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«La crisi del Nordest nasce dall’italietto»

Dopo una settimana di cellulare «non raggiungibile», di mail senza risposta e di editori e amici rassegnati, Francesco Maino risponde inopinatamente all’ennesima chiamata a fondo perduto. Eccoci nella piazza di San Donà di Piave, «Venetorientale, un bidè di provincia chiamato bassopiave», come scrive lui stesso, avvocato quarantacinquenne, nel suo Cartongesso (Einaudi, 2014) vincitore del Premio Calvino per le opere prime. È una suite di 240 pagine, flusso continuo senza capitoli, protagonista un penalista con tendenze suicide che fa l’elastico tra le bettole dell’entroterra e il tribunale di Venezia, occupandosi d’immigrati, disoccupati, poveri diavoli. Romanzo autobiografico e di feroce denuncia di un modello considerato vincente, invece descritto come falso, posticcio, meschino e sregolato, patria d’individualismo, evasione e alcolismo. E reso con scrittura scorretta, scomposta, torrenziale, gorgogliante, provocatoria, furiosa.

Un libro dal quale è dura liberarsi?

«Durissima. Racchiude 40 anni della mia vita, di cui otto impiegati per scriverlo. Ci hanno fatto tesi di laurea, l’università di Venezia ha organizzato un seminario con gli architetti… Non che non abbia più scritto nulla. Prima Ratatuja, per uno spettacolo con un trio di jazzisti, poi L’Inferno indolore, un racconto per il Festival Dante 2021 di Ravenna. Per disintossicarmi… Era una storia terminale».

Non è solo il classico blocco del secondo libro?

«Mi è venuto su come un conato, io stesso ne sono ossessionato. C’è tutta la frustrazione di sapere di essere uno scrittore e non farcela… Erano i giorni dello scandalo del Mose, andavo in tribunale a Rialto, vedevo la città che smottava e me che facevo e faccio un mestiere che mi ripugna.  Poi le carceri veneziane, altro incubo. Dovevo trovare una lingua. Quando mi chiamano, anche adesso, si aspettano altre invettive, altra ferocia. Goffredo Parise diceva che per scrivere ci vogliono una carica vitale e un registro stilistico personale, riconoscibile. La carica vitale temo di averla riversata lì. Preferisco stare a casa, con tutto il bello che c’è da leggere».

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

La copertina di «Cartongesso», premio Calvino 2013

Ha il dubbio di aver detto tutto?

«Mi dicono: “Tu sei destinato a durare”. Invece, può succedere che la scrittura non venga più a visitarmi. Mai avrei pensato di essere pubblicato da Einaudi. Avevo questo testo nel cassetto; Romolo Bugaro, un amico prima che uno scrittore, mi ha incoraggiato. Un’importante agenzia letteraria mi aveva detto che era bello, ma impubblicabile. “Mandalo al Premio Calvino”, ha insistito lui. Mio padre è un professore di lettere, 3000 volumi negli scaffali con Carlo Emilio Gadda, Luigi Meneghello, tutti i grandi. Gli ho detto: “Non occorre che lo esponi”. L’ha messo vicino all’Airone di Giorgio Bassani. Potrei anche fermarmi qui, no?».

Invece, cosa sta scrivendo?

«Nella mia testa so che il prossimo libro sarà una tragedia. Come un Euripide del 2018 vorrei creare dei miti, qui, in questa terra, come fosse Tebe. Presto o tardi lo farò. Sto lavorando su una lingua geometrica, ossea, senza midollo, solo struttura e cassa toracica. Un conto è avere come protagonista una voce esondante, straparlante che ti tiene in bilico sul cavo d’acciaio per 250 pagine, un altro è progettare un libro in cui l’io scompare e, in un mondo spettrale, ci sono solo ossa che camminano. Però, per farlo devo isolarmi e leggere».

Il Veneto in cui vive è davvero solo libertà, nero e ombre?

«Avevo bisogno di calcare, di addentrarmi nel grottesco per tentare un rilancio impossibile. M’interessava sovvertire. La letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare, rassicurare, deve aprire la pancia e guardare cosa c’è dentro, come diceva Giuseppe Berto. È stato un esordio psicotico, visionario, da non prendere alla lettera. Il protagonista è un puteo baùco (bambino stupido, minchione ndr) che, tra le tante cose, può infilare anche qualche verità. Hanno preso questo libro come un paradigma di tutta la regione. Ma non sono un sociologo, mi sono limitato a raccontare quello che vedevo con il mio sguardo bipolare. Dopodiché se la gente si accapiglia, bene».

Il cartongesso è simbolo di falsità, di fragilità apparentemente solida.

«C’entra molto il linguaggio. Si parla del territorio, della città diffusa. “Dobbiamo ascoltare il territorio…”, capisce? Non il popolo. Siamo dentro questo impasto di formule: “La locomotiva del Nordest deve tornare a correre”. Avevo in mente una riflessione sulla memoria, sull’essere senza passato e perciò senza futuro. Mi veniva dal gergo avvocatesco: dobbiamo “depositare la memoria, sennò il tempo scade”. Che cosa vuol dire “depositare la memoria”? Siamo prigionieri dell’eterno presente e ci schianteremo. Poi ho conosciuto un imprenditore fallito, pronto alla galera: “Ma sì”, mi ha detto, “per tremila euro mi metto a buttar su un po’ di cartongessi e il gioco è fatto”. Il cartongesso è una polpa mista, una cosa finta. Il cartone è il materiale delle baracche del dopoguerra nelle campagne povere. Il gesso è la farina, la polvere, persino la coca. Una roba falsa, posticcia e senza fondamenta. Come noi».

Diceva della necessità di una lingua.

«L’estraneità è innanzitutto linguistica. Oggi basta un suffisso, tipo bio o eco, per nobilitare qualcosa di banale. È il gergo della pubblicistica promozionale: villaggio residenziale sta per oscena periferia, crema al mais vuol dire polenta. Provo a raccontare uno smarrimento collettivo, senza fare sconti nemmeno a me stesso. Dopo la stagione di Goffredo Parise, Guido Piovene, Giuseppe Berto, Dino Buzzati, Ferdinando Camon, Andrea Zanzotto c’è un’altra generazione che prova a raccontare la trasformazione irreversibile di questa terra».

Ripesca dal passato parole dimenticate, altre le crea con la rabbia. E si scaglia contro il dialetto edulcorato che fa folclore, «il grezzo», un misto di italiano e dialetto che potremmo chiamare «italietto»: falso come il cartongesso?

«Domina una lingua prolassata, la parolina stucchevole tra un prosecco e l’altro. È una lingua che si sposa al techno british dei piccoli imprenditori con il Suv a rate. Ogni tre parole senti “start up” e “smart”. Per essere moderno diventi ruffiano. I marchesati farlocchi dell’export hanno coniato un gergo buono per il luogo comune del Veneto regione più turistica d’Italia. Poi vai a Roma e quasi non sanno dov’è. E dove mi vedono come uno scrittore esotico. Voglio dare dignità alla nostra lingua antica, timida, modesta, povera, la lingua del dolore e del sacrificio che usava mia nonna. Un italiano dosato, che non ha curve perché va all’essenza. Una lingua sacra e solenne. Quella di Zanzotto, Biagio Marin e Giacomo Noventa. Di recente mi è capitato di ascoltare i discorsi pronunciati da Piero Calamandrei, Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi nel loro italiano sicuro, dignitoso, non una lingua all’antica, ma una lingua antica. Che ha fatto rinascere l’Italia».

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Giuseppe Berto diceva che la letteratura deve dividere, non può limitarsi a consolare

Cos’è la «nientitudine»?

«È una forzatura che descrive la disperazione dettata dal vuoto, dalla rinuncia a spiegare le cose, affidandosi agli slogan giornalistici, economici, legali, politichesi: “la dichiarazione choc, la tobin tax, la civiltà dei consumi, la nuova campagna elettorale, ce lo chiede l’Europa, l’ennesima carretta del mare avvistata davanti alle coste di Lampedusa, l’ennesimo barcone di migranti…”. Niente ha più peso, sostanza. La nientitudine è anche nei rapporti. La facilità delle separazioni, il divorzio breve, i matrimoni che si sfaldano per niente».

Lei «fa» l’avvocato ma, precisa, non «sono avvocato». Poi scrive e ha anche un terzo lavoro, «tenere al guinzaglio la morte», e un quarto, «trovare persone che mi salvino la vita».

«Penso alla morte e ho paura. Sono sempre in bilico. Cerco persone che mi aiutino a stare in equilibrio in questo mistero della vita. Per fortuna, oltre alla mia compagna, ho amici molto cari. Mi basta la loro presenza. Tenderei a sentirmi fuori posto, fuori tempo, anche nell’editoria. Non mi piacciono i libri di successo, i circuiti obbligati, il frastuono. Nel 2017 siamo capaci di costruire una città senza ricorrere a Renzo Piano? O di produrre dei libri con una storia nostra? Mi chiedo come si comporterebbe Calamandrei all’Ipercoop. O Pertini. Provo a credere alla possibilità dell’uomo di essere gentile, sensibile, poeta. Ma non so se basterà. Come diceva Pier Paolo Pasolini: non avendo fede, non credendo in niente, mi batto per qualcosa».

Poste queste problematiche recriminerebbe anche se vivesse in Toscana o in Piemonte.

«È vero. C’è un disagio che non è solo paesaggistico o geografico. È una rabbia che ci sarebbe anche se vivessi in Olanda. Chi scrive è sempre in cerca di luoghi ed equilibri introvabili. Come fossi un pesce costretto in una prateria, come fossi anch’io un asilante. Per questo la lingua è centrale. Ho un’idea di bellezza che non si ritrova nel Veneto, nell’Europa della Brexit, negli indipendentisti della Catalogna, nelle primavere arabe. Abbiamo visto morire Enrico Berlinguer e la Repubblica accartocciarsi in quello che è adesso, persa nella raccolta differenziata. Senza prospettiva, senza orizzonte, senza…».

Mi accennava a qualcosa di lieto che sta per accadere nella sua vita.

«Sì, sta per nascere la mia prima figlia. Si chiamerà Anna, come Anna Karenina, e già mi sta sconvolgendo la vita. Passo dalla condizione di figlio a quella di padre. Ho anche un po’ di paura. Nasce una bambina e mi accorgo di essere generativo. In una visione in cui non si salva nessuno, succede un fatto così… Aspetto. Non potrò che scrivere diversamente».

La Verità, 31 dicembre 2017

«Racconto la guerra del denaro del Nordest»

Un avvocato scrittore e uno scrittore avvocato. Si parla tanto dei magistrati romanzieri, che fanno le pulci alle serie tv. Romolo Bugaro, 55 anni, un passato nell’Autonomia operaia di Padova, la sua città, è un legale che si occupa di crisi d’impresa. Nel suo studio ha visto passare fallimenti, bancarotte, scandali finanziari. Con i suicidi di numerosi imprenditori, nel Nordest la crisi economica ha assunto più che altrove i toni della tragedia. Bugaro l’ha raccontata nei suoi romanzi con stile caustico, senza cedere alla rabbia o al vittimismo che hanno spesso condizionato la narrazione del dissesto. Un dissesto economico ed esistenziale.

Che cosa sta scrivendo, adesso?

«Credo molto nel corpo a corpo degli scrittori con il loro tempo. Sto scrivendo un testo teatrale sulla Banca popolare di Vicenza. E un nuovo romanzo, quasi finito».

Ci può anticipare qualcosa?

«Nel Veneto degli ultimi anni si sono verificati due fenomeni giganteschi. Anzitutto la decapitazione dell’élite politica, vedi scandalo del Mose e annessi. Poi la decapitazione delle élite finanziarie. Sto lavorando a un testo per il teatro che dovrebbe essere rappresentato nell’autunno 2018».

La tesi dell’opera?

«Non posso anticipare troppo. È un tentativo di riflessione sulle cause interne ed esterne del dissesto, sul reticolo di rapporti che c’era intorno alla banca e ha prodotto questa sciagura, su quale sia il contraccolpo di questa deflagrazione sulle vite delle persone».

Invece, il romanzo?

«Sono molto legato all’età dell’adolescenza vissuta nella Padova degli anni Settanta. Alcuni amici dell’epoca non esistono più. Altri hanno 50, 55 anni come me. È un romanzo sul tempo».

Toni Negri a processo dopo l'arresto del 7 aprile 1979

Toni Negri a processo dopo l’arresto del 7 aprile 1979

Ecco, appunto: per citare tre maestri dell’epoca, tra Toni Negri, Ferdinando Camon e il cardinale Albino Luciani futuro papa, da ragazzo lei scelse Negri. Ora?

«Sì, scelsi Toni Negri. Subivo, anche in modo superficiale, la fascinazione per l’estremismo e la radicalità. Ero attratto dall’esteriorità di questo pensiero. Che ho approfondito dopo, continuando a trovarlo per alcuni versi interessante. Restando a quelle figure, oggi mi sento molto più illuminato da Camon e dal suo percorso di scrittore eccelso».

Si definirebbe un narratore del Nordest?

«Diciamo che Bea vita! era ambientato qui, Le ragazze del Nordest pure, Effetto domino e il prossimo anche. Sento l’esigenza di raccontare storie e geografie vicine a me».

Il triangolo industriale, il Nordest: sono ancora valide queste categorie dopo la globalizzazione e la crisi del 2008?

«I famosi distretti produttivi sono abbastanza tramontati. Tuttavia resistono vocazioni territoriali: Vicenza rimane una città orafa, Padova e Treviso sono legate alle produzioni della meccanica di precisione. Su queste basi crescono delle novità diagonali, come il conflitto sempre più evidente tra industria e finanza. È un conflitto che causa tensione e strappi. La difficoltà dell’accesso al credito delle nuove industrie è uno degli snodi del nostro modello di sviluppo».

Lei parla un po’ da avvocato e un po’ da scrittore. È più l’avvocato che fornisce storie allo scrittore o più lo scrittore che regala chiavi interpretative all’avvocato?

«Ho sofferto questa professione perché sembrava mi distogliesse dalla scrittura. Ci ho messo vent’anni a capire che era preziosa per l’accesso a una serie d’informazioni e dinamiche altrimenti ignote. Occupandomi di crisi d’impresa e di fallimenti fare l’avvocato mi ha permesso di avvicinarmi al cuore profondo della guerra del nostro tempo».

Guerra?

«Certo. La guerra del denaro che investe milioni di persone. Il denaro è sempre più pervasivo della nostra vita. Siamo sempre più definiti dalla nostra posizione economica, dalla quantità di denaro che possediamo, dalla facilità con cui accediamo ai beni di lusso o dalla difficoltà che abbiamo a pagare le spese condominiali. A ben guardare, il denaro è sempre stato un tema caro alla letteratura. Il romanzo francese dell’Ottocento, da Gustave Flaubert a Honoré de Balzac, ruota tutto attorno al denaro. E quello russo? Di che cosa parla Nikolaj Gogol se non di denaro? Si fantastica sulla libertà dello scrittore, ma i romanzi nascono dalla vita e dal tempo nel quale si è immersi. Senza voler fare paragoni, Mario Rigoni Stern è stato costretto a scrivere della guerra di Russia perché l’ha vissuta. La mia professione mi mette di fronte alle peripezie delle persone per stare a galla, ai conflitti causati del denaro: è un tema molto vivido».

Si parla molto dei magistrati scrittori, ma ci sono anche gli avvocati. In Veneto, oltre a lei, Francesco Maino e l’editore Beppe Cantele: coincidenze?

«Il conflitto è la materia del lavoro legale. Avvocati e magistrati sono spesso a contatto con storie estreme e del limite che possono stimolare la scrittura».

Il Nordest è uno stato economico, sociologico o psicologico?

«Il Nordest è una terra di solitudini. Il piccolo imprenditore si occupa della produzione nel capannone, la moglie sta in ufficio e “fa le banche”, cura l’amministrazione. Quest’uomo e questa donna raramente fanno rete con altre imprese, organizzazioni, cooperative. Quando le cose funzionano questa solitudine è garanzia di libertà; quando non funzionano può diventare terribile».

Come abbiamo visto con certi suicidi di imprenditori dal rituale simbolico: all’alba, soli, nel capannone. Quel momento è superato?

«In Effetto domino c’è proprio un suicidio all’alba… Penso che il picco tragico sia superato perché c’è stata una riorganizzazione produttiva e si sono creati nuovi anticorpi. La crisi si è abbattuta su persone impreparate, che si sono trovate improvvisamente di fronte al crollo degli ordini, alla stretta del credito, alla caduta del lavoro: uno shock tremendo perché veniva dopo anni floridi».

Nordest, terra di outsider?

«Assolutamente. La lista è lunga. Gli imprenditori nelle aziende erano e sono come re nei loro castelli. È il rovescio della moneta: pochi vincoli, molte solitudini, facilità a emergere, fragilità davanti agli ostacoli».

Gianni Zonin, patron di Banca Popolare di Vicenza

Gianni Zonin, ex presidente della Popolare di Vicenza. Bugaro ha scritto una pièce teatrale

Anche gli scrittori sono outsider solitari?

«Credo che gli scrittori siano animali sociali. Personalmente sono legatissimo a un gruppo di colleghi che frequento da decenni come Tiziano Scarpa, Mauro Covacich, Roberto Ferrucci, anche Francesco Maino. Le affinità sono parecchie, poi ognuno batte la propria pista. Ci siamo formati insieme, sentendo il bisogno di stare vicini anche come reazione a una terra poco accogliente verso chi si occupa di letteratura».

In Bea vita! parla del giovane non insediato. Padova, città universitaria, accoglie gli studenti fuori sede, ma quella da lei descritta, più che geografica è una situazione psicologica.

«È un senso d’incompatibilità, con sottili venature ideologiche. Il non insediato vive un’estraneità nei rapporti con le persone, nei rapporti di lavoro. Un po’ non sei d’accordo col mondo com’è fatto, pensi che l’ordine delle cose dovrebbe essere diverso. Un po’ ti senti distante dagli altri».

In alcune pagine descrive le quarantenni che organizzano aperitivi, gite, shopping e i quarantenni che non si rassegnano alla responsabilità adulta. La tragedia che incombe, una malattia, la banca che chiude il fido, è come un tarlo che inizia a minare gli equilibri. Rimedi?

«Mi chiedo che cosa succede davvero alla gente? Tu sei ricco perché hai la tua azienda e lavori bene. Poi, in questo tempo ultra connesso e ultra instabile, nel giro di un’ora accade qualcosa che ribalta la situazione. Il crollo di una banca che ti dava credito, l’arrivo di un competitor online che dimezza il costo del tuo prodotto, una malattia. Il tarlo che produce la sottile ansia nella quale viviamo è questa velocità di trasformazione. I quarantenni che rifiutano la responsabilità: lo stile di vita può essere una scelta fino a un certo punto. A 65 anni puoi vestirti come un ventenne e fare la vita del ventenne. Poi succede che un giorno non ti alzi dal letto perché hai il colpo della strega».

Parliamo delle risposte. Lei ha sperato nella rivolta, ha visto la fragilità del modello del Nordest, la famiglia essere messa in discussione, mentre della Chiesa non parla. Esistono delle ancore di salvezza?

«È una domanda insidiosa. Si sono persi quasi tutti i punti di riferimento tradizionali. Però sono ottimista perché vedo una crescita di consapevolezza riguardo a molte questioni. Il valore della persona, una sana gelosia del proprio tempo e delle proprie energie, l’ambiente, la capacità critica verso la vacuità di certe manifestazioni esteriori e di certi consumi. Per fortuna, gli status symbol, l’auto da 200.000 euro, la giacca firmata da 3.000, la vacanza di lusso non hanno più il potere di fascinazione di qualche anno fa. Non penso che le cose stiano andando sempre peggio, anzi. La botta della crisi è stata un’occasione per ripensare a tante cose».

Per incamminarsi in quale direzione?

«Sono convinto che la questione sia culturale. In questi anni di finanza selvaggia, di trasformazione radicale del lavoro, che ancora non sappiamo se verrà distrutto dall’innovazione tecnologica, dobbiamo ridare tempo e spazio al pensiero».

Non c’è il pericolo che resti un processo appannaggio del ceto intellettuale?

«Forse. Ma i cambiamenti sono repentini e, come abbiamo visto, possono essere travolgenti. Fino a quando la cultura resterà museificata e sotto vetro non troveremo mai la soluzione. Solo rimettendo al centro della scena il pensiero e la riflessione umana saremo protagonisti di queste sfide e riusciremo a governarle».

La Verità, 10 dicembre 201

 

«Vi racconto la frontiera tra le Dolomiti e il West»

C’è un nuovo scrittore di successo a Padova. Si chiama Matteo Righetto. La critica letteraria lo elogia. Vince premi. Scrive romanzi da cui vengono tratti film interpretati da Marco Paolini e Paolo Pierobon. L’ultimo libro, pubblicato da Mondadori, è stato tradotto in Gran Bretagna, Germania, Australia, Canada e Olanda prima di uscire in Italia. S’intitola L’anima della frontiera ed è un western alla Cormac McCarthy ambientato fra i contrabbandieri del tabacco della valle del Brenta di fine Ottocento. Righetto ha 45 anni, insegna lettere al liceo, collabora con Il Foglio, è sposato e conduce una vita normale. Ci incontriamo al Centro culturale San Gaetano, l’ex tribunale trasformato in centro civico, composto di sale, teatro, bar, gallerie, biblioteche: un ben di dio sottodimensionato. Essendo Padova la nostra città, scambiamo opinioni sulle sue potenzialità poco sfruttate, dalla Cappella degli Scrovegni alla Specola, dall’Ortobotanico al Palazzo del Bo, dal Palazzo della Ragione ai santuari al Prato della Valle. Il succo è il seguente: «Se ci fosse un bravo assessore, un intellettuale lungimirante che desse un’impronta di sistema a tutto questo e capisse che la cultura può essere economicamente interessante, Padova vivrebbe un piccolo grande rinascimento».

Lei sembra spuntato come un fungo di montagna. Chi o che cosa sono stati la sua pioggia fertilizzante?

«Il fungo di montagna ha una crescita rapida, dalla notte al giorno. Io inseguo la mia affermazione da quando esordii con Savana padana, nove anni fa. Da allora lavoro per dare alla mia voce un timbro che unisca romanzo d’autore e letteratura di genere. Penso che L’anima della frontiera mostri questa maturazione».

Com’è cominciata?

«È un processo fatto di determinazione, forza di volontà, disciplina. Poi c’è il contagio di alcuni autori italiani e stranieri. Gocce di pioggia provenienti da Mario Rigoni Stern e Ferdinando Camon, per parlare dei nostri. Ernest Hemingway e Cormac McCarthy, per citare gli stranieri».

Qualcuno ha scomodato anche William Faulkner.

«Certo, l’ho letto. Ma non credo ci sia un influsso diretto».

Che cos’è la disciplina dello scrittore?

«La caparbietà nel voler raggiungere l’obiettivo. Per farlo si rinuncia a tante cose. La vicenda di Mario Balotelli insegna che il talento da solo non è sufficiente. Servono sacrificio e lavoro. Per perfezionare la scrittura limito vacanze e serate. Se andiamo al mare, quando le mie figlie e mia moglie vanno in spiaggia io rimango al computer. Insegno nove mesi all’anno, la domenica, le vacanze di Natale e d’estate scrivo. Certo, qualche passeggiata in montagna me la concedo anch’io».

Sua moglie non protesta?

«Mia moglie è una persona straordinaria. Gran parte del successo lo devo a lei. Quando sono arrivate le mie due figlie ero un po’ preoccupato. Porteranno confusione, come farò a scrivere, pensavo. Invece, proprio da loro viene la spinta principale».

Come mai L’anima della frontiera è stato venduto prima all’estero che in Italia?

«Il contratto con Mondadori risale a dicembre 2016. Poi il mio agente l’ha presentato al Salone del Libro di Francoforte e alla Fiera del Libro di Londra, riscontrando un forte interesse. Negli Stati Uniti, in Canada, Gran Bretagna e Australia i diritti sono stati acquisiti da quattro editori diversi. Per primo verrà pubblicato in Olanda».

«L'anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

«L’anima della frontiera» è pubblicato da Mondadori

In Italia la critica l’ha accolto molto bene.

«La critica è sempre stata benevola con me. Stavolta percepisco i fari puntati addosso».

Lei ambienta le sue storie in Veneto: si può parlare di letteratura glocal?

«Direi di sì, sono storie legate a un territorio specifico, ma al contempo universali perché riguardano i vizi e le virtù dell’uomo. Possono essere lette a Vicenza come a Melbourne».

E anche di letteratura di montagna?

«La letteratura di montagna è abitualmente identificata con le storie della Grande guerra, il trekking, lo sport, il turismo. Per me le Dolomiti sono un set esistenziale. Luoghi dell’anima che trasmettono una dimensione sia epica che intimista. Sono uno specchio per la coscienza e una metafora per l’umanità. Sono aspre, dure, selvagge, eppure sublimi, dolci, consolatorie. Sono esse stesse dei personaggi che forgiano a loro volta i protagonisti delle storie».

Letteratura primordiale?

«Nel senso che porta in superficie le questioni profonde dell’uomo. Anche il rapporto tra padri e figli è un tema ricorrente. Così come il senso del viaggio, metafora dell’esistenza e romanzo di formazione».

Che cosa facevano i suoi genitori? Com’era il rapporto con loro?

«Sono di umili origini. Mio padre era un orfano di guerra che poi ha fatto l’impiegato dell’Enel. Era l’uomo dell’intraprendenza. Mia madre era casalinga, la donna degli affetti. Pur non avendo studiato, erano persone di grande intelligenza, che mi hanno trasmesso i valori della tradizione cattolica, anche se io non saprei definirmi tale. Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza normalissime. Le umili origini sono state il mio humus di scrittore. E sono interessanti perché poco comuni, essendo la grande maggioranza degli autori italiani figli della media borghesia intellettuale, di professori e giornalisti».

In questo libro mostra una conoscenza approfondita della flora di montagna e delle tecniche di coltivazione del tabacco.

«Mi sono documentato, ho fatto un lavoro di ricerca sui libri e parlando con le persone del posto».

Quindi è una storia quasi vera? Esisteva davvero il tabacco della valle del Brenta?

«Era tra i più pregiati d’Europa. E, nonostante questo, i contadini erano costretti alla fame dall’imposizione fiscale, prima della Regia Tabacchi, poi dell’Impero asburgico. C’era un paese che si chiama Nevada, tra il costone dell’Altopiano di Asiago e l’argine del fiume. Poi c’erano i minatori e il confine: quello che adesso divide Veneto e Trentino a fine Ottocento separava Italia e Austria. Quando ho scoperto che in quegli anni stavano costruendo la ferrovia ho pensato: questo è un western. E l’epica si è imposta da sola».

Un tipo di letteratura che scarseggia nella narrativa italiana.

«C’è sempre un sottofondo di piagnisteo, la precarietà di camera e cucina. Preferisco l’epos della letteratura americana. I miei editori m’incoraggiano in questa direzione».

Niente metropoli e rivoluzioni digitali: non ha la preoccupazione della contemporaneità?

«M’interessa raccontare gli uomini, sono loro il segreto di tutte le fiabe. Il mondo dei social non mi dice molto. Tra dieci anni ci saranno ancora i cellulari, o saranno sostituiti da altre macchine? L’anima dell’uomo ci sarà sempre».

Lei è un professore-scrittore, esemplare di un nuovo ircocervo culturale?

«A Treviso c’è Fulvio Ervas, l’autore di Se ti abbraccio non aver paura. E poi Alessandro D’Avenia…».

Tutta gente di successo. Tornando alla letteratura di montagna, cosa pensa di Mauro Corona?

«È un caro amico, una persona generosa per la quale nutro un affetto smisurato. Ultimamente la sua immagine mediatica ha prevaricato la dimensione autoriale».

Lasciando stare i padri storici, parliamo degli scrittori veneti. Conosce Vitaliano Trevisan?

«Lo conosco e lo stimo. È un grande scrittore e Works un grande libro».

Francesco Permunian?

«Non lo conosco così bene».

Massimo Carlotto, padovano anche lui?

«Carlotto lo conosco, ma facciamo cose molto diverse, in tutti i sensi».

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Ferdinando Camon nel suo studio a Padova

Si può parlare di scuola veneta? Il territorio influenza i vostri lavori?

«Certo che si può. Esiste una scuola letteraria veneta, il cui tratto comune è proprio il legame e l’osservazione del territorio. Purtroppo, perché sia riconosciuta come tale anche da noi stessi, mancano ancora due elementi. Il primo è una certa autocoscienza, l’idea stessa di sentirsi scrittori veneti. Si parla di scuola sarda, pugliese, partenopea. Gli altri fanno clan. Noi, individualisti come siamo, lavoriamo ognuno per conto nostro. Il secondo elemento mancante è una critica che ci guardi così. Non esiste un critico letterario che abbia trovato un tratto comune, una convergenza narrativa. Ci vuole ancora tempo».

Che tipo di scrittore è Matteo Righetto?

«Personalmente custodisco quello che una volta mi ha detto Joe R. Lansdale: “Ricordati sempre che i tuoi libri sono più importanti di te”.  Perciò non amo essere troppo protagonista. Quando m’invitano preferisco parlare di libri. È il modo migliore che ho di prendermi cura delle persone. Non amo gli scrittori tuttologi che si atteggiano a intellettuali. Per carità, ho le mie idee. Ma il fatto che scriva un bel romanzo non stabilisce che le mie idee politiche sono più geniali di quelle del mio fornaio».

Che cosa le dà speranza, oggi?

«La mia famiglia, innanzitutto, anche se potrebbe sembrare banale».

Di questi tempi non lo è. E poi?

«Una certa vita spirituale, anche se non specificamente confessionale. E poi la letteratura. Un autore come René Girard, con la sua teoria imitativa, m’insegna che con le nostre azioni, il nostro esempio, possiamo influenzare gli altri in modo positivo. Questo mi dà forza. Penso che se fai del bene, prima o poi ti viene restituito».

Che cosa si aspetta da questo libro?

«Mi piacerebbe che fosse amato da molti italiani».

Ne sarà tratto un film com’è avvenuto per La pelle dell’orso?

«Me lo auguro. C’è molto interesse».

 

La Verità, 2 luglio 2017