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«Il cavallo rosso, ultimo romanzo italiano»

Quando, in fondo a un dedalo di corridoi e salottini stipati di libri, entro nel suo ufficio milanese di direttore della Ares, Cesare Cavalleri, elegantissimo, m’invita a dargli del tu «come si fa tra colleghi». Ma il tentativo naufragherà. Il fatto è che lei è molto più che un giornalista, mi giustifico. Questione di autorità, non di anagrafe, tanto più che Cavalleri si definisce «un cinquantenne indocile, pieno di progetti». Indocile, dunque; e fiero di un’irriducibilità senza vittimismi. Incarnazione «di una marginalità orgogliosa», l’ha ritratto Jacopo Guerriero alla presentazione al Centro culturale di Milano di Per vivere meglio – Cattolicità, cultura, editoria (Els La Scuola), l’intervista biografica che hanno pubblicato insieme ed elogiata anche dal Manifesto. Ragioniere, laureato in statistica ma con tesi molto umanistica (con una ricerca sulla frequenza del fonema doppio «zz» nei pensieri di Giacomo Leopardi, ricorrenti secondo la curva di Poisson che studia gli eventi rari), collaboratore storico di Avvenire come critico televisivo e come critico letterario, dirige il mensile Studi cattolici e con la Ares (Associazione ricerche e studi) ha pubblicato Il Cavallo rosso di Eugenio Corti, L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, opere di Vittorio Messori e di Aldo Maria Valli. Non ha la patente, porta la cravatta anche d’estate, guarda poca televisione e possiede l’intera collezione dei cd di Maria Callas. Nativo di Treviglio, non ama L’albero degli zoccoli del bergamasco Ermanno Olmi.

Cosa non le piacque?

«Un grande e sontuoso film, che meritò la Palma d’oro a Cannes. Ma che già conteneva quel filo marxismo che è scoppiato nell’Olmi degli ultimi tempi. Per il quale Cristo è un uomo e niente più: questo allontanamento mi spiace molto. C’erano anche le tracce dell’odio verso la borghesia e i padroni. Come se i contadini fossero buoni e santi… E poi, per fare un paio di zoccoli bisogna abbattere un albero? Il padrone ha fatto bene a licenziarlo».ia

La sua biografia s’intitola Per vivere meglio, dalla risposta del poeta Saint-John Perse alla domanda sul perché scrive. In che cosa la scrittura migliora la vita?

«Si scrive per un’istanza morale. La scrittura deve servire per esprimere la bellezza che è sempre legata alla verità».

Da Tommaso d’Aquino.

«E Aristotele».

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

Fa propria anche la massima di Rainer Maria Rilke: «Bisogna attenersi al difficile». È questa propensione a far di lei un sommo stroncatore?

«La vita è complessa. Conviene affrontarla con quel senso di mistero, che è ciò che dà senso alla quotidianità».

Da qui le stroncature, una certa incontentabilità?

«Le stroncature, intese come genere letterario e non come critica alle persone, derivano dall’amore per la verità. Nei giornali ormai si pubblicano le veline degli uffici stampa».

Davvero dopo Il mulino del Po e Il cavallo rosso in Italia non ci sono stati veri romanzi?

«Solo ottimi racconti. Forse un’eccezione è La storia di Elsa Morante. Un grande libro, sebbene antiumano e anticristiano perché non crede nella libertà».

 

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Sofia Viscardi, una teen ager che può far paura

Mi spiace, ma sto con Giampiero Mughini. E con le 80 copie di Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti, piuttosto che con i 2 milioni e oltre di seguaci nei vari social di Sofia Viscardi, intervistata con grande risalto dal Corriere della Sera. Sto con Mughini non per un vezzo snobistico, per una vezzosa scelta in favore delle minoranze di qualità alla Nanni Moretti in Caro diario. È che le folle mi fanno paura. Anzi, non è neanche questo. Dipende dalla qualità delle folle, da che cosa le mette insieme e le fa essere. In realtà, non mi convince proprio il mondo che diffonde Sofia Viscardi. Non tanto i social e il web, tout court. Quanti vantaggi portano, quanta velocità ci regalano, quanto apprendimento, a volerli sfruttare con intelligenza. Non mi convincono la mentalità, la cultura, il mood della social star. Sofia Viscardi ha concesso un’intervista ad Aldo Cazzullo di una paginata, intitolata: «Vi spiego chi sono i vostri figli». I miei hanno qualche anno di più dei suoi 19, ma lo stesso il titolo mi ha attirato. Ho letto e mi son detto: boh? Cos’è questo mondo orizzontale? Questa massa di follower? Conquisto «la loro attenzione, mica la loro anima», si è difesa lei. E meno male.

Su Dagospia Giampiero Mughini ha criticato il dialogo Giorello-Viscardi

Su Dagospia Giampiero Mughini ha criticato il dialogo Giorello-Viscardi

Perché su questo io sto con lo psichiatra Eugenio Borgna che ritiene condivisione, connessione e community, simboli della rivoluzione digitale, «parole che restano in superficie, che non colgono comunità reali». Chissà quanto ne ha coscienza la social star che snocciola meet-up interrotti dai carabinieri per eccesso di assembramenti e visualizzazioni a milionate. Andando avanti a leggere si trova una lunga serie di esperienze accumulate, di citazioni virtuali, di teen-scrittori, youtuber, Chiara Ferragni (che è la fidanzata di Fedez, in caso sfuggisse, lanciata da sua madre), di posti visitati. A 19 anni non ancora compiuti è stata in Marocco a Essaouira e Marrakech, conosce le Cicladi maggiori, le «spiagge ventose della Spagna e del Portogallo per fare kitesurf», Amsterdam. Una volta, con espressione oggi desueta, si sarebbe detto: una ragazzina viziata. Che ha cambiato quattro o cinque scuole superiori perché «rispondevo; e questo ai professori non piace». Che con la sua famiglia, per la morte del nonno, anziché celebrare il funerale ha fatto «un aperitivo con un po’ di musica: lui aveva voluto così».

A parte immaginare il classico «aborro» di Mughini, non sono principalmente spaventato da tutto questo apparato, da tutta questa liturgia radical chic. Anche, s’intende, ma solo in parte. Di più mi spaventa l’assenza di una domanda, di un cruccio, di una ferita, qualcosa di mancante, un moto di rabbia. Nel mondo pieno di esperienze e di precocità ma ultimamente piatto che trasuda dall’intervista latitano verticalità e profondità. Non c’è una sofferenza, un dolore, qualcosa d’inspiegato. Una surfista della parola. Una surfista dei social. Non c’è nulla di quello che Alessandro D’Avenia, da mesi ai primissimi posti della top ten con il suo saggio-romanzo su Giacomo Leopardi, chiamerebbe fragilità. Non so voi, ma io a una diciannovenne senza fragilità stento a credere. A ben guardare non è colpa sua se a milioni la seguono. È la fotografia del nostro tempo. Ma dobbiamo farci spiegare da una ragazza così chi sono i nostri figli? Non scherziamo.

Alessandro D'Avenia alla Gran Guardia di Verona (Anto/Fotoland)

Alessandro D’Avenia alla Gran Guardia di Verona (Anto/Fotoland)

Sono andato a rileggermi altre cose di Sofia Viscardi, scoprendo che nel giugno scorso, in occasione dell’uscita di Succede, titolo vagamente saccente del suo primo romanzo, il Corriere della Sera ha dedicato una lunga conversazione sulla Lettura tra lei e Giulio Giorello, nientemeno. Ciò che suscitò la reazione di Mughini di cui sopra. E certo, a pensarci: quante domande sull’impiego delle nostre energie migliori e sulla consapevolezza del ruolo educativo di noi adulti.

C’è solo un punto dove Sofia Viscardi lascia trapelare qualcosa, ed è dove risponde alla domanda se «crede nella vita dopo la morte». «Credo che ci sono cose che non possiamo sapere», ammette. Ma è un punto che sfila via perché subito dopo dice di non essere religiosa. Invece, riconoscere che esistono cose che «non possiamo sapere» è l’atto più razionale della ragione: ammettere la possibilità di qualcosa che non si riesce a misurare e controllare. Proprio questa umiltà della ragione è l’inizio del senso religioso, del porsi le domande sul perché della vita e della morte… Ecco: che oltre due milioni di persone seguano una ragazza così, mi fa pensare. E preoccupa.

Sto con Mughini, Borgna e D’Avenia, gente più fragile di Sofia Viscardi. Alla quale, peraltro, auguro tutto il meglio possibile.

 

 

Il mio Buon Natale con un video di Alessandro D’Avenia

I miei auguri di un Felice Natale a voi e alle persone che vi sono care prendono in prestito la fantasia di Alessandro D’Avenia.

Grazie a lui: per idea, parole e immagini.

E grazie a tutti voi: per la fedeltà con cui mi seguite.

D’Avenia: «Come ho trasformato Leopardi in una star»

Giacomo Leopardi, una rockstar del Terzo milllennio. Roba da non credere. Proprio lui, il poeta del «pessimismo cosmico», il gobbo di Recanati, l’incarnazione dello sfigato per eccellenza. Trasformato in un grande amico dei giovani. In un leader ideale, un confidente segreto, una guida. Protagonista di questa palingenesi culturale ed esistenziale è Alessandro D’Avenia, 39 anni, palermitano, di professione insegnante di liceo a Milano, scrittore. Andate a vedervi il suo blog Prof 2.0, un mare in cui è dolce naufragare, tra video, post fulminanti, citazioni. Oppure, infilatevi, se ci riuscite, in qualcuno dei suoi – come chiamarli? spettacoli, show, reading – incontri e vedete quanto dura la firma delle copie con dedica e come ne escono i ragazzi (il prossimo è il 22 gennaio al Teatro Gran Guardia di Verona, seguiranno Bologna, Genova e altre città). O andate a compulsare la top ten dei libri, per scoprire che L’arte di essere fragili – Come Leopardi può salvarti la vita, uscito il 31 ottobre da Mondadori, superata la soglia delle centomila copie vendute ora veleggia verso le 200.000 e, dopo cinque settimane al primo posto, è secondo dietro Roberto Saviano e davanti a Harry Potter. (Anch’io ho avuto un professore più o meno così, tipo John Keating de L’attimo fuggente – «Capitano, mio capitano!» – e potete perdonare un po’ di immedesimazione). Se ci fosse un dirigente televisivo avveduto e davvero laico, cioè non legato a pregiudizi e schieramenti, gli darebbe una trasmissione in un orario importante, per farne il maestro Manzi 2.0. Ma per come vanno le cose in Italia, ora potrebbe risultare difficile dopo che, l’altro giorno, D’Avenia ha scritto su Facebook: «Domanda senza intento polemico, di pura razionalità e buon senso. Perché per tenere una classe di 20 ragazzi devo avere nel mio curriculum: maturità, laurea, Tfa e vincere un concorso, mentre per diventare ministro di tutte le classi d’Italia (scolastiche e universitarie) posso non aver conseguito nessuno di questi titoli?».

Un ritratto di Giacomo Leopardi

Un ritratto di Giacomo Leopardi

Professor D’Avenia, come si trasforma Giacomo Leopardi in una rockstar del Terzo millennio?

«Era quello che voleva lui quando scrisse Lettera a un giovane del ventesimo secolo. Sapeva che sarebbe stato la star di quest’epoca. Vedendo in anticipo le parole che i loro contemporanei stanno perdendo, i poeti sono estemporanei, ma arriva il momento in cui diventano contemporanei. Io non ho inventato nulla, è lui che mi ha richiamato all’ordine. Faccio solo il postino: porto le sue parole ai giovani d’oggi. Leopardi aveva colto da subito la dimensione eroica della ricerca dell’infinito che è sempre oltre il colle, ma comincia già nella siepe. Uno sguardo rivoluzionario per il nostro presente, un tempo in cui ci si illude di non avere limiti».

Nell’immaginario scolastico e nella pubblicistica corrente il poeta dell’Infinito è un gobbo sfigato.

«Noi insegnanti siamo complici di queste semplificazioni in formule di autori molto più complessi e frastagliati. Così abbiamo ingabbiato Leopardi nel pessimismo suddiviso in tre stagioni. Invece, è paradossale accorgersi che è una sorta di talismano che aiuta gli adolescenti ad abitare le loro stanze. A scuola lo si affronta nell’anno della maturità, cosicché può diventare il patrono di questo rito di passaggio. Quando avevo 17 anni, per introdurci alla sua figura, il professore di lettere non ci raccontò la sua vita, ma recitò a memoria il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e ce lo presentò come un poeta pienamente moderno. Uno che non forniva le soluzioni ma ci lanciava la sfida di diventare dei lottatori, di imparare ad abitare “la terra del forse”, dove bisogna tenere insieme la spina nel cuore dell’essere fatti per l’infinito pur riconoscendo con la ragione che siamo votati alla morte. La poesia è un grande strumento di aiuto per vivere questa contraddizione».

Il suo libro s’intitola L’arte di essere fragili. Pensando ai ragazzi la fragilità è spesso la porta d’ingresso alla dissoluzione e all’autodistruzione: come può essere anche un’arte?

«La fragilità è propria dell’essere in quanto destinato a morire. Leopardi cambia una consonante e trasforma questa condizione in una sfida, altro che sfiga. In un’epoca in cui tutto si basa sulla prestazione, sull’efficienza, sul rendimento e sulla velocità ridare dignità alla propria fragilità significa farne la molla di una ricerca, la spinta ad affrontare le domande fondamentali che siamo abituati a rimuovere. Significa superare la tentazione dell’autocommiserazione che subiscono tanti ragazzi che cercano consolazioni artificiali. Leopardi non ha mai fatto della propria sventura fisica un alibi per ritirarsi dalla vita, ma l’ha trasformata in un nutrimento per creare qualcosa di bello. Senza che questo sia la ricerca del consenso o dell’applauso pubblico come scrive nello Zibaldone (“Rileggerò poesie che ho scritto con la gioia di aver fatto qualcosa di bello al mondo, riconosciuto sia o no per tale da altrui”)».

La copertina del libro di Alessandro D'Avenia, al secondo posto delle vendite

La copertina del libro di Alessandro D’Avenia, al secondo posto delle vendite

Nel suo libro scrive che la biblioteca di Leopardi non appaga la sua ricerca, come la Rete non risolve il desiderio dei giovani di oggi mentre illude di farlo. Come Leopardi può salvare la vita ai millennials?

«I millenials sono quelli che stanno comprando questo libro di carta. Noi usiamo la parola “salvare” per i supporti informatici. Mentre ci danniamo se perdiamo un file. Leopardi può aiutare i ragazzi di oggi a connettersi con la loro vita interiore, uno spazio in cui ritrovarsi, entro cui possedersi e grazie al quale donarsi al mondo. Se non coltivi la tua interiorità sei in balia di scelte altrui, del così fan tutti. Questo può provocare un dolore difficile da sopportare. Leopardi sa che l’adolescenza e la prima giovinezza sono un’età fatta per l’eroismo. Ma se ci si distacca da sé, se non si trovano le risposte, si usa questo eroismo per autodistruggersi. Guardiamo i corpi di questi ragazzi: vent’anni fa l’anoressia era una malattia ben più che rara, inesistente. Noi adulti, che scansiamo le domande fondamentali, portiamo una responsabilità enorme. Il sociologo Pierpaolo Donati dice che “abbiamo generato biologicamente ma non simbolicamente i nostri figli”. Cioè, non abbiamo fornito loro un’ipotesi di vita credibile. I ragazzi che vengono alle mie serate mi ringraziano per averli inseriti nel dialogo tra la mia vita interiore e quella di Leopardi».

Nel Canto notturno il poeta si chiede «ed io che sono», non «chi sono». Un interrogativo sbagliato può portare al ripiegamento psicologico o al narcisismo?

«Leopardi dialoga con la luna e il gregge, inconsapevoli della loro condizione e dell’incombenza della morte a causa della quale, nell’uomo, il “tedio assale”. Credo che, per fuggire il narcisismo di cui la nostra epoca trabocca, dobbiamo ridare dignità spirituale alla malinconia come spina dell’infinito. O prendiamo sul serio il desiderio che abbiamo (de-sidera, dal latino distanza dalle stelle), oppure la sua mancanza porta al disastro (dis-astro, dal greco assenza di stelle). Aristotele diceva che la meraviglia e lo stupore nascono da un cielo stellato. Ma se stiamo sempre piegati davanti a uno schermo…».

Ha visto Il giovane favoloso nel quale Mario Martone insinua un rapporto omosessuale tra Leopardi e l’amico Antonio Ranieri?

«Non l’ho visto perché stavo lavorando a questo libro e, conoscendo la forza del cinema, non volevo esserne influenzato. Negli ultimi sette anni Leopardi era quasi cieco e trovò in Ranieri un amico in grado di aituarlo a superare la depressione. Chi è stato vicino a una persona depressa sa che chi ne soffre può legarsi profondamente a chi lo aiuta. Ma questo ha a che fare con l’amicizia più che con l’omosessualità. Peraltro, Ranieri gli portò via l’amata Fanny Targioni Tozzetti…».

Don Luigi Giussani: recitava una poesia di Giacomo leopardi dopo aver ricevuto la comunione

Don Luigi Giussani: recitava una poesia di Leopardi ogni giorno dopo la comunione

In Cara beltà don Luigi Giussani scrive che, avendo imparato a memoria tutte le poesie di Leopardi, per anni ne ha recitata una dopo aver ricevuto la Comunione.

«La fragilità è la possibilità di riconoscere di ricevere tutto dal Padre, di sentirsi pienamente creatura, cioè colui che l’essere non se l’è dato da solo. Charles Baudelaire diceva che l’unico problema dell’uomo è il peccato originale, cioè riconoscere di avere una ferita nel cuore che deriva dal fatto di essere chiamati alla felicità, ma al contempo, di trovare nella realtà qualcosa che sempre ci sfugge. Credo che in Leopardi ci sia il territorio per un incontro tra credenti e non credenti. L’infinito è già nella ginestra, non si raggiunge superando il limite, ma accettandolo. Con i suoi cespugli la ginestra consola, profuma e fa fiorire il deserto. È l’idea potentissima di trasformare la fragilità in consolazione per gli altri. Fragilità deriva dal latino frangibilitate, qualcosa che va in mille pezzi, come il pane della Comunione».

Lei parla della scuola come luogo di iniziazione alla bellezza. Quanto, nella realtà, è distante da questa idea?

«Il dialogo con Leopardi esemplifica la mia idea di scuola: farsi aiutare dagli scienziati della parola per cogliere cosa c’è di profondamente umano nell’uomo. E questo perché la poesia ci aiuti a vivere, non per un esercizio estetico. La scuola di oggi ha, perlopiù, una tendenza museale. Prende delle reliquie dalle sue teche, le analizza e le ripone. È il contrario dell’amicizia con questi grandi spiriti che può aiutare a buttarsi nella vita, ad accettarne le sfide condividendo sogni e progetti di tutti i giorni».

La Verità, 18 dicembre 2016