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I cinque motivi del boom di Rischiatutto (2.0)

Non c’erano dubbi che Rischiatutto avrebbe fatto il botto (oltre 30 per cento di share e 7,5 milioni di telespettatori). Bastava non inventare troppo, non stravolgere il format originale di Mike Bongiorno aggiornandolo solo un po’, con un tocco d’ironia e di scanzonatura, la sfumatura che Fabio Fazio indossa meglio di questi tempi. Fatta questa premessa, i motivi del successo della serata d’esordio del Rischiatutto 2.0 sono molteplici.

  1. La forza del format. Intanto: del 2.0, inteso come aggiornato ai tempi del web, non c’è traccia. Niente televoto, niente social network e cinguettii vari in tempo reale. Il quiz classico, tradizionale, senza spezie virtuali e internettose, il padre di tutti i telequiz è più che sufficiente ad attrarre il grande pubblico.
  2. Il retrogusto vintage. Indovinata l’idea di mantenere studio, cabine, tabellone, grafica e musiche originali, e tutti i piccoli riti inventati da Mike, la prova pulsante, le buste, la chiusura delle cabine, le gag con il Signor No, Ludovico Peregrini, soddisfacendo il feticismo dei cultori. Indovinata anche l’idea di partire con il bianco e nero per poi colorare l’ambiente. Nostalgia stuzzicata nelle giuste dosi, senza eccessi e indugi compiaciuti. Il vintage funziona, come insegna la Tipo di Montalbano. Fazio sa come surfare su queste onde, Anima mia docet.
  3. Il format largoRischiatutto fu campione di ascolti nei primi anni ’70, quando Christian De Sica era giovane, Fabrizio Frizzi adolescente, Lorella Cuccarini, Fabio De Luigi e Maria De Filippi bambini. I ragazzi di adesso, invece, ne hanno sentito parlare da genitori e nonni e un pizzico di curiosità ce l’hanno. Mike riusciva a trasformare i concorrenti in caratteristi e a imprimerli così nell’immaginario, motivo per cui i telespettatori dell’epoca erano curiosi di rivedere la mitica signora Longari e il bizzarro Andrea Fabbricatore cinquant’anni dopo. La traversalità generazionale era uno degli obiettivi di Fazio. Missione compiuta.
  4. Il generalismo della Rai. La televisione cresce e si impone sfruttando la televisione. Il tuffo nel passato è stato un tuffo in un’epoca in cui la Rai rappresentava tutto il Paese. La scelta di ospiti-concorrenti molto generalista paga. Christian De Sica e i volti rappresentativi della storia e del presente della Rai come Frizzi e Cuccarini avevano voglia di giocare. Importante anche la presenza di Maria De Filippi. Rischiatutto e quella Rai sono come la Nazionale e quando gioca la Nazionale tutti remano nella stessa direzione. Anche le materie dei concorrenti di stasera (musica sinfonica, storia della Juventus e Marylin Monroe) sono passioni di massa.
  5. Le novità riuscite. La materia vivente interpretata da Alberto Tomba (stasera toccherà a Fiorello), scelto con il criterio di cui sopra, la massima popolarità, funziona. Come funziona l’innesto di Nino Frassica, già collaudato a Che fuori tempo che fa. Matilde Gioli ha gli occhi e il sorriso giusti per interpretare il ruolo di valletta, ironica e dolce ad un tempo.

Stasera si bissa. Resta da vedere se la gara con i concorrenti sconosciuti avrà la stessa presa di quella con i volti noti. E in autunno si vedrà se il Rischiatutto (2.0) resterà su Raitre o verrà promosso sulla prima rete, Daria Bignardi permettendo.

Nuove nomine, cloni e format prendono la Rai

Campo Dall’Orto ci ha preso gusto. E anche i suoi direttori freschi di nomina. Batti il ferro finché è caldo, ed ecco un’altra infornata di esterni, vocabolo che fa inviperire quelli dell’Usigrai. Nel breve volgere di un paio di giorni e un CdA, CDO ha sciorinato altre tre new entry. Prima: Massimo Coppola, consulente editoriale della direzione generale per le strategie e i prodotti. Proviene da Rolling Stone (direttore), ha sul groppone la chiusura della casa editrice Isbn e il flop di Masterpiece su Raitre. Ma soprattutto, andando un po’ più indietro, è stato a lungo nella Mtv di Dall’Orto. Eccoli di nuovo insieme. Seconda nomina: Francesca Canetta, vicedirettrice a Raidue, quella capeggiata da Ilaria Dallatana, ex braccio destro di Giorgio Gori a Canale 5 e poi in Magnolia, dove tutti tre hanno realizzato L’Isola dei Famosi, Masterchef, Pechino Express, Ma come ti vesti? per Real Time eccetera. Grandi lavoratrici, Canetta e Dallatana sono di nuovo insieme (Gori sorveglia a distanza). Terza nomina: Alessandro Lostia, vicedirettore di Raitre, arriva da FremantleMedia (capo dei creativi e supervisore di produzioni come X FactorThe Apprentice e il solito Masterpiece), ma andando agli esordi si trova la formazione al marketing editoriale in Fininvest, la fondazione di Stand by me (la società di Simona Ercolani) e, tra il 2006 e il 2009, la direzione dei programmi di La7 nel periodo in cui Daria Bignardi conduceva Le Invasioni barbariche (e, per un anno, Campo Dall’Orto dirigeva la rete). Anche loro sono di nuovo insieme.

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Ora, non c’è nulla di male a ricreare la squadra, tanto più se si tratta, come sembra, di lavoratori e professionisti competenti. Però, ci sono alcuni interessanti però. E cioè, primo: che per i motivi di cui sopra, si tratta di gente molto ben pagata, diciamo molto molto vicina al tetto degli stipendi per i manager pubblici, e ora questi stipendi usciranno in gran parte dal canone. Qui, più che la creazione della squadra, sembra che i big abbiano chiesto e ottenuto di lavorare con un loro clone, Coppola per Campo Dall’Orto, Canetta per Dallatana, Lostia per Bignardi. È solo questa clonazione a spiegare perché, ahimé, non era possibile rintracciare dei vice validi tra 13mila dipendenti Rai. Scegliere all’esterno i direttori di rete per imprimere una svolta ci può stare, ma raddoppiare le nomine forse un po’ meno. Magari può essere utile farsi affiancare da qualcuno che conosce come si apre la cassetta degli attrezzi di Viale Mazzini. Secondo però: i prescelti hanno in comune la provenienza nordica, Milano, Torino, Parma, ma in azienda sono sinteticamente targati come “i milanesi”, a testimonianza che la milanesizzazione della Rai non è universalmente gradita. Infine, terzo elemento comune ai neonominati, la militanza nelle aziende che hanno finora venduto programmi alla tv pubblica e, conflitti d’interessi a parte, la conseguente formatizzazione della Rai è qualcosa più che una vaga ipotesi.

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A completare l’operazione, si parla con insistenza di Peppi Nocera tra i consulenti di Raidue. Autore tv molto conosciuto, ha firmato molte edizioni dell’Isola dei Famosi, compresa quella in corso, e di X Factor. Ma andando un po’ indietro si trovano Stranamore, Matricole, Meteore per le reti Mediaset. E, più di recente, un romanzo intitolato La presentatrice morta.

Con Bignardi e Romagnoli, una Rai radical chic

La lista di nomi che il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto proporrà domani al Consiglio d’amministrazione della Rai contiene qualche sorpresa e non mancherà di suscitare polemiche. Nel segno della continuità la scelta per Raiuno di Andrea Fabiano, già vicedirettore di Giancarlo Leone (che passa al Coordinamento delle reti, lasciato libero da Antonio Marano candidato al timone di Rai Pubblicità). A lungo annunciata la nomina di Raidue, dove s’insedierà Ilaria Dallatana, cresciuta in Mediaset e fondatrice, con Giorgio Gori, di Magnolia (l’attuale direttore Angelo Teodoli passa a Rai4). Poco prevedibile, invece, e sicura fonte di critiche, la scelta di Daria Bignardi come candidata alla direzione di Raitre, dov’era dato in prima fila Andrea Salerno. A Raisport sarà chiamato Gabriele Romagnoli, giornalista e scrittore, firma di Repubblica, Vanity Fair oltre che direttore di GQ.

Aldilà delle proteste dell’Usigrai, che ha parlato di “schiaffo” contro i lavoratori della Rai e di “sonora sfiducia e delegittimazione”, colpisce la scelta di Bignardi, moglie di Luca Sofri, direttore de Il Post, nata televisivamente a Milano, Italia, cresciuta in Mediaset, dove ha tenuto a battesimo Il Grande Fratello (Gori direttore di Canale 5), poi approdata a La7 con Le Invasioni barbariche (una parentesi a Raidue con L’Era glaciale), talk show che vantava un numero di polemiche inversamente proporzionale agli ascolti. Un curriculum che non sembrava legittimare candidature a direzioni di rete. Ancor più se si pensa che Le Invasioni barbariche era il programma più frequentato da Renzi, fin da quando era sindaco di Firenze. Cliccatissimo sul web il video in cui, al termine di un’intervista del gennaio 2014, Sofri incrocia dietro le quinte dello studio l’allora sindaco e segretario Pd salutandolo con un “Ciao capo, ottima ottima…”.

Bignardi, come Romagnoli, è una firma di Vanity Fair, espressione dei salotti milanesi più modaioli. Ma la sua nomina servirà a rendere ancora più aspre le accuse al premier di voler addomesticare la tv pubblica. A cominciare proprio da quella Raitre che i renziani più intransigenti considerano troppo aperta a grillini e minoranza Pd.