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«Ecco come funziona la mafia accademica»

È una ferita ancora aperta quella che Ferdinando Camon ha deciso di scoprire in Scrivere è più di vivere, il nuovo libro appena uscito da Guanda. Il capitolo che s’intitola L’urlo della mafia accademica è una denuncia in piena regola, nello stile del racconto autobiografico. Ma, sebbene siano trascorsi 45 anni dal fatto che ha deviato il corso della sua vita, la cicatrice è ancora dolente. Con La Verità, l’autore di Un altare per la madre ha scelto di circostanziare con nomi e cognomi tutta la storia, che rappresenta in modo clamoroso il sistema di assegnazione delle cattedre pilotate verso mogli, compagne, parenti. Un rapido sondaggio presso i suoi lettori su Facebook ha decretato a grandissima maggioranza che queste denunce vanno fatte.

Il libro inizia con un prologo significativo: lei, figlio di contadini, s’iscrive all’università, ma non ha i soldi per le tasse.

«Faccio il giro dei parenti, raccolgo il denaro e pago. Ma, nobilmente, l’università mi restituisce la somma perché il mio voto della maturità è alto. Resto ammirato. L’università mi esonera dalle tasse dei primi tre anni, non per il quarto».

Motivo?

«Dicono che non ho sostenuto l’esame di letteratura italiana. Quando mi presento in segreteria con il libretto, la segretaria capisce che il professore si è dimenticato di firmare il registro dei verbali e gli manda un sollecito con la firma del rettore».

A quel punto?

«Il professore invia a me una lettera minacciosa, dicendo che ho osato rimproverarlo: “Ci pensi per la sua vita e per il suo avvenire”. Un avvertimento che non capisco».

Chi era questo professore?

«Vittore Branca, un barone».

Una potenza. Dopo cosa accade?

«L’inevitabile cambio del docente di laurea innesca tutta la catena».

Ripercorriamola.

«La facoltà di lettere bandisce un incarico di letteratura italiana e io presento domanda. Siamo in due, ma io risulto primo perché l’altro, avendo un altro incarico, a norma di legge deve finire in coda».

Invece?

«La facoltà assegna l’incarico a lui: ero stupefatto».

Immagino.

«Il Senato accademico dichiara “illegittima” la delibera. La facoltà si riunisce nuovamente, ribadisce la sua scelta e il Senato la respinge per la seconda volta. Il rettore Luciano Merigliano mi tranquillizza. Ma la facoltà conferma per la terza volta la decisione e il Senato la invia al ministero della Pubblica istruzione. Mi presento a Roma in una sorta di ufficio reclami per i concorrenti universitari».

Situazione kafkiana…

«In una grande sala siamo un centinaio, forse di più. Quando tocca a me la funzionaria estrae da un cassetto la mia pratica. Io ho in mano la stessa delibera e vedo la sua capovolta, ma con una riga in più. Dico: “La sua fotocopia è falsa perché ha una riga in più”. Avevano fatto un altro originale. Mi aspettavo che la funzionaria riconoscesse il falso. Invece, ordina a tutti di uscire dalla sala, non vuole testimoni, chiude la fotocopia nel cassetto e mi intima di andarmene: “Non ho niente da dirle”».

Morale?

«Il ministero proteggeva la mafia».

Nome del ministro?

«Franco Maria Malfatti, un habitué della Pubblica istruzione».

Prova a contattarlo?

«Gli scrivo. Mi risponde cortese, ma sgusciante».

Si rassegna?

«No, intanto inizia l’operazione di allontanamento. Vogliono dirottarmi a Bologna».

Come?

«Preannunciato da una collega di francese, anche lei in attesa d’incarico, che avrà, a Padova, il preside del Dams, Benedetto Marzullo, mi convoca a un colloquio. La sua astuzia è creare un incarico di Letteratura di massa da affiancare a Comunicazioni di massa a condizione che io ritiri il ricorso al ministero».

Lei promette di farlo, ma…

«Non lo faccio e, appena se ne accorgono, smettono di pagarmi. Continuo a insegnare perché non voglio abbandonare la cinquantina di studenti che mi segue. Assisto agli esami il docente di Comunicazioni di massa, Martin Krampen, un tedesco che non sa esprimersi in italiano chiamato da Umberto Eco. Tutto gratis».

È una doppia sconfitta: né Padova né Bologna.

«Un amico, Giorgio Tinazzi, docente di Storia del cinema, mi convince a portare l’università a processo. Scelgo come legale il presidente dell’Associazione degli avvocati di Padova. Quando arriviamo al Tar di Venezia, competente in materia di lavoro, il presidente della corte osserva: “Non avete ancora capito che la facoltà non lo vuole?”».

Sensazioni a parte, qual è la sentenza?

«Una settimana dopo l’udienza mi chiama l’avvocato: “Lei non mi deve nulla perché il Tar ha condannato la facoltà di lettere a pagare tutte le spese processuali comprese le mie, ma non ha cambiato la delibera”».

Fine della storia?

«Sì. Ma qualche tempo dopo, quando Pier Vincenzo Mengaldo, importante italianista e critico letterario, si fa nominare commissario d’esame per assegnare una cattedra al fratello della sua compagna, mi lamento sul giornale locale indicando il conflitto d’interessi. Mi risponde sullo stesso giornale il preside di Lettere, Oddone Longo, sostenendo che un professore che assegna una cattedra al fratello della sua compagna è una faccenda privata».

Diceva la stessa cosa che diceva lei senza vederci il reato?

«Non capiva che il concorso per una cattedra universitaria è un atto pubblico, regolato per legge, e non un fatto privato. La stessa circostanza che ha visto protagonista Alberto Asor Rosa».

Anche lui?

«Da presidente di commissione ha assegnato la cattedra alla sua compagna. Asor Rosa è certamente persona scrupolosa e attenta, come lo è Mengaldo. Ma nelle nostre università vige il metodo della cooptazione. Il professore, il ricercatore non vale in sé, ma in quanto accolto nel cerchio dei potenti».

È una forma di elezione, di elevazione?

«È una sorta di ordinazione sacramentale. Un’affiliazione che conta più delle regole della legge. Non vige il criterio della produzione scientifica – sono andato in cattedra perché ho scritto tre opere su Giovanni Verga – ma mi ha messo in cattedra il professore tal dei tali. Cooptandolo, il potente consacra un sottoposto».

È un sistema tuttora attivo?

«In tutte le facoltà. La mafia accademica è più estesa, coinvolgente e insinuante di quanto immaginiamo».

Non lo vedono come un sistema mafioso?

«Per il mafioso la mafia è un’istituzione positiva, che fa il bene».

Le raccomandazioni ci sono sempre state.

«È qualcosa di più. Il potere del protettore si capisce dal valore del protetto. È un potere che cresce e si perpetua su sé stesso. Poi ci sono le compagne: in molti casi il matrimonio arriva dopo che si è trovata la cattedra per lei».

Perché ha impiegato così tanto prima di raccontare questa storia?

«Mi avevano restituito le tasse, avevo una venerazione per l’università. E poi, un po’ alla volta, mi è parso si fossero pentiti».

Che cosa glielo fa dire?

«Qualche anno dopo, nel 1978, pubblico Un altare per la madre. Del libro si parla molto, è rapidamente tradotto in una decina di lingue, concorro allo Strega. Mi chiama Cesare De Michelis e mi trasmette un’ambasciata che suona così: se vado a casa di Vittore Branca a Venezia, mi consegna la sua scheda con il voto allo Strega. “Ringrazialo, ma non vado a casa di nessuno a raccogliere le schede dei votanti”. Passano altri anni e Franco Sartori, il professore di storia greca con il quale mi sono laureato, mi manda dei complimenti e chiede di venire a cena con la moglie. Ha da poco avuto un infarto e, negli ultimi suoi anni, vuole mostrarle che ha seminato bene. Il fatto mi commuove».

Altri segnali?

«Un anno fa la regione mi ha conferito il premio Leone del Veneto, l’anno prima era andato ad Andrea Zanzotto. Per consegnarmelo con tutti gli onori scelgono proprio la Sala dei Giganti della facoltà di lettere».

Più incrociato Branca?

«Una volta a un ricevimento siamo in piedi, con il piatto… Mi sfiora, mi urta, sembra inavvertitamente. Io faccio finta di nulla».

La sua è stata una battaglia donchisciottesca?

«Sì, l’ho capito dopo. Ma ho lottato, vincendo e perdendo. Il mio compito nella vita consisteva nel cercare di capire la realtà e di contribuire a migliorarla. Scrivendo».

 

La Verità 6 aprile 2019

«Io, cavaliere errante dei libri, cerco uno scudiero»

Per Ferruccio Mazzariol le definizioni si rincorrono. Il cavaliere errante dei libri. L’editore sognatore. Il romantico della letteratura. Il libraio gentiluomo. Ognuna fotografa un tratto di questo fresco ottantenne, solito al baciamano alle signore, umile, elegante e sommesso affabulatore, in possesso di una scrittura densa di consapevolezza ma giocosa di forma, dotata di funambolica aggettivazione. Una prosa riposante e terapeutica come le acque dei fiumi di quassù, il Sile soprattutto, e la prediletta Piave: sì, al femminile, materna e feconda, come da coniugazione locale.

Anche la sua creatura, la Santi Quaranta di Treviso, l’Adelphi del Nordest – altra definizione coniata per l’editrice frutto di un miscuglio di autori triveneti e mitteleuropei, di una cura artigianale, dell’opera dello stampatore scovato a Vago di Lavagno (Verona) – sta per scollinare un anniversario importante, il trentesimo, forte di 200 titoli e circa 700.000 copie vendute quasi porta a porta. È la piccola epopea che ha tenuto a galla una scialuppa tra le onde dei grandi marchi editoriali, ma che ora è giunta a un punto di svolta decisivo.

Ho letto da qualche parte che sta cercando un erede cui cedere le redini: sono venuto per dissuaderla.

«Ma sono così bravo io?».

E me lo chiede?

«Sì, perché non sono stato capace di creare un’équipe che poteva sostituirmi. Ho dei limiti, più che un intellettuale sono solo un gran lettore che voleva unire la tradizione orale veneta alla letteratura ispirata dall’umanesimo cristiano. Non mi sono aggiornato dal punto di vista tecnologico. La tenuta di Santi Quaranta è legata al cavaliere errante dei libri: sono andato di paese in paese a portare i frutti del mio lavoro. Non c’è nessun editore, né grande né piccolo, che abbia tanti punti vendita nel Triveneto come noi. Ma così ho finito per privilegiare i libri del territorio, non i più importanti. Le faccio un esempio…».

Prego.

«Sabato scorso mi ha telefonato il direttore del Centro culturale San Carlo di Milano per informarsi su Lettere a Olga di Vaclav Havel, un testo fondamentale dell’ex presidente ceco. Quest’estate vorrebbe farne leggere dei brani in piazza Duomo e mi ha chiesto se ho in mente di ripubblicare il libro. Capisce? Credeva fosse esaurito. Invece ne abbiamo ancora diverse copie. Il nostro catalogo è ricco di perle, ma non riusciamo a promuoverle».

Urge entrare nell’era digitale e nel marketing moderno.

«La vendita online è tutta da sviluppare, il mio sistema ha fatto il suo tempo. Anche perché sono tra i pochi che pagano i diritti d’autore e non pubblicano a pagamento. Le entrate vengono solo dalle vendite e i distributori vogliono anche il 60% dell’incasso».

Ci vuole il collaboratore giusto?

«Il sito c’è, ma serve chi sappia manovrarlo».

Come nacque Santi Quaranta?

«Avevo tentato di evitare la chiusura di Città armoniosa, la casa editrice di Reggio Emilia per la quale traducevo i grandi francesi. Aveva un catalogo pregiato, ma i soci litigavano. Una volta venduto il magazzino, ci dividemmo gli incassi. Città armoniosa si rimise in sesto per un po’, ma poi chiuse, mentre io cominciai a chiedermi perché dovevo vendere i libri degli altri».

Da qui all’idea della sua etichetta il passo fu breve?

«Mica tanto. Non volevo creare un’editrice clericale e musona, ma una casa che avesse la genuinità delle focacce e dei vini veneti. Perciò era importante la narrativa: credo sia lo strumento più rivelatore della condizione umana, più ancora della teologia. A quel punto c’era il problema del nome».

Risolto come?

«Con il sociologo Ulderico Bernardi e l’editore e amico Giampaolo Picari scegliemmo Santi Quaranta, dal nome di una delle porte delle mura trevigiane. Mi convinse la storia dei martiri di Sebaste che nel 320 morirono perché non si piegarono all’imperatore romano: c’era l’indipendenza dal potere. Nel XVI° secolo la porta fu aggiornata dai dogi veneziani e vi comparve il leone di san Marco: c’era l’identità; che io interpreto come veicolo di cultura e di lingua».

Un’editrice periferica?

«Una casa testimone delle piccole patrie dell’Alpe Adria, animate dal brio e dall’operosità dell’umanesimo cristiano».

Nel Paese dei gelsi si autodefinisce «ambulante libraio».

«Siamo nati in aprile, ma il primo libro, Il prete selvatico di Pasquale Maffeo, esce nel novembre 1989, mentre cade il muro di Berlino. Quando pubblico Il paese dei gelsi, il mio amico panettiere Floreno Paro, mi compra 100 copie, due milioni di vecchie lire. Poi comincio a battere le librerie e le edicole della Marca, cavaliere errante locale. Il primo successo arriva con La poltrona di midollina di Giuliana Gramigna, nipote di Mario Borsa già direttore del Corriere della Sera. Gaetano Afeltra ne scrive sul quotidiano di via Solferino e nel 1993 il libro della Gramigna è il più venduto a Milano».

L’ambulante libraio?

«Nell’estate del 1994 batto i posti citati dalla Gramigna, mete di vacanza dei milanesi. Partivo alle tre del mattino del lunedì: passo del Tonale, passo dell’Aprica, Valsassina, Barzio, Tirano, Bormio; tornavo passando da Bergamo, Brescia, Edolo. Lasciavo i libri in deposito. Conoscevo tutti, ma la sera mangiavo due gelati. Sono andato a Viareggio, nelle valli dell’Alto Adige, al Lido di Venezia».

Quando arriva la svolta?

«Nel 1994 a una presentazione di Il pane negato di Minnie Alzona si fa avanti Elio Gioanola, un professore di lingua e letteratura italiana all’università di Genova: “Avrei un libro con due racconti”. Lo intitolo La grande e la piccola guerra. L’anno dopo Sebastiano Vassalli lo seleziona nel terzetto dei finalisti del premio Chiara. Gli altri due sono Ritratti di signora di Elisabetta Rasy, pubblicato da Rizzoli, e La paura del cielo di Fleur Jaeggy, moglie di Roberto Calasso, edito da Adelphi. In confronto siamo una caravella. Il vincitore viene decretato da una giuria popolare di 200 lettori, 100 della Prealpina di Varese e 100 del Corriere del Ticino di Lugano. Quando arriviamo a Varese, Alessandra Casella pronostica: “Vincerà Gioanola”. E così va, con gran sorpresa generale. Ne parlano tutti i giornali: chi è questo editore sconosciuto che ha battuto Rizzoli e Adelphi?».

È l’Adelphi del Nordest, giusto?

«Un po’ sì, un po’ no. In certe nostre opere si affaccia la densità di Adelphi, e anche la raffinatezza estetica compete con la casa milanese. Però Santi Quaranta non ha influenze esoteriche, ma una linea popolare, guareschiana, radiosa, come attestano i libri di Amedeo Giacomini, di Bernardi, il mio Paese dei gelsi, la collana dei Ciclamini nella quale si mischiano poesia e antropologia. Poi ci sono le opere di Elio Bartolini, già sceneggiatore di Michelangelo Antonioni e autore Mondadori e Rusconi».

Come pesca gli autori?

«Mi arrivano molti dattiloscritti, ma alla seconda riga tanti saltano. Insieme alla fabula dev’esserci la profondità, ma senza intellettualismi. Ultimamente pubblico più stranieri che scrittori del Nordest».

Come arriva a Theodor Fontane, Antoine de Saint-Exupéry, René Girard, Havel?

«Conosco Alessandro Spina, un imprenditore cattolico amico di Cristina Campo e autore Rusconi. Recensisco Il giovane maronita per L’Osservatore romano, lui mi invita a cena a Venezia e diventa mio suggeritore. Per l’uscita di Infanzia sul Baltico di Fontane, Franco Cordelli fa un paginone sul Corriere».

Havel?

«Su Russia cristiana (poi L’altra Europa ndr) leggo un saggio sulla sua autobiografia, L’uomo al castello. Angelo Bonaguro, il suo traduttore, mi dice che quel volume è tradotto ovunque, ma non in Italia. La mia redattrice, Alessandra Poletto, riesce a contattare la segreteria di Havel e pubblico L’uomo al castello. Antonio Troiano, capo della cultura del Corriere, vuole conoscermi. Vado a Milano e lui mi accoglie festante; pensavo per Havel, invece mi fa: “Grande Antonio Russello…”».

Una delle vostre scoperte?

«Più una riscoperta, a scoprirlo era stato Elio Vittorini, ma poi avevano litigato. Russello era un anarco-cristiano siciliano trasferitosi in provincia di Treviso. Abbiamo ripubblicato tutta la sua opera che in certe cose anticipava quella di Leonardo Sciascia».

Perché molti suoi autori sono sconosciuti?

«Nei giornali e nelle tv domina la cultura radicale. Di rado qualche nostro scrittore riesce a bucare la nebbia, ma in generale comandano certi sacerdoti laici».

Per esempio?

«Nel Novecento il gran cerimoniere è stato Elio Vittorini, divenuto antifascista dopo esser stato fascista e filonazista. Nell’ottobre del 1942, quando Hitler convocò a Weimar gli scrittori europei, fu lui a guidare la delegazione italiana. Dopo l’ingresso nel Pci scrisse Uomini e no: gli uomini erano gli antifascisti di sinistra tutti gli altri no. Respinse Il gattopardo perché considerato reazionario, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, Guido Morselli, Russello e lo stesso Bartolini. Quella discriminante vale ancora».

Come giudica il sistema dei premi?

«Coinvolgono grandi interessi… Allo Strega non sempre esce la pallina migliore dell’urna. Nell’ultimo decennio ha vinto sempre Mondadori con le sue affiliate. Spesso sono libri che illudono. Salverei il Campiello, nato in opposizione al Viareggio, oggi declinante».

Tre grandi romanzi italiani del Novecento.

«La casa d’altri di Silvio D’Arzo, Il partigiano Johnny di Fenoglio e L’isola di Arturo di Elsa Morante».

I grandi romanzi veneti?

«La gloria di Giuseppe Berto, Il viaggio in Italia di Guido Piovene, anche se non è un romanzo, Pontificale in San Marco di Bartolini».

E Un altare per la madre di Ferdinando Camon?

«Giusto, grandissimo: lo metterei tra i migliori italiani».

Libri ora in lettura?

«La rivoluzione culturale nazista di Johann Chapoutot e Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf».

Concludiamo con un pensiero?

«Salviamo Santi Quaranta e portiamola nel Terzo millennio».

 

La Verità, 31 marzo 2019

«La crisi del Nordest nasce dall’italietto»

Dopo una settimana di cellulare «non raggiungibile», di mail senza risposta e di editori e amici rassegnati, Francesco Maino risponde inopinatamente all’ennesima chiamata a fondo perduto. Eccoci nella piazza di San Donà di Piave, «Venetorientale, un bidè di provincia chiamato bassopiave», come scrive lui stesso, avvocato quarantacinquenne, nel suo Cartongesso (Einaudi, 2014) vincitore del Premio Calvino per le opere prime. È una suite di 240 pagine, flusso continuo senza capitoli, protagonista un penalista con tendenze suicide che fa l’elastico tra le bettole dell’entroterra e il tribunale di Venezia, occupandosi d’immigrati, disoccupati, poveri diavoli. Romanzo autobiografico e di feroce denuncia di un modello considerato vincente, invece descritto come falso, posticcio, meschino e sregolato, patria d’individualismo, evasione e alcolismo. E reso con scrittura scorretta, scomposta, torrenziale, gorgogliante, provocatoria, furiosa.

Un libro dal quale è dura liberarsi?

«Durissima. Racchiude 40 anni della mia vita, di cui otto impiegati per scriverlo. Ci hanno fatto tesi di laurea, l’università di Venezia ha organizzato un seminario con gli architetti… Non che non abbia più scritto nulla. Prima Ratatuja, per uno spettacolo con un trio di jazzisti, poi L’Inferno indolore, un racconto per il Festival Dante 2021 di Ravenna. Per disintossicarmi… Era una storia terminale».

Non è solo il classico blocco del secondo libro?

«Mi è venuto su come un conato, io stesso ne sono ossessionato. C’è tutta la frustrazione di sapere di essere uno scrittore e non farcela… Erano i giorni dello scandalo del Mose, andavo in tribunale a Rialto, vedevo la città che smottava e me che facevo e faccio un mestiere che mi ripugna.  Poi le carceri veneziane, altro incubo. Dovevo trovare una lingua. Quando mi chiamano, anche adesso, si aspettano altre invettive, altra ferocia. Goffredo Parise diceva che per scrivere ci vogliono una carica vitale e un registro stilistico personale, riconoscibile. La carica vitale temo di averla riversata lì. Preferisco stare a casa, con tutto il bello che c’è da leggere».

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

Ha il dubbio di aver detto tutto?

«Mi dicono: “Tu sei destinato a durare”. Invece, può succedere che la scrittura non venga più a visitarmi. Mai avrei pensato di essere pubblicato da Einaudi. Avevo questo testo nel cassetto; Romolo Bugaro, un amico prima che uno scrittore, mi ha incoraggiato. Un’importante agenzia letteraria mi aveva detto che era bello, ma impubblicabile. “Mandalo al Premio Calvino”, ha insistito lui. Mio padre è un professore di lettere, 3000 volumi negli scaffali con Carlo Emilio Gadda, Luigi Meneghello, tutti i grandi. Gli ho detto: “Non occorre che lo esponi”. L’ha messo vicino all’Airone di Giorgio Bassani. Potrei anche fermarmi qui, no?».

Invece, cosa sta scrivendo?

«Nella mia testa so che il prossimo libro sarà una tragedia. Come un Euripide del 2018 vorrei creare dei miti, qui, in questa terra, come fosse Tebe. Presto o tardi lo farò. Sto lavorando su una lingua geometrica, ossea, senza midollo, solo struttura e cassa toracica. Un conto è avere come protagonista una voce esondante, straparlante che ti tiene in bilico sul cavo d’acciaio per 250 pagine, un altro è progettare un libro in cui l’io scompare e, in un mondo spettrale, ci sono solo ossa che camminano. Però, per farlo devo isolarmi e leggere».

Il Veneto in cui vive è davvero solo libertà, nero e ombre?

«Avevo bisogno di calcare, di addentrarmi nel grottesco per tentare un rilancio impossibile. M’interessava sovvertire. La letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare, rassicurare, deve aprire la pancia e guardare cosa c’è dentro, come diceva Giuseppe Berto. È stato un esordio psicotico, visionario, da non prendere alla lettera. Il protagonista è un puteo baùco (bambino stupido, minchione ndr) che, tra le tante cose, può infilare anche qualche verità. Hanno preso questo libro come un paradigma di tutta la regione. Ma non sono un sociologo, mi sono limitato a raccontare quello che vedevo con il mio sguardo bipolare. Dopodiché se la gente si accapiglia, bene».

Il cartongesso è simbolo di falsità, di fragilità apparentemente solida.

«C’entra molto il linguaggio. Si parla del territorio, della città diffusa. “Dobbiamo ascoltare il territorio…”, capisce? Non il popolo. Siamo dentro questo impasto di formule: “La locomotiva del Nordest deve tornare a correre”. Avevo in mente una riflessione sulla memoria, sull’essere senza passato e perciò senza futuro. Mi veniva dal gergo avvocatesco: dobbiamo “depositare la memoria, sennò il tempo scade”. Che cosa vuol dire “depositare la memoria”? Siamo prigionieri dell’eterno presente e ci schianteremo. Poi ho conosciuto un imprenditore fallito, pronto alla galera: “Ma sì”, mi ha detto, “per tremila euro mi metto a buttar su un po’ di cartongessi e il gioco è fatto”. Il cartongesso è una polpa mista, una cosa finta. Il cartone è il materiale delle baracche del dopoguerra nelle campagne povere. Il gesso è la farina, la polvere, persino la coca. Una roba falsa, posticcia e senza fondamenta. Come noi».

Diceva della necessità di una lingua.

«L’estraneità è innanzitutto linguistica. Oggi basta un suffisso, tipo bio o eco, per nobilitare qualcosa di banale. È il gergo della pubblicistica promozionale: villaggio residenziale sta per oscena periferia, crema al mais vuol dire polenta. Provo a raccontare uno smarrimento collettivo, senza fare sconti nemmeno a me stesso. Dopo la stagione di Goffredo Parise, Guido Piovene, Giuseppe Berto, Dino Buzzati, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto c’è un’altra generazione che prova a raccontare la trasformazione irreversibile di questa terra».

Ripesca dal passato parole dimenticate, altre le crea con la rabbia. E si scaglia contro il dialetto edulcorato che fa folclore, «il grezzo», un misto di italiano e dialetto che potremmo chiamare «italietto»: falso come il cartongesso?

«Domina una lingua prolassata, la parolina stucchevole tra un prosecco e l’altro. È una lingua che si sposa al techno british dei piccoli imprenditori con il Suv a rate. Ogni tre parole senti “start up” e “smart”. Per essere moderno diventi ruffiano. I marchesati farlocchi dell’export hanno coniato un gergo buono per il luogo comune del Veneto regione più turistica d’Italia. Poi vai a Roma e quasi non sanno dov’è. E dove mi vedono come uno scrittore esotico. Voglio dare dignità alla nostra lingua antica, timida, modesta, povera, la lingua del dolore e del sacrificio che usava mia nonna. Un italiano dosato, che non ha curve perché va all’essenza. Una lingua sacra e solenne. Quella di Zanzotto, Biagio Marin e Giacomo Noventa. Di recente mi è capitato di ascoltare i discorsi pronunciati da Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi nel loro italiano sicuro, dignitoso, non una lingua all’antica, ma una lingua antica. Che ha fatto rinascere l’Italia».

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Cos’è la «nientitudine»?

«È una forzatura che descrive la disperazione dettata dal vuoto, dalla rinuncia a spiegare le cose, affidandosi agli slogan giornalistici, economici, legali, politichesi: “la dichiarazione choc, la tobin tax, la civiltà dei consumi, la nuova campagna elettorale, ce lo chiede l’Europa, l’ennesima carretta del mare avvistata davanti alle coste di Lampedusa, l’ennesimo barcone di migranti…”. Niente ha più peso, sostanza. La nientitudine è anche nei rapporti. La facilità delle separazioni, il divorzio breve, i matrimoni che si sfaldano per niente».

Lei «fa» l’avvocato ma, precisa, non «sono avvocato». Poi scrive e ha anche un terzo lavoro, «tenere al guinzaglio la morte», e un quarto, «trovare persone che mi salvino la vita».

«Penso alla morte e ho paura. Sono sempre in bilico. Cerco persone che mi aiutino a stare in equilibrio in questo mistero della vita. Per fortuna, oltre alla mia compagna, ho amici molto cari. Mi basta la loro presenza. Tenderei a sentirmi fuori posto, fuori tempo, anche nell’editoria. Non mi piacciono i libri di successo, i circuiti obbligati, il frastuono. Nel 2017 siamo capaci di costruire una città senza ricorrere a Renzo Piano? O di produrre dei libri con una storia nostra? Mi chiedo come si comporterebbe Calamandrei all’Ipercoop. O Pertini. Provo a credere alla possibilità dell’uomo di essere gentile, sensibile, poeta. Ma non so se basterà. Come diceva Pier Paolo Pasolini: non avendo fede, non credendo in niente, mi batto per qualcosa».

Poste queste problematiche recriminerebbe anche se vivesse in Toscana o in Piemonte.

«È vero. C’è un disagio che non è solo paesaggistico o geografico. È una rabbia che ci sarebbe anche se vivessi in Olanda. Chi scrive è sempre in cerca di luoghi ed equilibri introvabili. Come fossi un pesce costretto in una prateria, come fossi anch’io un asilante. Per questo la lingua è centrale. Ho un’idea di bellezza che non si ritrova nel Veneto, nell’Europa della Brexit, negli indipendentisti della Catalogna, nelle primavere arabe. Abbiamo visto morire Enrico Berlinguer e la Repubblica accartocciarsi in quello che è adesso, persa nella raccolta differenziata. Senza prospettiva, senza orizzonte, senza…».

Mi accennava a qualcosa di lieto che sta per accadere nella sua vita.

«Sì, sta per nascere la mia prima figlia. Si chiamerà Anna, come Anna Karenina, e già mi sta sconvolgendo la vita. Passo dalla condizione di figlio a quella di padre. Ho anche un po’ di paura. Nasce una bambina e mi accorgo di essere generativo. In una visione in cui non si salva nessuno, succede un fatto così… Aspetto. Non potrò che scrivere diversamente».

La Verità, 31 dicembre 2017

«Racconto la guerra del denaro del Nordest»

Un avvocato scrittore e uno scrittore avvocato. Si parla tanto dei magistrati romanzieri, che fanno le pulci alle serie tv. Romolo Bugaro, 55 anni, un passato nell’Autonomia operaia di Padova, la sua città, è un legale che si occupa di crisi d’impresa. Nel suo studio ha visto passare fallimenti, bancarotte, scandali finanziari. Con i suicidi di numerosi imprenditori, nel Nordest la crisi economica ha assunto più che altrove i toni della tragedia. Bugaro l’ha raccontata nei suoi romanzi con stile caustico, senza cedere alla rabbia o al vittimismo che hanno spesso condizionato la narrazione del dissesto. Un dissesto economico ed esistenziale.

Che cosa sta scrivendo, adesso?

«Credo molto nel corpo a corpo degli scrittori con il loro tempo. Sto scrivendo un testo teatrale sulla Banca popolare di Vicenza. E un nuovo romanzo, quasi finito».

Ci può anticipare qualcosa?

«Nel Veneto degli ultimi anni si sono verificati due fenomeni giganteschi. Anzitutto la decapitazione dell’élite politica, vedi scandalo del Mose e annessi. Poi la decapitazione delle élite finanziarie. Sto lavorando a un testo per il teatro che dovrebbe essere rappresentato nell’autunno 2018».

La tesi dell’opera?

«Non posso anticipare troppo. È un tentativo di riflessione sulle cause interne ed esterne del dissesto, sul reticolo di rapporti che c’era intorno alla banca e ha prodotto questa sciagura, su quale sia il contraccolpo di questa deflagrazione sulle vite delle persone».

Invece, il romanzo?

«Sono molto legato all’età dell’adolescenza vissuta nella Padova degli anni Settanta. Alcuni amici dell’epoca non esistono più. Altri hanno 50, 55 anni come me. È un romanzo sul tempo».

Toni Negri a processo dopo l'arresto del 7 aprile 1979

Toni Negri a processo dopo l’arresto del 7 aprile 1979

Ecco, appunto: per citare tre maestri dell’epoca, tra Toni Negri, Ferdinando Camon e il cardinale Albino Luciani futuro papa, da ragazzo lei scelse Negri. Ora?

«Sì, scelsi Toni Negri. Subivo, anche in modo superficiale, la fascinazione per l’estremismo e la radicalità. Ero attratto dall’esteriorità di questo pensiero. Che ho approfondito dopo, continuando a trovarlo per alcuni versi interessante. Restando a quelle figure, oggi mi sento molto più illuminato da Camon e dal suo percorso di scrittore eccelso».

Si definirebbe un narratore del Nordest?

«Diciamo che Bea vita! era ambientato qui, Le ragazze del Nordest pure, Effetto domino e il prossimo anche. Sento l’esigenza di raccontare storie e geografie vicine a me».

Il triangolo industriale, il Nordest: sono ancora valide queste categorie dopo la globalizzazione e la crisi del 2008?

«I famosi distretti produttivi sono abbastanza tramontati. Tuttavia resistono vocazioni territoriali: Vicenza rimane una città orafa, Padova e Treviso sono legate alle produzioni della meccanica di precisione. Su queste basi crescono delle novità diagonali, come il conflitto sempre più evidente tra industria e finanza. È un conflitto che causa tensione e strappi. La difficoltà dell’accesso al credito delle nuove industrie è uno degli snodi del nostro modello di sviluppo».

Lei parla un po’ da avvocato e un po’ da scrittore. È più l’avvocato che fornisce storie allo scrittore o più lo scrittore che regala chiavi interpretative all’avvocato?

«Ho sofferto questa professione perché sembrava mi distogliesse dalla scrittura. Ci ho messo vent’anni a capire che era preziosa per l’accesso a una serie d’informazioni e dinamiche altrimenti ignote. Occupandomi di crisi d’impresa e di fallimenti fare l’avvocato mi ha permesso di avvicinarmi al cuore profondo della guerra del nostro tempo».

Guerra?

«Certo. La guerra del denaro che investe milioni di persone. Il denaro è sempre più pervasivo della nostra vita. Siamo sempre più definiti dalla nostra posizione economica, dalla quantità di denaro che possediamo, dalla facilità con cui accediamo ai beni di lusso o dalla difficoltà che abbiamo a pagare le spese condominiali. A ben guardare, il denaro è sempre stato un tema caro alla letteratura. Il romanzo francese dell’Ottocento, da Gustave Flaubert a Honoré de Balzac, ruota tutto attorno al denaro. E quello russo? Di che cosa parla Nikolaj Gogol se non di denaro? Si fantastica sulla libertà dello scrittore, ma i romanzi nascono dalla vita e dal tempo nel quale si è immersi. Senza voler fare paragoni, Mario Rigoni Stern è stato costretto a scrivere della guerra di Russia perché l’ha vissuta. La mia professione mi mette di fronte alle peripezie delle persone per stare a galla, ai conflitti causati del denaro: è un tema molto vivido».

Si parla molto dei magistrati scrittori, ma ci sono anche gli avvocati. In Veneto, oltre a lei, Francesco Maino e l’editore Beppe Cantele: coincidenze?

«Il conflitto è la materia del lavoro legale. Avvocati e magistrati sono spesso a contatto con storie estreme e del limite che possono stimolare la scrittura».

Il Nordest è uno stato economico, sociologico o psicologico?

«Il Nordest è una terra di solitudini. Il piccolo imprenditore si occupa della produzione nel capannone, la moglie sta in ufficio e “fa le banche”, cura l’amministrazione. Quest’uomo e questa donna raramente fanno rete con altre imprese, organizzazioni, cooperative. Quando le cose funzionano questa solitudine è garanzia di libertà; quando non funzionano può diventare terribile».

Come abbiamo visto con certi suicidi di imprenditori dal rituale simbolico: all’alba, soli, nel capannone. Quel momento è superato?

«In Effetto domino c’è proprio un suicidio all’alba… Penso che il picco tragico sia superato perché c’è stata una riorganizzazione produttiva e si sono creati nuovi anticorpi. La crisi si è abbattuta su persone impreparate, che si sono trovate improvvisamente di fronte al crollo degli ordini, alla stretta del credito, alla caduta del lavoro: uno shock tremendo perché veniva dopo anni floridi».

Nordest, terra di outsider?

«Assolutamente. La lista è lunga. Gli imprenditori nelle aziende erano e sono come re nei loro castelli. È il rovescio della moneta: pochi vincoli, molte solitudini, facilità a emergere, fragilità davanti agli ostacoli».

Gianni Zonin, patron di Banca Popolare di Vicenza

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza. Bugaro ha scritto una pièce teatrale

Anche gli scrittori sono outsider solitari?

«Credo che gli scrittori siano animali sociali. Personalmente sono legatissimo a un gruppo di colleghi che frequento da decenni come Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, anche Francesco Maino. Le affinità sono parecchie, poi ognuno batte la propria pista. Ci siamo formati insieme, sentendo il bisogno di stare vicini anche come reazione a una terra poco accogliente verso chi si occupa di letteratura».

In Bea vita! parla del giovane non insediato. Padova, città universitaria, accoglie gli studenti fuori sede, ma quella da lei descritta, più che geografica è una situazione psicologica.

«È un senso d’incompatibilità, con sottili venature ideologiche. Il non insediato vive un’estraneità nei rapporti con le persone, nei rapporti di lavoro. Un po’ non sei d’accordo col mondo com’è fatto, pensi che l’ordine delle cose dovrebbe essere diverso. Un po’ ti senti distante dagli altri».

In alcune pagine descrive le quarantenni che organizzano aperitivi, gite, shopping e i quarantenni che non si rassegnano alla responsabilità adulta. La tragedia che incombe, una malattia, la banca che chiude il fido, è come un tarlo che inizia a minare gli equilibri. Rimedi?

«Mi chiedo che cosa succede davvero alla gente? Tu sei ricco perché hai la tua azienda e lavori bene. Poi, in questo tempo ultra connesso e ultra instabile, nel giro di un’ora accade qualcosa che ribalta la situazione. Il crollo di una banca che ti dava credito, l’arrivo di un competitor online che dimezza il costo del tuo prodotto, una malattia. Il tarlo che produce la sottile ansia nella quale viviamo è questa velocità di trasformazione. I quarantenni che rifiutano la responsabilità: lo stile di vita può essere una scelta fino a un certo punto. A 65 anni puoi vestirti come un ventenne e fare la vita del ventenne. Poi succede che un giorno non ti alzi dal letto perché hai il colpo della strega».

Parliamo delle risposte. Lei ha sperato nella rivolta, ha visto la fragilità del modello del Nordest, la famiglia essere messa in discussione, mentre della Chiesa non parla. Esistono delle ancore di salvezza?

«È una domanda insidiosa. Si sono persi quasi tutti i punti di riferimento tradizionali. Però sono ottimista perché vedo una crescita di consapevolezza riguardo a molte questioni. Il valore della persona, una sana gelosia del proprio tempo e delle proprie energie, l’ambiente, la capacità critica verso la vacuità di certe manifestazioni esteriori e di certi consumi. Per fortuna, gli status symbol, l’auto da 200.000 euro, la giacca firmata da 3.000, la vacanza di lusso non hanno più il potere di fascinazione di qualche anno fa. Non penso che le cose stiano andando sempre peggio, anzi. La botta della crisi è stata un’occasione per ripensare a tante cose».

Per incamminarsi in quale direzione?

«Sono convinto che la questione sia culturale. In questi anni di finanza selvaggia, di trasformazione radicale del lavoro, che ancora non sappiamo se verrà distrutto dall’innovazione tecnologica, dobbiamo ridare tempo e spazio al pensiero».

Non c’è il pericolo che resti un processo appannaggio del ceto intellettuale?

«Forse. Ma i cambiamenti sono repentini e, come abbiamo visto, possono essere travolgenti. Fino a quando la cultura resterà museificata e sotto vetro non troveremo mai la soluzione. Solo rimettendo al centro della scena il pensiero e la riflessione umana saremo protagonisti di queste sfide e riusciremo a governarle».

La Verità, 10 dicembre 2017

 

«Vi racconto la frontiera tra le Dolomiti e il West»

C’è un nuovo scrittore di successo a Padova. Si chiama Matteo Righetto. La critica letteraria lo elogia. Vince premi. Scrive romanzi da cui vengono tratti film interpretati da Marco Paolini e Paolo Pierobon. L’ultimo libro, pubblicato da Mondadori, è stato tradotto in Gran Bretagna, Germania, Australia, Canada e Olanda prima di uscire in Italia. S’intitola L’anima della frontiera ed è un western alla Cormac McCarthy ambientato fra i contrabbandieri del tabacco della valle del Brenta di fine Ottocento. Righetto ha 45 anni, insegna lettere al liceo, collabora con Il Foglio, è sposato e conduce una vita normale. Ci incontriamo al Centro culturale San Gaetano, l’ex tribunale trasformato in centro civico, composto di sale, teatro, bar, gallerie, biblioteche: un ben di dio sottodimensionato. Essendo Padova la nostra città, scambiamo opinioni sulle sue potenzialità poco sfruttate, dalla Cappella degli Scrovegni alla Specola, dall’Ortobotanico al Palazzo del Bo, dal Palazzo della Ragione ai santuari al Prato della Valle. Il succo è il seguente: «Se ci fosse un bravo assessore, un intellettuale lungimirante che desse un’impronta di sistema a tutto questo e capisse che la cultura può essere economicamente interessante, Padova vivrebbe un piccolo grande rinascimento».

Lei sembra spuntato come un fungo di montagna. Chi o che cosa sono stati la sua pioggia fertilizzante?

«Il fungo di montagna ha una crescita rapida, dalla notte al giorno. Io inseguo la mia affermazione da quando esordii con Savana padana, nove anni fa. Da allora lavoro per dare alla mia voce un timbro che unisca romanzo d’autore e letteratura di genere. Penso che L’anima della frontiera mostri questa maturazione».

Com’è cominciata?

«È un processo fatto di determinazione, forza di volontà, disciplina. Poi c’è il contagio di alcuni autori italiani e stranieri. Gocce di pioggia provenienti da Mario Rigoni Stern e Ferdinando Camon, per parlare dei nostri. Ernest Hemingway e Cormac McCarthy, per citare gli stranieri».

Qualcuno ha scomodato anche William Faulkner.

«Certo, l’ho letto. Ma non credo ci sia un influsso diretto».

Che cos’è la disciplina dello scrittore?

«La caparbietà nel voler raggiungere l’obiettivo. Per farlo si rinuncia a tante cose. La vicenda di Mario Balotelli insegna che il talento da solo non è sufficiente. Servono sacrificio e lavoro. Per perfezionare la scrittura limito vacanze e serate. Se andiamo al mare, quando le mie figlie e mia moglie vanno in spiaggia io rimango al computer. Insegno nove mesi all’anno, la domenica, le vacanze di Natale e d’estate scrivo. Certo, qualche passeggiata in montagna me la concedo anch’io».

Sua moglie non protesta?

«Mia moglie è una persona straordinaria. Gran parte del successo lo devo a lei. Quando sono arrivate le mie due figlie ero un po’ preoccupato. Porteranno confusione, come farò a scrivere, pensavo. Invece, proprio da loro viene la spinta principale».

Come mai L’anima della frontiera è stato venduto prima all’estero che in Italia?

«Il contratto con Mondadori risale a dicembre 2016. Poi il mio agente l’ha presentato al Salone del Libro di Francoforte e alla Fiera del Libro di Londra, riscontrando un forte interesse. Negli Stati Uniti, in Canada, Gran Bretagna e Australia i diritti sono stati acquisiti da quattro editori diversi. Per primo verrà pubblicato in Olanda».

«L'anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

«L’anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

In Italia la critica l’ha accolto molto bene.

«La critica è sempre stata benevola con me. Stavolta percepisco i fari puntati addosso».

Lei ambienta le sue storie in Veneto: si può parlare di letteratura glocal?

«Direi di sì, sono storie legate a un territorio specifico, ma al contempo universali perché riguardano i vizi e le virtù dell’uomo. Possono essere lette a Vicenza come a Melbourne».

E anche di letteratura di montagna?

«La letteratura di montagna è abitualmente identificata con le storie della Grande guerra, il trekking, lo sport, il turismo. Per me le Dolomiti sono un set esistenziale. Luoghi dell’anima che trasmettono una dimensione sia epica che intimista. Sono uno specchio per la coscienza e una metafora per l’umanità. Sono aspre, dure, selvagge, eppure sublimi, dolci, consolatorie. Sono esse stesse dei personaggi che forgiano a loro volta i protagonisti delle storie».

Letteratura primordiale?

«Nel senso che porta in superficie le questioni profonde dell’uomo. Anche il rapporto tra padri e figli è un tema ricorrente. Così come il senso del viaggio, metafora dell’esistenza e romanzo di formazione».

Che cosa facevano i suoi genitori? Com’era il rapporto con loro?

«Sono di umili origini. Mio padre era un orfano di guerra che poi ha fatto l’impiegato dell’Enel. Era l’uomo dell’intraprendenza. Mia madre era casalinga, la donna degli affetti. Pur non avendo studiato, erano persone di grande intelligenza, che mi hanno trasmesso i valori della tradizione cattolica, anche se io non saprei definirmi tale. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza normalissime. Le umili origini sono state il mio humus di scrittore. E sono interessanti perché poco comuni, essendo la grande maggioranza degli autori italiani figli della media borghesia intellettuale, di professori e giornalisti».

In questo libro mostra una conoscenza approfondita della flora di montagna e delle tecniche di coltivazione del tabacco.

«Mi sono documentato, ho fatto un lavoro di ricerca sui libri e parlando con le persone del posto».

Quindi è una storia quasi vera? Esisteva davvero il tabacco della valle del Brenta?

«Era tra i più pregiati d’Europa. E, nonostante questo, i contadini erano costretti alla fame dall’imposizione fiscale, prima della Regia Tabacchi, poi dell’Impero asburgico. C’era un paese che si chiama Nevada, tra il costone dell’Altopiano di Asiago e l’argine del fiume. Poi c’erano i minatori e il confine: quello che adesso divide Veneto e Trentino a fine Ottocento separava Italia e Austria. Quando ho scoperto che in quegli anni stavano costruendo la ferrovia ho pensato: questo è un western. E l’epica si è imposta da sola».

Un tipo di letteratura che scarseggia nella narrativa italiana.

«C’è sempre un sottofondo di piagnisteo, la precarietà di camera e cucina. Preferisco l’epos della letteratura americana. I miei editori m’incoraggiano in questa direzione».

Niente metropoli e rivoluzioni digitali: non ha la preoccupazione della contemporaneità?

«M’interessa raccontare gli uomini, sono loro il segreto di tutte le fiabe. Il mondo dei social non mi dice molto. Tra dieci anni ci saranno ancora i cellulari, o saranno sostituiti da altre macchine? L’anima dell’uomo ci sarà sempre».

Lei è un professore-scrittore, esemplare di un nuovo ircocervo culturale?

«A Treviso c’è Fulvio Ervas, l’autore di Se ti abbraccio non aver paura. E poi Alessandro D’Avenia…».

Tutta gente di successo. Tornando alla letteratura di montagna, cosa pensa di Mauro Corona?

«È un caro amico, una persona generosa per la quale nutro un affetto smisurato. Ultimamente la sua immagine mediatica ha prevaricato la dimensione autoriale».

Lasciando stare i padri storici, parliamo degli scrittori veneti. Conosce Vitaliano Trevisan?

«Lo conosco e lo stimo. È un grande scrittore e Works un grande libro».

Francesco Permunian?

«Non lo conosco così bene».

Massimo Carlotto, padovano anche lui?

«Carlotto lo conosco, ma facciamo cose molto diverse, in tutti i sensi».

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Si può parlare di scuola veneta? Il territorio influenza i vostri lavori?

«Certo che si può. Esiste una scuola letteraria veneta, il cui tratto comune è proprio il legame e l’osservazione del territorio. Purtroppo, perché sia riconosciuta come tale anche da noi stessi, mancano ancora due elementi. Il primo è una certa autocoscienza, l’idea stessa di sentirsi scrittori veneti. Si parla di scuola sarda, pugliese, partenopea. Gli altri fanno clan. Noi, individualisti come siamo, lavoriamo ognuno per conto nostro. Il secondo elemento mancante è una critica che ci guardi così. Non esiste un critico letterario che abbia trovato un tratto comune, una convergenza narrativa. Ci vuole ancora tempo».

Che tipo di scrittore è Matteo Righetto?

«Personalmente custodisco quello che una volta mi ha detto Joe R. Lansdale: “Ricordati sempre che i tuoi libri sono più importanti di te”.  Perciò non amo essere troppo protagonista. Quando m’invitano preferisco parlare di libri. È il modo migliore che ho di prendermi cura delle persone. Non amo gli scrittori tuttologi che si atteggiano a intellettuali. Per carità, ho le mie idee. Ma il fatto che scriva un bel romanzo non stabilisce che le mie idee politiche sono più geniali di quelle del mio fornaio».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«La mia famiglia, innanzitutto, anche se potrebbe sembrare banale».

Di questi tempi non lo è. E poi?

«Una certa vita spirituale, anche se non specificamente confessionale. E poi la letteratura. Un autore come René Girard, con la sua teoria imitativa, m’insegna che con le nostre azioni, il nostro esempio, possiamo influenzare gli altri in modo positivo. Questo mi dà forza. Penso che se fai del bene, prima o poi ti viene restituito».

Che cosa si aspetta da questo libro?

«Mi piacerebbe che fosse amato da molti italiani».

Ne sarà tratto un film com’è avvenuto per La pelle dell’orso?

«Me lo auguro. C’è molto interesse».

 

La Verità, 2 luglio 2017