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«Io, tronista per Tempi, sogno di fare lo zampognaro»

Alessandro Giuli è uno che ama il folclore, la filosofia, la storia delle religioni e si dice contento per il ritorno dei giovani all’agricoltura. Ma la sua passione più insana è quella per la zampogna laziale: «Roba seria», assicura. «Il mio maestro, Alessandro Mazziotti, si è esibito al Bolscioi di Mosca e in tutti i maggiori teatri europei. Il giornalismo? Stupendo. Fosse per me farei lo zampognaro. Ma dubito che la mia famiglia sarebbe contenta». Quarantadue anni, già vicedirettore del Foglio con Giuliano Ferrara, è padre di una bimba avuta dalla sua compagna che lavora a SkyTg24. A breve tutta la famiglia si trasferirà a Milano. Due mesi fa la sua nomina alla direzione di Tempi ha colto tutti di sorpresa.

Che cosa ci fa un giornalista di destra al vertice del giornale storicamente vicino a una parte di Comunione e Liberazione?

«I giornalisti di destra che hanno avuto rapporti con il giornale vicino a una parte di Cl sono più d’uno. Giuliano Ferrara firmò l’editoriale del primo numero, ha collaborato Mattia Feltri, che non è di sinistra, e io stesso, mediatore Ubaldo Casotto, anche lui vicedirettore del Foglio, da non ciellino e non cattolico, ho provato il gusto di scrivere per Tempi. Per diventarne direttore doveva succedere qualcos’altro. Con due nuovi azionisti che non vengono da quel mondo sono cambiati la missione e il progetto editoriale. Il che non significa che sia venuto a de-ciellinizzare Tempi, ma a provare a dilatarne la presenza nel dibattito pubblico. I 5.000 abbonati e i lettori che lo comprano in edicola continueranno a trovarci le battaglie di sempre, umanistiche prima che confessionali».

Come ci sei arrivato?

«Su richiesta di Valter Mainetti, editore anche del Foglio di cui ero condirettore, concorde col suo socio alla pari, Davide Bizzi».

Com’è cambiato l’assetto societario?

«Ora Mainetti e Bizzi sono i proprietari. In continuità con la società precedente, nel Cda è rimasto Samuele Sanvito, con un diritto di tribuna».

Valter Mainetti, ad di Sorgente Group, editore del Foglio e Tempi

Valter Mainetti, ad di Sorgente Group, editore del Foglio e Tempi

A chi si rivolge il nuovo Tempi?

«A un mondo conservatore che non teme di definirsi tale. In un’epoca di dissipazione e rottamazione dirsi conservatori ha qualcosa di eroico. La prima cosa che vorrei conservare è l’interesse nazionale».

Vasto programma.

«Se ci pensi, oggi tutti cercano un patrocinio internazionale. Vorrei fare un giornale che piacerebbe a Enrico Mattei».

Il grande capo dell’Eni…

«Voleva difendere la nostra indipendenza energetica, e quindi politica, nello scacchiere della Guerra fredda».

Un giornale sovranista?

«Si può essere sovranisti in modo liberale, senza essere leghisti travestiti da italiani».

Hai una soglia di vendite?

«È presto per parlarne. Abbiamo l’ambizione, e sta già succedendo, di farci leggere da una fascia di giovani che va dai neodestristi vicini ad Alain de Benoist ai moderati di Stefano Parisi. In quest’area ci sono il mondo berlusconiano e quello che guarda a Giorgia Meloni. Detto questo, ho portato Walter Veltroni a scrivere di cinema letteratura e musica, per rievocare il gusto del primo Foglio di ospitare posizioni lontane».

Il servizio di cui vai più fiero?

«La copertina sull’età del lupo».

Perché?

«Intanto, era bella. Poi sono riuscito a inserire nello stesso contesto il simbolo della nostra età inselvatichita, l’animale più simile all’uomo nei suoi tratti di nobiltà carnivora, monogamica e di branco. Infine, mi pare di aver gettato un po’ di luce sulla possibilità di occuparsi della natura senza essere fondamentalisti dell’ambiente o sradicati moderni».

E la lunga intervista a Daria Bignardi, direttore di Rai 3?

«È venuta dall’idea di una sua collaboratrice delle Invasioni Barbariche. Ho accettato volentieri per due ragioni. La prima, perché conosco Daria Bignardi e la apprezzo nonostante la diversa formazione. La seconda, perché nella logica della rinnovata apertura di Tempi ci può stare anche un servizio sull’eterno dibattito intorno alla Rai».

Tra le ragioni non ci sarà pure la tua collaborazione con la rete?

«Se è per questo, sono da tempo quasi un arredo della Rai. Ero consulente di Politics. Sono spesso ospite di Lineanotte, Agorà, Mi manda Raitre».

Lo sottolineano anche i lettori nelle lettere.

«Il piano editoriale contempla il volto sempre più stanco del direttore che occupa gli ultimi spazi tv per promuovere il giornale».

Paga?

«Paga, paga. Diciamo che le copie in edicola sono inferiori a quelle degli abbonamenti, ma in questi due mesi sono cresciute del 60%».

Anche Amicone andava in tv.

«Meno. Nell’ultimo anno, da consigliere comunale, quasi per niente. Io sono uno scienziato della presenza televisiva».

Mi dai l’algoritmo?

«Come tutti i piani è biodegradabile e con data di scadenza. Si va forte all’inizio, variando la presenza per reti e orari per parlare a pubblici diversi. E si cerca di collegare l’ospitata a un servizio del giornale. Lo so, rischio l’effetto tronista».

Visto dall’interno, perché Politics ha fatto flop?

«Ti rispondo alla D’Alema: mancava l’amalgama. Nonostante la qualità dei professionisti in campo».

Nel penultimo numero di Tempi c’erano lunghi articoli sul Pakistan e aulla guerra dei Copti: fanno vendere?

«Però in copertina c’erano le donne smutandate sulla scalinata del Vittoriano. Comunque sì, fanno vendere. Tempi ha una grande tradizione di reportage sui luoghi sensibili delle persecuzioni religiose e culturali. Rodolfo Casadei è uno dei primi cinque inviati in Italia su questi quadranti geopolitici. Gli abbonati si aspettano queste inchieste e sono severi nel giudicarle. L’ultima numero è sui Regni dimenticati, dal libro di Gerard Russell per Adelphi, con un’intervista a Alberto Negri autore de Il musulmano errante».

La copertina dell'ultimo numero di Tempi

La copertina dell’ultimo numero di Tempi

Su Tempi c’è molto Foglio, Giuliano Ferrara, Pietrangelo Buttafuoco…

«E Sandro Fusina, Guia Soncini. Arriverà anche Carlo Rossella. Stile old Foglio».

La tua permanenza lì era impossibile?

«Il giornale era cambiato ed era giusto che cambiassero anche i dirigenti. Sono stato un grande elettore di Claudio Cerasa direttore. Ho colto prima di altri i tratti dell’enfant prodige».

Il divorzio è stato per un casus belli o per incomunicabilità crescente?

«È stata una separazione consensuale, senza episodi cruenti. Non è andata come in altri casi nel mondo del giornalismo disallineato rispetto al principato renziano. Si è conclusa una storia d’amore, ma non mi sento vittima del renzismo».

Sul Foglio hanno scritto e scrivono da Marianna Rizzini a Ubaldo Casotto, non c’era spazio solo per te?

«La mia giornata era così. Arrivavo in redazione la mattina con il mio cane Rufus, facevo le mie proposte, scrivevo quando c’era bisogno e spazio, avevo una rubrica cui ero molto affezionato. È stata anzitutto una mia scelta non interferire con una linea editoriale più al passo con i tempi».

Al passo coi tempi vuol dire allineati al nuovo capo?

«Vuol dire al passo con i tempi. Partendo dal presupposto che non è il mio tipo, ho riconosciuto a Renzi alcuni meriti».

Da quali giornali inizi al mattino?

«Dal Fatto e dalla Verità».

Giornali corsari.

«Giornali contundenti».

Che cosa pensi della Rai di Antonio Campo Dall’Orto?

«Ha il difetto dell’astrazione, il pregio della visione e la difficoltà di una struttura che è come una foresta pietrificata».

Irriformabile?

«Servirebbe una dittatura commissaria per riformarla. Campo Dall’Orto forse è troppo educato».

Come si fa a staccarla dalla politica?

«Bisogna? Se non la si privatizza credo sia meglio lottizzarla bene, con regole cencelliane».

Antonio Campo Dall'Orto: per Giuli è troppo educato per riformare la Rai

Antonio Campo Dall’Orto: per Giuli è troppo educato per riformare la Rai

Che cosa guardi in tv quando non ci sei?

«Documentari di storia antica e sugli animali, molti cartoni animati con mia figlia. Meno le partite della Roma».

Contenuti inattuali.

«Essendo assalito dall’attualità, cerco di astrarmene. Più che guardare la tv, leggo».

Gli ultimi tre libri?

«Castor di Claudia Santi, un libro di storia delle religioni. Faccio parte della Società italiana di storia delle religioni… A che servono i Greci e i Romani di Maurizio Bettini. E Quando non morremo, un libro del 1911 di Mario Palmarini che descrive l’arrivo di un papa francescano che sbaracca il Vaticano. Anticipatore».

Lo dici in senso positivo?

«Lo dico incuriosito dal momento che sta vivendo la Chiesa».

Storia delle religioni e della Chiesa da non cattolico?

«Secondo certe convenzioni potrei essere definito pagano. In realtà, penso che il sacro animi il mondo».

Perché la foto del tuo profilo Twitter è un lupo?

«Mi sembra preferibile a un’inutile foto di sé stessi. Sono romano e il lupo è l’animale fondativo di Roma. Anche se vado in tv per ragioni aziendali, non amo l’esposizione. Le foto private sono private. Non sono su Instagram e sul profilo Facebook non c’è nulla di personale. Bisogna presumere di avere cose molto interessanti da dire per parlare di sé».

Chi è il personaggio in effige sul profilo di Whatsapp?

«È Callimaco Esperiente, nom de plume di Filippo Buonaccorsi, grande umanista della seconda metà del Quattrocento, fondatore con Pomponio Leto dell’Accademia romana. Ha avuto una vita avventurosissima. Studioso di storia antica e arti magiche, promotore delle lettere italiane nelle corti europee. Aveva il nasone anche lui…».

Concordi con Galli della Loggia quando dice che la destra si propone solo come anti sinistra?

«Sarebbe un passo avanti visto che con Gianfranco Fini si proponeva come una sinistra in ritardo».

Ti accontenti di poco.

«La verità è che la destra è morta con Tommaso Staiti di Cuddia. Galli della Loggia vede qualcosa che non è vera destra».

Vede disorientata l’area cui si rivolge anche Tempi. Spesso i media di quest’area si distinguono per piglio «anti». Si può creare un percorso costruttivo?

«Viviamo l’età dell’odio. Basta guardare sul web lo stile grillino di tanti antigrillini. Ci sono due partiti della nazione, quello di Grillo e quello degli anti Grillo. Quando ci troveremo di fronte al rischio concreto, ci sarà una reazione generale per cui i volenterosi governativi si opporranno agli apocalittici grillini. In questa situazione le categorie di destra e sinistra sono superate, diluite in entrambe gli schieramenti».

 Che cosa succederà tra Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni?

«Troveranno un modus vivendi. Berlusconi non butta via mai niente. E, finché può, anche se non lo dice, cerca di radunare tutti gli spezzoni».

Sicuro?

«Berlusconi ha la sindrome di Fatuzzo, il capo del partito dei pensionati col quale nel 2004 saltò l’alleanza e per quella manciata di voti perse le elezioni. È l’unico vero bipolarista inclusivo perché declina la vocazione maggioritaria in senso onnicomprensivo. Berlusconi ha trasformato i fascisti in moderati, pure troppo. Renzi ha trasformato i socialdemocratici in comunisti, pure troppo».

 

 

Bianca come il nome, rossa come l’abito (e non solo)

Era piuttosto emozionata Bianca Berlinguer per l’esordio serale, in abito rosso fuoco, del suo #cartabianca (Rai 3, martedì ore 21.15, share del 5,40%, praticamente identico al 5,47 del concorrente DiMartedì su La7). Tanta attesa e tante polemiche alle spalle: la conduttrice non si è fatta scrupoli nel lasciar trasparire una certa trepidazione, cospargendo la serata di captatio benevolentiae: è la prima volta, abbiate pazienza, miglioreremo in corsa… E qualche miglioramento, è di certo atteso, soprattutto nella disinvoltura a gestire lo studio, i tempi delle interviste, i lanci dei break pubblicitari, la conquista di una maggior indipendenza dal blocco notes, compulsato di continuo. Detto questo, il nuovo programma di Rai 3 contiene alcune buone idee, la principale delle quali è il talk show emotivo, l’emotalk show, complice il fatto che a condurlo sia una donna. La novità più rilevante è il gradimento in tempo reale degli ospiti, misurato da Ipr Marketing, l’istituto diretto da Antonio Noto, che ha sottolineato di non confonderlo con un vero sondaggio. Trattasi di «sentiment», ovvero di condivisione emotiva dei contenuti proposti dai vari Luigi Di Maio, risultato il più efficace con il 57% dei consensi, Massimo D’Alema, che ha accolto con controllato disappunto il suo 41% finale, Maurizio Landini (53%) e Guido Martinetti, fondatore di Grom (47%). La misurazione del gradimento dà un perimetro alle interviste e costringe i politici all’autocontrollo. Altri spunti: l’imitazione non proprio soft della direttora di rete Daria Bignardi, proposta da Gabriella Germani, il servizio a Tor Bella Monaca, periferia di moda da Lo chiamavano Jeeg Robot, per vedere se anche oggi gli elettori rivoterebbero M5s e Virginia Raggi, Gabriele Corsi che gioca con i fake tweet, mettendo Michele Emiliano, rientrato all’ultimo nel Pd, nel mirino. Aggressiva più con Di Maio che con D’Alema, con il quale, sul finire dell’intervista, ha accusato un attimo di appannamento, Berlinguer ha aperto un ampio capitolo dedicato al lavoro, alle storie di disoccupazione e mobbing che affliggono soprattutto i giovani. La volontà di aggiungere tonalità leggere alla discussione politica si è vista nell’angolo concesso alle imitazioni di Gabriella Germani, non così efficaci se necessitano di essere corredate da didascaliche fotografie delle persone imitate. Chiusura tutta femminile con Fiorella Mannoia, reduce da Sanremo con Che sia benedetta, e disponibile a parlare, tra l’altro, del suo rapporto con la religione. In sintesi, con #cartabianca serale, si apre un importante spazio di approfondimento di sinistra e non renziano nelle reti Rai. Michele Anzaldi, da sempre detrattore dell’ex direttora del Tg3, già scalpita.

… E Bianca Berlinguer fa il pieno di ascolti

Un altro piccolo segnale contro Renzi. Un indizio, niente più. Ma fastidioso come un’ape nell’ascensore: la campagna referendaria è in salita, come documentano i sondaggi. #Cartabianca di Bianca Berlinguer, il programma meno amato dal premier e più contrastato dalla direzione di Rai 3, ha fatto il pieno di ascolti: 9,72 per cento di share con 1,4 milioni di telespettatori (e quasi tre milioni di contatti). È solo la prima puntata, presto per tirare conclusioni definitive. Però, se si vuol farsi un’idea al netto delle cautele avanzate qualche giorno fa su queste colonne da Antonello Piroso, si può dire che i buoni ascolti del programma inaugurato dall’ex direttrice del Tg3 non sono musica per le orecchie del premier. Cioè, sono musica stridente con l’ottimismo da vittoria referendaria. E sono pure una discreta stonatura nel palinsesto della Terza rete Rai. Dove le creature bignardiane come Gianluca Semprini (Politics – Tutto è politica) e Asia Argento (Amore criminale) floppeggiano, mentre Berlinguer vince e convince.

Daria Bignardi: le sue creature, Gianluca Semprini e Asia Argento «non tirano»

Daria Bignardi: le sue creature, Gianluca Semprini e Asia Argento «non tirano»

Qualche giorno fa, alla conferenza stampa di presentazione del programma, Daria Bignardi aveva recitato da direttrice convinta e motivante, elogiando la giornalista, «brava a mettersi in gioco», per questa nuova «sfida», «scommessa», «avventura». Son queste le parole più gettonate in simili circostanze. Anzi, la parolina magica di solito è «esperimento» (se va bene siamo stati bravi, se va male stiamo sperimentando…). Tanto che la stessa Berlinguer aveva dichiarato di «mettere le mani avanti», temendo il flop in agguato per un talk show piazzato nel tardo pomeriggio, prima del telegiornale dal quale, peraltro, la stessa Berlinguer era stata traumaticamente detronizzata.

Consapevolissima del rischio, e pure per esorcizzarlo, la giornalista ha invitato nella puntata d’esordio Renzo Arbore, uno dei padri fondatori, e soprattutto uno che cantava Vengo dopo il tiggi nella sigla finale del memorabile Indietro tutta!. Che cosa dobbiamo fare noi che invece veniamo prima del tg, per avere buoni ascolti?, gli ha chiesto la conduttrice. «Bisogna inseguire la doppia lettura, accontentare il gusto sia del pubblico colto che di quello meno esigente», ha rivelato Arbore nei panni del guru. Come che sia, il programma più osteggiato, rinviato e tollerato dall’intera filiera politico-mediatica renziana ha fatto il pieno. Smacco doppio o anche triplo, se si ricordano le quotidiane invettive scagliate da Michele Anzaldi sull’ex direttrice del Tg3, il successivo siluramento a causa della mancata acquiescenza alla linea del Nazareno e l’ostruzionismo di Viale Mazzini a concedere carta bianca alla giornalista. Ostruzionismo confermato dalla scomparsa del promesso programma di seconda serata sempre a conduzione Berlinguer. Detto ciò, alla fine, ci si può accontentare della buona audience della #Cartabianca tardopomeridiana. Un programma nelle cui vene scorre un senso di privazione («Vi sembrerà strano che sia io a dirlo ma mi ci abituerò: linea al tg»). E il peso della carriera di Berlinguer nel convocare ospiti importanti (Ezio Mauro, Arbore, Carlo Freccero) e connettersi con le firme della rete (la redazione di Blob). E un programma dal quale il premier si tiene alla larga, come s’è visto quando l’inviato Gabriele Corsi ha provato ad avvicinarlo alla Leopolda, ottenendo la promessa di un «dopo, dopo» che non è mai arrivato.

Un indizio fastidioso, dunque, la buona audience del programma meno renziano della Rai. Un indizio che va ad aggiungersi all’altro, di qualche giorno fa, quando il premier perse il confronto con il grillino Luigi Di Maio, contemporaneamente in onda a DiMartedì (La7) mentre lui imperversava nello studio di Politics. Certo, due indizi non fanno ancora una prova; pure Geo, predecessore di #Cartabianca, faceva buoni ascolti. Però, intanto, l’ape è lì. E ronza, molesta, nell’ascensore della lunga campagna referendaria…

 

La Verità, 9 novembre 2016

 

Su Rai 3 l’amore gay è tutto rose (senza spine) e fiori

«Arrivata la legge, abbiamo bruciato i tempi», dice Giorgio, da nove anni compagno e convivente di Michele in quel di San Giorgio a Cremano (Napoli). È la sintesi perfetta di Stato civile – L’amore è uguale per tutti (giovedì, ore 23,20, share del 5,18 per cento), il nuovo programma che la Rai 3 diretta da Daria Bignardi ha allestito alla velocità della luce. La legge che regolamenta le unioni civili è del maggio scorso e, pronti via, ecco il docureality. Alla Rai può capitare di arrivare tardi sui luoghi del terremoto, ma sugli omosessuali è molto contemporanea. Al correttismo di Rai 3 non poteva mancare la narrazione dei preparativi alla cerimonia dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. Una narrazione delicata, però: persino troppo. Giorgio, uno spilungone di due metri, è il sindaco del paese e quindi gioca in casa. A Pineto degli Abruzzi, invece, la casa di Orlando e Bruno, la coppia che «vive in perfetta simbiosi da 52 anni», è tutta rosa, come le camicie di Orlando e le cravatte per il gran giorno. Ecco i futuri sposi scegliere la location per la festa, gli addobbi, i confetti, il bouquet, e sottoporsi alla prova abito in sartoria e alle pose per l’album fotografico. «Abbiamo voluto fare una cosa classica come sono i matrimoni, poi ci mettiamo qualcosa di nostro perché per noi è speciale», ammette con pudore Michele che di professione è architetto. La voce fuori campo assicura che le nozze tra lui e Giorgio saranno molto romantiche. E trasuda romanticismo il racconto di entrambi le storie che s’intrecciano e si rincorrono, dal «colpo di fulmine» agli anniversari festeggiati a Venezia, al coronamento dell’unione. Perché, a differenza dei rapporti tradizionali dove qualche volta si litiga e ci si manda a quel paese, tra gay sono tutte rose e fiori. Tanto più considerando che gli ultrasettantenni Orlando e Bruno che si scambiano effusioni in favore di telecamera, hanno lavorato come fioristi. Dal canto suo, la madre di Giorgio assicura che quando ha capito che tra suo figlio e Michele c’era una relazione è «stata pure contenta». Per la sorella, invece, il loro matrimonio «è un simbolo». Il padre parla di «choc… Si sa che le cose succedono nel mondo, poi succedono pure a te». Ma c’è voluto qualche giorno per metabolizzare la situazione. La nonna di 101 anni ammette che le è «molto difficile capire, però se si vogliono bene…», anche se è dispiaciuta perché non c’è stata la funzione in chiesa. Esagerando, un amico di Orlando e Bruno parla di «famiglia perfetta». L’amica fiorista invece sottolinea che «nemmeno io e mio marito ci diciamo tutto come loro». L’amore è uguale per tutti, ma per i gay è un po’ più uguale. E nel docureality le rose non hanno spine.

 

La Verità, 5 novembre 2016

Quel «Rischiatutto» che poteva essere un grande show

Riecco Rischiatutto, dopo le puntate spot di aprile su Rai 1. Rieccolo su Rai 3, nonostante i messaggi subliminali di Fabio Fazio che avrebbe preferito la rete ammiraglia. Ma Campo Dall’Orto l’ha promesso a Daria Bignardi e difficilmente tornerà sulla sua decisione. Però, questo è il punto. Rischiatutto ci può stare, come si dice, su Rai 3, ma probabilmente è troppo e tende a debordare perché è alieno rispetto alla cornice che lo ospita. Ha una ritualità, un linguaggio, una grammatica istituzionale che travalica la scrittura informale della terza rete (giovedì, ore 21.15, share del 13,8 per cento). Anche Fazio in doppiopetto – pazienza per la cravatta marrone – ci mette del suo. Rai 3 è informazione, inchieste, cronaca, talk show. Quiz no, varietà ancora meno. Messo così, è una citazione, tv vintage con qualche piccolo aggiornamento e l’invenzione nazionalpopolare della materia vivente, che l’altra sera era Carlo Verdone, pretesto per tuffarsi nella storia del cinema e nella carriera dell’attore-regista. Dell’annunciata versione 2.0 non s’è vista traccia se si eccettua una domanda dal web, cui si può rispondere tramite pc. Per il resto, ciò che manca davvero è il contorno, il contesto, decisivo affinché un programma si trasformi in evento. Non si può certo pretendere che quarant’anni dopo la stagione d’oro di Mike Bongiorno l’Italia si fermi come allora. Però un pizzico di pathos e di show in più: questo sì. Doppiopetto a parte, si capisce che Fazio gioca anche lui, pur mantenendo un aplomb formale. Si capisce la sua scelta di restare fedele al format originale, una scelta filologica, con le frasi di Mike («faccia bene i suoi conti», «faccio partire il tempo e le leggo le domande una alla volta», «ci pensi bene»), la stessa tendenza a stuzzicare i concorrenti, il distacco professionale, il ruolo del Signor No, il mitico Ludovico Peregrini, che Fazio vuol trasformare in personaggio. Ma forse proprio questa è, oltre che la forza, la debolezza dell’impostazione. Fazio è troppo «dentro» il progetto. E, alla fine, la cornice trasmette all’operazione un’aria dimessa e malinconicheggiante. Come se la Rai non ci avesse creduto fino in fondo per farne un grande appuntamento. La lettura dei quiz dal tabellone delle materie che all’epoca era un macchinario di meraviglie, oggi appare pedissequa. Oltre alla suspense manca lo show. Bastava sceneggiare qualche quesito, oppure renderlo più social, più tecnologico, e tutto sarebbe risultato più attuale. Per proclamarsi fedeli all’origine, c’è già Rischiatutto storia, l’appendice con i concorrenti di allora, gli aneddoti sentimentali di Peregrini («dopo la serata andavamo a cena al Santa Lucia») e, tra le cose migliori, Fiorello che legge brani da La versione di Mike (Mondadori).

La Verità, 29 ottobre 2016

Perché il presenzialismo televisivo di Renzi è un autogol

Se un confronto tv tra due politici può esser preso come test, per Matteo Renzi «la situazione non è buona» (Celentano). Se poi colui che lo batte negli ascolti è il probabile principale competitor alle prossime elezioni, quando saranno, allora son proprio dolori. È andata così, l’altra sera (perdonate qualche cifra). Il premier, ospite su Rai 3 di Politics – Tutto è politica, ha raccolto tra le 21.22 e le 21.41 il 5,78 per cento di share e tra le 21.52 e le 22.15 il 5,72. Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, invitato da La7 a DiMartedì, ha ottenuto il 6,19 nel primo blocco e il 7,12 nel secondo. In sostanza, l’esponente grillino e La7 hanno prevalso durante tutta la sovrapposizione, al netto della copertina di Maurizio Crozza, inserita come intervallo tra il faccia a faccia Floris-Di Maio e la conversazione allargata a Massimo Giannini e Maria Latella. Se si considera anche l’innesto comico, invece, la forbice è superiore a un punto percentuale.

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Matteo Renzi e Luigi Di Maio, futuri avversari alle prossime elezioni a Palazzo Chigi

Per il presidente del Consiglio lo smacco è doppio. La settimana dopo la puntata di DiMartedì che non aveva generato «una corrispondenza d’amorosi sensi» (Mentana) col premier, la sua decisione di partecipare al talk concorrente poteva suonare come un dispetto collaterale, oltre che un favore alla coppia Bignardi-Semprini. Invece, audience non mente e il piano si è rivelato un autogol. È vero che Politics è cresciuto dal 2,5 per cento di settimana scorsa al 6,4, risultando vincente su DiMartedì (6,1). In sostanza: il programma di La 7 ha mantenuto il proprio pubblico e, con la presenza di Renzi su Rai 3, si è allargata la platea dei talk show. Ma è ancor più vero che il sorpasso tra i due si è registrato soprattutto perché Floris s’indebolisce nella seconda parte, mentre nella prima, clamorosamente, Di Maio batte Renzi.

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l'ultimo «Politics»

Scintille tra Matteo Renzi e Bianca Berlinguer durante l’ultima puntata di «Politics»

Smacco politico e smacco mediatico, dunque. Eppure, come avviene per ogni presenza tv dall’inizio della campagna referendaria, il disegno era stato studiato nei minimi particolari dallo staff del premier. Anche la Rai ci aveva investito parecchio, mandando Semprini ad annunciare la prestigiosa ospitata a Che fuori tempo che fa appena due ore dopo la lunga intervista concessa da Renzi all’Arena di Massimo Giletti. Si era messa al lavoro pure la direttrice di Raitre per studiare la scaletta e chiamare i giornalisti giusti: l’agguerrita Bianca Berlinguer, Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto quotidiano, e l’habitué della casa Claudio Cerasa, numero uno del Foglio. Infine, c’era l’asso nella manica: le leggendarie domande di Facebook, alle quali il presidente del Consiglio avrebbe risposto in tempo reale. Tanta carne al fuoco, dunque, forse troppa. Che lo chef Semprini non è stato in grado di cuocere adeguatamente.

Discutibile compromesso calcistico tra Renzi e Giletti all'«Arena» di Rai 1

Discutibile compromesso calcistico tra Matteo Renzi e Massimo Giletti all’«Arena» di Rai 1

Tanto per cominciare, Renzi troneggiava su uno sgabello davanti al pc, rubando al conduttore il controllo del verbo dei social. Poi, sopraffatto dalla reciproca ostilità tra la Berlinguer e il premier, il giornalista non è mai riuscito a dare un filo logico alla serata. Quanto all’ospite, ci ha messo del suo per complicarsi la vita. Prima rivolgendosi alla giornalista con un «direttore Berlinguer» che, considerate le motivazioni del recente siluramento, è suonato strano. Poi replicandole sul caso Marino che l’ex sindaco di Roma «si è dimesso lui, poi ha ritirato le dimissioni… Il suo tg ne ha dato ampia informazione con due o tre servizi in apertura…». «Dovevamo ignorare la notizia?», ha provocato l’ex direttrice del Tg3. «Ha mai ricevuto una telefonata da me su come fare il tg?», è stata la replica del premier. «No. Da lei personalmente no», ha chiuso la Berlinguer lasciando chiaramente intendere di averne ricevute da qualcuno a lui vicino. Un’allusione chiara, pur nel bailamme di voci che si sovrapponevano. Ma un’allusione complicata da gestire e subito sopita da Semprini che ha dirottato la discussione su temi economici. Nel frattempo, delle imprescindibili domande di Facebook si erano completamente perse le tracce.

Insomma, complessivamente una serata storta. Ancora più storta dev’essere stata la mattinata post televisiva, per il premier, una volta appreso il responso dell’Auditel: battuto da Di Maio, probabile candidato dei pentastellati. Già finora tutti i sondaggi dicevano che a un eventuale ballottaggio i grillini potrebbero prevalere. Ora, questo risultato è un’altra, piccolissima, ma fastidiosissima conferma. Avrà di che riflettere la task force della comunicazione composta da Jim Messina, Filippo Sensi e Simona Ercolani che analizza tutto, comportamento dei giornalisti, linguaggio, situazioni, programmi e curve di ascolto per definire ogni presenza televisiva. Chissà, forse tra le variabili da inserire nell’algoritmo c’è anche quello riguardante la sovraesposizione mediatica e il suo, indesiderato, effetto collaterale. Chiamasi saturazione. Anche perché una parte di pubblico può cominciare a chiedersi: ma è giusto che il premier sia sempre in tv per la campagna referendaria, con tutto quello di cui ha bisogno questo Paese? Non dovrebbe pensare a governare più che a promuovere le ragioni dell’«abolizione» del Senato?

Politics è carente di muscoli, ma anche nello scheletro

Dopo la visione delle prime puntate di Politics – Tutto è politica (Rai 3, martedì, ore 21.15) la sensazione è che al programma manchi la carne. L’altra sera, però, Gianluca Semprini, il conduttore fortemente e autonomamente voluto da Daria Bignardi – assunzione ora contestata dal tribunale del Lavoro di Roma in quanto avvenuta senza previa e adeguata ricerca interna all’azienda – ha provato a metter su un po’ di muscoli ospitando Matteo Salvini reduce dal raduno di Pontida e dalla cena ad Arcore con Silvio Berlusconi, all’indomani della convention di Stefano Parisi. Quando va in tv, di solito, il leader leghista fa buoni ascolti. L’altra sera è stato al gioco, si è presentato con l’ipad per competere col conduttore e connettersi ai social, soprattutto ha fatto il Salvini: «A Berlusconi ho chiesto… A Berlusconi ho detto…». Il risultato è stato ugualmente sconfortante: appena 727.000 telespettatori (2,95 per cento di share). Il problema non è, quindi, nell’ospite. Il fatto è che il martedì sera, ormai si può dirlo, viviamo una sorta di transfert televisivo, un ribaltamento iconografico perché in contemporanea c’è DiMartedì. Cioè: Semprini su Rai 3 è l’outsider, mentre Floris su La7 è il titolare, il favorito del duello. Ovvero: Rai 3 sembra La7 e viceversa. Mentre parlava Salvini, per esempio, dall’altra parte Massimo Giannini in libera uscita dialogava con il conduttore sui temi dell’economia. Un attimo dopo, durante l’intervallo di Milan-Lazio (su Sky e Premium), Floris ha mandato in onda la copertina di Maurizio Crozza (preceduta da uno spot di reggiseni che certo non dispiaceva ai maschietti in uscita dal calcio). Trucchi e segreti di autori e conduttori di lungo corso. A proposito di segreti, Semprini è in linea diretta con qualcuno degli autori (otto, più tre collaboratori) tramite auricolare.

Maurizio Crozza, punto di forza di DiMartedì su La7

Maurizio Crozza, punto di forza di DiMartedì su La7

L’idea di partenza, più volte ribadita dalla Bignardi, era di cambiare formula e linguaggio del talk show. Intanto, nel corso della puntata si cambiano i tavoli per le discussioni, rotondi, quadrati, leggii… Si traggono domande dai social network e dagli ospiti mimetizzati nel pubblico. Si fa uso di grafiche didascaliche e di fumetti per raccontare vicende delicate come quella di Tiziana Cantone. Si invitano spesso e volentieri i foglianti. Alla fine resta il sospetto che, oltre ai muscoli, manchi anche l’ossatura alla quale attaccarli. Cioè, è proprio il frontman a difettare di carisma. In tv, di solito prima si pensano i programmi e poi si sceglie chi li fa. In questo caso si è seguito il procedimento opposto. E ora la decisione del tribunale del Lavoro ha aperto il caso. Vedremo come finirà. Intanto, se non si vuole far finire Politics sotto il treno di Floris, forse converrebbe spostarlo in una serata diversa.

La Verità, 22 settembre 2016

Campo Dall’Orto: “La mia Rai? Digitale e con tante serie”

No, non se l’aspettava tutto ‘sto casino attorno alla Rai. “È una pressione trasversale, che coinvolge tutte le parti politiche, anche quelle che dovrebbero sostenere le decisioni del presidente del Consiglio”. Continua a leggere

Mika e Semprini in Rai. Sky sta perdendo appeal?

Niente di che, ragazzi. Niente di epocale. Però qualcosa si muove. L’abbiamo già visto dalle parti di Discovery Italia e La7. Adesso registriamo altri movimenti significativi in zona Sky e Rai. C’è da stare allerta, c’è da lavorare. In pochi giorni due novità sul fronte del mercato tv. Mika sarà la star musicale e non solo dell’autunno di Raidue, quattro serate di one man show che potrebbero accendere la rete diretta da Ilaria Dallatana. Gianluca Semprini, invece, il volto dei Confronti di SkyTg24, sta trattando con Raitre per andare a condurre o il nuovo Ballarò, short version, oppure una striscia quotidiana sui fatti della giornata alla quale sta pensando Daria Bignardi. La firma ancora non c’è, ma tutto fa pensare che arriverà presto.

Questi sono i fatti. Prima Mika, tra qualche giorno Semprini. Cioè: anche Sky perde qualcuno, subisce i contraccolpi di un mercato che, ora che la crisi rallenta, quest’anno si sta facendo più dinamico. È vero, Mika aveva declinato l’ipotesi di un terzo anno a XFactor. Forse il banco della giuria, tra Fedez e Elio, cominciava a stargli stretto. “Ho sempre coltivato segretamente l’ambizione di condurre uno show tutto mio. Ora questo sogno si realizza”, ha dichiarato il cantautore anglo-libanese. Andasse bene la prova su Raidue, non è da escludere che, molto amato dal pubblico giovane e femminile, possa sconfinare anche sulla prima rete, magari in occasione del Festival di Sanremo. Un passo alla volta.

Quanto a Semprini, fosse confermato il suo approdo a Raitre, potrebbe essere un passo verso un’informazione più anglosassone, fattuale e per nulla incline alle rissosità dei nostri talk show.

Mika e Semprini, due figure e due percorsi molto molto diversi, ma due uscite da Sky e due arrivi in Rai. È presto, prestissimo, per dire che Sky perde appeal. Anche Agatha Christie direbbe che due indizi non bastano. Però…

I cinque motivi del boom di Rischiatutto (2.0)

Non c’erano dubbi che Rischiatutto avrebbe fatto il botto (oltre 30 per cento di share e 7,5 milioni di telespettatori). Bastava non inventare troppo, non stravolgere il format originale di Mike Bongiorno aggiornandolo solo un po’, con un tocco d’ironia e di scanzonatura, la sfumatura che Fabio Fazio indossa meglio di questi tempi. Fatta questa premessa, i motivi del successo della serata d’esordio del Rischiatutto 2.0 sono molteplici.

  1. La forza del format. Intanto: del 2.0, inteso come aggiornato ai tempi del web, non c’è traccia. Niente televoto, niente social network e cinguettii vari in tempo reale. Il quiz classico, tradizionale, senza spezie virtuali e internettose, il padre di tutti i telequiz è più che sufficiente ad attrarre il grande pubblico.
  2. Il retrogusto vintage. Indovinata l’idea di mantenere studio, cabine, tabellone, grafica e musiche originali, e tutti i piccoli riti inventati da Mike, la prova pulsante, le buste, la chiusura delle cabine, le gag con il Signor No, Ludovico Peregrini, soddisfacendo il feticismo dei cultori. Indovinata anche l’idea di partire con il bianco e nero per poi colorare l’ambiente. Nostalgia stuzzicata nelle giuste dosi, senza eccessi e indugi compiaciuti. Il vintage funziona, come insegna la Tipo di Montalbano. Fazio sa come surfare su queste onde, Anima mia docet.
  3. Il format largoRischiatutto fu campione di ascolti nei primi anni ’70, quando Christian De Sica era giovane, Fabrizio Frizzi adolescente, Lorella Cuccarini, Fabio De Luigi e Maria De Filippi bambini. I ragazzi di adesso, invece, ne hanno sentito parlare da genitori e nonni e un pizzico di curiosità ce l’hanno. Mike riusciva a trasformare i concorrenti in caratteristi e a imprimerli così nell’immaginario, motivo per cui i telespettatori dell’epoca erano curiosi di rivedere la mitica signora Longari e il bizzarro Andrea Fabbricatore cinquant’anni dopo. La traversalità generazionale era uno degli obiettivi di Fazio. Missione compiuta.
  4. Il generalismo della Rai. La televisione cresce e si impone sfruttando la televisione. Il tuffo nel passato è stato un tuffo in un’epoca in cui la Rai rappresentava tutto il Paese. La scelta di ospiti-concorrenti molto generalista paga. Christian De Sica e i volti rappresentativi della storia e del presente della Rai come Frizzi e Cuccarini avevano voglia di giocare. Importante anche la presenza di Maria De Filippi. Rischiatutto e quella Rai sono come la Nazionale e quando gioca la Nazionale tutti remano nella stessa direzione. Anche le materie dei concorrenti di stasera (musica sinfonica, storia della Juventus e Marylin Monroe) sono passioni di massa.
  5. Le novità riuscite. La materia vivente interpretata da Alberto Tomba (stasera toccherà a Fiorello), scelto con il criterio di cui sopra, la massima popolarità, funziona. Come funziona l’innesto di Nino Frassica, già collaudato a Che fuori tempo che fa. Matilde Gioli ha gli occhi e il sorriso giusti per interpretare il ruolo di valletta, ironica e dolce ad un tempo.

Stasera si bissa. Resta da vedere se la gara con i concorrenti sconosciuti avrà la stessa presa di quella con i volti noti. E in autunno si vedrà se il Rischiatutto (2.0) resterà su Raitre o verrà promosso sulla prima rete, Daria Bignardi permettendo.