale, provando a raccontare l’uomo e l’imprenditore senza indossare gli occhiali dell’ideologia. Così, ecco il Berlusconi barzellettiere, quello che telefona in diretta ad Aldo Biscardi perché «basta subire», e quello amaro che riflette sulla sconfitta del Milan contro l’Olympique Marsiglia: «Vincere non è così bello quanto è brutto perdere». Forse c’è fin troppa carne sulla griglia che Gagliardi arrostisce quasi come in un blob che rimbalza da una storia all’altra. Ma è il suo stile americano, dritto per dritto e senza pause, con il ritmo dei fumetti e dei film d’azione. Sì, abbiamo vissuto tutto questo, ma forse non l’abbiamo ancora pienamente metabolizzato. Ora possiamo cominciare a farlo anche grazie alla correttezza della sceneggiatura di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo e la supervisione di Nicola Lusuardi1993 è una serie prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani e va in onda su Sky Atlantic Hd e Sky Cinema Uno Hd.

Tarchi: «Il centrodestra? Alleanza immaginaria»

È colpa di noi giornalisti se Marco Tarchi non usa cellulari e dialoga solo tramite posta elettronica. Fece questa scelta una ventina d’anni fa, per «mettermi al riparo dall’uso pubblico, altrui, del tempo privato, mio. Se avessi avuto la tentazione di procurarmi un cellulare, mi sarebbe passata nel periodo 1994-96, quando, essendo uno dei pochi studiosi che sapeva qualcosa del mondo post neofascista improvvisamente risorto, ricevevo, al numero fisso di casa, continue chiamate di giornalisti che mi tenevano al telefono per 30-40 minuti chiedendomi di tutto, per poi scriverci su un articolo, sovrapponendo le loro opinioni alle mie e citandomi di passaggio in due righe. Stava diventando una persecuzione, a cui il non-uso di un cellulare mi ha sottratto». Insomma, ecco un raro caso in cui la voglia di visibilità non s’è mangiata la qualità della vita e un certo rispetto per le proprie opinioni. Ovviamente, Tarchi non usa i social media, detestandone «la capacità di moltiplicare egocentrismo, superficialità e volgarità».

Romano di nascita e fiorentino d’adozione, 65 anni, professore ordinario alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, già ideologo della Nuova destra italiana vicina ad Alain de Benoist, dopo una burrascosa espulsione dal Msi abbandonò la politica militante per dedicarsi agli studi. Dirige Diorama.it, mensile di «attualità culturali e metapolitiche» e pubblica per Il Mulino. L’ultimo libro (2014) s’intitola Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo.

 

Perché le elezioni francesi sono importanti anche fuori dalla Francia?

«Perché sono un test sulle capacità di crescita elettorale del populismo. Che si trova di fronte il perfetto rappresentante di quei poteri forti contro cui rivolge gran parte dei suoi strali».

Dopo la Brexit e l’elezione di Trump si è detto che l’era della globalizzazione è al tramonto. Oltre che dalla Francia, da dove potrà venire un terzo segnale?

«Non sono certo di questo tramonto. A sostenere la bontà della globalizzazione ci sono una molteplicità di soggetti – politici, economici, culturali – molto potenti soprattutto nel mondo della comunicazione. La loro capacità di seduzione e suggestione sul pubblico è tuttora elevata. La sfida populista è ardua, malgrado la sua presa sempre più estesa. In Austria, dopo il successo sfiorato nella corsa alla presidenza della Repubblica, la Fpö (Partito della Libertà, nda) potrebbe aggiudicarsi il primo posto alle elezioni legislative. E l’Afd (Alternativa per la Germania, nda) probabilmente entrerà in parlamento in Germania. Sono segnali destinati ad ampliarsi, in questa fase».

In Italia stiamo assistendo al ritorno di Matteo Renzi. Crede che saprà inaugurare una stagione nuova come ha annunciato o si tratterà del sequel di un film già visto?

«Propendo per la seconda ipotesi. Dubito che Renzi riesca a liberarsi dal complesso di onniscienza e onnipotenza che lo affligge e che voglia davvero convincersi di aver commesso gravi errori. Per lui, a sbagliare non possono essere che gli altri. È la stessa sindrome che ha afflitto Berlusconi».

Paolo Gentiloni si ritirerà senza fiatare?

«Non mi pare che il personaggio aspiri a costruirsi una figura, e una statura, autonoma. A meno che non gli si prospetti un’insperata finestra di opportunità, come possibili futuri alleati di governo disposti a concludere patti solo a condizione di escludere Renzi dalla presidenza del Consiglio, penso che tornerà in seconda fila».

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra (LaPresse)

Beppe Grillo, oltre la dicotomia destra/sinistra
(LaPresse)

Come evolverà il tripolarismo italiano?

«Dipenderà in notevole misura dalla legge elettorale che verrà adottata e dalle mosse dei principali soggetti in campo. Uno dei quali, il centrodestra, è solo potenziale, e difficilmente riuscirà a sommare aritmeticamente i voti che a ciascuna delle sue componenti oggi attribuiscono i sondaggi, perché su molti temi le posizioni di Lega e Forza Italia sono incompatibili».

Sarà necessario un ritorno al proporzionale? Oppure l’unica strada praticabile sarà un Nazareno bis per escludere il M5s?

«Il Nazareno bis potrebbe forse produrre un governo delle larghe intese. Ma se questo fallisse nel tentativo di sanare i problemi del Paese, sarebbe la premessa di un trionfo successivo del M5s. Quanto al sistema elettorale, io sono da sempre un fautore del proporzionale puro, perché credo che le elezioni debbano prima di tutto dare una rappresentanza effettiva e soddisfacente alle opinioni dei cittadini. Ai partiti spetta poi tradurre la loro volontà in accordi e confronti. In quasi tutta Europa, il sistema proporzionale produce governi stabili, non il caos descritto dai fautori del maggioritario».

Del movimento capeggiato da Beppe Grillo le piace il tentativo di superare le categorie di destra e sinistra o qualcos’altro?

«Credo che il superamento della dicotomia sinistra/destra sia nelle cose, e il fatto che Grillo lo abbia capito va a suo merito. Molte persone, oggi, ragionano sui fatti, non sulle interpretazioni codificate nelle ideologie novecentesche o sui loro residui. Non sempre il M5s riesce a tradurre le intuizioni del suo portavoce e garante in scelte politiche conseguenti, ma non c’è dubbio che la sua azione abbia sottratto la politica italiana a un’ingessatura bipolare funesta».

Populismo è il termine politico più in voga: l’accezione dominante però è negativa, una sorta di anticamera della dittatura. Eppure, come dice Ernesto Galli della Loggia citando la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo…

«Io mi batto, sul terreno scientifico, contro la degradazione del populismo a etichetta insultante. È una mentalità che può piacere o meno, ma che richiama la centralità del popolo come fonte legittima del potere in democrazia, e incita a ricostituirne un’identità comune: obiettivo non disprezzabile».

A sinistra si procede per scissioni, ma anche a destra l’alleanza tra Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni appare irta di difficoltà. Qual è la possibile carta vincente del centrodestra?

«Non ne vedo. L’eterogeneità di questi soggetti è profonda. Oggi si sta affermando uno spartiacque tra fautori e avversari della globalizzazione e dei suoi effetti, e su questo tema cruciale Berlusconi e i liberali stanno su un versante, Salvini, Meloni, i populisti e i sovranisti sull’altro. Ricomporre il dissidio è impossibile, far finta che non esista produrrebbe un’armata Brancaleone».

Salvini, Berlusconi e Meloni. Per Tarchi un'intesa senza futuro

Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Per Tarchi, un’intesa senza futuro

Mi sta dicendo che per il centrodestra e per gli elettori moderati non c’è speranza?

«Gli elettori a cui l’ipotetico centrodestra vorrebbe rivolgersi non sono tutti moderati. Anzi, molti di loro sono attratti da parole d’ordine radicali come quelle della Lega. Senza contare che molti moderati stanno con Renzi, che ha saputo spostare a destra un partito storicamente di sinistra. Non siamo più negli anni Novanta, l’anticomunismo non è più un collante. Il centrodestra è un’entità più immaginaria che reale».

Non sarà che il suo giudizio così drastico è inficiato dalla negativa esperienza personale in quell’area?

«Per niente. E poi non ho appartenuto a “quell’area”, ma al Msi, che era tutt’altra cosa. Una vicenda che si è conclusa più di 36 anni fa. Non sarebbe il caso di evitare di ricordarmela ogni volta che esprimo un giudizio sulle varie destre? Ragiono da analista, non da ex: categoria che detesto».

Qual è il suo pensiero in materia d’immigrazione?

«Difficile sintetizzarlo. Credo che il fenomeno migratorio di massa sia più una fonte di problemi che una risorsa, come vorrebbe la retorica del politicamente corretto. E che, sul piano pratico, non la si debba affrontare ricorrendo a due opposti e simmetrici ricatti psicologici – quello della paura, per cui ogni immigrato è un criminale potenziale, e quello della commozione e della compassione, per le quali ogni immigrato è un “piccolo Aylan” disperato e indifeso. Credo anche che diluire sempre più i caratteri specifici che hanno costituito ciascun popolo sia una grave ferita inflitta a quella diversità che è il fondamento della bellezza, non solo estetica, del mondo. Apprezzo il dialogo tra i popoli e le culture, detesto la loro omologazione sradicante».

Ci sono spazi d’integrazione della popolazione islamica nel nostro Paese?

«Ci sono, ma bisognerà vedere come saranno utilizzati da entrambe le parti. Imparare a convivere con l’altro-da-sé è sempre molto difficile, e per riuscirci occorre prima di tutto ammettere e conservare la reciproca diversità, trovando compromessi pratici accettabili. L’assimilazione, alla lunga, provoca alienazione e ripulse. Si veda ciò che accade nelle banlieues francesi».

Come giudica il magistero di papa Francesco sull’argomento?

«Giudico le sue come opinioni, che come quelle di tutti gli esseri umani sono discutibili. Comprendo la sua posizione, ma sostenere l’accoglienza indiscriminata di chiunque approdi in Europa mi pare una scelta irresponsabile, destinata a produrre future sciagure. Lo ha sostenuto anche Giovanni Sartori, un grande politologo a me caro, e concordo con lui».

Segue i programmi di politica in tv? Come valuta la rappresentazione che la televisione dà della politica italiana?

«Ne seguo saltuariamente qualcuno. Non posso, e non voglio, portarmi sempre il lavoro a casa… La televisione consente alla politica italiana e ai suoi protagonisti di presentarsi per quel che sono. Purtroppo».

 

La Verità, 7 maggio 2017

 

Capuozzo: «Il giornalismo è solo un mestiere»

Anche a Treviso il teatro era pieno. Come sempre, dove Tre uomini di parola va in scena, non solo nel Nord est. Toni Capuozzo ha appena finito di firmare autografi e salutato Mauro Corona, lo scrittore montanaro, e Gigi Maieron, cantautore, anche loro friulani. Stavolta il ricavato dello spettacolo, «una chiacchierata teatrale fra amici dalle comuni origini», andrà al comune di Gagliole, un paesino terremotato delle Marche. In precedenza gli incassi erano serviti per costruire una casa per grandi ustionati in Afghanistan. «Gli alpini della Julia, presenti laggiù, ci avevano chiesto se volevamo dare una mano. La prima volta improvvisammo una conversazione a Cividale del Friuli. Piacque, siamo arrivati a una quarantina di repliche». Capuozzo è come lo vedete, collegato da qualche avamposto, su Rete 4. Col suo accento furlàn, l’aria da orso, le Occhiaie di riguardo che danno il titolo al libro che raccoglie i suoi articoli per Il Foglio. Vince premi giornalistici senza cercarli. Nel 1992, di ritorno da Sarajevo, portò in Italia nascosto nel giubbotto antiproiettile, Kemal Karic, un bambino di pochi mesi colpito dalla bomba che uccise la madre e lo privò della gamba destra.

Come sta oggi Kemal?

«È una vicenda dolorosa, di cui non parlo volentieri. Quando si prova a fare del bene conviene tacerlo, preferisco passare per cattivo. Anche alle donne i cattivi piacciono di più (sorride). Kemal ha 25 anni e un tumore. Presto subirà una nuova operazione. A Natale è venuto in Italia per delle visite. Il padre si è un po’ perso… Ma c’è una brava nonna».

Uno di Lotta continua come fa a lavorare 25 anni nelle tv di Berlusconi?

«Sentendosi abbastanza solo sia nelle tv di Berlusconi che in Lotta continua. Da grande individualista, ci ho messo del mio. E sono grato sia a Lc che a Berlusconi che mi hanno permesso di fare il giornalista come volevo».

Cioè?

«Senza troppa enfasi. Non dico “sono giornalista”, ma “faccio il giornalista”».

Mai avuto frizioni per motivi editoriali?

«Su Lotta continua ho raccontato la fuga dei marielitos da Cuba e la mia corrispondenza venne ripresa in prima pagina dal Giornale di Montanelli, all’epoca considerato un campione borghese. La cosa non accrebbe la mia popolarità in Lc. A Mediaset ho sempre fatto il mio lavoro senza problemi. È vero, non mi sono mai occupato di politica italiana. Forse ci sono meno implicazioni a scrivere da Sarajevo o da Tripoli, anche se i bombardamenti sulla Libia partivano dall’Italia governata da Berlusconi. È più pericoloso fare l’inviato in un paese di mafia o in Siria, dove sono stato per raccontare la fine della cittadina cristiana di Maaloula».

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» le corrispondenze di Capuozzo su Cuba

Indro Montanelli rilanciò sul «Giornale» i reportage di Capuozzo da Cuba

A proposito di Siria, che cosa pensi del bombardamento ordinato da Trump?

«Se mi chiedi se Assad è capace di usare armi chimiche contro la popolazione civile ti rispondo di sì. Rispondo di sì anche se mi chiedi se i ribelli sono capaci di mettere bombe vicino alle abitazioni civili. Con questo bombardamento Trump è tornato a essere il presidente degli Stati Uniti».

Non solo dei repubblicani, vuoi dire.

«Anzi. Questa è una mossa alla Clinton. Il che dimostra che anche per Trump le campagne elettorali sono una cosa e la politica interna e internazionale un’altra. Anche lui si è omologato al fatto che gli Stati Uniti sono quelli che bombardano».

Parliamo dei giornalisti cresciuti in Lotta continua, da Adriano Sofri a Nini Briglia, da Gad Lerner a Paolo Liguori: che rapporti hai con loro?

«Quando sono entrato in Lotta continua ormai c’era solo il giornale. Con Gad Lerner ho anche battibeccato. Per Mauro Rostagno ho firmato perché a Trento si facesse un monumento. Diciamo che li ricordo con affetto, come si ricordano quelli con i quali hai fatto la naja».

Nella videolettera scritta in occasione degli 80 anni di Berlusconi hai pronunciato diversi grazie. C’è qualcosa di cui non gli sei grato?

«Chiedergli di continuare a fare l’editore e a esprimere la sua energia nelle aziende sarebbe stato come chiedergli di non essere Berlusconi. M’ispira simpatia persino nelle passioni, politica compresa, che non mi appartengono per niente. Mia madre e mio padre, agente di polizia, mi hanno insegnato il rispetto per le persone umili e perdenti più che per i potenti. Berlusconi perdente è un ossimoro, ma è stato molto avversato, demonizzato dalla stampa e dalla magistratura. Questo me lo rende simpatico. Mi è successo anche con Craxi ad Hammamet. Non mi serve un nemico per esistere».

Come giornalista iniziasti in Rai?

«Il primo lavoro fu per una tv svedese in Salvador. Per Mixer feci dei servizi sulla ’ndrangheta. L’esperienza che mi è servita di più fu a Epoca: non tornavi senza il reportage fotografico. Così ho imparato il valore delle immagini. Gli amici più cari erano i fotografi. Poi mi chiamò Giuliano Ferrara all’Istruttoria».

A Terra! fai il conduttore di strada.

«Con Mentana e Sposini ero inviato del Tg5 e facevo Terra! conducendola anche da Baghdad. Conduttore di strada lo scriverei sul biglietto da visita. Anche lì però servono la regia, la troupe, le luci. È come quando compri le arance dal furgoncino: informazione a chilometro zero».

Con al centro la vita quotidiana delle persone?

«Diciamo che non coinvolgo i potenti. La mia speranza è che dopo aver visto Terra! lo spettatore si alzi con più dubbi di quando si è seduto».

Dal 10 aprile va in onda su Rete 4  uno spin off intitolato Casa Capuozzo, quattro puntate di reportage sui migranti. È difficile stare in equilibrio tra buonismo e cattivismo?

«È un titolo autoironico. Non sono partito dalle ideologie, ma dalla casa dei miei. Mia madre era triestina, mio padre napoletano e io sono cresciuto a Udine. Penso che se l’immigrazione non funziona nel Nord est, terra di emigranti, difficilmente può funzionare altrove. Mi sembra che gli immigrati di oggi siano carichi di attese e illusioni. Ho tentato di raccontarli andando oltre il boldrinismo e il salvinismo».

Pensi di esserci riuscito?

«Non lo so. Il nemico è l’ipocrisia. Abbiamo una classe politica capace di sussulti e minacce, ma non di un’idea di futuro. C’è troppa melassa. Certi richiedenti asilo dell’Afghanistan o del Pakistan sono giovani e forti e hanno lasciato a casa le donne. Nei tg sentiamo dire: “Salvati 1500 migranti”. In italiano la parola “salvati” riguarda chi è in pericolo di morte. Si dovrebbe dire: “Raccolti”. Mare nostrum non è servita a dissuadere chi voleva partire e ora registriamo più arrivi e più morti di prima».

Non fai informazione da cane da guardia contro i poteri forti: indole, mancanza di mezzi o a Mediaset è difficile?

«L’espressione “poteri forti” non mi appartiene. Non capisco se si riferisce alla Trilaterale, alla massoneria, alla magistratura, alla Consob. Abitano nei palazzi, mentre io frequento la strada. Più che un cane da guardia sono un cane randagio».

Che cosa pensi dei talk show?

«Li trovo poco autentici, anche se possono rivelare la preparazione o l’impreparazione dei politici. Qualche volta ci vado, soprattutto se mi coinvolgono sul terrorismo o sulle guerre. Ma resto un po’ un orso».

Preferisci Report e Presa diretta?

«Milena Gabanelli l’ho sempre stimata. Le sue inchieste richiedono mesi di lavoro. I tempi lunghi sono un bene prezioso, maggior ragione in un’epoca di fast journalism. Il lavoro di Riccardo Iacona lo sento più vicino, sebbene non la pensi come lui. In realtà, guardo soprattutto documentari di storia o naturalistici».

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Milena Gabanelli, ex conduttrice di «Report»

Cosa pensi dei cachet degli artisti Rai e dell’ingerenza della politica denunciata da Fabio Fazio?

«Penso che ci vorrebbe più discrezione. Non si può recitare da verginelle appena usciti dal bordello. È vero, esiste il mercato e la tv pubblica deve farci i conti, ma certe cifre fanno pensare. Soprattutto a quante famiglie non arrivano a fine mese».

Se dovessi indicare un maestro di giornalismo televisivo?

«Non saprei, ho sempre cercato di essere me stesso. È inutile provare a fare grande cucina se sei bravo a tagliare formaggio e salame. Maestri? Diciamo che le riunioni con Ferrara sprizzavano intelligenza e che con Mentana ho imparato la velocità nell’afferrare la notizia».

In quella lettera a Berlusconi sconsigliavi i giovani dal tentare la professione di giornalista.

«Non voglio illuderli che riusciranno facilmente a viaggiare per raccontare il mondo. È uno sconsiglio paterno».

Ti piacerebbe essere giovane oggi?

«Preferisco fare i conti con la vecchiaia. Quando tengo delle lezioni in università vedo una generazione che rispecchia l’incertezza di tempi, molto diversi da quelli in cui ero giovane io e trovare lavoro era facile».

Cosa ti piace dell’Italia di oggi?

«Il paesaggio, sempre bello e affascinante, anche se un po’ rovinato. D’estate, a Pantelleria, ritrovo il sapore degli anni Cinquanta. Amo i borghi, le viuzze della Toscana e del mio Friuli, la cucina popolare e i dialetti che cambiano ogni venti chilometri. Più che campanilismi, una ricchezza. L’insistenza sul multiculturalismo e l’apertura alle comunità musulmane mi lascia perplesso. Siamo già il Paese delle piccole patrie, dobbiamo solo non ridurle a folclore».

In politica che cosa vedi?

«Non voto da 25 anni, non l’ho fatto neanche al referendum. Non sono un cittadino esemplare».

C’è una passione, un personaggio, una manifestazione che non ti perdi?

«Le partite del Milan. Mi piace guardarle con mio figlio, in un patto silenzioso tra uomini. Anche il telegiornale era un rito, ma ora le notizie arrivano sul telefonino».

Letture predilette?

«Sono un lettore disordinato. Mi piaceva Gabriel Garcia Marquez, ora amo Mario Vargas Llosa e Philip Roth, Paul Auster. Trovo la letteratura italiana contemporanea troppo intimista».

Adesso sul comodino?

«Un saggio inglese che racconta la storia del mondo attraverso mappe e carte geografiche».

 

La Verità, 9 aprile 2017

 

 

 

Buttafuoco: «La destra è senza progetto culturale»

Giornalismo, letteratura, teatro, televisione: Pietrangelo Buttafuoco, 53 anni, siculo poliedrico e instancabile per necessità oltre che per virtù, non si fa mancare niente. Gira con lo zainetto, ufficio in spalla, perché una dimora culturale fissa non ce l’ha. Ogni giorno la sua ventura.

Giornalismo: collaborazioni con Il Fatto quotidiano e Il Foglio.

Letteratura: in uscita da Skira un libro su Agostino Tassi, pittore del Seicento, stupratore di Artemisia Gentileschi, simbolo del femminismo.

Teatro: in tournée con Mario Incudine con lo spettacolo Il dolore pazzo dell’amore.

Televisione: rubrica Olì Olà nel Faccia a faccia di Giovanni Minoli su La7.

Cominciamo da Olì Olà: chi è il Donald Trump italiano?

«Deve ancora arrivare. Il punto di forza di Trump è di rappresentare la novità. Non bisogna dimenticare che quando si affermò alle primarie, i democratici si fregarono le mani dalla soddisfazione. La stessa Clinton si mostrò felice di confrontarsi con lui, considerato il candidato ideale per stravincere. In Italia, se si votasse adesso, e all’elettore fosse dato di scegliere tra Alessandro Di Battista e Matteo Renzi, quest’ultimo sarebbe travolto».

Quindi Trump si trova tra i grillini?

«Forse, al momento. Ma da qui alla data delle elezioni potranno accadere molte cose. Ci attendevano due passaggi: dopo le elezioni americane ora tocca al referendum costituzionale».

Vuole tentare uno scenario post 4 dicembre?

«Non mi avventuro. Ho visto che, per esempio in Sicilia, sono state mobilitate le clientele elettorali. E anche se fanno numeri importanti non vengono rilevate dai sondaggi, ma solo dalle segreterie politiche dei capi bastone».

È nato prima Berlusconi o Trump?

«Prima il Cavaliere. Silvio uovo e Donald gallina che ha a disposizione un’aia ampia e impegnativa. Perché ha davanti a sé un orizzonte globale ed epocale che per forza di cose determinerà trasformazioni».

Salvini e Grillo che spazio avranno?

«Sono il già visto. Se il bisogno di novità non fosse stato così decisivo sarebbe bastato Jeb Bush. Invece nessuno dei candidati repubblicani ha dato prova di saper interpretare il cambiamento. Non è un caso che i Bush in queste elezioni si siano alleati con i Clinton».

Abbiamo assistito al rovesciamento delle alleanze. Lei parla di nuova lotta di classe…

«La Clinton ha preso l’aperitivo con Lady Gaga, mentre Trump teneva comizi davanti alle fabbriche. La nuova lotta di classe è tra i cosiddetti deplorevoli, come li ha classificati la stessa Clinton, e le élites. Tanto è vero che i fondi sovrani, i magnati e lo stesso Soros adesso si sono mobilitati per organizzare la controrivoluzione».

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Hillary Clinton con la popstar Lady Gaga, sua sostenitrice

Tutto questo senza che il nostro ragionamento significhi approvazione del trumpismo.

«Stiamo facendo un’analisi. Personalmente ho grandi dubbi sulla democrazia».

Auspica il ritorno dell’uomo forte?

«La realtà determina se stessa, dandosi una forma. L’Italia è in imbarazzo causa mancanza di sovranità: dipende da consigli e centri di potere che stanno altrove. Per questo è importante capire quali siano le intenzioni degli Stati Uniti. Avesse vinto la Clinton, una personalità fuori dall’establishment troverebbe disco rosso a Palazzo Chigi».

Dopo la Brexit la vittoria di Trump: cosa serve ai giornalisti da salotto per fare un bagno di realtà?

«Serve una sveglia. Si sono assopiti nella irrilevanza tutta autoreferenziale delle solite marie antoniette e delle loro brioche».

Serve anche un bagno di umiltà?

«Obiettivamente hanno tantissimi privilegi. Conoscono le lingue, hanno uso di mondo, di narrazione, di mercato. Com’è possibile che facciano giornali tanto penosi? Gli ultimi importanti contratti nelle maggiori testate sono stati fatti nelle redazioni Esteri. E il risultato è che faticano a raccontare proprio gli scenari internazionali. Guardando in casa, quando, un anno e mezzo fa Egidio Maschio, imprenditore veneto protagonista del miracolo del Nordest, si sparò nel suo ufficio traumatizzando il mondo produttivo e imprenditoriale, il Corriere della Sera gli dedicò una breve. Alla borghesia italiana manca una voce che sappia guidare. Questa è stata la disperazione dei beniamini del grande pubblico. La gente voleva Indro Montanelli e gli davano Piero Ottone, voleva Giovannino Guareschi e gli davano Fortebraccio, voleva Leo Longanesi e gli davano il Politburo e la Fondazione Einaudi».

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Indro Montanelli. Buttafuoco: «I lettori volevano lui e gli davano Piero Ottone» (Tam Tam)

Dove sbaglia di più Renzi?

«Nel confondere un progetto politico con l’estetica della comitiva. Il suo orizzonte è il muretto degli amici sistemati nei posti chiave. Pensi al tentativo di mettere Marco Carrai ai Servizi segreti. O a Luca Lotti che spadroneggia in ogni recesso del potere. Renzi ha intossicato di conformismo le analisi di tutti i giornali. Almeno Berlusconi aveva le testate più autorevoli contro. Renzi le ha tutte a favore. Mi sa che la parte migliore di Renzi è Denis Verdini».

Provoca?

«Verdini sembra scappato dalle pagine di Vita di Niccolò Machiavelli fiorentino, un saggio nel quale Giuseppe Prezzolini descrive il Machiavelli come il rappresentante vivo di un potere sinceramente italiano e quindi universale, non provinciale com’è quello di Renzi».

Lei che se ne intende, che Islam si aspetta dal programma di Gad Lerner su Rai 3?

«Mi aspetto il solito equivoco per il quale si tende a confondere l’Islam con l’immigrazione. È un luogo comune accreditato a destra come a sinistra. A destra, per raggranellare il pieno elettorale; a sinistra, per autocompiacimento d’ordinanza».

L’unica strada è l’integrazione: impresa possibile?

«L’unica integrazione che ha funzionato nella storia è quella che avviene quando i sapienti si parlano tra loro. L’esempio canonico è quello tra Francesco e il Sultano. In tempi recenti non possiamo che indicare quello che il vero campione della destra, Vladimir Putin – altro che Trump – ha fatto: inaugurare a Mosca la più grande moschea su suolo europeo».

Figuriamoci cosa accadrebbe da noi.

«Chi se l’aspettava che i valori immutabili della metafisica dovessero essere difesi da un colonnello del Kgb. Ovvero, da colui che ha appoggiato le milizie miste di cristiani e musulmani in Siria per liberare i villaggi cristiani, restituire le chiese ai fedeli e innalzare la statua della Vergine Maria sull’altura di Maaloula, in Siria, una statua che i terroristi avevano distrutto».

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco

Lo storico incontro tra Vladimir Putin e papa Francesco, alleati nel fermare la guerra in Siria

Putin difensore della cristianità. E Bergoglio?

«Quando hanno fermato l’attacco in Siria il Papa e Putin hanno agito in perfetto accordo».

Detto della sinistra, che cosa ha da imparare la destra dal caso Trump?

«Che non si può essere destra per come piace alla sinistra. Quanti tentativi di farsi dare la patente di presentabilità sociale. Il riferimento culturale della destra dev’essere garantire alla comunità un’aderenza ai principi sacri, eterni e soprattutto universali. Abbiamo un grande vantaggio dall’abitare in Italia: quello di convivere con un’entità universale cui guarda il mondo intero. Quando il contadino siberiano si fa il segno della croce sa di trovare nella Basilica di san Nicola a Bari un riferimento della sua storia e della sua identità. Così il commerciante indiano, quando ascolta Iqbal e i poeti di strada, sa che la patria è il Mediterraneo culla di civiltà e orizzonte del futuro, e la Sicilia, perla dell’Islam. Altro che le tecnocrazie di Bruxelles. Fino agli anni ’70 le parole italiane più note nel mondo erano quelle della tradizione musicale: allegretto, andante, mosso. Ora sono pasta, pizza, pane. Con le differenti conseguenze commerciali. Se ci fosse, una destra saprebbe che il progetto è la Via della seta. E che, non si offendano gli antifascisti, è ancora scritto sul frontone del palazzo dell’Eur: artisti, eroi, santi e navigatori. La destra non può accontentarsi dei rutti del bar sport».

Quando la destra farà autocritica per le grandi occasioni perse in questi vent’anni?

«La destra al governo è stata una disgrazia. Come conferma il progetto culturale delle tre “i”: Internet, Inglese, Impresa. Se non ricordo male fu proprio la destra a eliminare dai licei l’insegnamento della storia dell’arte e della musica».

Nella galassia berlusconiana sembra vincere la linea pro-renziana di Confalonieri.

«Che è sempre coincisa con quella di Berlusconi. Nella galassia il principe è sempre uno solo».

Si sta riconvertendo al renzismo?

«Direi che ha chiara la situazione. Se vince il No, il Cavaliere ucciderà la destra del centrodestra. Se invece vincerà il Sì, Renzi si farà un partito tutto suo, uccidendo a sua volta la sinistra del centrosinistra. E Berlusconi sarà fondamentale nella transizione».

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» in uscita il 24 novembre

La copertina di «La notte tu mi fai impazzire» a giorni in uscita

A giorni uscirà da Skira La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi. Perché un libro su un pittore del Seicento? Che cos’ha di attuale?

«Doveva essere un libro su Artemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca adottata dal femminismo. Poi mi sono accorto che era già stata celebrata e che la storia del suo stupratore era più nuova. È una storia che illumina i traffici d’arte, religione e politica dell’epoca e che si concentrano nella figura di Cosimo Quorli, potentissimo e corrotto furiere del Papa. In confronto Mafia capitale è roba da educande».

Dopo tanto tempo ha uno spazio in tv non come ospite. Che cosa le sta dando?

«Molto entusiasmo. In Giovanni Minoli ho trovato un maestro generoso e partecipe. Con lui mi sento come quando da adulto sono andato a prendere lezioni di russo, sedendomi a fianco dei bambini, armato di quaderno per imparare a fare le aste».

Con lo zainetto.

 

La Verità, 20 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La partita Mihajlovic-Berlusconi in 10 mosse

Fino a ieri sembrava che per restare sulla panchina del Milan Sinisa Mihajlovic avrebbe dovuto vincere tutte tredici le partite restanti fino a fine campionato e magari pure la Coppa Italia dove, se approderà alla finale, quasi certamente troverà una squadretta chiamata Juventus. Non poteva essere che una provocazione, essendoci tra i match da disputare quelli con il Napoli, la Juve e la Roma (questi ultimi al Meazza). Provocazione, stimolo, bocciatura annunciata che sia, forse giova ricordare schematicamente le cose buone e meno buone fatte dal tecnico dall’assunzione a oggi. Per tentare di capire se e fino a che punto è giusto mettere in discussione Mihajlovic.

  1. Ha voluto a tutti i costi Alessio Romagnoli. E ha avuto ragione.
  2. Dopo alcuni tentativi ha scelto Alex, forse il meno atteso, come suo compagno, dando solidità ed esperienza alla zona centrale della difesa.
  3. Appena ha avuto una condizione accettabile ha preferito Montolivo a De Jong, che la maggioranza degli osservatori ritenevano inamovibile (salvo poi criticare il fatto che il gioco della squadra era lento e non ripartiva mai), trasformando il capitano nel giocatore che recupera più palloni del campionato.
  4. Ha scommesso su Gigi Donnarumma, anticipandone l’esordio a scapito di Diego Lopez. Scommessa vinta.
  5. Tra tutte le ali destre (Cerci, Suso) ha puntato su Honda,  prossimo alla cessione, facendone un pretoriano del 4-4-2.
  6. Ha cambiato modulo, anche contravvenendo alle preferenze della casa per il trequartista, dando fisionomia e logica a un gioco compatibile con le risorse a disposizione.
  7. Ha dato compattezza, spirito di gruppo, identità operaia alla squadra anche nei momenti in cui era personalmente sull’orlo del precipizio.

Per completare il lavoro e fare en plein mancano ancora tre mosse a Mihajlovic.

  1. Dare un gioco offensivo scintillante e con possesso palla in grado di comandare le partite (come auspicano Berlusconi, che ha sborsato 86 milioni, e tutti i tifosi, memori della storia rossonera). Ma per questo serve qualche innesto dal centrocampo in su con un giocatore che elevi il tasso tecnico del reparto e, senza fargli perdere compattezza, sappia innescare con più continuità le punte. Forse questo giocatore potrebbe essere Bertolacci nella sua forma migliore. Altrimenti bisogna ricorrere al mercato (ma Vazquez è da Milan?).
  2. Completare il lavoro iniziato con il recalcitrante Balotelli, convincendolo a lavorare affinché il suo talento possa finalmente esprimersi al meglio.
  3. Recuperare e integrare Menez (più seconda punta che trequartista) e Boateng nel progetto.