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Con Non mentire la fiction di Mediaset cambia passo

È un significativo cambio di passo quello che fa registrare Non mentire, nuova serie in sei episodi e tre serate di Canale 5, remake della britannica Liar – L’amore bugiardo, ben diretta da Gianluca Maria Tavarelli e prodotta da Indigo Film. Non più le squadre antimafia e i tredicesimi apostoli della Taodue, né le soap finto torbide con Gabriel Garko, ma la storia di una violenza, presunta o reale, su una donna, trattata con linguaggio contemporaneo. È vero, siamo al tempo del Me too e l’idea potrebbe sembrare una concessione al mainstream da happy hour. Ma per quanto visto finora sembra che il racconto, i tempi, la tensione, la recitazione e l’ambientazione, una Torino luminosa e affascinante, riescano a evitarle la trappola del luogomunismo (domenica, ore 21,35, share del 15.48%). I protagonisti sono Laura Nardini (Greta Scarano), una professoressa di liceo appena separata dallo storico fidanzato (Matteo Martari), e Andrea Molinari (Alessandro Preziosi), un chirurgo affermato, vedovo e benestante, molto ambito dalle donne. È la sorella di lei (Fiorenza Pieri) nonché infermiera di sala operatoria al fianco di Molinari a farli incontrare. Dopo una cena con vista sul Po i due finiscono a casa di lei nell’attesa di un taxi che non arriva e, tra un calice e una confidenza, inevitabilmente a letto. La mattina dopo lui manda un sms gentile per la «bellissima serata», lei si sveglia confusa, sicura di esser stata stuprata. A complicare la situazione, il figlio di Molinari è uno studente della presunta vittima. Per entrambi, gli sguardi di colleghi e conoscenti si fanno sempre più insinuanti, soprattutto dopo che, non creduta dagli investigatori, Laura posta su Facebook la storia della violenza con tanto di nome del colpevole.

L’astuzia della narrazione imperniata su precisi rimbalzi dalla versione di lui a quella di lei, intercalate dai fatti realmente accaduti, fa ondeggiare il telespettatore da una parte all’altra. Se c’è un minimo appunto da fare è, forse, l’eccessiva circolarità dell’intreccio, in qualche caso a svantaggio della sua credibilità. Oltre al figlio di lui allievo di lei, l’ex fidanzato di Laura, un poliziotto che s’intromette nelle indagini, ha una relazione parallela con la sorella che si prodiga per aiutarla. Del resto, il titolo è Non mentire e tutto fa pensare che, inoltrandosi, di menzogne e doppiezze se ne scopriranno parecchie. Finora la bilancia pende dalla parte del bel chirurgo, ma al di là di questo ciò che più conta è capire se il racconto manterrà l’equilibrio della tensione o confluirà passivamente nel largo fiume del Me too.

 

La Verità, 19 febbraio 2019

«Dio, Romina e l’Italia: vi racconto la mia vita»

Com’è l’Italia vista da Cellino San Marco?

«Sono due. La prima è quella dell’infanzia e dell’adolescenza fino a 17 anni, quando frequentavo le magistrali prima di andarmene a Milano, dove ho scoperto che l’Italia era una di nome e tante di fatto».

E la seconda?

«È l’Italia di oggi, un Paese in formazione. Sostanzialmente ci sono un Sud e un Nord e, nonostante l’emigrazione, siamo ancora alla ricerca di un equilibrio. Se ne vanno cervelli e manodopera. Quante volte, da ragazzo, sono andato a salutare amici che partivano su treni così pieni che mi fecero venir voglia di partire anch’io».

Nella grande cucina della casa di Al Bano Carrisi, davanti a un tavolone in legno circondato da una panca, il fuoco del camino in pietra riscalda la sera. «Con il fuoco acceso l’inverno è meno inverno», riflette. Dopo un lungo inseguimento, l’artista che ha appena festeggiato i suoi 55 anni di carriera musicale ha accettato di farsi intervistare, ritagliando una serata tra i tanti impegni e andirivieni da Cellino.

Come nasce il nome Albano?

«Durante la guerra, quando combatteva in Albania, mio padre ebbe una licenza per malattia. Arrivato a casa i miei fecero la famosa fuitina, si sposarono e mia madre rimase incinta. Una volta tornato in Albania le scrisse: “Se sarà maschio chiamalo Albano, sarà la nostra fortuna”».

Preveggente.

«Mio padre era un tipo particolare. Il nonno si chiamava Angelo e tutti i figli diedero il suo nome al loro primogenito. Lui no».

Che mestiere facevano i suoi genitori?

«Erano contadini come la maggior parte dei cellinesi. Eravamo in quattro con mio fratello, più il mulo. Molta miseria, un mondo dal quale volevo scappare».

Come le venne l’idea di cantare?

«La ereditai da mia madre che cantava nei campi, benissimo. Anche mio padre cantava. Poi a due passi da qui, a San Pietro Vernotico, viveva Domenico Modugno. Seguivo alla radio le sue orme canore, il suo folk, che rendeva musicali le espressioni degli ambulanti. Come Lu pisci spada. Sentivo la passione per il canto prima ancora di avere coscienza della mia voce. Erano gli altri a incoraggiarmi».

Finché partì per Milano.

«Ero convinto che fosse la meta giusta per me. E non sbagliavo. Mio padre aveva detto che mi avrebbe fatto partire se avessi trovato qualcuno di cui fidarsi che mi avrebbe fatto da guida. C’era un ragazzo delle nostre parti che viveva a Varese. Iniziai lì, ma presto mi spostarono a Milano a dipingere le porte di un palazzo in costruzione. Finii a mangiare pane e ananas per una settimana».

Pane e ananas.

«Esattamente. Il padrone non pagava e con le ultime mille lire in tasca entrai alla Standa. Vicino alle scatolette di carne Simmenthal c’erano delle cose marroni tondeggianti che non avevo mai visto. Pensavo fosse un tipo di carne meno costosa. Ne comprai una piccola scorta e quella settimana andò così. Ma capii la lezione».

Che era?

«Se il problema è la fame, troverò lavoro in un ristorante, lì ci sarà da mangiare… In uno davanti al Duomo cercavano un aiuto cuoco. Non ancora diciottenne, non ero mai entrato in un ristorante. Pensavo: basterà mettere la legna nel fuoco in cucina. “Non è così terùn”, rispose il padrone, “però hai una faccia simpatica e ti prendo lo stesso”. Davo i volantini ai passanti, pulivo la cucina e le sale. La sera mi facevano aiutare a preparare la pizza. Imparai presto».

Poi?

«Ho lavorato anche sei mesi di fila senza riposi, ma stavo bene. Milano era vitale. Mandavo a casa 15.000 lire al mese, lo stipendio era di 25.000, le altre dieci mi servivano per la pensione. Vivevo con le mance».

Quando iniziò a cantare?

«Conobbi il maestro Pino Massara che mi fece fare un provino da Adriano Celentano. Iniziarono i primi concerti. Poi Settevoci con Pippo Baudo e il primo Festival di Sanremo, cose che abbiamo ripercorso nello show di Canale 5».

E i suoi genitori?

«Erano contenti. Nel 1967, l’anno di Nel sole, mandai a mio padre l’assegno del primo contratto con la Emi: 8 milioni».

Suo padre non era debole di cuore.

«Capì che le cose stavano cambiando».

Gli anni Settanta furono un trionfo?

«Mi sposai con Romina. Poi iniziarono le tournée all’estero. Quando ne accettai una in Spagna mi criticarono. Ricordo una telefonata di Gianni Minà: lì c’è la dittatura. Ma io ci lavoravo bene mentre in Italia c’era il terrorismo, si aveva paura a camminare per strada».

Perché la Puglia è terra di artisti? Lei, Celentano che però è nato a Milano, Modugno, Renzo Arbore, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Checco Zalone, Michele Placido…

«Il grande Tito Schipa… i Negramaro, Emma. Secondo me ci siamo influenzati l’un l’altro. Il canto e la musica ci pervadono. Poi siamo gente che ama viaggiare e i cantanti di successo partono, girano il mondo, tornano. Ancora oggi faccio 260.000 miglia di aereo l’anno. Lassù è il posto dove mi vengono le idee migliori. Durante le lunghe trasvolate per l’Australia o il Giappone trovo ispirazione. Sarà perché si è più vicini a Dio…».

È superattivo: show in tv, tournée…

«È il mio mestiere. Per fortuna continuano a chiamarmi. Il 2019 è già quasi tutto pieno. Andrò in Romania, Corea del Sud, Russia e ancora in Cina».

Perché ha fatto centro il family show su Canale 5?

«Siamo un gruppo di persone che ha il fuoco dell’arte dentro. Nessuno sbava per il successo a tutti i costi, ma quando abbiamo l’occasione buona la sappiamo cogliere. Cristèl è disinvolta, lavora da tanto con me. Come titolo avevo proposto Tre passi nel sole. Poi sono diventati 55 come gli anni della carriera che volevo festeggiare appoggiandomi sugli amici e gli eventi della mia famiglia».

Aveva voglia di archiviare un periodo di preoccupazioni per la salute?

«Vedo tante persone che fanno le vittime e desiderano solo farsi compatire. Io detesto il piangersi addosso».

Al successo del suo show ha giovato anche il fatto di arrivare dopo il cartoon di Celentano?

«Ho rispetto e gratitudine per Adriano. Nei primi anni a Milano mi ha quasi adottato. Qui, nella masseria, ci sono le vie e le piazze, ne intitolerò una a lui. E un’altra a Modugno».

Nello show si è vista una parte della famiglia. E l’altra?

«La famiglia è sacra dal primo all’ultimo nato. Però Romina non vuole intromissioni nella sua vita artistica e anche Loredana la pensa allo stesso modo. Quindi mi divido nel rispetto delle esigenze dell’una e dell’altra».

Ha parlato di una sorpresa in arrivo, di cosa si tratta?

«Il 20 maggio prossimo (giorno del compleanno di Al Bano ndr) dovrebbe andare in onda un docufilm. Una troupe di Endemol mi segue da mesi, prima nelle tournée all’estero poi anche qui, nella vita di tutti i giorni. Ci saranno i figli di Loredana e lei, se vorrà».

Com’è andato il tour mondiale con Romina?

«Abbiamo avuto successi ovunque. Io divido la mia attività artistica da solista, quando vogliono il solista, e in coppia, quando vogliono la coppia».

Lei vive?

«A Los Angeles, con Romina Jr».

E Loredana Lecciso?

«A Lecce. Tra due caratteri forti è meglio mettere qualche chilometro».

Preferisce i concerti dal vivo o la televisione?

«I concerti, per il contatto con il pubblico. La tv serve per promuoversi, considerato che ti vedono milioni di persone».

Quest’anno niente Sanremo.

«L’ultima volta mi hanno escluso, mentre Di rose di spine era una bellissima canzone. Vorrei tornare nel 2020. Sanremo è importante, è conosciuto all’estero, passa tutto da lì».

Con la sua voce avrebbe potuto cantare di più il blues?

«Ma lo canto. Come canto l’opera. Nel 1968 ebbi grande successo con Il Mattino di Leoncavallo. E grande successo ha avuto un album intitolato Concerto classico con opere di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Fryderyk Chopin. Mi piace anche il folk. Nei concerti propongo una varietà di generi».

Ammette che sia difficile immaginare un rapporto solo professionale tra lei e Romina Power?

«Io sono trasparente. Mio padre e mia madre mi hanno innestato l’onestà dentro e la manterrò sempre. La riunione artistica con Romina non l’abbiamo voluta né io né lei, ma un impresario russo. Per la festa dei 70 anni eravamo al Cremlino. C’erano Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri, Gianni Morandi, Pupo, i Matia Bazar… L’impresario disse che gli sembrava giusto ci fosse anche Romina. “Se vuoi provarci, provaci”, dissi. Ma ero sicuro che non sarebbe venuta. Invece, accettò, non so grazie a quale argomento».

Anche economico?

«Non me ne sono interessato, lo giuro sui miei figli. I tre concerti erano già sold out. Abbiamo abbassato di un tono le canzoni. Lei avrebbe voluto di due, ma io ho tenuto il punto».

La causa della vostra separazione è la scomparsa di Ylenia?

«Già prima c’era qualche difficoltà. Era inquieta, anche lei non capiva bene perché. La scomparsa di Ylenia ci aveva un po’ riavvicinato. Alla fine ha deciso così».

Le stava stretto il posto?

«Ma no… Mi aveva convinto lei a tornare qui, si era innamorata di queste terre. Qui non c’era niente, né l’elettricità né il telefono. Ho costruito tutto io, con i gruppi elettrogeni. Ho speso tanti soldi, ma quando c’è l’amore tutto diventa favola».

Qualcosa si era rotto?

«Sì, non è stato facile. Mi spiace che non abbia accettato la vita che mi sono fatto dopo. Come fa a non rendersi conto che tutto è derivato dalla sua scelta di cambiar vita!».

Le donne vogliono l’esclusiva.

«Io vorrei ci fosse armonia. Ma rispetto e vado avanti senza paure, sempre con il mio motto».

Che è?

«Voglio essere il problema per i problemi. Ce ne sono sempre di problemi, ma con me trovano filo da torcere…».

Il fuoco continua a emanare calore. Come le parole di Al Bano, che esprimono un’intelligenza profonda e solida, nata dalla terra, provata dalla vita vissuta e dall’attaccamento alle radici. «Vuole che su quelle braci mettiamo a cuocere della carne?». Si alza, apre il frigorifero, estrae la carne, inizia a tagliare, mi vieta di aiutare…

Come si ricomincia a vivere dopo la scomparsa di una figlia? A cosa ci si aggrappa?

«È una tragedia che non risolvi mai del tutto. Io la vivo cristianamente».

Cosa vuol dire?

«Se uno è cristiano sa che anche a Dio hanno ammazzato un figlio. Gliel’hanno messo in croce. Allora ho capito che anche a me poteva succedere di perdere una figlia. In realtà, è stata la prima volta che sono andato contro Dio».

Come?

«Quando hai sempre fatto il tuo dovere di cristiano non riesci a capire… I miei anni Novanta sono stati tragici. Mio padre perse la vista, dissero per un infarto del nervo ottico. Voleva farsi fuori: da uomo iperattivo ora doveva essere aiutato ad andare al bagno. Gli parlavo di Ray Charles e Stevie Wonder, artisti che facevano divertire la gente. Quando iniziò ad ascoltare Radio Maria pian piano si rappacificò. Nel 1994 ci fu la tragedia di Ylenia. Poi Romina se ne andò. Non riuscivo a dormire, avevo le bambine piccole…».

E contestò Dio.

«Ero pieno di rabbia. Protestavo contro il cielo. Ma dentro di me sentivo che stavo sbagliando».

Viene in mente Giobbe.

«La pazienza non mi è mai mancata. Anche adesso, prima di uscire di casa, ogni giorno me ne faccio un bel carico. Le cose nuove che succedono mi sembrano un déjà vu».

Nell’autobiografia del 2006 ha lasciato bianche le due pagine dedicate a Romina e Loredana: lo rifarebbe?

«Lottai con gli editori per mantenerle bianche».

Motivo?

«Era una difesa dal gossip diventato insopportabile. Ho visto tanto squallore. Un telegiornale arrivò ad accusarmi di aver nascosto mia figlia in casa per farmi pubblicità».

Ha cantato davanti a Vladimir Putin.

«Tre volte. Lo farò ancora in agosto a Tokio».

Com’è nato il rapporto con il presidente russo?

«Nel 1986, durante una tournée in Russia, feci 18 concerti a Leningrado e altri 18 a Mosca. In uno di questi era presente anche lui, allora capo del Kgb. Il giorno dopo venne in albergo per complimentarsi. Poi nel 2004 ho cantato al Cremlino per festeggiare il Capodanno. Allo stesso tavolo c’erano Putin e la sua famiglia e Boris Eltsin e famiglia. È stata una grande festa, con i rappresentanti di tutte le religioni, cattolici, ortodossi, copti, musulmani, segno che, quando si vuole, la convivenza pacifica è possibile. Nel novembre scorso, invece, alla festa del centenario del Kgb, tanti cantanti, e anch’io, abbiamo intonato ognuno due canzoni».

Che cosa apprezza di questa persona?

«Dopo Michail Gorbaciov la Russia stava declinando, non c’erano più soldi. Eltsin ha iniziato questo rinascimento e Putin l’ha consolidato».

Le libertà sono tutelate?

«Vedo che si respira. Poi, certo, l’unica perfezione del mondo è l’imperfezione. Qualche nemico ce l’ha anche Putin. Però ha saputo mantenere intatto il corpo sociale della Russia, non permettendo ad altri di invadere i suoi campi».

Mai parlato di politica?

«Mai, è sempre blindato».

Di recente è stato ricevuto al Viminale da Matteo Salvini: una visita solo per affari con la Cina?

«Gli imprenditori cinesi che vendono i miei vini volevano incontrarlo perché avevano notato che il 50% del mercato vinicolo è in mano ai francesi, mentre gli italiani hanno solo il 5%. Volevano sensibilizzare il governo italiano per cambiare questa sproporzione. Ho accettato di fare da mediatore per questo incontro. Pochi giorni dopo il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio è andato in Cina… Penso di aver fatto un buon lavoro in favore dei vini italiani, non necessariamente i miei».

Nella polemica tra Salvini e Claudio Baglioni, poi rientrata, ha preso le parti del ministro dicendo di conoscere la situazione dei migranti per esserlo stato. Che differenza c’è con quelli di oggi?

«Noi scappavamo da un destino che sembrava ineluttabile: la vita dei nostri genitori. Io quella vita non la volevo fare. Una volta sentii mia madre dire che in tutto l’anno si erano spaccati la schiena per 800.000 lire lorde. Si faceva la fame».

E oggi?

«Ci vuole un po’ d’ordine con questa ondata di migranti. Non solo per noi, ma anche per loro. Scappano da una morte sicura per affrontarne un’altra quasi sicura. Chissà che cosa promettono a questi poveri emigranti che attraversano i Balcani, lo stretto di Gibilterra e il Mediterraneo. Vogliono una nuova vita e spesso trovano la morte. L’Europa deve intervenire unita: l’Italia non può farsi carico da sola di questa emergenza. Pensiamo a quello che è successo in Siria. L’Isis tagliava le teste ai civili e nessuno interveniva. Abbiamo lasciato uno spago troppo lungo a quella situazione».

Che cosa le piace di Salvini?

«Mi sembra che stia mantenendo il programma annunciato in campagna elettorale. Ha trasformato la Lega in un partito nazionale. Non ho mai fatto parte di un partito sebbene abbia ricevuto tante proposte. La politica non è il mio forte. Ma dal momento che gli italiani hanno scelto – come in passato con Berlusconi e Renzi – se c’è da fare qualcosa di positivo la faccio. Pur senza appartenere. Quando viaggio e vedo gli exploit di Paesi come la Polonia o la Spagna a confronto con la mia Italia sto male. Tutto questo litigare dalla mattina alla sera non rende merito a una delle più belle terre del mondo. Sapere che Roma era comandata dalla mafia di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati è avvilente».

Nuoce o giova a Salvini il fatto che lo vogliano processare per la vicenda della nave Diciotti?

«Sono curioso di vedere quale sarà la reazione degli italiani».

Per chi ha votato alle ultime elezioni?

«Non glielo dirò mai. Voto per i politici che mi sembrano positivi per l’Italia. Abbiamo visto che fine hanno fatto sia la destra che la sinistra».

In passato chi apprezzava?

«Per tanti anni qui a Cellino c’è stato un bravo sindaco comunista, come facevo a non votarlo?».

Se le dico Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi?

«Sono stati grandi politici. Però Andreotti fu accusato di connivenze mafiose e trattato come un delinquente. Craxi è morto in esilio. Di Berlusconi avevo grande fiducia, ma è evidente che governare in Italia non è facile. Tutto sommato non glielo hanno lasciato fare».

È stata una delusione?

«La delusione c’è stata… Perché l’Italia è diventata ingovernabile».

Che cos’è la fede per lei?

«È la mia coperta d’inverno, la mia acqua nel deserto. È una certezza cresciuta negli anni. Tanti poteri passati in Italia appartengono solo alla storia. Quello della Chiesa è tuttora vivo e vegeto perché afferma il bene, l’amore, la pace e l’umanità partendo dalla persona di Gesù Cristo e dei santi che lo imitano».

Ha detto di avere ancora molti progetti da realizzare, me ne sveli uno.

«Con la Publispei, insieme a Lino Banfi stiamo preparando una fiction in sei episodi per Rai 1. Poi reciterò il ruolo di uno strano mafioso in Le nostre vacanze romane, una produzione italo-turca».

Che cosa le dà speranza oggi?

«La voglia di vivere con la fede che mi porto addosso. La voglia di affrontare tutto ciò che c’è da affrontare. Con il mio motto… Le piace la carne?».

 

La Verità, 3 febbraio 2019

C’è Celentano smaschera sia C’è Grillo che Adrian

Il flop dei telepredicatori. La serata no dei guru. La caduta dei venerati showman. Beppe Grillo e Adriano Celentano, in onda in contemporanea e in concorrenza, sono sprofondati entrambi. Uno su Rai 2, l’altro su Canale 5: 4.34% di share (poco sopra il milione di telespettatori) per C’è Grillo, 11.88% (poco più di 3 milioni) per la prima parte di Adrian (la seconda cala di un milione e un punto di share). Fine di un’epoca, svolta storica, cambio di stagione? Una cosa è certa: di fronte alla comune e già complicata quotidianità, apocalissi, sciagure planetarie, catastrofismi, utopie e distopie varie non sono più di moda. Non lo sono i loro profeti, soprattutto se, come in questo caso, si esprimono con linguaggi datati e formule anacronistiche.

L’altra sera, facendo zapping da un canale all’altro sembrava di essere improvvisamente tornati indietro di un ventennio. Sulla rete diretta da Carlo Freccero c’era il comico genovese pre fondazione M5s che sghignazzava su Una storia italiana, opuscolo elettorale di Silvio Berlusconi, anno domini 2001. O, addirittura, con un altro tuffo nella macchina del tempo, sfotteva, sardonico, il viaggio di Bettino Craxi in Cina con corte al seguito. Preistoria, rivista oggi: inevitabili i bassi ascolti. Su Canale 5, tra un amplesso e l’altro, un orologiaio supereroe combatteva a colpi di arti marziali i poteri forti di una dittatura di stampo orwelliano. Solo che, anziché essere nel 1984, ci si doveva credere nel 2068: brutta storia se un fumetto fantascientifico risulta vecchio o persino vintage come sta accadendo ad Adrian. Insomma, due show stanchi e che denunciano l’età. È il malinconico destino che accomuna i due telepredicatori: il fatto di essere degli ex.

Solo che le similitudini finiscono qui. Perché tra il format realizzato con immagini d’archivio da Rai 2 e lo show celentaniano più atteso della storia della televisione italiana le differenze sono tante e sostanziose. C’è Grillo, per esempio, è costato 30.000 euro in tutto. E solo perché il suo protagonista ha rivendicato lo sfruttamento dei diritti d’immagine delle esibizioni realizzate in Rai. In secondo luogo, il risultato di audience è stato solo di poco inferiore alla media di rete, attorno al 6% di share. Malgrado ciò, pochi minuti dopo la pubblicazione dei dati di ascolto, il folcloristico dem Michele Anzaldi, ha chiesto la testa del direttore di Rai 2, twittando: «Freccero senza vergogna aveva giustificato la serata dicendo che serviva a far crescere ascolti, invece ha trascinato la sua rete in fondo alla classifica Auditel: ora si dimette?». A corto di argomenti, gli uomini del Pd non sanno più a cosa attaccarsi. E un’audience appena inferiore alle attese diventa pretesto per chiedere le dimissioni di un dirigente. Nell’autunno del 2016 non si ricordano analoghe richieste di dimissioni per il direttore di Rai 1 dopo la messa in onda di Dieci cose, il programma ideato e realizzato da Walter Veltroni che si fermò all’11% (2,3 milioni di telespettatori), uno dei minimi storici dell’ammiraglia Rai. Dal canto suo Freccero ha respinto al mittente le critiche e le richieste di dimissioni, attribuendo la défaillance alla presenza di Luigi Di Maio su Rete 4, ospite di Quarta Repubblica di Nicola Porro: «Il Di Maio politico ha battuto il Grillo non politico. Questo la dice lunga sulla mia indipendenza e su quanta differenza c’è tra il mio lavoro e il lavoro politico del M5s. Se fossimo “pappa e ciccia” avrei chiesto a Di Maio di non fare concorrenza a Grillo». Fine della querelle.

Più grave risulta l’involontario effetto rétro dello show di Celentano. A parte i costi sanremesi delle serate – si parla di 20 milioni – le rinunce a catena dei partner (Teo Teocoli, Michelle Hunziker, Ambra Angiolini) e le prese di distanza di Milo Manara, qui il Molleggiato e il Clan hanno proprio perso la scommessa con il tempo. La faccenda dispiace maggiormente pensando al fatto che il protagonista di show come Francamente me ne infischio e Rockpolitik era sempre stato un grande anticipatore, un perfetto interprete dello zeitgeist. Ora sta tentando di raddrizzare la baracca, provando a giocare sul fatto di aver consapevolmente «sabotato gli ascolti di Canale 5» e accettando di cantare (sempre struggente Pregherò). Ma che tutta l’impostazione sia datata lo confermano anche gli sgangherati monologhi di Natalino Balasso e soprattutto di Giovanni Storti, che ha paragonato i pullman degli sgomberi dei migranti dei giorni scorsi ai treni delle deportazioni degli ebrei ad opera dei nazisti.

Paradossalmente, proprio il confronto con C’è Celentano, trasmesso da Rai 2 a inizio gennaio – stesso format di C’è Grillo ma con il protagonista di Adrian – smaschera le debolezze dei due show paralleli. Le canzoni e i duetti del Molleggiato riviste quella sera (14.38% di share, quasi 3 milioni di spettatori) conservavano freschezza e attualità di momenti rappresentativi di una storia. Qualità che le gag del comico genovese, identificate con un’èra politica archiviata, e il cartoon del Molleggiato, troppo ambizioso e in realtà datato, non possono avere.

 

La Verità, 30 gennaio 2019

Il family show di Al Bano è una boccata d’ossigeno

Ossigeno puro. Come quello che si respira in certi pomeriggi di montagna. Sono pochi in Italia in grado di reggere un family show, di trasformare in varietà la propria storia senza eccedere in egocentrismi. Al Bano Carrisi sì, può farlo. Lo si è visto l’altra sera su Canale 5, rete reduce dal deludente Adrian di Celentano, anche questo una biografia musicale, quanto diversa. Il confronto se lo aggiudica 55 passi nel sole, show in due serate (la seconda il 30 gennaio) per celebrare la carriera dell’artista di Cellino San Marco. Prima che negli ascolti (18.3% di share, 3,4 milioni di spettatori), la sentenza è nei contenuti e nella misura. Un gala elegante nella forma e popolare nella sostanza, schietto come il suo protagonista. «Io sono le mie canzoni», dice Al Bano entrando in scena, «sono storie che nascono dal cuore. Questa è la mia vita». Come dire: uno che ci mette la faccia, dritto per dritto. Dopo gli infarti e i malori ha di nuovo voglia di cantare e di calcare le scene, come dimostra il tour mondiale insieme a Romina Power, tappe in Cina, America, Medio Oriente, Europa. La voce e lo spirito sono sempre gli stessi.

Lo studio è disegnato su la strada dei 55 passi, uno per ogni anno di carriera. Il family show è in Cristèl Carrisi, la figlia maggiore esordiente alla conduzione che tiene la serata dosando l’ego del padre. È in Romina jr, coinvolta nei promo e negli stacchi. È in Al Bano e Romina seduti a un tavolo che sono il format nel format. Proprio nella «family» è il segreto. Nel mettersi in scena per ciò che si è, con la propria travagliata storia. Tutti insieme sul palco ad accompagnare Felicità remixata con J-Ax. Lo show parentale diventa amicale e vive di tanti momenti diversi. Il momento Sanremo, con Pippo Baudo a ripercorrere i festival, dal primo di entrambi, anno 1968, quando spunta l’Al Bano blues di La strada, autori Gene Pitney e Mogol. Il momento nazionalpop dei Ricchi e Poveri, Toto Cutugno e Pupo. Ancora il blues, con Alex Britti alla chitarra. Il momento emigranti con Lino Banfi, dalla Puglia a Milano e, a seguire, il momento genitori-figli, sottolineato dalla poesia di Khalil Gibran e le foto «di quando eravamo tutti insieme», anche con Ylenia. Bussa ancora sconfina nel rock, prima dell’omaggio al Celentano di Soli e Azzurro. Infine, la dedica di Giuliano Sangiorgi e Fabrizio Moro che, emozionatissimo, dimentica il testo di Portami via. Uno show spontaneo e misurato, senza pulpiti e intellettualismi, apprezzabile anche da chi non è un fan della prima ora. Avercene.

La Verità, 25 gennaio 2019

Adrian di Celentano? Più Jack Folla che Black Mirror

Le polemiche continueranno, garantito. È sempre stato così. Se parla perché parla, se tace perché tace. Basta scorrere Twitter, la nuova macchina del fango di cinguettii-schizzi. La tv è monocorde, però se arriva un prodotto diverso, e diversissimo dal linguaggio di Canale 5 che lo trasmette, non va bene lo stesso. La verità è che Adrian è stroncabilissimo. Ingenuo, imperfetto e, al netto dell’estetica e delle musiche, un po’ datato. Anche gli ascolti non sono stati strabilianti: share del 21.9% nella prima parte, quasi 6 milioni di spettatori, e del 19.1 nella seconda. Per di più, è arrivato al culmine di un’attesa decennale che predispone alla reprimenda.

Ma ricominciamo da capo, provando a separare la tara dal prodotto. Adrian è un biopic di Celentano in forma graphic novel realizzato da grandi firme (Nicola Piovani, Milo Manara, Vincenzo Cerami, finché è stato in vita). Il resto è contorno; compreso il live dal Teatro Camploy di Verona, produttore Gianmarco Mazzi, con il suo cameo di tre minuti, giusto per dire che la battuta su di lui rompi co…i va cambiata e per bere un bicchiere d’acqua, chiosato dal fulminante «bevimi» di una groupie in platea. Al casting di Nino Frassica e Francesco Scali per entrare nell’Arca della bellezza, con annessa presa in giro della televisione, segue il monologo sul pubblico pecorone di Natalino Balasso. Celentano mostra di tenere solo al cartoon apocalittico. Un orologiaio che vive in Via Gluck, in realtà un angolo dei Navigli con darsena e cupola che resiste tra grattacieli e soprelevate, si erge supereroe contro il regime dominante. Siamo nel 2068 e la bottega nido d’amore con una Gilda (Claudia Mori) particolarmente focosa, è il posto dell’autenticità frequentato da vecchie smemorate e ragazzi in cerca della formula dell’amore (che ovviamente si trova nei testi di Adrian). È l’eterna lotta della bellezza contro il potere, dell’artigianato contro il pensiero unico, della tradizione contro la globalizzazione gestita dai politici, i servizi segreti e l’informazione asservita… L’infelicità diffusa è cominciata quando l’uomo è passato da dire «io sono» a dire «io ho». Ci vuole un nuovo Sessantotto…

Per dare ordine alla serata si usa un’impaginazione didascalica, divisa in anteprima, aspettando Adrian, Adrian e backstage finale. Ma tra il fumetto e la parte live i nessi sono ipotetici. La vacuità di oggi condurrà alla distopia di domani? Prefazione e postfazione dal vivo son buttate lì. Mentre il cartoon, più Jack Folla che Black Mirror, è levigatissimo. E mostra i suoi troppi anni di gestazione.

 

La Verità, 22 gennaio 2018

 

 

«Ho fatto 30 mestieri, la mia tv viene dalla strada»

È l’anima severa dello show di maggior successo della televisione italiana. Teo Mammucari a Tú sí que vales, terza stagione di fila. Gli ascolti sono da sballo. 5 milioni abbondanti di telespettatori, share tra il 29 e il 30%, roba che nessuno si sogna più da quando la tv generalista è accerchiata dalle piattaforme multinazionali, dalle streaming tv e dai tanti canali nativi digitali. Nel sabato sera di Canale 5 si esibiscono comici, cantanti, maghi, acrobati. Il pubblico e i giudici promuovono o bocciano. Prevalentemente promuovono. In una giuria composta da Maria De Filippi, deus ex machina del programma, Gerry Scotti e Rudy Zerbi, Mammucari è l’elemento scafato, schietto, cinico e sanamente borgataro della situazione. Un romano fra tre lombardi, il più pop di tutti, senza tante indulgenze. «Io dico quello che penso pure se il pubblico mi contesta. Sono pagato per questo. Sarebbe più semplice dire sì a tutti. Ma credo che Maria mi abbia preso perché sono imprevedibile, magari inopportuno. Però, vabbé». Cinquantaquattro anni, statura da centrale difensivo, espressione da pesce in barile, Mammucari mi riceve all’undicesimo piano di un grattacielo in zona Porta Nuova a Milano, casa arredata con eleganza e opere d’arte di valore. A Milano vive la figlia Julia (avuta dalla ex velina Thais Wiggers ndr), che Teo adora. Per starle vicino si è piazzato bene… «Ma questo è il mio secondo lavoro», sottolinea. «Non butto i soldi in cazzate. Da sempre li investo in appartamenti, a Roma e altrove. Chi fa il nostro mestiere deve avere pronta un’alternativa per quando, da un momento all’altro, la luce potrà spegnersi». Chi l’avrebbe detto? Teo Mammucari, l’intrattenitore un po’ cialtrone di Libero, Distraction, Scherzi a parte, Cultura moderna, Le Iene con Ilary Blasi e tutto il resto. Invece.

Perché Tú sí que vales ha tutto questo successo?

«Perché è un talent internazionale, con un cast composto da artisti come Iva Zanicchi, Gerry Scotti, Maria De Filippi, Belén Rodriguez, Rudy Zerbi. E poi c’è lo spettacolo con talenti provenienti da tutto il mondo. È un mix di esibizioni e goliardia che abbraccia i gusti di un pubblico largo. Uno show pieno di emozioni, pensato da Maria e gestito con maestria da Sabina Gregoretti, capo degli autori».

Lei fa il guastafeste? In una puntata ha bocciato due mentalisti attirandosi le critiche di Zerbi.

«I giochi di prestigio sono sempre gli stessi. Ogni tanto c’è una novità, ma può sfuggire qualcosa di banale anche a un professionista. Ne parlo con cognizione di causa, avendo studiato a lungo da prestigiatore».

Racconti.

«Andavo alla scuola di Franco Silvi. Ho fatto serate e spettacoli, non solo per bambini. Poi ho dovuto scegliere una strada. Non si può fare il comico, il cantante, il mago, l’imitatore. Però, anche adesso, quando andiamo a cena, Rudy e Gerry mi chiedono di finire la serata con qualche giochino».

Quanto del suo successo è dovuto alla sua espressione, diciamo così, irriverente?

«Non saprei. Quando mi vedo allo specchio non mi sto neanche tanto simpatico. È vero, non si capisce mai di che umore sto. Ma la faccia racconta la mia vita».

Comicità che viene dalla strada?

«Dalla vita che ho fatto. Ci sono due possibilità: creare i comici in studio o portare in tv la gente comune».

Lei è di Velletri.

«Ma quale Velletri, sono del quartiere San Lorenzo di Roma… Le bufale di Wikipedia… Come quella del nome: non so dove abbiano trovato Teodoro Roberto Luis. Il mio nome è Teodoro, ridotto a Teo quando ho visto che artisticamente funzionava».

I suoi genitori?

«Mia madre lavorava in tintoria, mio padre era pavimentista».

La portava con lui?

«All’inizio sì. Ma da 18 anni in poi avrò fatto 30 mestieri, operaio, garagista, elettricista, imbianchino. E andavo ai provini. Arrivavo alla scuola di teatro con le mani che puzzavano di acquaragia. Ho fatto anche il pugile. Ho smesso quando mi hanno detto che mi sarei rotto il setto nasale… Non potevo fare il cabaret col naso storto».

Il suo obiettivo assoluto.

«Andare a teatro o in tv. Una volta spunta mia sorella: “Ho visto uno in un villaggio turistico che fa gli scherzi come te”. Si chiamava Fiorello, capito perché stava in fissa? Così me so’ dato ’na mossa. Vitto e alloggio garantito e 300.000 lire di stipendio».

Anche lei animatore turistico.

«Alla Valtur. Come Giulio Golia, Beppe Quintale… Per dieci anni».

Poi?

«Ho girato i locali, una serata qui una lì. Finché ho fatto il mio locale, il Gildo, che prima era un garage. Di giorno andavo nelle piazze a invitare la gente, la sera facevo lo spettacolo. Dopo un anno de ’sta vita, ha cominciato a riempirsi. Ci son passati tutti: Ficarra e Picone, Max Giusti, Enrico Brignano, Gabriele Cirilli, Enzo Salvi, anche Paolo Bonolis. Era una specie di Derby romano».

Lei cosa faceva?

«Gli scherzi, le gag del villaggio. Una sera viene Giovanni Benincasa, l’autore, e mi dice: andiamo a farlo in televisione. Così è nato Libero».

Aldo Grasso ha scritto che la sua è cafoneria.

«Se lo dice lui… Quando parliamo di calcio l’opinione di Arrigo Sacchi conta, ma credo che ci siano tanti modi di giocare a calcio».

La capacità di far divertire è un fatto genetico o una scuola?

«Credo un fatto genetico. Al bar o con le donne devi essere spontaneo. Io sono così anche nella vita privata. Poi certo, so stare in televisione. È una professione. Qualcuno può pensare che sia cinismo, ma non è così. Raimondo Vianello era cinico? E Paolo Villaggio? Una volta mi ha detto che gli ricordavo lui, le cose che faceva agli inizi. È stato uno dei più grandi complimenti che ho ricevuto».

Come diventò una iena?

«Davide Parenti mi aveva visto a I guastafeste dove facevo le candid camera. Mi chiama: ≤Ce l’hai un’idea?≥. “Certo che ce l’ho, ma sto sotto la doccia”. Ovviamente, non era vero. Esco di casa e in ascensore una donna mi toglie un capello dalla spalla… E se facessi le interviste togliendo la forfora dalla giacca dei vip? Così è cominciato tutto».

Gli scherzi di Libero erano veri o falsi?

«Mai fatto scherzi finti. Era tutto dal vivo, non c’era neanche lo scalda pubblico. Bene: una sera alla seconda edizione alzo il telefono e sento una voce strana, con l’accento napoletano come quello dei cameramen. Do lo stop e fermo tutto. Io amo la serietà nel lavoro, non ho bisogno di fingere. Anche perché fare scherzi finti è quasi più difficile che farli veri».

Mai più Libero?

«L’altro giorno ho incrociato Benincasa: “Perché non rifacciamo Libero?”. Sto da vent’anni a Mediaset, ho fatto programmi importanti. Se non mi proporranno niente d’interessante potrei pure rifarlo. Ma in Rai i direttori cambiano ogni tre anni. O c’è uno come Carlo Freccero, oppure… Una volta mi convocò Sergio Japino da Fabrizio Del Noce per parlare di un programma: “Ma chi lo fa ’sto programma?”. “Lo fa Teo Mammucari”, rispose Japino. Del Noce: “E chiamiamo ’sto Mammucari…”. Io stavo lì da un’ora».

Ai politici faceva domande incomprensibili.

«Improvvisavo la supercazzola. Facevo una lunga domanda senza dire niente. Mi ero accorto che i politici si preparano i discorsi, vanno in tv con il compitino studiato. Basta dirgli la parola giovani e si scatenano… Andavo davanti al Parlamento per dimostrare non solo che non ti ascoltano, ma che dicono quello che hanno deciso a prescindere».

Lo rifarebbe adesso?

«Non credo. Per la prima volta dopo 50 anni mi stanno piacendo i giovani che sono arrivati. Anche quando c’era Silvio Berlusconi non m’interessava con chi andava a letto, da Bill Clinton in giù tutti i politici si son dati da fare… M’interessavano i risultati che portava. Non sono esperto di queste cose, ma apprezzo le idee chiare e la caparbietà su alcuni argomenti. Questo mi mette un po’ di speranza. Non condivido tutto, ma si sente aria di pulizia. Non è il solito gruppo di politici».

Qual è il programma più interessante di questo periodo?

«Il più rivelatore è Uomini e donne. Svela il momento che stiamo vivendo in Italia».

Su chi o cosa imbastirebbe uno scherzo, una parodia, una presa in giro?

«C’è l’imbarazzo della scelta. Adesso sto scrivendo lo spettacolo per la tournée nei teatri in primavera. Racconterò la mia vita di cabarettista, i lavori, i sentimenti. Sarà Teo Mammucari Live, un one man show».

Perché non conduce più Le Iene?

«Al mio compleanno sono venuti Francesco Totti e Ilary. Lei mi fa: “Teo, devo fare il Grande Fratello Vip, ho pensato di prendermi una pausa dalle Iene”. Ci ho pensato: “Sai che c’è? Me la prendo anch’io una pausa”. Ne abbiamo parlato con Parenti, il rapporto è dinamico, si può rientrare».

Chi è per lei Davide Parenti?

«È il “killer dell’anima”. Quello che mi ha scioccato di lui è che lavora senza tempo. Non l’ho mai visto pensare alla sua vita o a sé stesso. Il giorno in cui deciderà di lasciare, Le Iene saranno orfane».

Maria De Filippi?

«Da lei ho imparato a parlare poco. Io la chiamo la suprema conservatrice perché ha la capacità di conservare l’energia e di farla esplodere a bassa voce, stupendo il pubblico per la sostanza delle cose che dice».

Antonio Ricci?

«È il maestro. Non a caso quando ci sentiamo o ci vediamo lo chiamo il guru. Sa qual è il più grande complimento che ho ricevuto in questi giorni?».

Sentiamo.

«Gerry Scotti che mi dice: “Se io e te facessimo Striscia la notizia ci divertiremmo un sacco”».

Chi è per lei Ilary Blasi?

«Una sorella. Un’amica del cuore che non vorrei mai perdere. In tv abbiamo un feeling particolare, sappiamo darle e prenderle. Con la Gialappa’s ho imparato anche a prenderle…».

Chi è Teo Mammucari in televisione?

«Uno che non somiglia a nessuno».

E fuori dalla televisione?

«Uno fragile con l’occhio furbo».

 

La Verità, 21 ottobre 2018

Del Santo elabora il lutto al Grande Fratello Vip

Bisogna misurare le parole, la materia è incandescente. Il dolore di una madre che ha perso un figlio suicida di 19 anni. Peraltro il secondo, dopo che il primo, a 4 anni, era precipitato dalla terrazza di un grattacielo. Una storia straziante. Un dolore lancinante, indicibile. Perciò, bisogna stare attenti, andarci molto molto piano e, soprattutto, non giudicare.

La madre è Lory Del Santo, ex bigliettaia nel Drive in di Antonio Ricci, poi showgirl, ospite del panfilo dell’imprenditore saudita Adnan Khashoggi, compagna del mitico Eric Clapton dal quale ebbe Conor, il bambino morto tragicamente cadendo dal cinquantatreesimo piano a New York. Del padre di Loren, invece, il diciannovenne che viveva a Miami e un mese fa si è tolto la vita a causa di una malattia cerebrale, la madre non ha mai voluto rivelare l’identità. Fin qui quelli che chiameremmo grossolanamente antefatti ma che mai lo potranno essere: mai la morte di un figlio, peraltro suicida, potrà essere rimossa. Tuttavia, tornando alla madre, dopo la decisione di rinunciare alla partecipazione al Grande fratello vip maturata in seguito alla tragedia, Lory Del Santo si è ricreduta. Dopo giorni intrisi di sofferenza e lacrime («Ho cercato di vivere da sola questo periodo senza parlare con nessuno. Senza amici. Senza poter dire la verità», ha detto a Silvia Toffanin di Verissimo) ora la showgirl crede «che la Casa del Grande Fratello sia l’unico posto in cui possa sentirmi protetta. Potrebbe essere una terapia». Testuale.

Il ripensamento ha comprensibilmente preso in contropiede i dirigenti di Endemol e di Canale 5 che producono e diffondono il programma. È certo che la probabile partecipazione di Lory Del Santo al reality avrebbe un effetto tonificante sugli ascolti. E quindi: «Non facciamo sciacallaggio sul dolore di una persona», è stata la risposta degli uomini Mediaset. E anche: «Possiamo privare una donna che soffre di quello che lei ritiene un aiuto? Sarà lei a decidere se e quando entrare nella Casa» perché, si osserva, il dolore di una madre «va sempre rispettato».

È così, infatti. Ma proprio per rispetto di un dolore tanto straziante, proprio per prenderlo sul serio e senza giudicare in alcun modo, mi permetto di dubitare. Ti muore un figlio e «l’unico posto» dove pensi di essere «protetta» e di elaborare il lutto è un reality show? Se fosse davvero così, qualcuno dovrebbe fare un profondo esame di coscienza. Ma magari può essere anche il caso che la madre addolorata rifletta bene se lo strumento scelto sia davvero adeguato allo scopo. Anche perché è facile che lì dentro il dolore di madre diventi parte delle dinamiche dello spettacolo e del gioco. Alfonso Signorini ha osservato che chi entra nella Casa lo fa per giocare e dunque «non ci può essere il compatimento». I dubbi e le perplessità si accavallano. L’eventizzazione del dolore non mi convince. Lory Del Santo ha accennato anche al fatto che «ci sia un confessionale, per parlare in ogni momento con qualcuno, può farmi bene».

A questo punto ammetto tutto il mio disagio di uomo di un altro secolo e di un altro mondo. E chiedo: quel dolore di madre non merita un confessionale vero? Una volta, per condividere certe tragedie, per lenire lo strazio e la solitudine, c’era il padre spirituale, c’era il gruppo di amici più stretti, c’erano i famigliari e anche lo psicologo. Oggi tutto è social, tutto è stories, virtuale, visibilità, comunicazione. Le icone del nostro tempo sono gli influencer, le star del web, Chiara Ferragni e Fedez con il loro matrimonio digitale, sintetico, globale. All’eventizzazione dell’esistenza mancava solo l’elaborazione del lutto, la metabolizzazione della morte.

Buona fortuna Lory Del Santo. Un grande abbraccio.

 

Lettera a Dagospia, 22 settembre 2018

 

«Balalaika», il varietà di calcio venuto male

Un calderone. Un carrozzone. Un mischione venuto male. Con gli ingredienti non amalgamati. Balalaika – Dalla Russia col pallone è il programma di punta di Mediaset per i Mondiali 2018. Va in onda su Canale 5, alle 22, dopo i match più importanti che spesso superano il 30-35% di share (oltre 7 milioni di spettatori). Eppure l’audience precipita al 12% (2 milioni). Lo share non sempre è un test sulla qualità del programma in questione. Però se si perdono milionate di telespettatori, qualcosa vorrà dire. Alla presentazione del palinsesto, Pier Silvio Berlusconi aveva parlato di «Mondiali allegri e brillanti» e si era subito immaginata una formula che rifuggisse le analisi seriose e compiaciute di certi sacerdoti del pallone o di altri narratori dell’estetica sportiva. Si era anche intuita la strizzata d’occhio al pubblico femminile, da richiamare davanti alla tv dopo i match, esclusiva maschile. Dunque, la formula scelta è: calcio e belle figliole. L’alchimia, però, non è riuscita. Lo studio costruito a mo’ di agorà, con ospiti e opinionisti disposti in modo circolare, funziona se esiste un centro dotato di carisma e competenza. Invece, reduce da Quelli che il calcio e da ’90 Special, Nicola Savino è un surfista della scaletta, specialista nel cazzeggio. Quanto all’effervescente Ilary Blasi non può essere lei a conferire spessore al discorso. Nella prima puntata, l’incursione di Gerry Scotti, ricordata per una battuta borderline su Belén Rodriguez, una delle tante, giocava su questo – «Confalonieri mi ha mandato per verificare se qui c’è qualcuno che capisce di calcio…» – innescando una gag per sbeffeggiare Savino. Nella serata dopo Brasile Svizzera si sono smussati alcuni eccessi. Ma per ora non sembra che Mediaset sia riuscita a indovinare la formula del varietà postpartita. Non si tratta di aggiungere seriosità, ma di trovare un equilibrio, un baricentro attorno al quale sviluppare un discorso fruibile, senza continue sovrapposizioni di commenti, battute, risate, ritardi di linea per i collegamenti via satellite. Invece, Balalaika è un patchwork con troppi sapori, tutti accennati. Troppi ospiti, troppi commentatori che non hanno spazio adeguato e non dialogano tra loro. Troppa comicità, da quella abrasiva della Gialappa’s band a quella lunare del Mago Forest a quella sardonica di Diego Abatantuono, camuffato da lenti a contatto azzurre. E poi mimi, imitatori, contorsionisti. Si lavora per accumulo, aggiungendo componenti alla ricetta, che invece di accontentare tanti palati rischia di non soddisfarne nessuno.

La Verità, 19 giugno 2018

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

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«Così la leucemia (e la fede) mi hanno cambiato»

Il re del gossip. Se ce n’è uno in Italia, è lui: Alfonso Signorini. Un giornalista curioso, superinformato, arguto, leggero, tagliente, giocoso, malizioso, manovriero, influente. Ma «il Signorini», dal titolo di un suo libro di qualche anno fa, è anche molto altro. Opinionista, conduttore radiofonico e televisivo, regista di opere liriche, musicologo, biografo di Maria Callas, romanziere, già insegnante di greco e latino grazie a una laurea in Lettere classiche. Sta per partire per Tbilisi dove firmerà la regia del Simon Boccanegra. Eccoci nel suo ufficio di direttore di Chi, in Mondadori, tappezzato di copertine, manifesti, libri, gadget, targhe di premi giornalistici.

Come si diventa Signorini cominciando dalla Provincia di Como?

«Bella domanda. Sono partito da lì. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato, nessuno che potesse facilitarmi. Ma avevo il pallino della musica. Studiavo, suonavo e leggevo le recensioni. La mattina andavo in piazza Cavour e salivo tutti i piani del palazzo dei giornali, Il Giorno, La Stampa, La Notte… Qualche volta scrivevo delle brevi, ma non c’era futuro. Allora, mi proposi come corrispondente alla Provincia. Mandavo brevi critiche sui concerti della Scala e dei festival. 7.000 lire a pezzo».

Qualche anno dopo la troviamo direttore di due settimanali di grande tiratura, Chi e Tv Sorrisi e canzoni. In più conducevi un programma quotidiano su Radio Monte Carlo, in tv aveva Verissimo, Kalispéra!, il Grande Fratello e trovava il tempo per scrivere libri…

«Un periodo da overbooking. Mi bastano poche ore di sonno e durante la notte lavoro bene. Peraltro, in quel periodo, mia madre si era ammalata. La sera, fuori di qui, andavo a Mediaset per registrare Verissimo, mangiavo qualcosa e andavo ad assisterla in ospedale. Al mattino facevo una doccia e preparavo il programma di Radio Monte Carlo. Per fortuna mi avevano montato lo studio in casa e potevo condurlo da lì. Poi venivo in redazione…».

Tra La Provincia di Como e l’overbooking c’era stato l’insegnamento?

«Sette anni. Lettere alle medie e italiano, latino e greco al liceo dei gesuiti. Il Leone XIII è stata una scuola di vita. Una volta al mese il cardinale Carlo Maria Martini teneva una riflessione agli insegnanti. Ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo, sulle questioni professionali e sulla mia vita privata. Sono andato a trovarlo a Gerusalemme e ho mantenuto una corrispondenza con lui».

Com’è passato da professore a giornalista?

«Insegnavo e facevo il corrispondente della Provincia. Ma la vena del gossip era innata. Da ragazzo origliavo le telefonate di mia sorella ai fidanzati. Da professore il primo tema che commissionavo era: parlami della tua famiglia. Così venivo a sapere tante cose della borghesia radical chic milanese. Tra queste, scoprii che un mio alunno era figlio di Pierluigi Ronchetti, vicedirettore di Gigi Vesigna a Tv Sorrisi e canzoni. Lo faccio o non lo faccio, mi chiedevo. Siccome il ragazzo se la cavava alla grande e non aveva bisogno di aiuto, ruppi gli indugi, chiesi di parlare con i genitori e proposi al padre una rubrica di musica classica. Due settimane dopo era in pagina».

Poi che cosa accadde?

«Erano gli anni dei primi Pavarotti and Friends e siccome ero amico di Luciano, Vesigna m’incaricò di seguirlo. Qualche anno dopo, fondò un nuovo settimanale e mi propose di diventare giornalista a tempo pieno. Mia madre piangeva, mio padre mi sconsigliava, io trascorsi la notte di don Abbondio. Il giornale andò malissimo e dopo un anno chiuse, ma io avevo trovato la strada».

A chi è professionalmente più grato? Piero Chiambretti, Silvio Berlusconi, Piersilvio Berlusconi, Gigi Vesigna…

«Per il giornalismo cartaceo devo molto a Silvana Giacobini, direttore di Chi quand’ero inviato speciale. Una donna tenace e talentuosa. Poi sono grato a Carlo Rossella, che mi ripescò dopo che avevo sbattuto la porta in Mondadori».

Cos’era accaduto?

«Pippo Baudo tornava in tivù dopo qualche anno e mi aveva chiesto di fare l’autore di Novecento su Rai 3. Dovevo aiutarlo per la prima serata e per la striscia quotidiana con Giancarlo Magalli. Era inevitabile lasciare il giornale. “Se esci da quella porta non rientrerai più”, minacciò la Giacobini. “Ricordati che sei Signorini di Chi”. “Sono Signorini e basta”, ribattei. Non potevo rifiutare l’invito di Baudo, anche economicamente vantaggioso».

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